Cliffs of Moher – Le scogliere della rovina | Diana Strano

Salve a tutti ragazzi!

Per il mio primo articolo in questo terzo anno di Disinformatore vorrei parlarvi di uno dei posti più belli, accattivanti, intigranti e mozzafiato mai visti in vita mia. So che ormai il Disinformatore vi potrà sembrare lo sponsor ufficiale dell’isola irlandese e che starete pensando che fareste prima ad aprire una Lonely Planet piuttosto che aspettare i nostri noiosi aggiornamenti, ma non odiatemi se vi dico che anche il mio articolo, come quello della nostra cara redattrice Luna Cilia, sarà incentrato sulla verde, lussureggiante, piovosa e umida Irlanda!

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A un mese dal mio arrivo in quella che sarà la mia casa fino alle vacanze di Natale, posso dire di avere assaporato un po’ della tipica vita irlandese e di aver fatto esperienze mai provate prima, come l’emozionante bisogno di prendere un ombrello con sé ogni volta che si esce di casa, il vedere il viso di tutti gli exchange students italiani illuminarsi al primo (raro) raggio di sole, il tornare a casa alle cinque di pomeriggio e cenare un’ora dopo, il bere litri e litri di ottimo tè e lo svegliarsi la mattina con l’amara consapevolezza di dover indossare una triste divisa grigia e bordeaux. Ma state tranquilli, il mio articolo non verterà all’elencare le differenze intercorrenti tra il nostro stivale e questa terra piena di prati verdi e freschi: vorrei bensì concentrarmi sulla descrizione e l’esaltazione di uno dei posti più belli mai visti in vita mia. Molti di voi avranno probabilmente sentito parlare delle meravigliose coste irlandesi, ma nessuna descrizione potrà mai render loro giustizia completamente: l’unico modo per capire realmente la bellezza di quei luoghi è recarvisi, e io sono stata abbastanza fortunata da poter cogliere questa occasione da “once in a lifetime”.

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Le Cliffs of Moher (altissime scogliere a strapiombo sull’Oceano Atlantico situate nella contea di Clare) sono decisamente una delle meraviglie del mondo: visitabili sia dalla terra ferma che dal mare, vantano 217 metri d’altezza nel punto più alto, 120 in quello più basso. Perennemente invasi dai turisti in tutti i periodi dell’anno, specialmente nella bella stagione (quando il clima è troppo freddo e l’aria carica di umidità si alza una cortina di nebbia che impedisce la vista del panorama mozzafiato che si ha dalle scogliere), le Cliffs conservano comunque il loro fascino naturale immacolato, offrendo i classici servizi di una località turistica (café, negozi di souvenir, information point ecc.) in un centro poco invadente creato a pochi metri dallo strapiombo sul mare, che ospita anche una mostra fotografica e una sala di proiezione. I punti di osservazione sono parecchi lungo il percorso frastagliato delle scogliere (lunghe circa 8 km), e uno dei più famosi è sicuramente la torre O’Brien, piccolo edificio dal quale è possibile avere una visione completa dei campi retrostanti, delle pareti rocciose e dei flutti che vi si infrangono. È dalla torre O’Brien che si può godere la vista dell’entrata della più famosa grotta del mondo magico: eh sì, Potterhead, rullo di tamburi! Ricordate la scena de Il Principe Mezzosangue dove Harry e Silente sono in una grotta alla ricerca del medaglione, uno dei sette horcrux? Ecco, la grotta in questione si trova proprio qui, incastonata in una delle ripide pareti rocciose delle Cliffs!

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Bando ai fandom e agli implacabili impulsi da fangirl, la giornata passata alle Cliffs è stata in assoluto la migliore trascorsa finora nella landa irlandese: camminare con la terra solida sotto i piedi a pochi metri da uno strapiombo che è un punto di non ritorno, pranzare con il panorama mozzafiato di un oceano blu che con la sua immensità può sia accattivare e spaventare, ma che è comunque uno spettacolo di cui è impossibile non bearsene, sentire l’odore del mare e avere alle spalle verdi prati lussureggianti rende questo piccolo gioiello un diamante nella corona d’Irlanda.

Sperando di passare altre giornate indimenticabili come questa di cui potervi raccontare (cosa che sono sicura succederà!) vi auguro un meraviglioso anno scolastico nel nostro liceo, il caro La Farina, di cui tornerò a essere studentessa a tutti gli effetti a gennaio (Peppe mi manchi, ti penso)

La vostra “inviata oltremare”,

Diana Strano

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SPOTLIGHT: ROMPI IL SILENZIO – Diana Strano

