Rape Culture, dall’Antica Roma ai giorni nostri – Natale Miduri

Quando la violenza non ha epoca.

Ci vantiamo di vivere in un’epoca moderna, assoluta, sciolta dagli antichi legami della tradizione, che imponevano leggi assurde e pregiudizi. Ma, in contrasto con l’immaginario comune, l’età dell’oro, la nostra età dell’oro, dove i semi della tolleranza crescono spontaneamente (annaffiati dalla ragione), è solo una vana realtà.

Radici millenarie, che affondano nei secoli più lontani, si intersecano nella storia umana, dove la donna-oggetto e l’uomo-soggetto trovano la loro affermazione ideale. Recenti studi hanno riportato alla luce come la nostra società, tuttora immersa in futili stereotipi e influenzata da un maschilismo sempre più diffuso, essendo macchiata da una violenza di genere, sia non tanto differente dalla Roma dei nostri antichi.

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Sono diversi i nomi su antiche lapidi che testimoniano come la cosiddetta “Cultura dello stupro” (rape culture) e del femminicidio siano sempre state presenti.

Rape culture : « (…) un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse. »  – Emilie Buchwald.

  • Una lapide funeraria appartenente alla Roma Imperiale narra la storia di Prima Florienza. Di essa non si sa nulla, ma riecheggiano tuonanti le parole della famiglia, fatte incidere in un’iscrizione funeraria: “figlia carissima, che fu gettata nel Tevere dal marito Orfeo. Il cognato Dicembre pose. Ella visse sedici anni e mezzo”.>>  
  • Dall’oblio dei secoli è riemersa anche la triste storia di Giulia Maiana “Donna onestissima uccisa dalla mano di un marito crudelissimo”, così la definisce la lapide commissionata dal fratello Giulio Maggiore.
  • Lo stesso Tacito negli Annali, riporta la storia di Ponzia Postumina, ammazzata al termine di una notte di passione trascorsa fra “litigi, preghiere, rimproveri, scuse ed effusioni”.
  • Ancora Poppea, moglie di Nerone, morta durante la gravidanza a causa di un calcio in ventre sferratole dallo stesso imperatore o Annia Regilla, brutalmente picchiata, per ordine del marito, da uno schiavo, colpevole ai suoi occhi di chissà quale mancanza. Tuttavia, una legge per perseguire il corteggiamento troppo insistente si chiamava edictum de adtemptata pudicitia e a suo modo può essere considerato l’antenato dello stalking. Un reato meno grave se la vittima vestiva come un prostituita o in modo provante, elementi utili a discolpare l’imputato.

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Sono questi pochi dei tanti tragici episodi documentati che affliggevano quell’arcaica società e che bussano ancora prepotentemente alla nostra porta, alla porta di una realtà che anziché progredire, regredisce miseramente. Un’educazione millenaria errata che non cessa di rinnovarsi, e che vede nella figura femminile un elemento debole atto a sostenere gli impulsi animaleschi di una mentalità sbagliata e fradicia. E la strada da percorrere per spezzare questa catena di violenza e di terrore, a fronte dei fatti di attualità, sembra sempre troppa.

 

Natale Miduri

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Tirando le somme… Occupazione 2016 – Luna Cilia

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il Direttivo

Non è mai troppo tardi per fermarsi a riflettere sugli avvenimenti, specialmente quando ne si è i diretti artefici.

È così, con il documento (di cui ho deciso di citare i punti salienti poco sotto) scritto e ideato da alcuni rappresentanti degli studenti del nostro liceo, che ha avuto inizio l’occupazione del Liceo Classico G. La Farina: era una mattinata gelida dall’aria pungente e carica di promesse, di una promessa più di tutte le altre. Una promessa forse inaspettata, diversa dal semplice sentore di occupazione, banalizzato dalla diffusa falsa idea di baldoria: la promessa di rispettare, nel modo più democratico possibile, la volontà di tutte le componenti dell’istituto. Proprio per tale motivo, dopo settimane di riunioni, di litigi, di organizzazioni matte e disperatissime, il “Direttivo”, ossia il gruppo di studenti dedicatosi a curare gli aspetti e le modalità nelle quali svolgere il tutto, ha varcato le porte della scuola il 14 dicembre 2016, contraddistinto dalla fascetta verde al braccio, e ha condotto la popolazione scolastica in cortile per un’assemblea auto-convocata.

