“Siamo tutti Telemaco” – Giusy Mantarro

 “Perché la vita sia davvero viva è necessaria una trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. La vita umana è infatti “umana” perché non si può schiacciare sulla mera soddisfazione dei bisogni. La vita è vita umana in quanto animata dalla trascendenza del desiderio come desiderio dell’Altro; è esposizione, apertura, domanda d’amore e di senso rivolta verso l’Altro.”

Scrive così lo psicanalista Massimo Recalcati nel libro “Il complesso di telemaco, genitori e figli dopo il tramonto del padre”.

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Lo psicanalista e scrittore Massimo Recalcati 

E se da un lato l’esigenza della vita di entrare nell’ordine del senso e questo continuo appello rivolto all’Altro si profilano come paradigmi costanti dell’esistenza umana, dall’altro questo “grido” forte ed intenso che si alza dalle tenebre della notte incontra limitazioni ed ostacoli necessari. Non è possibile per l’uomo in quanto tale essere unicamente schiavo di qualsiasi impulso, esercitare una fanatica e nevrotica perversione per il godimento, per la pulsione, per gli istinti puramente animali. A sostenere ciò è La Legge Fondamentale, una legge non scritta, ma che è fondamento della stessa Civiltà: La Legge della Parola. Essa stabilisce che essendo l’umano un essere dotato di linguaggio (la caratteristica fondamentale e non accidentale che lo distingue da tutti gli altri esseri), l’evento della parola mortificando la vita puramente biologica segnerà l’incontro con l’esperienza del limite e renderà l’uomo non mancante, ma libero. In un mondo in cui si impedisce, come sosteneva Lucrezio, “che tutti possano volere tutto”, è necessario, scrive Recalcati, che sia il padre a tramandare la Legge del mondo, pur con i propri ovvi limiti, difatti : “Il padre non è il detentore della Legge, non sa quale sia il senso ultimo del mondo, cosa sia, in ultima istanza, giusto e ingiusto, ma sa mostrare attraverso la testimonianza incarnata della sua esistenza che è possibile – è sempre ancora possibile – dare un senso a questo mondo, dare un senso al giusto e all’ingiusto”.

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Ma la realtà di cui parla Massimo Recalcati è priva di tale figura, il XXI secolo è tristemente segnato dall’assenza della figura di un padre capace di essere testimone e garante della Legge della Parola, di assumersi la propria responsabilità educativa, di tramandare l’esigenza del limite, facendo così evaporare quella linea divisionale che intercorre tra figli e genitori, i cui ruoli si invertono spesso confusamente. La mancanza di paradigmi etico-sociali retti si riversa su ogni aspetto della realtà attuale, la politica stessa che dovrebbe essere caposaldo fondamentale di riferimento si è trasformata in un party adolescenziale, mancano ad essa la risolutezza, l’autonomia, la forza di volontà tipiche di un saldo punto di riferimento. In tale contesto disordinato e sovvertito i mali di cui i giovani soffrono vengono spesso percepiti dallo psicanalista come dimostrazioni del vuoto in cui riversano. Il film La grande bellezza di Paolo Sorrentino altro non è che la trasposizione cinematografica di tale società decadente priva di limiti, punti di riferimento, dignità. La figura di figlio più adatta in tale situazione non è quella dell’Edipo in contrasto col padre o del Narciso curante solo di se stesso, ma del fedele Telemaco, colui che aspetta pazientemente il ritorno del padre dal mare affinché ristabilisca la Legge e scacci i Proci. “La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di un’autorità meramente repressiva e disciplinare, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità”. Ciò in cui si spera è la capacità di ereditare criticamente la ricchezza dei padri, di ereditare il rispetto della Legge della parola, propria e insita naturalmente nell’uomo, ma spesso tralasciata. “Ereditare è questo: scoprire di essere diventato quello che ero già sempre stato, fare proprio – riconquistare – quello che era già proprio da sempre. Aveva ragione Telemaco: qualcosa torna sempre dal mare.”

 

-Giusy Mantarro, classe IIC, liceo G. La Farina

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DECIDIAMO NOI, MANIFESTAZIONE 7 OTTOBRE – Nicola Ialacqua

 Nella storia dell’umanità ci sono sempre stati quei momenti in cui il popolo, dopo aver subito i soprusi del potere, ha deciso di ribellarsi. C’è sempre stato quel momento in cui la rabbia era tanta, troppa. C’è sempre stato quel momento in cui le masse, stanche di far decidere altri sul proprio destino, hanno deciso di reagire.

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Durante la riunione precedente alla manifestazione di domani, gli studenti si riuniscono per creare striscioni.

Bene, oggi è arrivato quel momento anche per gli studenti italiani. Questo movimento contro la 107 va avanti da quando è stata proposta e, come era prevedibile, non siamo mai stati ascoltati e la legge è passata comunque.

Abbiamo dovuto subire tutte le conseguenze di quella grande riforma che tanto elogiavano Renzi e Faraone e adesso abbiamo deciso che è arrivato il momento di farla finita con questa farsa. L’intento del governo con questa riforma è facilmente intuibile: rendere il popolo stupido, togliere dalle scuole quella didattica basata sullo spirito critico per sostituirla con la repressione, col nozionismo.

Da cosa lo abbiamo capito?

  1. L’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO : Faraone ha da poco affermato che lui, entrando nelle scuole, trova degli studenti FELICI per l’alternanza scuola-lavoro inserita dalla riforma. Ma in quali scuole è andato? No perché noi studenti, noi che le dobbiamo subire sulla nostra pelle queste decisioni, abbiamo spesso un’idea leggermente diversa. Abbiamo notato infatti che i progetti di alternanza, soprattutto al classico e allo scientifico, sono PRATICAMENTE INUTILI. Certo, alcune attività saranno pure interessanti, ma qual’è la vera utilità di compiere queste esperienze adesso? Senza contare che lo studente viene catapultato in un mondo del quale le competenze che si hanno sono solo teoriche, da questi licei escono ragazzi che in futuro faranno i più disparati lavori, ragazzi che sono obbligati a compiere esperienze potenzialmente prive di significato per il loro futuro, che richiedono un elevato ammontare di ore. Figuriamoci quando come alternanza ci viene proposta la coltivazione di cozze (non è una falsità, è la dura realtà che devono vivere gli studenti in un liceo scientifico di Messina). E se le attività proposte dalle scuole ad un ragazzo non piacciono proprio? Chi se ne importa della sua opinione, tanto è obbligatorio fare 200 ore dal terzo al quinto liceo altrimenti non sarà ammesso agli esami di stato. La scuola non è funzionale alla creazione di lavoratori ma, soprattutto, alla formazione di cittadini.
  2. I TEST INVALSI:  La funzione di questi test sarebbe quella di “misurare e monitorare sistematicamente il rendimento di singoli alunni, istituti scolastici e sistemi educativi nazionali”. Sono mai serviti a qualcosa? ASSOLUTAMENTE NO. E’ da anni che siamo costretti a fare questi test, è da anni che ci viene ripetuto che le scuole del sud a questi test non vanno bene quanto quelle del nord ma MAI è stato fatto qualcosa per cambiare questa situazione. Lo spirito critico che gli studenti sviluppano proprio a scuola viene totalmente annullato di fronte a queste prove a risposta multipla. I professori, pur di far “rendere bene” i propri studenti agli invalsi, hanno dovuto spesso adeguare il loro programma sul nozionismo, inculcandogli formule atte a risolvere solamente quel tipo di test, decontestualizzando quindi la stessa materia e trattando argomenti inutilmente complicati funzionali solo all’esame. Ovviamente non tutti gli insegnanti lo fanno, ma il problema esiste ed è sotto gli occhi di tutti. E se provi a ribellarti, a non andare a scuola quel giorno, devi anche prepararti a ricevere gli insulti degli insegnanti, minacce di due sul registro, un abbassamento del voto di condotta. Insomma, anche se non sono obbligatori tu DEVI andare a scuola altrimenti devi accettare la repressione dei professori.
  3. I PRESIDI-SCERIFFO E IL COMITATO DI VALUTAZIONE: Perché viene utilizzato il termine “preside-sceriffo”? Semplicemente perché questa riforma ha dato uno strapotere ai dirigenti. I presidi potranno (…possono) non solo chiamare direttamente fra tutti i professori che si trovano negli albi territoriali (ovvero tutti quei professori che fanno domanda di trasferimento), ma hanno anche il potere di “bocciare” tutti quei professori che si trovano nell’anno di prova, ovvero tutti i professori che devono diventare di ruolo. Questa scelta viene però molto condizionata dal nuovo Comitato di Valutazione. Il CDV, formato dal dirigente (che presiede il comitato), tre docenti dell’istituzione scolastica, un rappresentante degli studenti, un rappresentante dei genitori e un commissario esterno (che di solito è un altro preside), è stato creato principalmente per dare un criterio alla distribuzione del fantomatico bonus per i docenti più meritevoli. Il CDV però può solo proporre la griglia di valutazione visto che è poi il preside a dover scegliere i professori a cui dare questi soldi. E’ ovvio che dare un potere simile ad un dirigente porta ad avere vari contenziosi, ed il comitato di valutazione ha spesso inserito in queste griglie criteri assurdi come il numero di assenze del professore o il numero di persone bocciate. Stranamente infatti, da quando esiste questo bonus, alcuni professori che prima trattavano come pezze gli studenti hanno cominciato a bocciare meno e ad aumentare i voti nelle proprie classi. I presidi hanno inoltre la possibilità di formare una squadra di docenti che li aiuterà nella gestione dell’istituto. Ovviamente i professori che aiuteranno di più la preside saranno casualmente quelli che riceveranno poi il bonus.