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È il 2001 quando per la prima volta gli occhi del mondo sono finalmente costretti ad aprirsi di fronte a una piaga che, più della corruzione, del nepotismo, della simonia, affligge da secoli il mondo della Chiesa: la testata The Boston Globe, diretta dal nuovo arrivato Marty Baron sguinzaglia la sua squadra d’assalto, “Spotlight”, sulle orme di uno dei peccati più gravi commessi dagli ecclesiastici, dimostrando non solo la portata di questo fenomeno tra le mura della città, ma anche come i più alti ranghi della Chiesa abbiano, per anni, insabbiato ogni cosa. Il caso nasce da un’accusa di pedofilia comminata a un prete, ma la squadra scopre presto che il fenomeno è molto più esteso di quanto sembri: districandosi tra l’omertà di una città conservatrice e affetta da morbosa pudicizia, ascoltando le testimonianze di molteplici vittime che, in un primo momento restie, riusciranno infine ad aprirsi e a denunciare peccati e peccatori, il team Spotlight, dopo mesi di indagini, pressioni su governo, Chiesa e avvocati, querele, testimonianze sempre più approfondite e tragiche, riuscirà a dare alla luce una storia che non sarebbe stata dimenticata con facilità, il cui eco riecheggia ancora in tutto il mondo.

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È il regista Tom McCarthy che nel 2015 decide di dare nuova voce all’operato della squadra bostoniana, dando alla luce la pellicola Il caso Spotlight, ripercorrendo le fasi salienti delle loro indagini avvalendosi di un cast straordinario: un’agguerrita Rachel McAdams nel ruolo della giornalista Sacha Pfeiffer, uno scanzonato e impertinente Mark Ruffalo (candidato a migliore attore non protagonista) nei panni del portoghese Mike Rezendes, un enigmatico Liev Schreiber interprete del freddo direttore Marty Baron, il caposquadra Micheal Keaton e l’avvocato ferreo e ligio alle regole Mitchell Garabedian interpretato magistralmente da Stanley Tucci. E dal momento che, almeno in questo caso, è il cast a fare il film, si può dire che il destino ridente di questa pellicola, vincitrice di due statuette per miglior film e migliore sceneggiatura originale nel 2016, era segnato. E se il film è sorretto da un cast di grande valenza interpretativa, da interpreti aderenti al ruolo in maniera strabiliante, la storia in sé è sorretta dalla sua paradossale ovvietà, da un amaro che resta in bocca a lungo.  

E se gli eroi di questa impresa sono a noi pressoché ignoti (hanno avuto il loro momento di gloria, poi sono spariti dalla scena) i cattivi li conosciamo bene, sono ovunque, e ovunque sono protetti da un nome, un titolo, una veste, convinti di essere immuni da accuse e pene. E sono ancora i cattivi di questa fiaba che chiamiamo mondo, che agiscono indisturbati perché ad aiutarli sono proprio coloro che dovrebbero combatterli.

 

Diana Strano Ic

“QUE REST-T-IL DE NOS AMOURS” (CHE RESTA DEI NOSTRI AMORI) – Alessia Mesiti

 

Tra le ampie gonne a righe di una qualche giovane cameriera di un qualche piccolo ristorante parigino, crocevia di tante notti e tanti lustri, vien servito un caffè ancora fumante adagiato su un tavolino che mostra avere avuto giorni migliori. Dopo aver riscaldato le mani tra le calde pareti della familiare tazzina di porcellana azzurra, seguito con lo sguardo il volteggiare delle scie di fumo parigi-4.jpgche contorcendosi si dissolvono nel nulla, vi si intravedono ai lati delle strade mazzi di fiori appena colti, appena freschi, che allietano gli sguardi dei curiosi, dei passanti, svegliatisi in questa nuova giornata radiosa nel cuore della magica Paris. Ella, incantata ed incantatrice, tra i profumi del pane appena sfornato, l’odore amaro dei caffè, le risate dei giovani ed il calpestio delle suole a contatto con l’asfalto, riveste solo la cornice della misteriosa capitale. E sempre da un qualche ristorante proverranno le melodie farraginose di un vinile, sul piatto di un grammofono, e tra le dolci, lontane, stanche note di un pezzo dell’ultimo grande cantante in voga, prenderà piede uno dei più coinvolgenti cantautori del secolo scorso, tra i croissant, le riverenze di giovani innamorati, che chiedono la mano, che porgono il braccio e promettono amore eterno, di fronte una Tour Eiffel in fiore, dall’alto della sua immensità, così ammirata e così desiderata dagli occhi del mondo intero.

Tra i tumultuosi primi anni del secolo scorso, perennemente in bilico tra la vita e la morte presi dallo scagliar una guerra dopo l’altra, uno scorcio della straordinaria capitale francese veniva immortalata per sempre dalla calda, intramontabile voce di Charles Trenét (Narbonne 1913- Créteil 2001) come una vecchia fotografia ‘in bianco e nero’ ingiallita dall’avido flusso del tempo che tutto trascina via al suo passaggio, come la vecchia fotografia citata nei pezzi del sottoscritto divulgatasi per il globo inneggiando all’amore per la propria patria e verso l’immensa bellezza delle arti. Tra i pezzi che divennero in breve tempo celeberrimi vi fu “Que rest-t-il de nos amours”, nonostante quei duri anni quali furono quelli della Seconda Guerra Mondiale che interruppero la propria carriera musicale  dando non poche noie a colui che la Francia vide crescere e morire diffondendo, tramite l’uso della musica, la gioia di vivere: verrà sospettato d’essere ebreo e la GESTAPO sarà causa di svariate avversità poste sul cammino di Charles.