Noi studenti, spesso e volentieri, veniamo trattati come dei bambini capricciosi, dei ragazzini che non sanno ascoltare, che protestano per perdere ore di scuola, che meritavano di essere educati con qualche schiaffo in più. Noi studenti, spesso e volentieri, per questi motivi non veniamo ascoltati, la nostra opinione viene messa da parte perché ritenuta poco rilevante, le nostre proposte non vengono considerate perché ritenute poco mature.
Le nostre manifestazioni, le nostre assemblee, i nostri boicottaggi frequentemente descritti come “momenti di svago”.
Ma chi scende in piazza ogni qualvolta il governo propone una riforma della scuola ingiusta? Chi ha rifiutato gli invalsi? Chi ha proposto una legge di iniziativa popolare per modificare la legge 107? Chi ha evitato a questo paese una riforma costituzionale ingiusta e raffazzonata?
(…) Renzi spesso ha dichiarato che, negli istituti che ha visitato, ha trovato degli studenti felici dell’alternanza scuola-lavoro, e professori felici del bonus riservato ai migliori docenti della scuola, che ha trovato delle scuole all’avanguardia, delle scuole migliori.
Ma la verità è che CHIUNQUE frequenti una qualsiasi scuola d’Italia sa che la realtà è ben diversa da come la descrive il premier.
Gli studenti sono costretti a lavorare gratuitamente per le aziende locali e non, perdendo le consuete lezioni mattutine per recarsi “a lavoro” (e poi siamo noi che non vogliamo andare a scuola) o ancor peggio, l’unico momento di svago reale quale le vacanze estive; sono costretti a lavorare anche e soprattutto in orario extra-scolastico ostacolando le necessità e le tempistiche individuali previste per svolgere i compiti per casa e/o di frequentare qualsivoglia attività pomeridiana.
Ancora oggi gli studenti delle seconde classi ogni anno devono svolgere quei test invalsi che non aiutano nello sviluppo della propria coscienza critica (…)
Il Comitato di Valutazione, avente lo scopo di dare un criterio alla distribuzione del fantomatico bonus per i docenti più meritevoli, spesso utilizza delle griglie di valutazione inappropriate (…) Il bonus ha portato nelle scuole italiane una lotta fra professori, un conflitto di interessi improduttivo e deprimente. Per noi, i professori sono quasi tutti bravi e quindi meritevoli. Sono rari i casi di docenti che svolgono male il loro lavoro e mettono così in cattiva luce l’intera categoria, composta dalla stragrande maggioranza di insegnanti molto preparati, sinceramente appassionati e totalmente dediti al loro compito. I cattivi esempi andrebbero perseguiti seriamente per evitare di danneggiare il processo di formazione degli allievi, mentre il bonus nella sua iniquità serve soltanto a nascondere la triste realtà della quasi totalità degli insegnanti, molto meritevoli ma molto malpagati e molto poco considerati.
Ai problemi portati dalla 107 dobbiamo aggiungere poi quelli irrisolti che si protraggono da secoli, uno fra tutti il problema della sicurezza nelle scuole.
(…) Per quale motivo gli studenti devono avere paura di entrare a scuola, sapendo del rischio che corrono ogni giorno e della noncuranza generale? Perché i soldi spesi per questa, e tante altre problematiche sono fin troppo pochi per risolvere definitivamente questa criticità?
E’ per questo che oggi torniamo con questa forma di protesta, è per questo che oggi torniamo qui a riprenderci ciò che ci spetta di diritto.
Il movimento studentesco messinese, ed il liceo La Farina soprattutto, non potrà mai dimenticare ciò che è accaduto l’anno scorso.
Noi tutti non potremo mai dimenticare come siamo stati trattati dai media locali, come siamo stati trattati dai genitori, come siamo stati trattati dal dirigente.
Non dimenticheremo mai le urla che ci sono state rivolte contro, non dimenticheremo mai tutti quegli insulti, tutte quelle sentenze vomitate da chi dovrebbe dare il buon esempio.
Noi però non ci siamo fermati di fronte a quella repressione (…) abbiamo organizzato sit-in, manifestazioni, convegni, boicottaggi.
Riguardando quelle cicatrici non scendono più lacrime dai nostri volti. Riguardando quelle cicatrici oggi ci fanno solo ribollire di rabbia, ci aiutano a non mollare mai, a non arrenderci mai.
(…) Per questo motivo noi torniamo più furiosi di prima, più maturi e più combattivi.
Abbiamo votato no per riprenderci il paese, adesso cominciamo dalle nostre scuole.
D’ora in poi non vogliamo più che le decisioni vengano prese dall’alto, non vogliamo più che a fare le riforme siano i poteri forti come Confindustria: da ora in poi decidiamo noi.

 

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fotografia di Simone Tindiglia

“Chiunque sia interessato a partecipare resti in cortile, chi invece ha deciso di proseguire con la regolare attività didattica vada in classe” ha annunciato il suono metallico del megafono, sul palco di argento e ruggine che da sempre hanno rappresentato le scale affacciate sul cortile. Dopo aver esposto in modo chiaro le motivazioni della campagna di protesta, approvata dagli studenti stessi dopo la votazione (sempre avvenuta durante un’assemblea, pochi giorni prima), con più di 250 voti favorevoli sui 300 votanti presenti, è stato dichiarato lo stato di occupazione. Un’occupazione, come annunciato precedentemente, diversa da ogni altra che l’ha preceduta: per la prima volta, con la piena libertà di consentire ai docenti di svolgere l’attività didattica in modo comodo e pratico, destinando il piano superiore della scuola interamente ad essa. Un’occupazione sicuramente formata da giorni difficili, specialmente dopo l’amarezza dell’anno precedente, ma ricca di buoni propositi e della volontà fortissima di fare tutto nel modo migliore possibile.

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(fotografie scattate durante alcuni corsi, che comprendono: Scrittura Creativa – Elena Grussu, Benedetta Catanoso, Luna Cilia; Russo – Cecilia Moraci; GSM – Ugo Muraca)

Nonostante ciò, non poche sono state le critiche rivolte agli organizzatori, a partire da alcuni docenti, che hanno definito il tutto con frasi reiterate e ben note quali “il solito spreco di tempo”  “una pagliacciata”. Ma noi, studenti, siamo andati avanti giorno dopo giorno, con la consapevolezza di portare avanti una delle occupazioni più corrette, e miglior organizzate, di sempre. Qui si parla di dati di fatto: ogni giorno è stata offerta agli occupanti una vasta gamma di corsi, dibattiti, momenti formativi vissuti in comunione, garantendo a tutti (anche a chi non vi ha partecipato) la libertà di scelta. Perché occupare una scuola significa usufruire del corso di autodifesa, di scrittura creativa, di disegno, di lingua e cultura Russa, significa partecipare al dibattito sulla crisi o al Gruppo di Studio Marxista, tanto quanto abitarla, persino dormire sui banchi freddi che alle tre di notte lo sono ancor di più, per dimostrare che non è vero che un liceale non ha idea di cosa significhi stare al mondo, conoscere i propri coetanei, autogestire interamente un luogo, affrontare da solo problemi piccoli o grandi che siano.

15492517_1372666669451184_502999698709104605_n.jpgPerchè occupare una scuola significa crescita, significa, come lo è stato per noi, esser capaci di rendere la scuola più pulita di quanto lo sia stata mai prima, in vista di un Open Day perfettamente organizzato in sinergia tra alunni e insegnanti, svolto sotto occupazione.