Ecco quindi che a scuola può cominciare una lotta anche fra i professori che si vogliono aggiudicare questo bonus, una lotta fra poveri di cui sicuramente non avevamo bisogno. Ecco che a scuola viene data la possibilità ai dirigenti di diventare dei dittatori, di regnare su tutta la scuola tramite dei delegati e di controllarli tramite vari ricatti. Noi però non scenderemo in piazza solo per urlare contro la riforma: noi scenderemo in piazza per portare un’alternativa. In questi anni abbiamo dimostrato che è possibile un nuovo tipo di scuola, una scuola più democratica, più giusta, più sicura. Noi vogliamo che il governo si impegni a rendere le scuole VERAMENTE sicure al posto di investire sulle varie tecnologie da inserire.

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Vogliamo che le scelte all’interno degli istituti vengano fatte con la consultazione di tutti gli studenti e dei genitori, vogliamo una didattica che non si fermi solo al completamento del programma annuale ma che soprattutto si occupi di temi attuali, che formi cittadini responsabili.

Noi vogliamo che i diritti degli studenti non vengano più calpestati. Vogliamo un nuovo statuto delle studentesse e degli studenti più giusto, e che venga rispettato.

 

NICOLA IALACQUA III B, LICEO CLASSICO LA FARINA.

L’arcipelago delle meraviglie – Benedetta Catanoso

Salve a tutti seguaci del Disinformatore, come mio primo articolo dopo il più che traumatico back to school vorrei proporvi, ricordando con malinconia l’estate trascorsa,  un suggestivo e rilassante viaggio tra quelle isole che plasmano da sempre il nostro territorio e che caratterizzano i luoghi in cui viviamo, le Isole Eolie.

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L’arcipelago eoliano, infatti, che annualmente attrae fino a 600.000 visitatori, è stato insignito del titolo di Patrimonio dell’Umanità da parte dell’UNESCO, come riserva della biosfera e patrimonio culturale poichè vanta una posizione geografica tale da risultare una meraviglia naturale incanalata tra la terra e il mare. La magia che caratterizza le isole è inconfondibile e si può avvertire passeggiando tra le vie e le strettoie e ammirando abitazioni tutte bianche caratterizzate da fiori dai colori vivaci che trasmettono un’inaspettata sensazione di libertà e benessere. La maestosa tranquillità di quei luoghi suscita felicità e gratitudine e si viene coinvolti in uno stile di vita semplice e molto caratteristico.                                                                                   

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Dal punto di vista geologico l’arcipelago eoliano è costituito da sette isole, tutte di origine vulcanica: Lipari, Salina, Vulcano, Stromboli, Filicudi, Alicudi e Panarea.                                     Lipari è la più grande isola dell’arcipelago, vivace e funzionale anche durante l’inverno. Il suo museo archeologico regionale, che si trova nel complesso del Castello, è uno dei più importanti del Mediterraneo. Salina è l’isola più fertile, si coltivano uve, capperi e si produce il famoso  vino dolce ”Malvasia”. Vulcano e Stromboli sono due vulcani attivi; è possibile scalare entrambi e osservare, alla fine della passeggiata, due diversi spettacoli naturali. La passeggiata che conduce al cratere dello Stromboli inizia nel pomeriggio affinchè si arrivi a destinazione durante la notte per osservare meglio le eruzioni molto frequenti (circa una ogni ora), per quanto riguarda Vulcano,invece, la passeggiata è molto più breve e meno faticosa e, alla fine di essa, è possibile osservare il cratere con il caratteristico odore di zolfo e, alle proprie spalle, un panorama mozzafiato. Se si parla dello Stromboli, inoltre, è praticamente impossibile non nominare la sciara di fuoco: la fuoriuscita di lava, lapilli e scorie incandescenti che, scendendo lungo i fianchi del vulcano, donano uno spettacolo senza eguali.

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Altre isole sono Filicudi e Alicudi, le due più ”solitarie” e selvagge, che non essendo le predilette dalla massa di turisti, costituiscono un piccolo angolo di paradiso con un connubio tra terra e mare. Infine Panarea, la più antica, che a differenza delle due isole sopracitate, è la più acclamata dalla folla, ricca di negozi e boutique.

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Inoltre il fascino prettamente eoliano non riguarda solo l’aspetto fisico-geografico, ma anche quello mitologico, intrinseco con la storia e la cultura isolana, che ci rimanda alle nostre radici culturali facendoci approffondire la consapevolezza delle nostre origini. Per esempio i versi dell’Odissea di Omero (libro X, vv 1-25) riguardano la mitologia delle Isole Eolie, terre che hanno ospitato Ulisse dopo la guerra di Troia. Si narra che Eolo, il dio dei venti,  lo ospitò donandogli un otre di pelle contenente i venti contrari alla navigazione. Ulisse fece soffiare solo il dolce Zefiro, ma i suoi compagni mentre egli dormiva lo aprirono liberando i venti che scatenarono una terribile tempesta.  Miti, leggende, storie particolari che nascondono importanti segreti plasmano la nostra storia, la storia di sette isole che il mondo tanto ci invidia che conservano spettacolari naturali unici, acque cristalline e incontaminate, panorami assurdi che l’uomo può solo ammirare e contemplare.

Benedetta Catanoso

Il futuro degli Italiani in Gran Bretagna e delle lingue europee – Federico Muscarà

Brexit: ne abbiamo tanto sentito parlare da giornali e da telegiornali, dai quali si presupponeva uno scenario apocalittico e una disgregazione dell’Unione Europea.

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Ma cosa ha portato i cittadini britannici a voltare le spalle a quello che, con lungimiranza, aveva portato i nostri padri fondatori a creare una delle più grandi entità sovranazionali? La paura. Una sola parola descrive perfettamente lo stato d’animo dei cittadini d’oltremanica che di fronte alla crisi economica più grande dal dopoguerra si sono lasciati trasportare dai loro bollenti spiriti revanscisti in memoria del grande impero britannico di epoca vittoriana che era riuscito, non immischiandosi negli affari europei, a creare un impero coloniale tra i più grandi mai visti prima, che arrivò nel 1921 a contare oltre ¼ della popolazione mondiale. 

Come riportarsi quindi agli antichi fasti imperiali, se non rinnegando i principi di scambio e condivisione che l’Unione Europea ha sempre prefissatoChe contraddizione però: dico questo perché la Gran Bretagna si è giovata nei secoli dei flussi migratori, basti pensare che dal 1997 i migranti arrivati in G.B. sono oltre 2,3 milioni.

