Selene e il Mare – Natale Miduri

Solcavo le onde dei pensieri, che si ergevano docili come sogni e poi calavano irate come incubi. Dirigevo la nave, sostenuto da un debole vento, per raggiungere la mia Itaca, patria di speranze e ricordi, terra di rimpianti e nostalgia. Eppure vacillavo, perché con la sua tenacia e risolutezza aveva cercato di affondare il mio presente, che intanto, offuscato dalla memoria diveniva passato. Dopo un’onda, un’altra, cento, mille altre la mia nave di riflesso le avvertiva e si inclinava lasciandole passare. E mentre la tempesta, gridando vendetta, divampava, con la sua dolcezza quietò la paura, e le onde divennero pietre luminose sotto il sole che le nutriva. Il mare infatti, scrigno di misteri e segreti, da millenni è temuto e amato dagli uomini, suoi confidenti e nemici. Uno dei più antichi miti greci racconta che fu proprio Eurinome, dea di tutte le cose, a dividere la superficie del mare dalla superficie del cielo. In seguito spinta da un inarrestabile desiderio iniziò a danzare sulle onde fino a creare intorno ad ella un vortice, dal quale nascerà Borea. Nell’azzurro cielo si specchia il caldo mare e proprio sotto la sua superficie oltre che sussurrii e preghiere elevate dai marinai, storie mai rivelate e misteri inquietanti, possiamo udire il suono sordo a volte armonioso delle creature che, secondo l’immaginario comune di tanti e tanti anni fa, lo popolavano: Anfitrite, Galatea, Aci e Teti, alcune delle più belle Nereidi, sedute su uno scoglio osservano sorridenti i viaggiatori desiderosi di conoscenza; intonando melodiosi canti. intanto, mentre l’armonia di dolci voci inebria i miei pensieri, calano le tenebre e il mio viaggio diventa più tortuoso, smarrisco la via della saviezza e mi perdo tra le congetture delle tenebre, le quali ammaliano e nascondono, rivelano la loro interezza e poi inorridiscono. In questi momenti bisogna attendere l’evolversi degli innumerevoli eventi, aspettando tacitamente.

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Nel cielo appare il ” lumen vitae”, Ecate luna calante lascia il posto ad Artemite, luna crescente, che diverrà Selene( selàs ”splendore”), luna piena. Sullo specchio del mare appare radiosa, e con la sua luce, cattiva ma sensibile, irradia il volto del dio mare. Aleggia la sua figura lucente sulle onde marine, come a volere narrare le storie che dall’alto vede e sublima. Forse segretamente si amano, o chissà si raccontano gli strani segreti che gli uomini rivelano loro, quando necessitano di ascoltatori taciturni. Così accompagnato dal mare silenzioso e dallo sguardo della luna il mio viaggio appare finalmente illuminato e reso chiaro dalla dolcezza della ragione, e dalle leggere e lontano speranze che mi fanno compagnia : le Pleiadi(” colombe”) . “Le stelle intorno alla bella luna, nascondono di nuovo l’aspetto luminoso, quando essa , piena, di più risplende sulla terra…”. (Saffo) Alcione, Celeno, Elettra, Maia, Merope ,Sterope e Taigete stelle, nonché amabili sorelle osservano deliziate lo spettacolo della notte, e come caprioli argentati, corrono sulla superficie tenebrosa. Mentre mi sorridevano, sussurravano l’une all’altre pettegolezzi su Selene e il mare, che erano in magica sintonia. In quel momento però accanto la gioia dei due amanti, alcune stelle, piangendo per il triste ricordo di Zeus che folgora con un fulmine Fetonte, solcando la volta celeste, cadono sulla terra e nelle acque terrestri, dove si irrigidiscono in gocce preziose di ambra. Intanto l’aurora inizia a sorgere e Selene si spegne nel ricordo del passato , mentre il mare ritorna a sbattere le proprie onde sugli scogli rocciosi. Il viaggio che intrapresi, raggiunge la meta tanto agognata. La mia nave approda nel porto tranquillo della vita, accompagnata dal profumo della conoscenza. ” E si perdono in sguardi invisibili, la tacita Luna e il fragoroso mare, mentre insegnano il tempo agli uomini che di notte ammirano il loro amore, acceso dagli sguardi e alimentato dall’armonia che li unisce in un abbraccio scintillante, scambiando tra di loro frasi incomprensibili ai mortali”.

-Natale Miduri

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Oh mia amata! – Costanza Fusco

Oh, mia amata!