Nonostante gli intoppi, la frustrazione di quando le cose non vanno come devono andare, il risentimento nel constatare sfortunatamente che, giorno dopo giorno, gli studenti occupanti diminuiscono, nonostante la tristezza nell’accorgersi che occupare è in primo luogo una protesta per ben pochi, possiamo dire senza alcun timore che abbiamo fatto – direttivo, rappresentanti, e studenti meritevoli- il massimo per rendere questo ritaglio di democrazia reale e possibile. E per farlo, abbiamo usufruito al massimo dei mezzi possibili per comunicare e discutere: ogni giornata è stata aperta convocando una o più assemblee di istituto nelle quali è stato fatto il punto della situazione, sono state riassunte le attività della giornata e/o si sono discusse le problematiche interne, e condivise tra gli studenti tutte le proposte possibili. Tastando con mano, con un diretto contatto, faccia a faccia.

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Una breve menzione la merita anche lo striscione, spesso frainteso, che è stato appeso in cortile. Striscione che recita “La scuola è degli studenti, non dei dirigenti”. Ci è stato imputato di aver utilizzato un motto demagogico, che ignorava l’importanza delle altre componenti scolastiche cioè i docenti e il personale ATA, ma il motivo di tutto ciò è molto semplice. La scuola è, a tutti gli effetti, di chi la popola: studenti, personale ATA e docenti sono il cuore vivo e pulsante di un istituto, reciprocamente legati, reciprocamente necessari perché la scuola si chiami scuola. Tuttavia, gli unici partecipanti all’occupazione sono studenti: né i professori, né il personale ATA ha preso parte attivamente al percorso intrapreso, per motivi personali e comprensibili, ma, a tutti gli effetti, sono gli studenti gli unici occupanti dei locali scolastici. Per questo motivo, lo striscione adoperato durante l’occupazione non intende escludere soggetti fondamentali nell’ecosistema scolastico, perché va inquadrato nel momento di protesta studentesca che è l’occupazione, e non va decontestualizzato, altrimenti perde il suo senso.

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Tipica serata trascorsa a scuola: stanchezza indicibile e pizze per tutti

Tirare le somme non è mai semplice: l’insieme dei pro e dei contro non si potrà mai calcolare con freddezza matematica. Quando il bilancio di riuscita è umano e soggettivo, è letteralmente impossibile farlo. La speranza è che gli sforzi e i sacrifici dei rappresentanti insieme con il direttivo (che sono e saranno sempre davvero molti) abbiano acceso coscienze. Tali coscienze, che sfortunatamente sono  e saranno sempre parecchio minori numericamente rispetto all’immondo grigiore della massa, hanno però il potere di cambiare, fare la differenza tramandando uno spirito libero e irrequieto, incapace di piegarsi. E noi, con questo gesto del tutto irrilevante agli occhi di molti, eppure talmente grande ai nostri, speriamo di averla fatta, quella differenza.

 

Luna Cilia

 

 

 

Saffo, profeta di un amore attuale – Giovanna Letizia

Saffo, poetessa greca del V secolo a.C., la si può considerare come una chiave per accedere al mondo raffinato ma romantico di tradizioni e passioni che tanto caratterizzano la Grecia antica e la sua poesia. Si tratta di un mondo singolare, ma non troppo, in cui ciò che ora fatichiamo a non considerare come “tabù” allora era quotidianità (nel bene e nel male). Ebbene, Saffo nasce nell’isola di Lesbo, presso la cittadina di Mitilene, in una famiglia aristocratica. In realtà questi particolari non contano troppo; vita e produzione poetica della celebre poetessa greca erano incentrate sul tiaso.

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Il tiaso era una comunità femminile (allora gestita dalla stessa Saffo) basata sul culto di Afrodite, dea della bellezza, dell’amore e della fertilità (protagonista, insieme con l’amore, di diversi versi-preghiere della poetessa). Questo educando era frequentato dalle fanciulle prossime al matrimonio; che venivano educate all’arte di essere perfette future mogli, con arte, alla musica, alla poesia e, ovviamente, all‘amore carnale e ideale. Dal ruolo di istruttrice a 360° della poetessa è semplice comprendere la grande ispirazione e il trasporto emotivo della poesia di Saffo. Proprio perchè dedicato ad Afrodite, il tiaso aveva come peculiarità l’abbandono totale all’eros: era assolutamente consueto che le giovani allieve avessero rapporti omoerotici tra di loro, o con le loro insegnanti. Ciò non veniva visto con sdegno, bensì  lo si riteneva propedeutico e che, piuttosto, favorisse un perfetto e felice matrimonio eterosessuale. Tornando alla nostra Saffo, anch’essa partecipante a questi “riti preparatori”, non teme di dimostrare ampio interesse per alcune sue allieve, ossia Anattoria, Attis ecc.. alle quali dedica numerose poesie. In particolare, ricordiamo il frammento 31, in cui ella esterna tutto il suo amore, tramutatosi in una gelosia quasi folle nei confronti del futuro marito della sua allieva. Tale carme (che potete leggere qui),

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che è caratterizzato da un’intensissima emotività sofferta e che tutt’oggi rappresenta un rudimentale elenco dei “sintomi dell’amore“, ha ispirato molti poeti greci e latini, in particolare Catullo, grande suo seguace, che all’epoca era considerato il più “scandaloso” della civiltà romana, date le tematiche trattate e la modalità con cui erano descritte, talvolta. Purtroppo sulla vita di Saffo abbiamo molte notizie incerte. Gli stessi carmi sono stati ritrovati in maniera disordinata, spezzati in molti versi o, altrimenti, incompleti. Le rime esprimono, spesso e volentieri, una malinconia romantica, talvolta angoscia.

Perchè la concezione dell’amore stesso, che al giorno d’oggi consideriamo così spontaneamente importante, proviene essenzialmente da Saffo che per la prima volta ammette : “Quale la cosa più bella
sopra la terra bruna? Uno dice una torma
di cavalieri, uno di fanti, uno di navi.
Io, ciò che s’ama.”