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Tra il 1946 ed il 1951 l’apice della sua fama si dividerà tra le città d’origine europee ed il Nord America, raggiungendo anche la nostra Roma dalla quale venne conosciuto come “Lo Fou Chantant”(Il cantante folle). Per far meglio comprendere il carattere universale delle parole trasmesse dalla musica di Charles Trenèt, altro brano manifesto del cantautore quale “La Mer”(Il mare), divenne sigla d’apertura e chiusura di Radio Tokyo nel 1945.

Grande fu il genio e l’acume d’egli che alimentò il diffondersi di miti e leggende relativi alla composizione delle sue opere, ognuna d’esse destinate a divenire immortali, vittoriose su qualsiasi barriera temporale, etnica e geografica, vigorosi nella propria vivacità e spontaneità, tanto stregò il pubblico mondiale. Sempre riguardanti “La Mer” egli rivelò d’aver dato vita al testo della suddetta opera in dieci minuti, su un treno del 1943 da ritorno da Parigi a Narbonne e come materiale scrittorio della carta igienica fornita dalla SNCF(corporazione nazionale delle ferrovie francesi).

Soffermiamoci invece sulle parole estrapolate dal brano citato in precedenza,  “Que rest-t-il de nos amours”,  il quale andrebbe inserito all’interno della lista dei brani da dover ascoltare da ognuno, almeno una volta nella vita, prima di morire. Ripercorrendo assieme a Charles i ricordi d’animo inquieto di quel che fu un tempo un giovane innamorato, vien catapultato l’ascoltatore all’interno del tripudio d’odori e colori quali quelli dello spaccato quotidiano di Parigi, che vien immortalato per sempre in una foto, unica traccia e prova indelebile degli amori passati. Essi che venivan vissuti tra la gioia e la rinascita la cui forza pari unicamente alle giornate dei mesi d’aprile, tra quei “buongiorno” scambiati tra il tepore primaverile da un passante all’altro, dei dolci biglietti suggellanti amori eterni della giovinezza ormai sfiorita. Ed in una sera d’autunno in cui il vento riscuote e percuote la mente e un fuoco che lentamente si spegne, battendo alla porta di una casa che rabbrividisce vittima del freddo pungente,  egli rimembra la felicità svanita, i capelli al vento, i baci rubati, i sogni instabili di un cuore instabile. “Que rest-t-il de tout cela/dites-le-moi (Cosa resta di tutto questo/ditemelo)”.

“Les mots, les mots “Le parole, le tenere

tendres qu’on murmure/ parole che si mormorano/

les caresses, les plus pures/ le carezze, le carezze più pure/

les serments au fond de bois/ I giuramenti nel fondo dei boschi/

les fleurs qu’on retrouve dans un livre/ I fiori che si ritrovano in un libro/

dont le parfum vous enivre/ di cui il profumo vi inebria/

Se son evolés/pourquoi?” Sono spariti, perchè?”

Alessia Mesiti IC

Il natale horror di Joe Dante – Francesco Aligata

Il periodo delle feste è ormai passato , e con questo anche la caterva di film a tema natalizio, che passano sulle diverse tv nazionali . tra questi vi era e vi e tutt’ora in programmazione, durante le festività, uno che vi si distingue particolarmente tra tutti questi, affascinando e catturando le attenzioni di ragazzi e facendogli instaurare un certo legame emotivo con questa pellicola  che nonostante l’andamento dell’età non sembra dissolversi, ma al contrario rafforzarsi, forse anche a causa della consapevolezza che abbiamo , dell’importanza che ha avuto per l’ infanzia di alcuni di noi.

GremlinsQuest’opera è GREMLINS , diretta da Joe Dante dopo le prime collaborazioni con Spielberg e la WARNER BROS , che li convinsero ad affidargli questo progetto , il cui copione era già stato scritto da Chris Columbus , che proprio grazie al successo di questa sua prima sceneggiatura sarà in seguito particolarmente conosciuto dal grande pubblico per aver sceneggiato “I GOONIE”S ed aver diretto “MAMMA HO PERSO L’ AEREO” ed i primi due “HARRY POTTER”. Il film uscirà nel 1984 e farà riscuotere un grosso successo alla WARNER. Nel film un inventore fallito, che si ritrova a New York lontano dalla sua famiglia per questioni lavorative. Qui acquista una bizzarra ed antica quanto affascinante creatura in uno strano negozio cinese ( oggi invece perlopiù specializzati nella vendita di caricabatterie portatili ) che vuole regalare al suo figlio adolescente, per il Natale incombente. Raggiunta la sua famiglia e data in dono la creatura al ragazzo , li avverte di tre regole che devono assolutamente essere seguite :

