Rape Culture, dall’Antica Roma ai giorni nostri – Natale Miduri

Quando la violenza non ha epoca.

Ci vantiamo di vivere in un’epoca moderna, assoluta, sciolta dagli antichi legami della tradizione, che imponevano leggi assurde e pregiudizi. Ma, in contrasto con l’immaginario comune, l’età dell’oro, la nostra età dell’oro, dove i semi della tolleranza crescono spontaneamente (annaffiati dalla ragione), è solo una vana realtà.

Radici millenarie, che affondano nei secoli più lontani, si intersecano nella storia umana, dove la donna-oggetto e l’uomo-soggetto trovano la loro affermazione ideale. Recenti studi hanno riportato alla luce come la nostra società, tuttora immersa in futili stereotipi e influenzata da un maschilismo sempre più diffuso, essendo macchiata da una violenza di genere, sia non tanto differente dalla Roma dei nostri antichi.

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Sono diversi i nomi su antiche lapidi che testimoniano come la cosiddetta “Cultura dello stupro” (rape culture) e del femminicidio siano sempre state presenti.

Rape culture : « (…) un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse. »  – Emilie Buchwald.

  • Una lapide funeraria appartenente alla Roma Imperiale narra la storia di Prima Florienza. Di essa non si sa nulla, ma riecheggiano tuonanti le parole della famiglia, fatte incidere in un’iscrizione funeraria: “figlia carissima, che fu gettata nel Tevere dal marito Orfeo. Il cognato Dicembre pose. Ella visse sedici anni e mezzo”.>>  
  • Dall’oblio dei secoli è riemersa anche la triste storia di Giulia Maiana “Donna onestissima uccisa dalla mano di un marito crudelissimo”, così la definisce la lapide commissionata dal fratello Giulio Maggiore.
  • Lo stesso Tacito negli Annali, riporta la storia di Ponzia Postumina, ammazzata al termine di una notte di passione trascorsa fra “litigi, preghiere, rimproveri, scuse ed effusioni”.
  • Ancora Poppea, moglie di Nerone, morta durante la gravidanza a causa di un calcio in ventre sferratole dallo stesso imperatore o Annia Regilla, brutalmente picchiata, per ordine del marito, da uno schiavo, colpevole ai suoi occhi di chissà quale mancanza. Tuttavia, una legge per perseguire il corteggiamento troppo insistente si chiamava edictum de adtemptata pudicitia e a suo modo può essere considerato l’antenato dello stalking. Un reato meno grave se la vittima vestiva come un prostituita o in modo provante, elementi utili a discolpare l’imputato.

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Sono questi pochi dei tanti tragici episodi documentati che affliggevano quell’arcaica società e che bussano ancora prepotentemente alla nostra porta, alla porta di una realtà che anziché progredire, regredisce miseramente. Un’educazione millenaria errata che non cessa di rinnovarsi, e che vede nella figura femminile un elemento debole atto a sostenere gli impulsi animaleschi di una mentalità sbagliata e fradicia. E la strada da percorrere per spezzare questa catena di violenza e di terrore, a fronte dei fatti di attualità, sembra sempre troppa.

 

Natale Miduri

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Ylenia Bonavera, tre volte vittima. – Enrica Stroscio