Questo sentimento non era mai stato descritto in quel modo. Nessuno, fino ad allora, aveva mai avuto il coraggio di ammettere la trasformazione che impone l’eros, trasformazione che ti fa sentire affogato “in questo limbo d’astrazione, con un piede nel fango e le dita nel sole” (Astrazione, saffo). E’ una realtà viscida come il fango che ci appesantisce le gambe. E’ una realtà che ci impone il suo concetto di giusto e sbagliato a seconda del pensiero maggiormente condiviso. Ma si tratta soltanto della realtà, d’altronde. E’ soltanto superficialità, un mondo in cui tutto è limitato dalla concretezza e dal pregiudizio. La nostra Saffo, narra una leggenda, sembra essersi gettata dalla rupe del Leucade, in conseguenza a un amore non corrisposto. Tale leggenda sarà forse un forte simbolo delle concrete conseguenze (descritte dalla poetessa) che può avere un sentimento così coinvolgente sulle nostre vite?

 

Giovanna Letizia, VB

Una Ribellione Eterna (che coinvolge tutti) – Benedetta Catanoso

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“Questo è il messaggio che vi lascio, compagni: Ribellione! Io non so quando la Ribellione verrà. Potrebbe essere fra una settimana come fra cent’anni. Ma, così come sono sicuro di vedere questa paglia sotto i miei piedi, so per certo che presto o tardi giustizia sarà fatta. Tenete lo sguardo fisso su quest’obiettivo per tutto il breve tempo che vi resta da vivere, compagni!”    (la Fattoria degli Animali – Orwell)                                           

Quello della ribellione è un concetto altamente complesso, ma contemporaneamente è la base di un progresso vitale impresso nel nostro DNA. Si tratta di un atteggiamento, di un comportamento, di un pensiero da sempre vivo dentro di noi come stimolo alla vita in una sorta di testimonianza alla nostra presenza all’interno di un mondo che cammina. Nel nostro cammino di vita ci troviamo difronte a un processo di ribellione più volte di quanto possiamo immaginare poiché è un processo innato, vivo e incontrollabile che scorre in noi da sempre. Pertanto anche se poi viene represso, viviamo di questo sentimento di rivolta che è spesso causa di molte nostre azioni; nasciamo ribellandoci e moriremo ribellandoci, perché sempre e fortemente legati, anche se inconsciamente, alla vita.  Ma il vero e proprio processo entra in atto quando la nostra realtà e la nostra normalità vengono intralciate da idee contrapposte inculcate in un cervello che le respinge; quando quella routine per noi vitale è interrotta da una dittatura sempre più potente che opprime la forma più grande di libertà: l’arte. L’arte, racchiudendo i piaceri e le passioni personali di ciascun individuo, così come i dolori, crea l’ambiente ideribellione-e-rivoluzione-712x600.jpgale per un uomo che vive nel benessere o malessere e, donando una penna a uno scrittore, un pennello a un pittore e uno strumento musicale a un musicista, ci offrirà certamente un mezzo per la realizzazione del nostro stare bene con noi stessi tramite la liberazione del proprio spettro emotivo. Quando, pertanto, veniamo privati di questa possibilità ci viene a mancare l’elemento principale che sostiene ogni nostro giorno. Ed è proprio adesso che scatta dentro di noi la ribellione contro un qualcosa di più grande e di più potente, contro qualcosa che molesta la nostra quotidianità. Nelle più grandi repressioni di cui la storia è testimone è presente un elemento comune che riguarda l’abolizione delle caratteristiche individuali  di ogni persona e la creazione di cloni tutti uguali che ubbidiscono a gli ordini senza provocare tumulti o rivolte. Ogni repressione ha sempre come unico scopo l’amministrazione di persone facilmente governabili, ma certamente privi di individualità. Si viene dunque a creare un prototipo di essere umano che non sarà mai congruente con l’effettiva realtà dei fatti perchè siamo portati a ribellarci difronte a quelle che ci sembrano ingiustizie.                                                                                                 

E se comunque adesso prendiamo coscienza delle terribili repressioni passate e delle grandi ribellioni avvenute, che talvolta hanno davvero aperto la strada verso la libertà di numerosi popoli, non dobbiamo mai minimamente pensare che la ribellione sia finita, che con il passare del tempo, col progresso della società e con lo sviluppo della tecnologia non ci siano più ragioni per le quali combattere e per far valere la propria opinione; che non si pensi, pertanto, neanche per un attimo, che siamo arrivati al raggiungimento del cardine perfetto di una società, perché (benvenuti nel mondo in cui “chi si accontenta gode” è una grandissima bugia) ancora c’è veramente tanto da lavorare. Non bisogna mai pensare che tutte le lotte della storia per l’uguaglianza dei diritti abbiano avuto già tutti i possibili risultati… ricordiamoci, ad esempio, che ancora nel nostro Paese chi ama non può sposarsi o adottare un bambino che ha bisogno di una casa e di amore, né tantomeno sognarsi di apparire famiglia agli occhi1782.gif degli altri. Bisogna avere ben presente che nel momento in cui si pensa che non ci sono più ragioni per lottare, la situazione si capovolge e si diventa schiavi di noi stessi e di cliché sociali storici, finendo per accontentarsi e abbruttirsi.

Per quale motivo, se la possibilità di miglioramento è sinonimo di una ricerca pressoché eterna, fermarsi?                     

 Il pensiero dell’ideale di ribellione costruttiva, pertanto, che ci caratterizza sin dalla più tenera età, deve crescere con noi e deve renderci esseri attivi e ribelli a qualsiasi forma di repressione perché la lotta per ragioni giuste non è mai un errore.