1) Mai esporlo alla luce del sole ( potrebbe morire ) . 2) Mai bagnarlo ( il suo corpo per reazione a ciò , creerebbe delle versioni malvagie di se ) . 3) Mai dargli da mangiare dopo mezzanotte ( si trasformerebbe in un orribile bestia assassina ). Ovviamente, giusto perché in 102 minuti di film pur qualcosa dovrà accadere, il ragazzo disubbidirà alle regole e quello che precedentemente era un tranquillo borgo di periferia , verrà invaso dalle terribili bestie sanguinarie note con il nome di gremlins da cui appunto il film prende il nome. Avendo fatto lui il danno , toccherà a quest’ultimo riportarvi la normalità .

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Gizmo

Durante la visione del film , le prime caratteristiche che lo spettatore non può fare a meno di notare sono la follia e la cattiveria con cui esso affronta in modo dissacrante il Natale ( da ricordarsi che questo è un film di Natale in cui la gente muore , cosa strana per le produzioni di allora contando che raramente avevano il coraggio di osare per uscire dagli schemi ) . Il film rischiò di essere privato della sua pazza crudezza che ne fa tutt’ora il suo marchio di fabbrica durante la produzione, poiché la Warner non era convinta di voler lanciare un prodotto così anarchico sul mercato , ma stranamente ( e per una volta senza tranciare teste ed attributi , da aggiungere ), probabilmente perché fiutata la bravura del giovane Dante , decise di sostenere il folle progetto . Essendo Spielberg da poco uscito dal successo di “Indiana Jones ed il tempio maledetto”, la produzione gliela diede vinta. Però qualche limite glielo misero comunque. La crudezza portata sullo schermo fa di questo film un horror nonostante esso si presenti come un film per ragazzini e sotto questa forma riesce anche a distanza di tempo a farsi valere come uno dei migliori esponenti . Bellissime anche le musiche, composte dal veterano delle colonne sonore Jerry Goldsmith, che aderiscono come perfetta cornice alla follia dell’opera e che porta alla mente dello spettatore le tipiche atmosfere natalizie, ma facendogliene percepire però anche tutta la decadenza . Per quanto riguarda i personaggi più importanti del film , è subito evidente come il mogwai (poi posteriormente rinominato dal suo nuovo padroncino col nome di Gizmo ) sia perfetto rappresentante di quella purezza e positività di cui è detentore proprio come lo sono i gremlins, opposti a lui, nel loro aspetto ripugnante e nel loro desiderio di spaccare tutto  Il rapporto tra Gizmo ed i suoi fratellini verdastri può essere interpretato come un’ allegoria che vede l’ individuo della nostra società indossare i panni del docile mogwai, un contenitore visivamente bello ed apparentemente gentile al cui interno però nasconde quella che è realmente la sua natura, quella del gremlin. Così l’uomo durante le festività muta la sua forma analogamente al camaleonte col suo colore , perché “A NATALE SONO TUTTI PIU BUONI “, o almeno è questo quello che le convenzioni sociali intendono dirci , spingendo la gente a guardare malamente coloro che in tale periodo hanno il coraggio di mostrarsi gremlins fin da subito.