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Ylenia Grazia Bonavera è la ventiduenne attualmente ricoverata all’ospedale Policlinico di Messina perché riporta ustioni sul 16% del corpo: all’alba di giorno 8 gennaio un uomo con il volto coperto, come testimonia lei stessa, si è presentato alla sua porta, l’ha cosparsa di benzina con l’intento di bruciarla viva ma fortunatamente è riuscita a salvarsi e i danni  fisici non sono particolarmente gravi quanto potevano essere.
Il primo sospettato è stato l’ex fidanzato di 24 anni il quale è stato ricercato per un giorno presentandosi successivamente accompagnato dal proprio avvocato e da un alibi perfetto, Ylenia l’ha subito difeso sostenendo che non sarebbe capace di compiere un atto simile eppure né l’alibi ben studiato dal legale né la testimonianza sembrerebbero sufficienti.
È stato infatti ripreso in un video presso un rifornimento mentre riempie una tanica di benzina, ma nonostante possa sembrare chiara la sua colpevolezza è compito di chi ne ha le competenze accertarne la responsabilità.
Tuttavia, in questa vicenda dovrebbe risultare evidente che la vittima sia Ylenia, eppure da ciò che emerge nei commenti sui social non tutti la pensano così, in molti la accusano di essere colpevole sostenendo da un lato che si sia meritata un simile gesto per un presunto tradimento o perché usciva con le sue amiche per divertirsi in abiti definiti “non consoni”; dall’altro perché la ragazza sostiene non sia l’ex fidanzato il colpevole.
Nulla che non sia già stato letto e sentito riguardo vicende similari le quali vedono protagoniste numerosissime donne violentate, maltrattate ed uccise quasi quotidianamente. Ormai si è talmente influenzati dalla costruzione mediatica che il capro espiatorio di tali vicende non è più il carnefice ma la vittima, si sfrutta la cosiddetta vulnerabilità della donna che ha subito in quanto tale, accusandola di essere causa del suo stesso male.
Ylenia è diventata, giorno dopo giorno, un caso, una donna che in questi giorni è stata ridicolizzata grazie al contributo di alcuni cosiddetti moralisti e maestri di polemica che hanno preferito discostarsi dall’accaduto per concentrare le loro “riflessioni” esclusivamente sulla sua vita privata, in particolar modo dopo l’intervista trasmessa a Pomeriggio cinque condotta da Barbara D’urso.
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È straziante vedere come ha giocato con le fragilità di una donna scossa da un dolore tanto grande, senza nessun rispetto e in linea con l’immagine che ha cercato di darsi di conduttrice “dalla parte dei più deboli” per celare il suo scopo ultimo: la caccia a un numero sempre più alto di telespettatori. Tanto ridicola quanto la trasmissione televisiva sono stati i commenti riguardo l’aspetto ed il linguaggio di Ylenia, commenti del tutto superficiali e di cattivo gusto presenti in particolare sui social network, nei quali si gioca con immensa noncuranza con il dolore e con gli evidenti problemi che le ha causato tale esperienza, al giorno d’oggi si confonde la libertà di opinione con la pretesa di aver abbastanza esperienza e conoscenza in ogni campo e poter mettere bocca su tutto.
Di conseguenza l’ignoranza regna sovrana poiché tutti si ritengono in grado di articolare discorsi e sofismi sulla vita di una persona che è chiaramente il prodotto inconsapevole di una vita degradata, di una carenza educativa fortissima non solo familiare, ma anche scolastica e sociale. Perciò è assolutamente semplice commentare tali avvenimenti alla leggera, evitando volutamente di considerare una serie di fattori imprescindibili: avendo la pretesa di giudicare una persona in base alle proprie sentenze e azioni, senza neppure chiedersi il motivo di tali meccanismi.
Affrontando anche la componente psicologica, che non va trascurata, riguardante l’atteggiamento assolutorio della vittima, ci troviamo improvvisamente davanti a questi maestri di attualità tanto esperti da ignorare gli innumerevoli casi in cui la vittima non riesce a riconoscere il carnefice. Con ogni probabilità, questi sciacalli mediatici sono gli stessi che chiudono gli occhi davanti al fatto che nessuna donna può prevenire uno stupro perché questo non dipende né dagli abiti né dagli atteggiamenti.
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Eppure ognuno di loro è pronto a giudicare una donna senza comprende la paura con la quale una bambina cresce, anche indipendentemente dall’ambiente familiare: è necessario smettere di insegnare a comportarsi in un determinato modo per evitare tali situazioni che non si possono prevenire, per insegnare invece l’amore prima di tutto,  a riconoscere l’affettività genuina, ad accorgersi immediatamente di quel non-amore che disorienta perché se un uomo ama non ferisce e non uccide. E la colpa non è certamente di una donna che ama solo perché è abituata a perdonare e a passare sopra ogni cosa, perché le è stata insegnata la sottomissione, invece di insegnarle che chi la ama la rispetta e la non la ferisce. Perchè l’uomo autoritario che crede di dover controllare tutto non comprende che a tenere uniti i pezzi è proprio lei, che sulle spalle tiene un mondo con l’imposizione di non dimostrare la minima sofferenza pur di non essere etichettata come debole, con il terrore di passare per vittima e poi con la consapevolezza che sia sbagliato essere tale.
Mettiamo un punto allo stereotipo della donna debole, che in realtà ha solo paura che la sua forza possa essere sfruttata per screditarla in questa società che sfrutta il progresso scientifico dimenticando il progresso umano, che sfrutta tragedie pensando di poter tappare bocche arrabbiate che lottano ogni giorno grazie alla loro rabbia e determinazione per cambiare il mondo.
É proprio per questo che Ylenia Grazia Bonavera è vittima tre volte: è vittima del carnefice che l’ha convinta di amarla, è vittima di se stessa in quanto il mondo si mostra cieco davanti a un disagio e a un dolore così grande da renderleimpossibile riconoscere la realtà dei fatti, è vittima dei media, il canale attraverso il quale il patriarcato diffonde il suo verbo velenoso e inaccetabile, biasimandola e deridendola.
È per questo che, invece di accanirci, tutti e specialmente tutte dovremmo riunirci nonostante tutte le difficoltà, per lottare, per insegnare a coloro che verranno il coraggio di essere donna ancor prima della paura.
Enrica Stroscio