Benedetta Catanoso VB

“Nowhere boy”: il John Lennon che non viene mai ricordato – Diana Strano

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I put a spell on you recitava il primissimo disco rock’n’roll barattato con dell’ “insulso” jazz al porto di Londra da un giovane, innocente, ignaro John Lennon. John è un ragazzo che non ricorda i suoi genitori, da cui è stato abbandonato a soli cinque anni, cresciuto dalla zia Mimi e dallo zio George in una semplice villetta di un sobborgo residenziale londinese chiamato Woolton, all’età di sedici anni è turbato dai tipici sconvolgimenti comportati dalla consapevolezza di essere prossimo all’età adulta: John semb12714501_511547975692299_214781913_n.jpgra non volere crescere, il suo animo sta covando qualcosa, ma non riesce bene a decifrare cosa. A quei tempi moriva suo zio George, aprendo come una porta una ferita nel suo cuore, che avrebbe permesso l’ingresso di qualcosa di nuovo, qualcuno che l’avrebbe portato, che ne fosse consapevole o no, a essere ciò che sarebbe diventato: al funerale dello zio George, John incontra per la prima volta dopo undici anni la madre Julia, che lo accoglie con innocente infantilità in casa sua, casa ormai abitata da un nuovo compagno, da figlie piccole. È di questo che parla Nowhere boy, pellicola del 2009 diretta da Sam-Taylor Wood, dell’incontro del giovane Lennon (Aaron Johnson) con la madre e degli avvenimenti immediatamente successivi, con annesse cause e effetti del processo che ha portato un perfetto british boy educato da una zia severa (Kristin Scott Thomas) al rispetto delle regole a diventare icona rock delle future generazioni. Julia (Anne-Marie Duff) è un’amante della musica, sostenitrice dell’esattezza dell’equazione “rock’n’roll=sesso”, e intende trasmettere questo amore al figlio da poco ritrovato, che trascina al cinema ad assistere a una pellicola rappresentante un concerto di Elvis: è questo il fattore scatenante che convince John che ciò che gli manca è la musica, una chitarra, un’acconciatura degna di un vero cantante rock e un gruppo musicale. A poco a poco la sua lista comincia a essere spuntata, e quando pochi mesi dopo, a seguito di una sospensione passata a casa della madre che gli insegnerà a suonare il banjoo, riunisce i suoi migliori amici nel bagno della scuola gli comunica la sua idea: creare un gruppo musicale, da zero, non importa che nessuno di loro abbia mai preso in mano uno strumento, il rock’n’roll scorre dentro, nelle vene, e non si può ignorare.12665796_511548022358961_1279304721_n.jpg Così il primo nucleo di quelli che sarebbero diventati i Beatles si esibisce con il nome di Quarrymen, e un John fin troppo sicuro di sé incontra (e si scontra) per la prima volta con il quindicenne Paul McCartney (Thomas Sangster), che verrà ammesso non senza una prima esitazione nel gruppo, dimostrandosi abile chitarrista e fedele amico, che avrebbe affiancato John anche in periodi bui e difficili. La storia narrata nel film Nowhere boy non è tanto quella di un gruppo musicale in ascesa, né il ritratto perfettamente biografico dell’adolescenza di uno dei geni musicali del secolo scorso, ma fornisce una visione diversa di quella che ci viene solitamente fornita: John è un giovane che agisce ostentando il suo desiderio di distinguersi e di ribellarsi, testardo, ma allo stesso tempo combattuto, desideroso di affetto e di risposte. Saranno le due donne della sua gioventù (la madre Julia e la zia Mimi) a metterlo più volte di fronte a un bivio che lui non vorrà mai percorrere, decidendo di non voler rinunciare né alla donna che lo ha dato alla luce e dalla cui imprevidibilità si sente inevitabilmente attratto né alla costante e solida zia, faro onnipresente anche nelle tempeste, madre affettiva a cui avrebbe telefonato ogni settimana per il resto della sua vita. Al bivio affettivo, John sceglie una terza via che si aprirà lui stesso, quella della musica, le cui sfide, ai suoi occhi di adolescente talentuoso e speranzoso, sono incoraggianti e tutte da scoprire.

 

Diana Strano, IC

QUANTE VOLTE UN UOMO PUO’ VOLTARE LA TESTA FINGENDO DI NON VEDERE? – Giulia Campagna

blowin_in_the_wingBlowin’ in the wind è un brano scritto nel 1962 da Bob Dylan. In quegli anni l’America era impegnata nella guerra in Vietnam e nasceva il movimento hippie che dall’America avrebbe raggiunto il resto del mondo del mondo. Alcune mie recenti esperienze mi hanno fatto ripensare al testo di questa canzone dal contenuto pacifista e ai suoi tratti di denuncia nei riguardi dei comportamenti degli uomini, che sordi non sentono i lamenti dei propri contemporanei. Dylan evidenzia l’inerzia con cui l’uomo persevera nei suoi errori e continua a cercare di risolvere i problemi con la violenza e con la guerra. Pur essendo passati più di 50 anni dalla stesura di questo testo, esso resta attuale come, del resto, la maggior parte dei testi di Bob Dylan, e sembra pronto per rappresentare l’inno della nostra generazione come in passato è stato portatore degli ideali dei ragazzi degli anni 60′ del novecento disillusi dalla politica. Come i ragazzi di 50 o 60 anni fa si chiedevano quante palle di cannone dovessero volare prima che venissero bandite per sempre, noi ragazzi di oggi ci chiediamo quante bombe dovranno essere sganciate su civili innocenti prima che smettano di essere prodotte.