E Londra invece? La multiculturale Londra, che è ormai uno dei centri internazionali che attira sempre più giovani -che guardano la City con una mistica ammirazione- cosa sarebbe oggi Londra senza quella moltitudine di etnie che la caratterizza al punto che quasi un Londoners su due non è inglese? Una delle comunità più numerose è proprio quella italiana: Il numero di italiani a Londra è di oltre 250.000; numeri da far conferire a Londra il titolo di 13esima città italiana, superando Messina, e di maggiore comunità di italiani all’estero. Oggi a 3 mesi dal voto britannico analizziamo quale sarà per noi italiani e in particolare per noi studenti italiani la situazione nel paese anglosassone. In questi ultimi anni l’emigrazione dal belpaese per la Gran Bretagna è cresciuta a dismisura e gli italiani vedono in particolare nella capitale britannica una via d’uscita ai propri problemi economici.

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Consapevoli del fatto che trovare sbocchi professionali soddisfacenti nel nostro paese sta diventando un’utopia, in molti decidono di emigrare magari accontentandosi di trovare un lavoro come barista o cameriere in un ristorante italiano, attività che all’estero fa sempre molta gola e che richiede ogni anno un numero sempre maggiore di addetti, magari evolvendo nel futuro alla professione a cui hanno sempre aspirato, oppure semplicemente per migliorare il proprio inglese, non trovandosi di fronte il muro delle raccomandazioni che blocca l’Italia da ormai troppo tempo. 

In molti nella mattinata del 24 giugno infatti pensavano di stare facendo un brutto incubo ma sfortunatamente hanno a malincuore digerito la notizia dell’uscita della Gran Bretagna dall’unione Europea… ma qual è la loro situazione ora come ora? Per chi paga le tasse da più di 5 anni in Gran Bretagna può richiede un permesso di residenza e la cittadinanza; per chi invece non intende restare per sempre potrà ottenere un visto di lavoro da rinnovare ogni due-tre anni. E per quelli che non ci sono ancora? Coloro che pianificavano di trasferirsi in Gran Bretagna cercandosi una sistemazione provvisoria, avviando la ricerca dell’impiego sul posto ora dovranno da casa trovarsi un’occupazione e solo dopo potranno comprare un alloggio in UK. Quindi purtroppo alla coda immensa di ragazzi che sognano una vita “underground” a Londra, magari coltivando le proprie passioni, oppure quelli che in un’ottica potteriana immaginano di avere un bel giardino “all’inglese” e di sorseggiare il tè di pomeriggio, dovrete prima seduti sulla scrivania di casa al computer o tramite contatti sul posto trovarvi un’occupazione.  Perché il bello di Londra d’altronde è proprio questo (o forse era), a Londra puoi fare di tutto, a Londra puoi avere i tuoi alti come puoi avere i tuoi bassi, a Londra puoi arrivare al tetto del mondo, oppure ritrovarti a dormire in una stazione della tube, Londra caput mundi, e purtroppo forse questo a te da italiano non sarà più possibile.

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E per chi studia invece? Il progetto Erasmus?

Per gli studenti che vogliono studiare nelle università britanniche servirà un visto di studio. <in più i giovani italiani non potranno più usufruire del prestito di 9mila sterline messo a disposizione dalla UE che copriva la retta universitaria, da dover restituire solo dopo aver trovato un lavoro. Il progetto Erasmus invece che permetteva di fare un anno in un’università fuori sede, probabilmente dovrà fare a meno della Gran Bretagna che era tra le mete più gettonate fra gli studenti. Si scalfisce così il mito della generazione Erasmus, nata e cresciuta in Europa, vessillo della visione del nuovo europeo transnazionale la cui unica patria è il mondo, che ora dovrà far venire meno la sua importante componente inglese. A far riaccendere però le speranze di chi spera nel proprio Erasmus in UK ci sono le eccezioni alle quali la UE si è aperta negli anni a stati come: Liechtenstein, Islanda, Norvegia e Turchia; non è da escludere però che si rivaluti l’idea di andare in un paese poco lontano dalla Gran Bretagna e dalla sua stessa piovosità: L’Irlanda.

Viene ora da farsi una domanda spontanea: uscito teoricamente l’inglese dal circolo delle lingue europee, quale sarà il suo diretto successore? 

È ovviamente troppo azzardato pensare che la lingua più diffusa nel mondo per comunicazione tra persone di paesi diversi come l’inglese, venga a mancare nelle interazioni fra i popoli dell’Unione. È pur vero che l’Unione Europea non ha una sua lingua ufficiale, infatti si parla di lingue della UE, 24 per esattezza, si incoraggia inoltre il multilinguismo:  ” Lingue: la ricchezza dell’Europa”. Ovviamente però i dirigenti dell’UE nei documenti ufficiali e in conferenze stampa non parlano in 24 lingue.

Verrebbe da pensare allora che il suo naturale successore sia il francese o lo spagnolo, lingue parlate in varie parti del mondo per via dell’impero coloniale di queste due nazioni; ma il presidente della commissione europea Junker nel suo discorso tenutosi sullo stato dell’Unione, il primo post-Brexit, ha parlato in tedesco. Difficile che io ora vi dissuada dal pensare che ormai l’Unione Europea è sempre di più germanocentrica, e purtroppo non posso che ammettere che con l’uscita della Gran Bretagna dalla UE, ormai la Germania è in una posizione di leadership dato il suo potere economico e commerciale. Non dimentichiamo inoltre che il primo partner commerciale italiano è proprio la Germania; sarà quindi forse ora di far rientrare il tedesco nel circolo delle lingue studiate a scuola? Il destino linguistico dell’Europa è ancora molto difficile da definire.

                                                                                                                       Muscarà Federico, Liceo Scientifico Archimede

Cliffs of Moher – Le scogliere della rovina | Diana Strano

Salve a tutti ragazzi!

Per il mio primo articolo in questo terzo anno di Disinformatore vorrei parlarvi di uno dei posti più belli, accattivanti, intigranti e mozzafiato mai visti in vita mia. So che ormai il Disinformatore vi potrà sembrare lo sponsor ufficiale dell’isola irlandese e che starete pensando che fareste prima ad aprire una Lonely Planet piuttosto che aspettare i nostri noiosi aggiornamenti, ma non odiatemi se vi dico che anche il mio articolo, come quello della nostra cara redattrice Luna Cilia, sarà incentrato sulla verde, lussureggiante, piovosa e umida Irlanda!

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A un mese dal mio arrivo in quella che sarà la mia casa fino alle vacanze di Natale, posso dire di avere assaporato un po’ della tipica vita irlandese e di aver fatto esperienze mai provate prima, come l’emozionante bisogno di prendere un ombrello con sé ogni volta che si esce di casa, il vedere il viso di tutti gli exchange students italiani illuminarsi al primo (raro) raggio di sole, il tornare a casa alle cinque di pomeriggio e cenare un’ora dopo, il bere litri e litri di ottimo tè e lo svegliarsi la mattina con l’amara consapevolezza di dover indossare una triste divisa grigia e bordeaux. Ma state tranquilli, il mio articolo non verterà all’elencare le differenze intercorrenti tra il nostro stivale e questa terra piena di prati verdi e freschi: vorrei bensì concentrarmi sulla descrizione e l’esaltazione di uno dei posti più belli mai visti in vita mia. Molti di voi avranno probabilmente sentito parlare delle meravigliose coste irlandesi, ma nessuna descrizione potrà mai render loro giustizia completamente: l’unico modo per capire realmente la bellezza di quei luoghi è recarvisi, e io sono stata abbastanza fortunata da poter cogliere questa occasione da “once in a lifetime”.