-Francesco Aligata

“Nowhere boy”: il John Lennon che non viene mai ricordato – Diana Strano

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I put a spell on you recitava il primissimo disco rock’n’roll barattato con dell’ “insulso” jazz al porto di Londra da un giovane, innocente, ignaro John Lennon. John è un ragazzo che non ricorda i suoi genitori, da cui è stato abbandonato a soli cinque anni, cresciuto dalla zia Mimi e dallo zio George in una semplice villetta di un sobborgo residenziale londinese chiamato Woolton, all’età di sedici anni è turbato dai tipici sconvolgimenti comportati dalla consapevolezza di essere prossimo all’età adulta: John semb12714501_511547975692299_214781913_n.jpgra non volere crescere, il suo animo sta covando qualcosa, ma non riesce bene a decifrare cosa. A quei tempi moriva suo zio George, aprendo come una porta una ferita nel suo cuore, che avrebbe permesso l’ingresso di qualcosa di nuovo, qualcuno che l’avrebbe portato, che ne fosse consapevole o no, a essere ciò che sarebbe diventato: al funerale dello zio George, John incontra per la prima volta dopo undici anni la madre Julia, che lo accoglie con innocente infantilità in casa sua, casa ormai abitata da un nuovo compagno, da figlie piccole. È di questo che parla Nowhere boy, pellicola del 2009 diretta da Sam-Taylor Wood, dell’incontro del giovane Lennon (Aaron Johnson) con la madre e degli avvenimenti immediatamente successivi, con annesse cause e effetti del processo che ha portato un perfetto british boy educato da una zia severa (Kristin Scott Thomas) al rispetto delle regole a diventare icona rock delle future generazioni. Julia (Anne-Marie Duff) è un’amante della musica, sostenitrice dell’esattezza dell’equazione “rock’n’roll=sesso”, e intende trasmettere questo amore al figlio da poco ritrovato, che trascina al cinema ad assistere a una pellicola rappresentante un concerto di Elvis: è questo il fattore scatenante che convince John che ciò che gli manca è la musica, una chitarra, un’acconciatura degna di un vero cantante rock e un gruppo musicale. A poco a poco la sua lista comincia a essere spuntata, e quando pochi mesi dopo, a seguito di una sospensione passata a casa della madre che gli insegnerà a suonare il banjoo, riunisce i suoi migliori amici nel bagno della scuola gli comunica la sua idea: creare un gruppo musicale, da zero, non importa che nessuno di loro abbia mai preso in mano uno strumento, il rock’n’roll scorre dentro, nelle vene, e non si può ignorare.12665796_511548022358961_1279304721_n.jpg Così il primo nucleo di quelli che sarebbero diventati i Beatles si esibisce con il nome di Quarrymen, e un John fin troppo sicuro di sé incontra (e si scontra) per la prima volta con il quindicenne Paul McCartney (Thomas Sangster), che verrà ammesso non senza una prima esitazione nel gruppo, dimostrandosi abile chitarrista e fedele amico, che avrebbe affiancato John anche in periodi bui e difficili. La storia narrata nel film Nowhere boy non è tanto quella di un gruppo musicale in ascesa, né il ritratto perfettamente biografico dell’adolescenza di uno dei geni musicali del secolo scorso, ma fornisce una visione diversa di quella che ci viene solitamente fornita: John è un giovane che agisce ostentando il suo desiderio di distinguersi e di ribellarsi, testardo, ma allo stesso tempo combattuto, desideroso di affetto e di risposte. Saranno le due donne della sua gioventù (la madre Julia e la zia Mimi) a metterlo più volte di fronte a un bivio che lui non vorrà mai percorrere, decidendo di non voler rinunciare né alla donna che lo ha dato alla luce e dalla cui imprevidibilità si sente inevitabilmente attratto né alla costante e solida zia, faro onnipresente anche nelle tempeste, madre affettiva a cui avrebbe telefonato ogni settimana per il resto della sua vita. Al bivio affettivo, John sceglie una terza via che si aprirà lui stesso, quella della musica, le cui sfide, ai suoi occhi di adolescente talentuoso e speranzoso, sono incoraggianti e tutte da scoprire.

 

Diana Strano, IC

JOY: EROINA DELLA QUOTIDIANITA’ – Giulia D’Audino

In queste ultime settimane non si fa altro che parlare, sia nei social che sui giornali, di uno dei film più apprezzati del 2015 :“Joy”, di David O. Russell,(American Hustle, Il lato positivo). Tratto da una storia vera, vede come protagonista la giovanissima e talentuosa Jennifer Lawrence, vincitrice di una serie di Golden Globe e Oscar all’età di soli 26 anni. Nel film, in particolare, è possibile notare la bravura dell’attrice statunitense che si ritrova nei panni di un’audace donna madre di due figli, divorziata ma con ancora l’ex marito in casa che vive nello scantinato, con una madre ossessionata dalla soap opera che non esce mai dalla sua camera, con una sorellastra in continua competizione con lei, con un padre divorziato che aspetta il momento di innamorarsi ancora dopo due matrimoni falliti (Robert De Niro) e infine la nonna, unico personaggio che crede in lei. Sin da piccola Joy dimostra una forte determinazione nell’inseguire la sua ambizione di diventare un’inventrice di successo, sperando che quei castelli di carta costruiti da bambina possano diventare un giorno sogni realizzati da poter toccare con le sue stesse mani. Sfortunatamente però a causa del divorzio dei suo genitori, Joy sospende i suoi studi e dalla studentessa più brava del liceo passerà ad essere una giovane casalinga che si prende cura della sua complicata famiglia. Questa non è la vita che Joy aveva immaginato per se e per i suoi figli, adesso ha bisogno di dare corpo ai suoi sogni, di evadere dalla quotidianeità che la imprigiona e raggiungere così quella spirale del successo di cui la nonna le aveva sempre parlato. Ma come?