FREE PUSSY RIOT: QUANDO L’ATTIVISMO E’ RISCATTO – Sara Fontanelli

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Se violenza è l’amore malsano che vincola la donna a sé offendendola nella sua libertà, violenza è anche repressione delle donne in lotta, è censura, imposizione di pensiero. Oggi non voglio dedicarmi alle donne vittime di relazioni tossiche ma a quelle militanti il cui canto di protesta fa fatica a uscire, soffocato dalla grande mano della repressione. Chi, nei giorni in cui il dibattito sulla gestione dei flussi migratori, sulla chiusura o meno delle frontiere, è andato oltre i pareri di Putin, Renzi, Erdogan, Hollande, è sceso oltre le notizie d’effetto delle maggiori testate e le posizioni espresse dall’establishment, avrà notato che anche un collettivo femminista che al momento gode di scarsa visibilità si è schierato in merito. L’ha fatto diffondendo sul web un nuovo singolo, Refugees In, dedicato ai rifugiati dalle zone più retrograde e oppresse: il testo invita all’accoglienza e all’abbandono del conservatorismo. Parleremo di loro per arginare quella dittatura editoriale che si ostina a zittirle.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista attivo a Mosca: si esibiscono con performance estemporanee, provocazioni politiche e manifestazioni ‘scandalose’ contro il perbenismo russo. Non serve un’analisi approfondita per realizzare che il progresso in Russia è rimasto arenato chissà dove in pieno Ottocento, e da allora vi domina una mentalità paternalista e sessista. Mentalità che le Pussy Riot cercano di scalfire ogni giorno con lo strumento più forte di cui dispongono: lo scandalo. Si presentano con dei passamontagna colorati, scrivono versi dissacranti, fanno irruzione nei luoghi dell’ortodossia russa e ne denunciano le contraddizioni; inneggiano alla libertà sessuale.

“Ci eravamo conosciute a Mosca nelle varie manifestazioni non autorizzate per i diritti gay o in difesa della libertà di espressione in piazza Trumfalnaja e a ottobre abbiamo deciso che dovevamo andare oltre, creare una forma di protesta più radicale, anche illegale. Come illegale è il modo in cui la leadership gestisce il potere”.

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La decisione di riunirsi e dar via a un attivismo in senso pieno è avvenuta all’indomani del secondo mandato di Putin, conferma di un sistema stagnante senza possibilità di deviazione o rovesciamento. Tra le attività più eclatanti del collettivo: baciare in bocca durante il pattugliamento poliziotti e poliziotte russe, interrompere i XXII giochi olimpici invernali con canzoni antigovernative. La risposta, ancora una volta, ha trovato il suo portavoce nel manganello. Picchiate e sfregiate, le femministe hanno continuato la lotta dichiarando che la loro causa era ormai la causa di ogni donna russa. In una nazione che senza scrupoli commissiona omicidi privati, in cui figure ‘ingombranti’ per la loro opposizione (da Boris Nemtsov alla Politkovskaja, ai 133 giornalisti uccisi da quando Putin è al potere) scompaiono da un giorno all’altro senza colpo ferire, non dobbiamo stupirci per un processo oltremodo infondato ai danni di tre attiviste del movimento, tra cui la leader Nadia Tolokonnikova. Durante un blitz nella Cattedrale di Cristo Salvatore si sono esibite sull’altare con una “preghiera punk” che, rivolta alla Vergine, le chiedeva provocatoriamente di riscoprirsi femminista. Una performance di quaranta secondi è stata capo d’accusa di un processo durato anni, che ha peraltro ispirato il film “Pussy Riot: a punk prayer” di Mike Lerner.

Se è vero che il processo ha alienato il collettivo ai perbenisti russi, agli ortodossi e a tutti coloro che vi percepiscono un’offesa al “costume nazionale” (in seguito all’arresto è stato organizzato un corteo di indignazione con slogan raccapriccianti quali “Ortodossia o morte”), c’è anche chi da questi affronti ha tratto uno stimolo per la ribellione.

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Dice la leader Tolokonnikova: “La libertà continua a vivere in ogni persona che non è indifferente, che ci ascolta in questo paese. In ogni persona che ha riscontrato frammenti del nostro processo in se stessa, come in altri tempi li aveva riscontrati in Franz Kafka e in Guy Debord. Sono convinta di avere onestà, apertura d’animo e sete di verità: cose che ci renderanno tutti un po’ più liberi”.

È nella creatività, nell’intelligenza, nella sfrontatezza di queste ragazze che vedo, come molti, una risposta degna nei confronti di una nazione che sembra ignorare le vie d’uscita dall’ortodossia e dal sessismo.  Perché femminismo è una parola difficile da cucire su se stessi: sembra che abbia già vinto, che le donne abbiano ottenuto libertà perfette dalla piazza alla carta costituzionale. Ma il femminismo non ha il potere di entrare in ogni nucleo familiare, in ogni rapporto, in ogni sistema sociale. È per questo che oggi più che mai dobbiamo rivisitarlo  secondo nuove esigenze, nuovi criteri di applicazione, nuove provocazioni.


Sara Fontanelli