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Le Cliffs of Moher (altissime scogliere a strapiombo sull’Oceano Atlantico situate nella contea di Clare) sono decisamente una delle meraviglie del mondo: visitabili sia dalla terra ferma che dal mare, vantano 217 metri d’altezza nel punto più alto, 120 in quello più basso. Perennemente invasi dai turisti in tutti i periodi dell’anno, specialmente nella bella stagione (quando il clima è troppo freddo e l’aria carica di umidità si alza una cortina di nebbia che impedisce la vista del panorama mozzafiato che si ha dalle scogliere), le Cliffs conservano comunque il loro fascino naturale immacolato, offrendo i classici servizi di una località turistica (café, negozi di souvenir, information point ecc.) in un centro poco invadente creato a pochi metri dallo strapiombo sul mare, che ospita anche una mostra fotografica e una sala di proiezione. I punti di osservazione sono parecchi lungo il percorso frastagliato delle scogliere (lunghe circa 8 km), e uno dei più famosi è sicuramente la torre O’Brien, piccolo edificio dal quale è possibile avere una visione completa dei campi retrostanti, delle pareti rocciose e dei flutti che vi si infrangono. È dalla torre O’Brien che si può godere la vista dell’entrata della più famosa grotta del mondo magico: eh sì, Potterhead, rullo di tamburi! Ricordate la scena de Il Principe Mezzosangue dove Harry e Silente sono in una grotta alla ricerca del medaglione, uno dei sette horcrux? Ecco, la grotta in questione si trova proprio qui, incastonata in una delle ripide pareti rocciose delle Cliffs!

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Bando ai fandom e agli implacabili impulsi da fangirl, la giornata passata alle Cliffs è stata in assoluto la migliore trascorsa finora nella landa irlandese: camminare con la terra solida sotto i piedi a pochi metri da uno strapiombo che è un punto di non ritorno, pranzare con il panorama mozzafiato di un oceano blu che con la sua immensità può sia accattivare e spaventare, ma che è comunque uno spettacolo di cui è impossibile non bearsene, sentire l’odore del mare e avere alle spalle verdi prati lussureggianti rende questo piccolo gioiello un diamante nella corona d’Irlanda.

Sperando di passare altre giornate indimenticabili come questa di cui potervi raccontare (cosa che sono sicura succederà!) vi auguro un meraviglioso anno scolastico nel nostro liceo, il caro La Farina, di cui tornerò a essere studentessa a tutti gli effetti a gennaio (Peppe mi manchi, ti penso)

La vostra “inviata oltremare”,

Diana Strano

L’altra faccia dell’Irlanda – Luna Cilia

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Un altro noioso diario di bordo? Non esattamente… Il mio intento, tramite questo articolo, non è semplicemente quello di raccontarvi minuziosamente ogni sfumatura delle tre settimane che ho trascorso a Dublino dal 5 al 26 luglio, ma un tentativo di cogliere le particolarità e le tradizioni che io, da italiana e siciliana, ho notato.

Dublino, una città metropolitana particolare.

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in prossimità dell Ha’Penny Bridge

Mentre venivo catapultata tra commoventi distese di verde e folletti, una delle prime cose che ho notato mettendo piede al centro di Dublino è che, nonostante sia una città IMMENSA (e posso assicurarvi che muovendosi tramite il Dublin Bus quando siete stati ospitati a circa un’ora dal cuore della città l’ultima cosa che volete, nonostante sia facilissimo, è perfdervi) si distingue per la tranquillità assoluta della vita di tutti i giorni: somiglia parecchio a un immenso formicaio, silenzioso e ordinato. L’unica parte della città nella quale ci si sente pienamente investiti dalla vita e dallo spirito irlandese, non contando i miliardi di Carrol’s a ogni angolo della strada, è Grafton Street, seguita dal famosissimo Temple Bar. Grafton e Temple sono gremite da artisti di strada capaci di tutto: non è considerato affatto strano dedicarsi a una vita di esibizioni in strada, è un modo come tanti di lavorare e guadagnarsi da vivere. Esempio ne è il talentuosissimo CeZar (spero abbiate la fortuna di incontrarlo : https://www.youtube.com/watch?v=RNKxAswrrfA )

 

La mensa dei poveri “HOPE IN THE DARKNESS” (General Post Office)

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Proprio sotto una delle più famose strutture del centro di Dublino viene tenuta, settimanalmente una mensa per gli abitanti meno fortunati della città: homeless, but not hopeless, si può dire. Tantissimi volenterosi aiutanti sfamano e chiacchierano gentilmente con i senzatetto; alcuni giovani parrucchieri, proprio accanto a loro, si preoccupano di tagliare capelli e barba. Una delle scene più toccanti del viaggio, che si commenta da sola per la dignità e la civiltà che esprime.

Cibo a Dublino, why not?

Uno dei difetti, che ammetto a malincuore, di questa meravigliosa città è proprio il cibo, come in molte città anglosassoni. Il problema non risiede tanto nelle pietanze stesse: alcune sono davvero particolari e buone e meritano di essere provate, ma ne parlerò tra poco. Il problema sta nel prezzo: il cibo è particolarmente costoso, e mentre con il nostro piatto di pasta da cinque euro massimo si riesce a tirare senza alcun problema fino alle nove di sera, per sentirsi sazi (ma nemmeno troppo) il budget minimo si aggira intorno ai 10/15 euro quando si pranza, o cena, fuori casa. Non è un gran problema, direte voi: non è un gran problema quando si vive vicino al centro e ci si sposta facilmente, ma quando casa vostra dista parecchio, le lezioni al college finiscono alle 16.00 e l’appuntamento per le attività serali è alle 19:00, il tempo materiale per cenare (mediamente, l’orario per la cena oscilla tra le 17:00 e le 18:00) non prevede il ritorno a casa. Quindi, moltiplicate 10 euro per 21 giorni e capirete quanto realmente incida cenare quasi ogni giorno fuori per tre settimane.

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foto da: google

Tornando al cibo: i piatti che più ho apprezzato, e che consiglio sono: Sheppard’s Pie, Irish Casserole, Scons, Beef Stew ma soprattutto PORRIDGE.  

 

Il Porridge è più un piatto anglosassone in generale, ma siccome ne vado matta e ho appena ordinato da amazon una fornitura da 1kg di fiocchi di avena, meritava di essere inserito nella lista. Consiglio: non lasciatevi spaventare dall’aspetto della pietanza che vi viene servita; la prima volta che ho visto la casseruola aveva l’aspetto di un piatto sul quale qualcuno aveva appena vomitato la cena, ma vi assicuro che è davvero buona. Dimenticavo una cosa particolare: noi italiani siamo abituati a mangiare il primo, il secondo e il dolce in piatti separati; a Dublino (e in tutta la EIRE) mi sono accorta che il pasto viene consumato tutto nello stesso piatto. Alla fine tutto quello che mangiamo va a finire nello stomaco contemporaneamente, quindi non è poi tanto diverso…giusto?

Orari

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Belfast

Avete voglia di rilassarvi, di una birretta con gli amici, di girare per negozi? Ricordatevi che per i negozi avete tempo, MASSIMO, fino alle 21:00. Dalle 19:00 in poi i ristoranti cominciano a chiudere, e rischiate di ridurvi (come ho provato sulla mia stessa pelle) a mangiare porcate da Subway (se siete sfortunati, come me, rischiate di piluccare una patatina fredda e un’aletta di pollo sospetta al massimo) o McDonalds o Burger King. Generalmente, i pasti del giorno sono: la colazione, che varia dalle 6:00 alle 7:00, il pranzo, circa alle 12:00, la cena, dalle 17:00 alle 19:00. Dalle 20:00 in poi vedrete soggetti abbondantemente ubriachi vagare per la città, e non stupitevi se alle 22:30 osservate un uomo di mezza età imprecare, alticcio, davanti alla saracinesca abbassata di Starbucks dicendo “Give me a f***ing milkshake maaan!”

Clima

Ci vorrebbero anni per descrivere con accuratezza “the lovely irish weather”. Mi limiterò a dire che a luglio il clima assomiglia vagamente all’autunno Sicliano. Dico vagamente perchè il tempo è assolutamente folle, in una giornata piove fino a 10 volte (pioggia sottile che dura massimo mezz’ora), seguito da sole, nuvolette, cazzochecaldo, cazzochefreddo, cazzochevento, sole, e mainagioia a pioggia. L’unica soluzione è vestirsi a cipolla e portarsi dietro sempre un raincoat e un ombrellino.

I miei posti preferiti (di dublino)

Mi sembra doverosa una breve lista di posti che vanno ASSOLUTAMENTE VISITATI.