 

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Joy e la sua famiglia in una scena del film

Finora le sue invenzioni non erano state né approvate né brevettate da nessuno, cosa avrebbe potuto fare per dare una svolta alla sua vita? Proprio nell’ambiente monotono e pigro della sua famiglia le verrà in mente un’idea che cambierà tutto il corso della storia che, alternandosi tra flashback e incubi, ci aprirà un mondo sugli aspetti psicologici di Joy. Da una delle sue ironiche vicende familiari infatti, nasce l’idea di inventare un nuovo rivoluzionario mocio che da li a poco avrebbe cambiato la vita di molte casalinghe. Il regista tratta tutta questa materia con rispetto, presentandoci scene di pure ironia che in fondo celano quella patina di drammaticità che costituisce la quotidianità di molte famiglie e soprattutto donne. Joy è un sogno americano tutto al femminile, dove non manca la voglia di riscatto da un’esistenza di mediocrità e affanni e dove tenacia e forza stanno alla base per realizzare i propri sogni. Jennifer Lawrence, affiancata da Bradley Cooper che interpreta un dirigente di televendite, arriverà a conquistare il meritato successo incarnando il simbolo della “self made woman” americana, restando tuttavia profondamente se stessa.

Il messaggio del film è di ricercare quella Joy dentro di noi che forse deve solo uscire allo scoperto, o che dobbiamo convincerci semplicemente di possedere la stesse determinazione e capacità che ha la nostra protagonista. Il film infatti è basato sulla convinzione che ognuno di noi dovrebbe avere per arrivare alla meta prefissata, ci spinge a pensare “ posso farlo anch’io” e non ad un rassegnato “non posso”, il film ci conduce verso un sentiero di autonomia e realizzazione del proprio io, di riflessione, di autoconvinzione che ci apre la via del successo. Joy dovrà faticare e fare sacrifici prima di raggiungere il suo obiettivo, ma il non aver mollato e la costanza dell’impegno ripagheranno tutti i suoi sforzi. Non è così che vorremo tutti sentirci? Realizzati e soddisfatti? Come afferma la nostra Joy : “C’è una sola cosa nella vita che puoi avere.. è quello che riesci a fare”

-Giulia D’Audino

Xavier Dolan: l’enfant prodige del cinema moderno – Sara Fontanelli

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Le novità per le sale francesi si susseguono incessantemente: dopo Mommy, vincitore del Premio della critica a Cannes, il neo-regista Xavier Dolan (di origini Canadesi) ci sorprende con due nuovi lanci. Matura, si perfeziona, dimostra di essere il più promettente tra i giovani registi internazionali e, autocritico e incontentabile, seleziona cast d’eccellenza. Ma facciamo un passo indietro per chi negli ultimi anni si fosse distratto dai maggiori riconoscimenti cinematografici e avesse allentato un po’ la corda nello scoprire nuove leve. Dolan, poco più che venticinquenne, ha girato 5 film, recitato in 20 ed è frequentatore assiduo del festival di Cannes. 

In Francia l’enfant prodige è ormai sulla bocca di tutti, in positivo o in negativo. Sono stati molti i cineasti che, in occasione della premiazione di Mommy ex aequo con Adieu au langage di Godard, l’hanno ritenuto inferiore al “maestro”. Si è parlato di “the hipster and the oldest”, alcuni a favore della novità, altri ammaliati da un Adieu au langage che sembra tanto un prosecutore ideale della Nouvelle Vague. Entrambi hanno comunque colpito per la loro arte. Torniamo a Dolan, e chiamatelo hipster, chiamatelo spocchioso, chiamatelo radical chic ma vi invito a fare della critica sulla base di una conoscenza reale della sua produzione. I presupposti da cui parte sono quelli della Nouvelle Vague: nei suoi primi film anche lo spettatore meno esperto trova basi truffautiane. Il suo film d’esordio, il violento, complesso, matricida “J’ai tué ma mère” si ispira al Truffaut delle origini (I quattrocento colpi, per intenderci), mentre Les amours imaiginares, che ho letteralmente adorato, al Truffaut di Jules et Jim. Con questo non intendo collocare Dolan sulla scia della Nouvelle Vague in quanto parte da quelle basi per stravolgerle totalmente, in un mix di generi, tendenze, suggestioni, sperimentalismi, che non trova precedenti nel cinema. Se dovessi fare un pronostico credo che il nome di Dolan di qui a qualche anno ne rimpiazzerà molti altri e sarà sinonimo di innovazione.

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immagine tratta dal film “Mommy”

La sua idea di fare cinema è stata definita “splendidamente estremista, citazionista e personale, formalista e poetica, melodrammatica e ironicamente hip”. Andiamo a vedere da vicino un film che l’ha presentato ai più e ha fatto sì che si imponesse a pieno titolo nel cinema internazionale: Les amours imaiginaires. La sua particolarità è il passaggio, che nella mente di chi osserva avviene in modo inconsapevole, da un amore perfetto, idealizzato, emblematico (quello dei tre ragazzi protagonisti tra cui lo stesso Dolan, qui nei panni di attore, sceneggiatore e regista) a un sentimento viscido e ossessivo. Forse tale amore non è mai esistito, forse il “triangolo” non è compiuto in sé, forse si tratta di un accumulo di proiezioni sbagliate, di percezioni amplificate. È l’amore dei due protagonisti, Marie e Francis, verso il terzo, Nicolas, da cui non arriva risposta. Carpiscono da Nicolas approcci illusori: gli appuntamenti notturni, i caffè letterari, le gite fuori città altro non sono che giochi di manipolazione dei loro sentimenti. Impostato con intelligenza, i sottofondi ipnotici, l’interesse a tratti morboso per l’estetica, Les amours imaginaires è un film sulla bellezza; su volti, corpi, cose, caricati di tensione estetizzante. Quel che è certo è che Xavier Dolan non si accontenta, e che stupire, superarsi, innovare, saranno i presupposti per i nuovi film da lui annunciati. Juste la fin du monde vanta un cast non da poco: Marion Cotillard, Vincent Cassel, Lea Seydoux (la magnetica Emma ne La vita di Adele).  Su “The death and life of John F.Donovan”, le cui riprese avranno luogo il prossimo autunno, non ci resta che l’allusione di un titolo.