  THE ANSWER MY FRIEND IS BLOWIN’ IN THE WIND, Bob_Dylan-Blowin_in_the_Wind-Easy_Solo_GuitarTHE ANSWER IS BLOWIN’ IN THE WIND

Negli ultimi giorni ho avuto l’onore di parlare con un extracomunitario, veniva dalla Nigeria, era stato in Inghilterra e ora era qui a Messina. Era contento perchè dopo mesi che cercava di parlare con qualcuno ero la prima ad offrirgli una chiacchierata; mi ha fatto domande su come funziona la vita qui, su cosa fanno i ragazzi della mia età, mi ha parlato dell’Inghilterra e quando gli ho detto che partirò per Londra con mio padre quest’estate gli brillavano gli occhi, mi ha raccontato le sue esperienze a Londra e ha scherzato con me. È simpatico e intelligente, è piacevole la sua compagnia, tra le chiacchiere pronuncia una frase che mi fa venire la pelle d’oca: “ho fame, ti prego aiutami, dì ai tuoi amici di aiutarmi dammi un pezzo di pane” io gli rispondo che non ho il portafoglio con me e lui timidamente mi dice che mi crede, gli chiedo di aspettare, che gli avrei portato qualcosa da dentro il ristorante e lui mi dice che se la caverà da solo e che qualcosa riuscirà a comprarla. Mi batte il 5 e se ne va così il mio amico di colore, non lo rivedrò più molto probabilmente e tutto ciò che rimpiango è il non aver potuto fare nulla di più che scambiare due parole; realizzo che sono migliaia come lui in cerca di una patria, in cerca di qualcuno con cui parlare. Davanti a questa realtà non posso che sentirmi impotente. Lacrime acide mi scorrono sul volto, e la mia tristezza si trasforma in rabbia verso chi avrebbe potuto aiutarlo, anche solo con un sorriso anche solo con una chiacchierata e mi chiedo, proprio come Dylan fa nella terza ed ultima strofa: “quante volte un uomo può voltare la testa fingendo di non vedere?”

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THE ANSWER IS BLOWIN’ IN THE WIND

-Giulia Campagna 

Accurato, onirico, tragico : Delitto e Castigo – Alessia Mesiti

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“Eccoli gli uomini: vanno avanti e indietro per la strada: ognuno è un mascalzone e un delinquente per natura, un idiota. Ma se sapessero che io sono un omicida e ora cercassi di evitare la prigione, si infiammerebbero tutti di nobile sdegno.”

Buon venerdì a tutti, cari seguaci del Disinformatore! Anche se il nostro(sofferente) cammino scolastico volge al termine,la rubrica “cultura generale” rimane sempre focalizzata su importanti argomenti da trattare. Quest’oggi spenderà due parole per uno dei più celebri romanzi scritti da Fëdor Michailovič Dostoevskij, Delitto e Castigo: la trama viene incentrata sul castigo psicologico di cui è vittima Raskol’Nikov, carismatico protagonista dell’opera, in seguito ad un orribile duplice o forse triplice omicidio da lui commesso, di un’usuraia e la rispettiva sorella, probabilmente incinta. Raskol’Nikov è un’ex studente, costretto in passato ad aver abbandonato gli studi per via di problemi economici, ma prima di ciò è un ragazzo dotato di uno spiccato intelletto, razionalità e talento, caratterizzato da una coscienza offuscata da molteplici interrogativi sull’uomo e la sua natura, che lo porteranno ad isolarsi dalla famiglia e gli amici. Le sue condizioni di vita sono misere, vive in un appartamento buio, sporco e piccolo, definito grande quanto una bara che influisce sempre più sul suo stato d’animo, portandolo quasi ad avere pena per sé stesso. Scrive anche articoli per un giornale, che lo porteranno a maturare l’idea sul delitto giusto, se compiuto per ottenere grandi obiettivi: propone vari esempi che sembrano avvalorare la sua tesi, mettendo sempre al centro d’essi grandi protagonisti del passato la cui grandezza è motivo d’immensa adorazione per Raskol’Nikov. Divide gli uomini in due grandi categorie, tanto diverse quanto fondamentali per un corretto andamento del mondo: gli uomini normali, senza alcun particolare destino, definiti materiale esclusivamente per la procreazione, che vivono una vita semplice e regolare; dall’altra parte i geni indiscussi che scrivono con il proprio sangue la storia mondiale, che portano avanti le scoperte dell’uomo mettendo la propria esistenza al servizio dell’umanità, a cui è appunto consentito l’omicidio di gente comune per il raggiungimento di un grande obiettivo. Lui stesso all’inizio sembra volersi associare agli uomini geniali della storia, come il suo stimano Napoleone, e attuerà il delitto dell’usuraia da lui chiamata pidocchio della società, con l’intento di raggiungere un traguardo più elevato.

Secondo me,se le scoperte di Keplero e Newton,a seguirò di certe macchinazioni,non avessero potuto in alcun modo divenire note alla gente se non con il sacrificio della vita di uno,cento e più uomini che ne avessero impedito la diffusione o che si fossero frapposti lungo il loro cammino in qualità di ostacoli,allora Newton avrebbe avuto il diritto,e sarebbe stato obbligato a togliere di mezzo questi dieci o cento uomini per rendere note le sue scoperte all’intera umanità“.