  • Croke Park (uno dei più grandi stadi di europa
  • National Botanic Garden
  • Grafton Street
  • St. Stephen’s Green Park
  • Phoenix Park (uno dei più grandi parchi di Europa)
  • La libreria del Trinity College
  • Guinness Factory
  • I graffiti della zona di Temple Bar
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Dentro il National Botanic Garden

Esterne a Dublino consiglio : Glendalough, Dun Laoghaire, Killiney Hill, Galway.

 

 

I cartelli stradali, le insegne, le persone sono abituate a questa forte presenza bilingue. Il gaelico è una lingua che non assomiglia davvero a nessun’altra lingua – a parte per lo scozzese- quindi è incomprensibile cercare di capirlo a meno che non ci si metta a studiarlo dalle basi. I nomi delle città variano: Dublino si chiama Baile Atha Cliath, ossia città del guado della staccionata; Belfast si chiama Beal Feirste, e via dicendo. Alcune città, addirittura, mantengono il loro antico nome in gaelico, come la piccola Dun Laoghaire ( si legge più o meno Dan Liari). Anche i nomi in gaelico sono particolari: ricordo i nomi di due insegnanti, ossia Gràinne (si legge Gronia) e Deirbhile (si legge Dervla). L’unica frase in gaelico che ho imparato? Eir: Pòg mo thòin (“pogmahon”) Ing: Kiss my ass.

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Dun Laoghaire

Sfatiamo i luoghi comuni

Esattamente per come non è vero che tutti gli Irlandesi hanno i capelli rossi, nonostante sia comune averli, non è vero neppure che tutti gli Irlandesi sono beoni, anche se è abbastanza comune. Lo stereotipo va sempre inquadrato in una giusta via di mezzo: proprio come chi pensa che noi italiani mangiamo solo pasta. La freddezza, che noi italiani in trasferta notiamo spesso, è molto spesso una riservatezza, una timidezza molto diffusa.

Un piccolo accenno lo meritano proprio le persone, native, che ho incontrato in questo viaggio. In linea di massima, il dublinese (o l’irlandese in generale) è una persona gentile, pacata, solare ma molto timida (specialmente davanti alle dimostrazioni di affetto evidente), abbastanza silenzioso rispetto al chiassosissimo italiano, ma con un bel senso dell’umorismo. Nonostante la diffidenza che spesso percepiamo nei confronti di noi italiani, non è affatto difficile trovare qualcuno disponibile a aiutarci quando persi, confusi o desiderosi di informazioni… basta non spaventarli gesticolando e abbassare di poco il nostro tono di voce deciso. Tra i momenti più belli e piacevoli ricordo proprio le discussioni in cui ho avuto l’opportunità di confrontare la mia realtà di tutti i giorni con insegnanti, Activity leaders, autisti dell’autobus. Quando l’approccio al nuovo mondo in cui ci imbattiamo è di gentilezza e curiosità, le differenze possono essere soltanto belle.

Fotografie e articolo di Luna Cilia IID

Messina, Castellaccio: tra bellezza e abbandono – Giulia D’Audino

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Trascuratezza, abbandono, fascino, mistero, avvolgono la storia dell’antico sito messinese Castellaccio (il nome deriva probabilmente dalla zona in cui sorge) che si erge a 145 m sul livello del mare affacciandosi sulla sottostante vallata di Gravitelli. L’antico forte adesso a pianta quadrangolare, fiancheggiato dal forte Gonzaga, può essere considerato uno dei tesori nascosti della città, nonché uno dei più antichi, ma sfortunatamente come spesso accade, la disattenzione e la noncuranza impediscono di far rivivere luoghi ormai consumati dal tempo.

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Costituito inizialmente da fascine e legname sotto il Vicerè Giovanni De Vega nel 1547, venne con gli anni ridotto in forma quadrata con quattro bastioni agli angoli dal noto architetto italiano Antonio Ferramolino già progettista di Forte Gonzaga e altri ben noti forti di Messina. Utilizzato inoltre come punto di avvistamento, avvisava con una cannonata i cittadini dai maggiori pericoli; accolse anche l’esercito messinese guidato da Giacomo Avarna durante la rivolta antispagnola. Tra i motivi che determinarono la decadenza di Castellaccio vi fu il devastante terremoto che colpì la città nel dicembre del 1908; infatti durante il secondo conflitto mondiale fu ulteriormente manomesso.14317472_1250677488297624_7067119119021171782_n.jpg La struttura nel corso dei secoli ha subito dei rimaneggiamenti prova ne sono i richiami gotici apportati alle finestre e lo stravolgimento generale della natura dei luoghi. Tanti furono anche i tentativi di Padre Nino Trovato, fondatore della Città del ragazzo, di far rifiorire il luogo per destinarlo ad un uso di pubblica utilità. In tempi recenti molti sono stati i tentativi di richiamare l’attenzione su questo luogo destinato al declino; infatti proprio durante l’anno 2012 la Soprintendenza ai beni culturali e ambientali tentò di scuotere l’opinione pubblica per la riqualificazione del luogo, purtroppo senza alcun esito. Come spesso accade però è calato il silenzio. Il tempo è volato via inesorabilmente e la struttura è caduta in uno stato di abbandono senza precedenti.
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A peggiorare il già pessimo stato del forte, sembra che negli ultimi anni alcuni atti vandalici abbiano avuto la meglio su Castellaccio, ricoprendolo di vernice e graffiti che offuscano e spengono tristemente l’antica bellezza del luogo. Purtroppo mancano la volontà politica e i fondi necessari per poter far rivivere una struttura fruibile da giovani, adulti, anziani e che costituirebbe così uno dei pochi polmoni verdi di Messina e punto di attrazione per la cittadinanza. Un luogo che potrebbe essere vissuto appieno dall’intera comunità organizzando eventi culturali, dibattiti, diventando dunque un punto di riferimento per tutti i messinesi. Chiunque si rechi oggi a Castellaccio vivrà certamente una sensazione di estraniamento, come se il tempo si fosse fermato e avesse seppellito negli anni la bellezza custodita in passato, divenuta ormai un eco lontano. Come cittadini dovremmo far sentire la nostra voce poiché se è vero che la politica ha grosse responsabilità, gli individui che formano la città sono i primi artefici del loro presente e del loro futuro. E’ arrivato il momento di risvegliare il forte dormiente dai secoli di oblio in cui è precipitato, di restituirlo finalmente alla sua città, ai suoi abitanti, alla sua storia.

 

Articolo e foto a cura di Giulia D’Audino

12 MAGGIO – L’arroganza del potere | Nicola Ialacqua

 arroganza s. f. [dal lat. arrogantia]L’essere arrogante; insolenza e asprezza di modi di chi, presumendo troppo di sé, vuol far sentire la sua superiorità

 

Messina, 12 Maggio 2016

Così ci hanno definiti, arroganti. Tutti gli studenti che frequentano il secondo anno di liceo e che oggi hanno boicottato gli invalsi sono per loro semplicemente arroganti. I promotori della protesta, anche se non di secondo, lo sono anch’essi. Arroganti perché non portano rispetto al dirigente, al professore, alla scuola e alla legge. Arroganti perché si sentono al di sopra di tutto, perché vanno contro l’autorità a spada tratta. E perché hanno la presunzione di avere ragione mentre, si sa, chi  detiene il potere è l’unico ad avercela. L’autorità ha sempre ragione su qualsiasi cosa, è indiscutibile, in ogni situazione. Se il dirigente invita a fare qualcosa di non obbligatorio, qualcosa che non ritenete giusta, fatela comunque: essendo la massima autorità a scuola dovete obbedire anche se non siete d’accordo, e dimenticare ogni principio democratico che credevate reale. Anche quando ci sono ingiustizie, anche quando non vogliono farvi parlare, voi dovete avere rispetto ed eseguire gli ordini. Questa è la campagna portata avanti in questi giorni: impedire agli alunni di boicottare gli invalsi.