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Dalla distopia “ortodossa” di 1984 a quella romanzata che fa il pieno ai botteghini – Diana Strano

“Per distopia (o antiutopia, pseudo-utopia, utopia negativa o cacotopia) s’intende la descrizione di una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa. Il termine, da pronunciarsi “distopìa”, è stato coniato come contrario di utopia ed è soprattutto utilizzato in riferimento alla rappresentazione di una società fittizia (spesso ambientata nel futuro) nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche avvertite nel presente sono portate a estremi negativi.”

Salve a tutti, carissimi lettori! Dopo questa premessa di carattere enciclopedico (per la quale mi scuso con i dotti, che sapranno spiegare meglio di Wikipedia il significato di un termine ormai tanto comune come “distopia”, ma che era doverosa per i più che lo utilizzano impropriamente senza conoscerne il vero significato) volevo introdurvi l’argomento di oggi: come, suppongo, avrete dedotto, ci occuperemo di quel genere letterario, detto appunto “distopico”, che, attraverso i numerosissimi capolavori della letteratura che comprende, ha condotto, nel corso della storia, a un’attenta analisi della società, e in particolare dei suoi mali. La trattazione distopica inizia a farsi importante all’interno del panorama letterario mondiale con l’avvento del ‘900: il nuovo secolo, portatore di novità in tutti i campi, da quello artistico, a quello economico, scientifico, musicale e soprattutto politico, porta all’interno dei vari paesi enormi cambiamenti che fanno crescere la coscienza sociale dei cittadini, i quali, stufi dei regimi totalitari ormai anacronistici cominciano a criticarli usando l’arma che più si presta a una critica feroce e a una lotta senza eguali contro ideali corrotti e stantii: la scrittura. Tra le opere di rilievo che si sviluppano in questo periodo all’interno del filone distopico vi sono narrazioni fantapolitiche antitotalitarie tra cui :Il padrone del mondo (Lord of the World, 1907) di Robert Hugh Benson, Il tallone di ferro (The Iron Heel, 1908) di Jack London, Noi (Мы, 1921) di Evgenij Ivanovič Zamjatin, Il mondo nuovo (Brave new world, 1932) di Aldous Huxley, Qui non è possibile (It Can’t Happen Here, 1935) di Sinclair Lewis, Antifona (Anthem, 1938) di Ayn Rand e 1984 (Nineteen Eighty-Four, 1948) di George Orwell.

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Critiche sane di regimi malati, gestiti da personalità invisibili ma pressanti, diretti da massime morali lanciate da slogan ripetuti e martellanti, osservati da occhi indiscreti e onnipresenti, onniscenti. Basta ricordare, a questo proposito, il Grande Fratello del romanzo di George Orwel 1984, il cui ritratto, ormai noto alla comunità dei lettori e non, si ispira ai visi di Hitler e Stalin, fondendone le caratteristiche principali: ed è anche all’interno di 1984 che si ritrovano esempi degli slogan sopracitati, “Guerra è pace, Libertà è schiavitù, Ignoranza è forza”. Altre caratteristiche delle società di tipo distopico sono la divisione gerarchica delle classi e la condanna della libera iniziativa a favore del conformismo radicato che tutto invade e condiziona: cliché sentiti e risentiti, si potrebbe pensare, ma che ogni scrittore reinterpreta ed esprime secondo concetti che sono propri solo al suo mondo, alla società da lui creata: se Orwell aveva escogitato un nuovo tipo di crimine, il “thought crime”, di cui era accusato chiunque semplicemente pensasse qualcosa di diverso dalle dottrine del Partito, il conformismo e la divisione gerarchica sono ancora meglio espressi ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley: l’autore immagina infatti una società nella quale gli uomini sono differenziati da alcune mutazioni che vengono attuate all’interno del organismo prima della nascita, e dunque indottrinati tramite l’ipnopedia (che utilizza la ripetizione di slogan durante il sonno). Gli individui che si formeranno saranno dunque macchine perfettamente collaudate per il compito a loro assegnato, non conosceranno niente di meglio, non potranno mai chiedere niente di meglio: ma cosa succederà quando un selvaggio (o un uomo libero e autonomo, a seconda di come lo si voglia definire) si relazionerà con il Brave New World?