Dea venerata dall’uomo da tempo immemore, padrona delle azioni dei viventi, somma spettatrice e burattinaia di ciò che è accaduto e che accadrà. Il tuo potere, già immenso, comincia ad espandersi, anche in Terra, dopo che il sole sembra essersi ritirato. Il mio nome è Philip Lebon, la mia terra natia porta il nome di Parigi. Posso dirmi uno dei tuoi più fedeli adepti. Non sono stato il primo, non sarò l’ultimo. Di ciò sono consapevole. Nel mio tempo, ho provato a non limitare il tuo campo d’azione alle ore note, aprendo a te la porta ben prima del crepuscolo. I più non lo ritenevano necessario. Mi reputavano un pazzo visionario. Ma, devo dirtelo, ogni qualvolta che mi ritrovavo per le vie di Parigi, il mio cuore, nel vedere quelle stanze buie e spente, veniva stretto in una morsa di dispiacere. Una città talmente bella, adornata di tante costruzioni, nascosta dalle tenebre a quel modo! Sapevo che tu avresti voluto essere con me a godere di tale vista ed io avevo il potere di cambiare le cose. Amata, tu porti vita! E che limite era vedere solo alcune lanterne domestiche appese alle finestre, ad illuminare le case. A miei occhi, parevano come dei superstiziosi lumi, con la sola funzione di scacciare via i demoni nascosti nelle ombre. No, non era quello ciò che volevo io, non era a quel modo che avevo immaginato di portarti nella notte. Sapevo che tu meritavi un ruolo principale nella vita delle strade parigine, che io ero destinato a porti al centro di tutto. Fu così che decisi di mettermi al lavoro. Il giorno in cui iniziai, tirava un dolce vento primaverile, che accarezzava i volti delle belle fanciulle che passeggiavano per il mio ……. Correva il 1801, come potrei dimenticare quell’anno proficuo e appagante? Ti portai a Parigi, ospitandoti nella mia casa e nei miei giardini. Fu un lungo lavoro, ostacolato da opinioni altrui e sciocchi divieti, da lamentele e discorsi bigotti, ma io riuscii a ignorare quella meschinità e vinsi! E come cambiasti tutto ciò che toccasti! Pareva quasi che mi trovassi in un luogo diverso: il tuo potere dava ad ogni contorno e ad ogni forma una nuova vita, ricca di sfumature. Quel paesaggio, le nuove ombre che proiettava grazie a te, che capolavoro avrei esposto agli occhi di tutti!

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Non era raro che mi smarrissi ammirando il risultato del tuo agire, mentre affascinato constatavo come tu fossi percepita da ogni essere vivente, ciascuno non poteva far altro che amarti. Non solo la tua maestosità accompagnava e accompagna la vita dell’uomo, ma senza te cupi sarebbero i pensieri, poveri i sogni, oscuri i progetti. E non fui l’unico avvinto dalla passione per il tuo immenso potere! Erano trascorsi appena quattordici anni che avevo dedicato a far tua Parigi, e un mio concittadino, che rispondeva al nome di Augustin-Jean Frensel, introdusse una teoria, acuta e precisa sulla tua natura… Se io mi ero occupato del tuo aspetto materiale, lui aveva scavato nella tua essenza e indagato le tue origini. Trascorsi giorni e giorni sui suoi studi, reperiti presso l’accademia delle scienze di Parigi, famosa in tutto il paese. … tu, onda che si propaga simile a un canto… Incoraggiato anche da quelle nuove scoperte, nel 1820 riuscì infine a raggiungere il mio obiettivo. Parigi assunse una nuova forma, si trasformò sotto la tua aura. Nessuno avrebbe più temuto l’oscurità, ora che tu, guardiana muta, vegliavi su ognuno . Ed io, come figlio che inorgogliva la madre, rimirando quell’opera, ero consapevole di aver per sempre ridefinito i contorni della mia amata città. E con le tenebre, eliminai il maligno. Le giornate sembravano dilatarsi e molte preoccupazioni erano svanite. Che gioia era scorgere gli sguardi di chi si dilettava per quelle strade, meravigliato, riconoscente, felice di possederti. Ed ai romantici che si lamentavano di non poter più ammirare le stelle, cosa dire? Non potevo biasimarli, la luce pura degli astri non era possibile da imitare… ma cosa è una stella di fronte al progresso? Ciò che avevo creato era bene assoluto, senza te nulla sarebbe più andato avanti. Così, a quei giovani studiosi che mi accusarono di aver offeso il sole e i suoi fratelli, sorrisi… Il mio sorriso pareva quello che un padre rivolge ai suoi figli: rassicurante, saggio e consapevole, vergine del dubbio. Indicai loro un posto non toccato dai miei lampioni, da dove poter osservare l’immenso blu della nottee i suoi tesori. Mi recai anche io con loro, ad ammirarnla luna, a cercare di scorgere il sole dietro di essa. Tu, la mia luce, eri aiuto e sostegno a quella di Dio. Eri stata creata per coesistere con essa, non per sostituirla, non per sfidarla. Il giorno in cui l’uomo vorrà contrastare la natura, mortificarla completamente, annientarla… quel giorno, l’uomo non sarà più parte di essa. Io, Philip Lebon, illuminai Parigi. Amai la luce artificiale. Amai il territorio urbano, i palazzi e le strade. Amai le stelle tutte e avrei voluto esser sepolto sotto la luce di un lampione

-Costanza Fusco