Numerose sono state le minacce e gli attacchi verso chi sosteneva questo sciopero. Sono stati citati articoli della costituzione non ben identificati pur di scoraggiare gli studenti. Hanno dovuto ricorrere alla disinformazione pur di vincere questa battaglia. Hanno dovuto usare tutte le armi a loro disposizione per costringere gli alunni a fare questi insulsi test. Come reagire quando chi dovrebbe educare i ragazzi, chi dovrebbe insegnare valori quali giustizia, libertà di espressione e democrazia adotta metodi repressivi del genere? Nessuno si ferma a pensare che avemmo potuto fare la stessa cosa. Avremmo potuto trascinare i ragazzi fuori da scuola, minacciarli, alienare coloro che volevano entrare. Avremmo potuto emarginare chi aveva deciso di svolgere le prove.

Potevamo, ma non l’abbiamo fatto. A differenza del trattamento ricevuto, noi abbiamo democraticamente ascoltato i ragazzi, esposto le nostre posizioni, distribuito volantini per informarli. Scartata senza neanche pensarci l’idea della disinformazione, noi non ci siamo inventati nulla, abbiamo solo raccontato  e raccolto fatti.

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Flash mob contro gli invalsi nella “Galleria Vittorio Emanuele II” a Messina

Abbiamo organizzato un semplice raduno, e nonostante tutto la partecipazione al boicottaggio è stata molto alta. La giornata temporalesca di oggi non ci ha impedito di svolgere la nostra assemblea pubblica, di parlare con i nostri studenti, di ribadire ancora una volta i motivi di questa protesta, per dire No non solo agli invalsi ma anche e soprattutto a tutto quel sistema che sta proponendo la Buona Scuola,  fatto di privatizzazioni e di organi meritocratici come il Comitato di Valutazione. Abbiamo protestato contro un sistema che non si preoccupa tanto dell’istruzione del singolo alunno, del suo bagaglio culturale, quanto di ciò che è “utile” per poter avere un lavoro. Abbiamo protestato contro l’alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per poter affrontare l’esame di licenza liceale, che sfrutta gli studenti anche fuori dalle ore di lezione.

In un paese come il nostro non possiamo permetterci di andare avanti così, l’istruzione sta alla base di un paese civile e in tal modo non si fa altro che far affossare quest’ultima, non che creare degli automi che un giorno non riusciranno a pensare criticamente, men che meno a capire cos’è giusto e cos’è sbagliato o a comprendere quando un politico è corrotto o meno. Oggi abbiamo dimostrato che la Buona Scuola non va imposta dall’alto, ma deve partire da noi studenti, deve partire dai ragazzi. Noi studenti oggi abbiamo vinto non tramite la violenza, ma grazie alla giusta informazione e alla serietà; instaurando un vero dibattito con i ragazzi, abbiamo capito ogni singola posizione e l’abbiamo rispettata. Abbiamo fatto tutto quello che, chi dovrebbe svolgere un compito talmente importante per proteggere e curare giovani menti, ha invece evitato. Moltissimi sono stati i ragazzi in tutta Italia che hanno manifestato contro questi test a crocette lasciando i fogli in bianco, scrivendo “Siamo studenti, non numeri” sulla prima pagina degli invalsi, non entrando a scuola e partecipando alle manifestazioni. La nostra testimonianza messinese è paradigmatica: non esiste nessun tornaconto personale, noi l’abbiamo fatto per far sentire il nostro dissenso ai docenti, ai dirigenti, ai cittadini e al governo. E tutto senza il bisogno di applicare metodi pietosamente antidemocratici: bastava semplicemente far riflettere i nostri amici e compagni. A questo punto mi sorge spontaneo un dubbio: siamo noi gli arroganti in questa situazione?

-Nicola Ialacqua

TEST INVALSI: Perché boicottarli – Nicola Ialacqua

Cominciamo analizzando per bene la storia di questi test di valutazione.
L’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione (INVALSI) è un istituto di ricerca avente le seguenti funzioni:

  • verifiche sistematiche e periodiche sulle abilità e conoscenze degli studenti, e sulla qualità dell’offerta didattica e formativa delle istituzioni;
  • preparazione annuale dei testi della prova scritta nazionale volta a verificare i livelli di apprendimento conseguiti dagli studenti nell’esame di Stato al terzo anno della scuola secondaria di primo grado (comunemente nota come Test INVALSI)

In tutta Europa esiste questo tipo di test di valutazione con le stesse tipologie di item (ovvero di domande). Secondo il documento dell’EACEA ( Agenzia Esecutiva per l’istruzione, gli audiovisivi e la Cultura) “Le prove nazionali di valutazione degli alunni, ovvero la somministrazione nazionale di test standardizzati ed esami organizzati a livello centrale, sono uno degli strumenti utilizzati per misurare e monitorare sistematicamente il rendimento di singoli alunni, istituti scolastici e sistemi educativi nazionali”. In breve, questi test dovrebbero monitorare il livello d’istruzione in un determinato paese cercando di trovare delle soluzioni per dei possibili deficit.
Gli INVALSI sono stati somministrati agli studenti italiani solo dal 2007.
Dal 2007 sono le seconde e quinte elementari, le terze medie e le seconde liceali a doverli svolgere. Qui abbiamo la prima “falla nel sistema”: infatti dal 2009 gli INVALSI fanno media nella valutazione finale degli esami del primo ciclo di scuola secondaria. Ecco qui che dei test presentanti come valutazione del sistema d’istruzione nazionale diventano valutazione del singolo alunno.

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Logo dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione

Ma in cosa consistono questi test? 

Vengono analizzate due materie in particolare, ovvero italiano e matematica.
I test consistono in domande a risposta multipla, “vero o falso” e sporadiche domande a risposta aperta.
Le prove di italiano per gli alunni delle seconde classi del liceo consistono in una comprensione di tre testi con circa venti domande e circa cinque domande di grammatica, mentre per quelle di matematica troviamo trenta domande di aritmetica, algebra, geometria, relazioni e funzioni, dati e previsioni.
Spesso vi sono delle difficoltà nella risoluzione dei quesiti per quanto riguarda quest’ultima materia: molti alunni infatti non riescono a risolvere i problemi proposti poiché branche della matematica come la statistica vengono completamente oscurate dai professori.
Chi sostiene le prove INVALSI ritiene infatti che quest’ultime costringono, in un certo senso, i professori a spiegare agli alunni durante la lezione certe discipline quasi fondamentali al giorno d’oggi che possono aiutare per la preparazione all’Università.
Ma in cosa è sfociata in verità questa “costrizione” negli anni? Sarebbe stato positivo infatti se questi test avessero spinto i professori a cambiare radicalmente il proprio metodo di insegnamento, cercando di far comprendere la materia e far capire all’alunno come applicare ciò che gli viene insegnato per risolvere i problemi di tutti i giorni, ma purtroppo così non è stato: i professori infatti, pur di far andare bene questi test, hanno basato il loro programma sul nozionismo, inculcandogli formule atte a risolvere solamente quel tipo di test, decontestualizzando quindi la stessa materia. Ovviamente non tutti gli insegnanti lo fanno, ma il problema esiste ed è sotto gli occhi di tutti.
Per quanto riguarda le prove di italiano, il problema sorto è di diverso tipo.
Per quanto la comprensione del testo sia fondamentale all’individuo per poter comprendere nella vita di tutti i giorni articoli di giornale e qualsiasi tipo di documento, per quanto essa possa contribuire a risolvere quell’analfabetismo funzionale di cui molti oggi soffrono a causa appunto di un sistema d’istruzione di basso livello, essa non può in alcun modo sviluppare nell’alunno il senso critico.
I professori si sono infatti a tal punto omologati a questi test da proporre come compiti in classe prevalentemente comprensioni del testo, uccidendo così la creatività dell’alunno non dandogli la possibilità di spaziare, cosa che invece un saggio breve richiede.

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Le falle quindi non sono state risolte, ma sono aumentate, e non è finita qui.