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Anche se agli albori del delitto compiuto l’uomo sembra riuscire a mantenere lucidità in quanto sostenuto dai propri fermi ideali di giustizia, il suo quadro psicologico andrà lentamente degradandosi sotto l’immenso peso della coscienza che ovunque tenta di richiamargli alla mente le proprie colpe da espiare. Osserva tutti come una possibile minaccia alla sua libertà, sente costantemente addosso lo sguardo di ciascun passante come accusatore sprofondando sempre di più nella paranoia,che lo porterà a rinchiudersi nel logoramento della propria anima. Tra le allucinazioni e la mente sempre più incapace di riflettere, ricercherà la salvezza attraverso l’amore nei confronti di una creatura pura, Sonja, a cui rivelerà il duplice omicidio commesso.  Raskol’Nikov cadrà in preda di numerosi deliri vagabondando per le vie di Pietroburgo, in notti fredde e buie contornate da atmosfere oniriche il cui scopo è rispecchiare gli animi tormentati e differenti dei suoi abitanti:  vicoli cupi pieni di taverne e bettole per uomini e donne di facili costumi, ubriaconi vaneggianti ricchezze perdute e sogni infranti in un bicchiere di vino. Le contrastanti personalità che caratterizzano le pagine del romanzo variano appunto da un’estremità all’altra: disperazione, pazzia, purezza e astuzia, quest’ultima colonna portante dell’ispettore Porfirij, a cui viene affidato il caso sull’omicidio dell’usuraia. Le sensazioni e paure di Raskol’Nikov sembrano rispecchiarsi nelle scene di vita quotidiana descritte dell’autore, dove viene data più importanza ai momenti notturni che quelli diurni dove la speranza è soffocata dalla voglia irrefrenabile di dimenticare e gli uomini tentano di vivere come meglio credono, riuscendoci nella maniera sbagliata, trascinati nel pozzo oscuro della lussuria e del desiderio di denaro. In questo come in altri romanzi del medesimo autore, notiamo infatti come il denaro sia ciò di cui vengono privati i protagonisti, la loro fonte di malessere e disperazione, vivendo solo per il tentativo di racimolare qualche spicciolo in più: sono sempre alla continua ricerca di una felicità malsana, ambigua e triste, che si rispecchia nelle loro aspettative di vita incapaci di migliorarsi. Raskol’Nikov alla fine dovrà affrontare le responsabilità e il peso del delitto delle due donne e di sé stesso, conscio dell’essere vittima di deliri e autocommiserazione: nell’oscurità del suo futuro, dichiarato colpevole dell’assassinio dell’usuraia per cui sconterà la propria pena, s’intravede la dolce figura di Sonja, che perdona il suo animo corrotto, quasi a sottolineare una costante presenza di luce in giorni di buio.

“Ma a questo punto ha ormai inizio una nuova storia, la storia del graduale rinnovamento dell’uomo, la storia della sua grande rigenerazione, del graduale passaggio da un mondo all’altro, dell’incontro con una realtà nuova, fino a quel momento completamente sconosciuta
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Alessia Mesiti, VC

EXPO: IL MAGNA MAGNA FLOP ITALIANO – DAVIDE CURCURUTO

Fra vecchie e nuove Resistenze: NO EXPO!

Solo tre giorni fa abbiamo celebrato il 70° anniversario della Liberazione dal Nazifascismo: esattamente 70 fa,  il 25 aprile del 1945, infatti i partigiani liberarono la città di Milano dal dominio della RSI (Repubblica Sociale Italiana, stato fascista instaurato nel 1943 nel Italia del Centro e del Nord dopo la liberazione del Sud Italia da parte degli anglo-americani) e dichiararono l’insurrezione nazionale e dopo pochi giorni l’Italia fu liberata.
Oggi ricordiamo quell’evento come rinascita della democrazia e la fine del più brutale dei regimi ovvero quello nazifascista. Ma cosa deve significare realmente quella data oggi?
Quella data per noi non dev’essere un ricordo passivo, ma deve tramutarsi in monito per una resistenza sempiterna all’oppressione, qualunque essa sia.
Infatti  gli ideali della Resistenza, come disse un grande Presidente della Repubblica partigiano  ovvero Sandro Pertini, furono in parte traditi. Oggi esiste al libertà di pensiero ma non esiste la giustizia sociale, ciò svuota di significato la nostra democrazia rappresentativa oggi sempre più stuprata.

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L’oppressione difatti si fa più sottile e velata: è economica, finanziaria e speculativa.
E proprio la Milano liberata 70 anni fa oggi è teatro di questa forma di oppressione:  espressione perfetta di ciò è la tanto pubblicizzata Expo 2015 che si terrà a Milano dal 1 Maggio (Festa dei lavoratori, molto ironico) e Novembre. La grande Esposizione Universale avrà come  tema “Nutrire il Pianeta, energie per la vita” per cui 145 paesi presenteranno progetti per “lo sviluppo dell’industria alimentare ecosostenibile”. 
Peccato che le sigle che svettano in questa esposizione sono proprio quelle delle multinazionali come Mc Donald’s e Coca Cola che nulla hanno di “sano ed ecosostenibile”  o la Nestlé famosa per la privatizzazione delle sorgenti in cui opera.
Un’esposizione che dovrebbe aiutare a “produrre più cibo e meglio” ma che è schiava del capitalismo che crea fame in una parte del mondo e obesità nell’altra: al Nord la povertà riduce la qualità, al Sud la quantità.

La sussistenza alimentare si raggiunge con l’autodeterminazione dell’agricoltura e la nazionalizzazione delle industrie contro le privatizzazioni in terra “straniera” propria di quelle multinazionali oggi investite di trovare una soluzione ai problemi che loro creano.
In questo sistema ciò è impossibile, in questo sistema le grandi opere pubbliche sono teatro di speculazione finanziaria, come occasione per spostare capitali dal pubblico al privato.
Non è un caso che per l’80% degli appalti si sospettano casi di corruzione, infiltrazioni mafiose e che siano stati edificati 110 ettari di un parco ad uso agricolo: in barba a “nutrire il Pianeta!”
Cosa si farà poi con quelle strutture, pagate con i soldi dei contribuenti e che si tramuteranno in tagli ai servi per finire di pagare, non si è ancora capito. Una corruzione che si riflette anche nella sicurezza sul lavoro: emblematico è il caso del 21 albanese sottopagato, caduto dal ponteggio in quanto i cantieri non sono messi a norma. Lui è stato il primo “morto Expo”.
L’Expo, teatro e palco del libero mercato, è la prova generale del Job’s Act: 18.000 volontari lavoreranno gratuitamente nei cantieri senza rappresentanza sindacale e quindi in una condizione di sfruttamento massimo per la concezione secondo cui è normale venire sfruttati per far “curriculum”. 
Insomma il lavoro in Italia si appresta ad essere sempre più precario o gratuito, quindi senza diritti e soggetto a vessazioni di qualsiasi tipo.
E’ per questo che la chiamata al MayDay, giorno di inaugurazione dell’Expo  e giornata dei lavoratori stuprata è una chiamata alla nuova Resistenza, una resistenza contro la logica del profitto, contro la speculazione, contro le multinazionali e contro il capitalismo.
Per una società più equa e giusta, oggi siamo chiamati ad essere nuovamente partigiani,
partigiani per il nostro futuro, partigiani per la società socialista senza oppressioni.