Questi test, a parte per gli esami di terza media, non dovrebbero intaccare la valutazione dell’alunno, anche perché dovrebbero essere anonimi, ma purtroppo non è così.
Infatti per ogni alunno esiste un codice identificativo stampato sul foglio: questo codice, detto SIDI, viene fornito dal MIUR. I docenti delle materie di italiano e matematica sono spesso incaricati sia della correzione delle prove sia dell’inserimento dei dati nel sistema informatico. Ciò inficia l’anonimato del singolo test e potrebbe indurre il docente non solo a falsificare i risultati, ma (come è già avvenuto) anche da utilizzare il suddetto test come valutazione in più sull’alunno.
Ciò intacca direttamente la privacy dello studente poiché lo stesso codice si trova anche nel terzo foglio proposto all’alunno, una sorta di questionario all’interno del quale si pongono a quest’ultimo domande, ad esempio, sul reddito dei genitori, sul grado di istruzione degli stessi e così via.
Ciò è a dir poco inconcepibile per un test nazionale uguale per tutti che dovrebbe solo fornire dei dati prettamente statistici.
Ma passiamo alle altre criticità.
I test invalsi hanno, ovviamente, un limite di tempo massimo: 90 minuti a prova per quelli delle seconde liceali, 60 minuti per le terze medie, 75 minuti per le quinte elementari e soli 45 minuti per le seconde elementari.
Sorge nuovamente un problema che nel resto d’Europa ed in America ormai esiste da tempo: lo stress da test. Come sostengono giustamente i COBAS nel loro documento “Invalsi: perché no”, “nell’insegnamento della scrittura i bambini usano la matita, affinché l’errore non sia irrimediabile e non diventi un dramma emotivo; invece l’Invalsi obbliga all’uso della penna biro non cancellabile. Ma in qualunque segmento di scuola, lo stress emotivo è fortissimo: le prove sono pensate per risposte in velocità, si tratta di prove a tempo a malapena sufficiente a rispondere a tutti i quiz. Esattamente il contrario di ciò che un buon insegnante non smette mai di raccomandare: “Non bisogna avere fretta nelle risposte, bisogna riflettere bene e a lungo, ecc.”. Nelle scuole inglesi lo “stress da QUIZ” è ormai riconosciuto anche dagli psicopedagogisti.”.
Negli anni esso è diventato un problema serio per i bambini nei paesi sopracitati, e presto lo diventerà anche qui in Italia.
Perché noi in Italia, al posto di imparare dagli errori altrui, li imitiamo.
Cos’è successo infatti negli altri paesi in cui questi test sono ormai diventati parte integrante dell’istruzione?

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In America, il 26 aprile 1983 veniva pubblicata un’analisi sullo stato della scuola chiamata “A Nation at Risk”, la quale affermava che il sistema educativo statunitense aveva fallito in quanto la performance degli studenti era inaccettabilmente bassa. Fu così che negli anni 90 si cercò di porvi rimedio tramite un percorso atto a stabilire degli obiettivi generali. Ciò sfociò in quella riforma approvata nel 2002, la No Child Left Behind (NCLB). Questa riforma non fece altro che costringere ogni stato ad adottare nelle scuole pubbliche una sorta di “linea guida generale” ( la accountability) avente lo scopo di migliorare la qualità dell’istruzione pubblica. Ecco qui che vengono introdotti dei test più o meno uguali in ogni stato da sottoporre a tutti gli alunni appartenenti dalla III all’VIII classe ogni fine anno scolastico. I risultati dovranno poi essere comunicati ai genitori e alla comunità locale per dimostrare il progresso annuale. Tutte le scuole che per almeno due anni consecutivi hanno avuto dei risultati in media bassi dovranno essere aiutati tramite dei finanziamenti per la formazione degli insegnanti. Se anche ciò non bastasse, le suddette scuole dovranno essere completamente riorganizzate. Le critiche a questa NCLB sono state molte: innanzitutto, le scuole che non conseguono sufficientemente questi test rischiano in verità il taglio dei fondi, cosa che porterebbe inevitabilmente alla chiusura. Ciò non ha fatto altro che indurre le scuole a semplificare queste prove pur di sopravvivere. Ad oggi in America sono i più poveri, soprattutto i latinoamericani e gli afroamericani, ad essere i meno alfabetizzati del paese. Ed a seconda dei risultati dei test spesso viene precluso l’ingresso ad una buona scuola superiore, quindi ad una buona università e quindi ad un buon percorso di studi. Le scuole hanno cominciato così ad utilizzare espedienti sempre più subdoli come il cream-skimming, ovvero il cercare di attrarre gli alunni migliori nelle proprie scuole per far si che i test vadano bene, oppure l’assegnazione degli alunni più deboli a delle classi speciali che li esonerano dalla partecipazione a questi test. Inoltre spesso individui normodotati ma con scarsi risultati ai test vengono messi in classi di sostegno nelle quali di solito ci dovrebbero essere gli studenti disabili o con bisogni speciali. Ed ecco qui che aumentano a dismisura gli abbandoni scolastici. Inevitabile poi è stato l’utilizzo dei test da parte dei professori come unico strumento didattico a causa appunto di questo accountability che ha concentrato l’attenzione degli insegnanti solo sulle materie e solo sulle branche oggetto di rilevazione. Gli insegnanti sono purtroppo costretti a fare ciò in quanto il risultato di questi test svolti dai propri studenti intacca direttamente il loro salario. Di boicottaggi in America ce ne sono stati tanti in questi anni, il movimento anti-test è cresciuto a dismisura stato dopo stato, ma purtroppo ciò porta a delle sanzioni dure alle scuole.

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Manifestazione nel New Jersey contro i test PARCC (Partnership for Assessment of Readiness for College in Careers)

L’Italia vuole prendere esempio da un modello di educazione che in America ha solo creato disparità, ha solo creato disagi, un modello che ha solo peggiorato lo stato delle cose.

Ecco che succede una cosa simile in Olanda, dove i test ti accompagnano sin dall’infanzia. Una mamma italiana trasferitasi lì infatti racconta che “ogni anno tra aprile e maggio tutte le scuole elementari vengono sottoposte al test CITO che ha lo scopo di misurare gli obiettivi di apprendimento riferendoli a una media nazionale. A è il risultato massimo, B è buono C è sufficiente, D è insufficiente. il punteggio finale del CITO in ottava classe diventa anche uno spartiacque per il tipo di scuola superiore, visto che alcuni dei licei più ambiti pongono un punteggio minimo al CITO come prerequisito per l’ammissione. Al termine degli 8 anni di scuola elementare viene anche dato un consiglio più o meno vincolante per le scuole superiori”.
E’ questo che il governo vuole? Creare disparità fra gli alunni tramite dei test?
I risultati degli INVALSI in Italia sono uguali dal 2007: vi sono enormi disparità fra il Nord ed il Sud, in quanto quest’ultimo presenta i peggior risultati di tutta Italia mentre regioni come Veneto e Lombardia presentano dei risultati ottimi.
Sono passati nove anni dall’introduzione di questi test, e cosa si è fatto per migliorare tutto questo?
Assolutamente niente. I risultati sono sempre gli stessi, il cheating aumenta a dismisura e le disparità fra Nord e Sud non fanno che inasprirsi sempre più.
E ci sono ancora docenti, dirigenti e genitori che sostengono questi test invalsi, che spingono i propri ragazzi a farli, che denigrano tutti coloro che non li svolgono, che prendono dure sanzioni su chi li boicotta (sanzioni che intaccano inevitabilmente la valutazione del singolo studente).
Ecco qui che dei semplici test prettamente statistici diventano un obbligo, diventano un “dovere”, diventano una costrizione. Arrivano poi i giornalisti che cavalcano l’onda di questi sostenitori dei test uccidendo il movimento studentesco e deridendo gli studenti che manifestano con affermazioni a dir poco sconcertanti. A conferma di ciò, il quotidiano “Il Sussidiario” ha pubblicato l’anno scorso un resoconto degli invalsi sottolineando il fatto che “in prima fila nel sabotaggio vi sono le scuole con i peggiori risultati”, come Sicilia e Sardegna, e che “più che della battaglia di coscienze critiche, affinate dalle elevate competenze, contro i danni della globalizzazione standardizzante, forse più semplicemente si tratta della pulsione a celare la propria sostanziale ignoranza”.
Chi ha scritto il suddetto articolo sicuramente non si sarà mai chiesto se questi test invalsi siano veramente di aiuto per i ragazzi, probabilmente non entra in una scuola da decenni, probabilmente non parla con i giovani da tempo, probabilmente non capisce che questi invalsi non sono mai serviti a niente, che questi invalsi hanno solo fatto sprecare milioni di euro (l’anno scorso sono stati spesi quattordici milioni di euro) inutilmente. La Buona Scuola non fa altro che continuare a fornire fondi all’istituto INVALSI, non fa altro che pensare a “tecnologizzare” le scuole, non tenendo conto del fatto che ci sono scuole che cadono letteralmente a pezzi, scuole vecchie che ormai hanno i giorni contati.