DAVIDE CURCURUTO

TENACIA – FRANCESCA CARDILE

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TENACIA: Essere fermo e costante nelle proprie idee.  Deciso a proseguire i propri intenti. Credo che un po’ di tenacia faccia bene a tutti. L’avere idee e seguirle, forse una delle poche soluzioni per i problemi. Tutti ci siamo trovati, almeno una volta, davanti ad un bivio, costretti a prendere una decisione, noi, solo noi e la nostra mente ed i nostri pensieri contro il mondo. Prendere decisioni, personalmente, mi viene particolarmente difficile. La paura che ciò che sto per fare possa essere sbagliato si impossessa di me, non facendomi capire più nulla. E spesso mi trovo a seguire la massa, l’idea più “gettonata” anche se all’inizio non credevo fosse la migliore. Pur non essendo ferma nelle mie decisioni, in altri ambiti la mia tenacia è stata molto importante nel conseguimento dei miei obbiettivi. L’unico modo per raggiungere i nostri traguardi è non arrenderci davanti a nessun ostacolo neanche a quelli che sembrano insormontabili. La vera tenacia sta proprio in questo, nel non mollare mai, qualunque cosa ci venga messo davanti. Essere tenaci consiste nel affrontare ogni cosa, anche quella peggiore, a testa alta, dando sempre il massimo. L’avere un’idea propria ed essere intenzionati nel portarla avanti forse è l’esempio più calzante per descrivere la tenacia. Portando degli esempi pratici si potrebbe parlare di Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King…tutti dei grandi che hanno lottato per i loro sogni e per le loro idee fino a quando non hanno raggiunto un traguardo ed hanno ottenuto un grande risultato, nonostante tutte le difficoltà. E’ vero che va anche guardata l’altra faccia della medaglia: la tenacia non è per forza una cosa positiva se viene analizzata il senso letterale. Come già detto all’inizio, l’uomo tenace sarebbe “colui che è fermo”. Esaminando questa definizione la tenacia rappresenterebbe sia il ‘non mollare mai’ che il ‘non cambiare mai’. Quest’ultimo non è del tutto corretto. Bisogna essere tenaci, si, per i propri sogni fino a quando non verranno raggiunti, ma non troppo ostinati nelle proprie idee che è giusto che vengano confrontate e, se è il caso, anche variate e soprattutto evolute. E, come dice Murakami, “Qualsiasi cosa, se rimane a lungo uguale a se stessa, finisce per esaurire a poco a poco la propria energia.”

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Francesca Cardile IVA

Ginnasio e liceo: Perché continuano a dividerci? – Diana Strano

Biennio e triennio: nonostante i progressi raggiunti nel corso degli anni, come la possibilità di scegliere le gite, cosa che fino all’anno scorso ci era preclusa, l’insoddisfazione è sempre di più: sorvolando sulle lamentele in seno alla compilazione dei moduli, con conseguente spreco di carta e inchiostro a spese degli studenti, un argomento su cui vogliamo sensibilizzarvi è proprio la netta divisione tra ginnasio e liceo per quanto concerne i viaggi di istruzione, di cui parleremo più avanti: Intanto, pongo la vostra attenzione sulla suddivisione in piani. Infatti, nonostante biennio e triennio, ideologicamente, siano comunque sempre stati differenziati da professori, materie, mole di lavoro e “doveri”, da quest’anno nella nostra scuola, da sempre votata all’integrazione e alla collaborazione anche tra “grandi” e “piccoli”, si è deciso di dividere anche fisicamente i due cicli di studio, trasferendo tutte le classi del triennio al primo piano e quelle del bienni al pianterreno. Pro e contro sono tangibili e negli ultimi giorni sono stati sulla bocca di tutti. La “divisione” giova sicuramente all’ambito amministrativo, alla distribuzione delle circolari e all’individuazione delle classi, ma ci dispiace ammettere che le lamentele che si sono levate dalla popolazione studentesca sono state in numero decisamente superiore rispetto agli apprezzamenti: in primo luogo moltissime classi del ginnasio, in precedenza ospitate in classi spaziose al piano superiore, si sono dovute “stringere” in aule troppo piccole per il numero degli studenti, dato che quelle più grandi sono state occupate dalle numerosissime quarte ginnasiali entrate quest’anno.
Un altro punto che ci ha fatto a lungo riflettere è la tanto attesa “questione gite”, che tutti gli anni solleva una tangibile nube di dissenso.

Da anni, oltre alla ormai storica gita del La Farina in Grecia per il quarto o per l’intero ginnasio, vengono proposti viaggi solo ed esclusivamente per il triennio, spesso all’estero, e sono solo pochi i punti d’incontro tra gli studenti del ginnasio e quelli del liceo, in viaggi brevi e nazionali che, nonostante propongano mete e itinerari interessantissimi, di anno in anno raccolgono sempre meno adesioni. È una cosa giusta negare ai ginnasiali di partire per la Spagna o ai liceali di tornare sul suolo Ateniese? Ma soprattutto, è una cosa giusta fare, come sta succedendo quest’anno, una gita solo per le quinte ginnasio o accorpare solo le stesse quinte alle classi liceali? Qual è il motivo di tale discriminazione? Così facendo, per coerenza, ogni classe avrebbe diritto a una meta specifica. I viaggi d’istruzione dovrebbero avere come obiettivo principale l’avvicinamento e la fraternizzazione tra gli studenti, ma allora, perché continuiamo a essere divisi? Ci appelliamo a voi, studenti del La Farina, perché dovete essere parte integrante della scuola e delle sue decisioni. E soprattutto ci appelliamo a voi, “nuove generazioni” del La Farina: volete davvero crescere nella vostra torre d’avorio per essere catapultati traumaticamente in un altro universo tra qualche anno?