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Manifestazione a Genova contro gli Invalsi

Il 12 maggio le scuole di tutta Italia dovranno svolgere i suddetti test, ed alla luce di tutti questi fatti, di tutti questi dati, invitiamo tutti gli studenti, i professori ed i dirigenti a boicottarli.

Poniamo fine a questo tipo di insegnamento meramente nozionistico basato non tanto sulla comprensione del quesito quanto sul “teaching to test”, sulla mera risoluzione dei test.
Poniamo fine a questo sistema preoccupantemente volto ad imitare modelli americani ed europei che hanno fallito, che hanno creato solo disparità, che hanno distrutto il sistema scolastico.
Poniamo fine a questa Buona Scuola che crea dei ragazzi-macchine tramite l’alternanza scuola-lavoro, che fornisce agli studenti solo gli strumenti per poter in futuro avere un lavoro piuttosto che incentivarli a studiare per avere un bagaglio culturale degno di nota, per sviluppare quel senso critico che oggi manca a buona parte della classe dirigente.
Il Governo crede che in tempo di crisi tutto sia giustificato, tutto sia permesso.
Ma come ben scrive il professore Nuccio Ordine nell’introduzione del suo libro “L’utilità dell’inutile”, “la logica del profitto mina alle basi quelle istituzioni (scuole, università, centri di ricerca, laboratori, musei, librerie) e quelle discipline (umanistiche e scientifiche) il cui valore dovrebbe coincidere con il sapere in sé, indipendentemente dalla capacità di produrre guadagni immediati o benefici pratici.”
E’ per questo, per avere un’istruzione decente, per ridare vita alle materie umanistiche e scientifiche ormai oscurate, per il valore del diritto allo studio che noi tutti, il 12 aprile, boicotteremo questi test invalsi.

-Nicola Ialacqua

“LA FOLLIA È UNA CONDIZIONE UMANA”: LA STORIA DI FRANCO BASAGLIA

«Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla

Lo affermava nel 1979 Franco Basaglia, il più noto psichiatra del secolo scorso, conscio del persistente e secolare affermarsi di quell’ideale secondo il quale è naturale considerare i malati psichici uomini privi di dignità, oggetti da debellare, esseri da evitare e da rinchiudere all’interno di edifici isolati al fine di occultare tali irrecuperabili casi incapaci di adattarsi alla normale vita sociale.

Concezione che inizia ad affermarsi già durante la Rivoluzione industriale quando, a seguito della medievale caccia alle streghe e degli internamenti in ospedali e prigioni, assistiamo alla nascita dei manicomi, luoghi situati in estrema periferia in cui i principi di umanità, rispetto e dignità venivano soppressi a favore della totale sfiducia dell’individuo. Nel 1904 tale pianificata atrocità venne regolamentata dalla prima legge italiana “sui manicomi e sugli alienati”: la legge Giolitti, che non solo ufficializzò la funzione pubblica della psichiatria, ma propagandò l’individuazione tra malattia mentale e pericolosità. Alla totale distruzione degli esseri umani in quanto tali contribuirono le terapie convulsivanti, incrementate nel periodo fascista, quali malarioterapia, insulinoterapia, elettroshock. Alla base di tali sistemi vi è certamente il ripudio del diverso, considerato non più nella propria dignità di essere umano, dotato degli imprescindibili diritti alla libertà e all’uguaglianza, ma concepito come un ammasso informe di errori e infermità da compensare e curare. Non comprendere il valore della diversità, assioma dell’uomo, significa privarlo delle qualità immanenti che lo rendono tale e intaccarne negativamente la qualità di vita. Per tale motivo nell’ambito civile e comunitario la società ha il compito di educare alla bellezza della diversità, anche in campo psichiatrico, e, sebbene i primi passi in  avanti siano già stati fatti negli anni 50’ con la sensibilizzazione dell’opinione pubblica all’assistenza psichiatrica, la vera e proprio lotta sarà intrapresa nel 1978 proprio da Franco Basaglia.

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Egli, ispirandosi alle idee dell’ungherese Thomas Szas e rifacendosi alla cosiddetta  “Antipsichiatria”(orientamento che si sviluppa in contrapposizione alla psichiatria tradizionale mettendone in discussione metodologie quali uso di psicofarmaci e ricovero dei malati in ospedali psichiatrici) fu artefice del travagliato percorso volto a riformare l’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale.

«Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita

(Franco Basaglia, Conferenze brasiliane 1979)

Lo scopo principale fu quello di trasformare i manicomi in comunità terapeutiche, centri in cui il malato avrebbe potuto instaurare rapporti umani rinnovati con il personale e la società, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti.

“Un malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e curata (…) Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone”.

Franco Basaglia.

Inoltre a detta del noto psichiatra  per fare ciò è  necessario riformare le “istituzioni della violenza”, ovvero forme di potere perpetrate nei riguardi del suddito da parte di famiglia, scuola, carcere, manicomio. Ne consegue che bisogna soggettivare il paziente tramite la psicoterapia individuale e di gruppo perché ‹‹ il problema non è la malattia in sé, ma quale sia il tipo di rapporto che viene ad instaurarsi con il malato, in quanto la malattia gioca un ruolo puramente accessorio››.

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Non tutti sono però d’accordo con quest’ultimo punto e accusano Basaglia di aver negato la malattia mentale, ma sostiene il professor Tommaso Losavio (direttore del centro studi “Franco Basaglia”):

 «La messa tra parentesi della malattia mentale è servita per riscoprire la persona malata. Il sintomo della malattia non è ciò che devo curare, ma ciò che devo capire. Il linguaggio incomprensibile di un delirio, di un’allucinazione o di una depressione non è soltanto un’espressione malata ma un’espressione di senso.  Mettere tra parentesi la malattia restituisce senso alla sofferenza di una persona, che appare incomprensibile perché io non la capisco e non perché appartenga ad un mondo alieno. Il che non significa negare la malattia. Altrimenti la semplificazione è che tu soffri e io ti do le pillole per eliminare la tua sofferenza, che è quello che avviene oggi in una psichiatria che tende a riproporre modelli biologici e organicistici, evidentemente con grande interesse dell’industria farmaceutica.»

Al di là delle critiche, dopo più di 30 anni dall’approvazione della Legge Basaglia lo stesso Losavio ritiene, però, di essere insoddisfatto in quanto essa è applicata nelle regioni da un punto di vista prettamente organizzativo, “Il problema non è cambiare o non cambiare la legge, il problema è fare politiche corrette di salute mentale non solo destinando fondi, ma anche progettando servizi e determinando competenze, il che chiama in causa gli amministratori, Regioni in primis.” Purtroppo esiste ancora il rischio di riproporre un modello di intervento che tende a curare la malattia senza prendersi cura della persona e del contesto in cui vive, non a caso Franco Basaglia non smantellò i manicomi semplicemente con la propria legge, ma lavorando dall’ interno e fu soddisfatto di questo piccolo grande passo dal momento che affermò:

«L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. Dieci, quindici, venti anni addietro era impensabile che il manicomio potesse essere distrutto. D’altronde, potrà accadere che i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi ancora di prima, io non lo so! Ma, in tutti i modi, abbiamo dimostrato che si può assistere il folle in altra maniera, e questa testimonianza è fondamentale. Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L’importante è un’altra cosa, è sapere ciò che si può fare. E’ quello che ho già detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. E’ il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare.»

Giusy Mantarro.