Le mutazioni genetiche e le dottrine universali lasciano però il tempo che trovano, e andando avanti con gli anni il genere di romanzo distopico si evolve: non si basa più su un’ideologia di sfondo comunista che vuole porre tutti gli uomini sulla stesso piano, né su teorie di gerarchizzazione sociale secondo le quali tutti gli uomini sono felici al proprio posto, tutti irrimediabilmente a proprio agio e completi. Cosa succederebbe se il mondo che conosciamo non esistesse più? Se al suo posto ci fossero dodici distretti, e un dispotico centro pulsante? Molti di voi (i più perspicaci) avranno già capito a cosa io mi stia riferendo, avranno probabilmente sbuffato e si saranno probabilmente disconnessi: miei cari lettori, quale sarebbe la vostra reazione se adesso vi parlassi della saga che ha riempito le librerie, i cinema, il web e i giornali con la sua ghiandaia imitatrice? Cosa fareste se improvvisamente passassi da Orwell ad Hunger Games?

No, non sono ammattita, né tantomeno voglio qui parlarvi del triangolo amoroso Katniss-Gale-Peeta, non è questo il mio intento. Oggi vorrei porre la vostra esimia attenzione su un aspetto che spesso, per colpa della forma di saga amata dalle adolescenti sotto cui la storia si presenta, non viene preso in considerazione: miei cari lettori, con Hunger Games ci troviamo davanti a una vera e propria continuazione di quella letteratura distopica di cui parlavamo prima, e posso provarvelo. Gli ingredienti ci sono tutti: gerarchia delle classi sociali (avete forse dimenticato il lusso di Capitol City contro la miseria del Distretto 12?), slogan ripetuti e immutabili, indottrinanti (“Panem oggi, Panem domani, Panem per sempre”,

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“Possa la fortuna sempre essere a vostro favore”),
e una forma di malcontento generale più lampante di altri romanzi, ma forse questo è enfatizzato semplicemente per aumentare la componente romantica del racconto. Eroina dei tempi è la giovane Katniss Everdeen, sopravvissuta ai famigerati Hunger Games, definita più volte una sorta di Giovanna d’Arco con frecce e faretra, o piuttosto un Robespierre con la treccia e una spilla dorata raffigurante un volatile che diventerà presto il simbolo di una rivoluzione che avrà come obiettivo l’abbattimento di un potere di un potere dittatoriale, di un presidente dispotico e vendicativo. La componente romantica si può notare anche in questa lotta “unilaterale”: Katniss, al di là dei buoni propositi di “unità distrettuale” che predica nei vari pass pro, sa benissimo di stare combattendo una guerra solo per se stessa, per sua sorella e per i ragazzi che le ronzano intorno. E ancora una volta, l’elemento romanzesco è evidenziato dalla coscienza di “politica giusta” dei vari distretti, assente nei romanzi distopici sopracitati. Nell’insieme la saga, depurata degli abbellimenti romanzeschi inevitabili per una storia che deve risultare appetibile alle generazioni più giovani, propone degli spunti che possono portare a una riflessione profonda e all’avvicinamento a una letteratura distopica più “ortodossa” (anche se forse questa definizione costituisce un ossimoro), in modo da risalire all’origine di questo genere cinicamente ironico, tristemente realistico.

DIANA STRANO IC

 

La Pizia e Cassandra – Natale Miduri

Nel frontone del tempio di Apollo a Delfi (‘’ὀμφαλός’’ ombelico del mondo) spiccava l’incisione conosci te stesso,  che veniva esaminata dalla numerosa calca di uomini che lì giungevano da tutta la Grecia nove volte all’anno nel settimo giorno del mese (data della nascita del dio), desiderosi di conoscere il loro domani. Dopo avere pagato un’esosa somma di denaro e aver sacrificato un agnello in onore del dio, singolarmente consultavano la celebre Pizia o Pitonessa (Πυθία) nell’adyton  (Άδυτον), la camera inaccessibile del tempio, che consisteva in un’umida cella sotterranea: qui seduta su un tripode, interamente avvolta da un velo,  masticando alloro e inalando vapori allucinogeni da una misteriosa fenditura del terreno tutt’oggi ignota agli studiosi, pronunciava frasi complesse e frammentate che venivano iscritte in esametri su tavolette dai sacerdoti presenti; era in una sorta di trance durante la quale schiumava perdendo il controllo del corpo e della mente poiché interamente  impossessata dal dio Apollo.

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Pizia dell’oracolo di Delfi in stato estatico, incisione del XIX secolo.

Si narra che quasi sempre questi vaticini oscuri e tremendi avessero una realizzazione sicura e spietata. Tale incarico venne occupato da donne vergini senza limiti di età per lunghissimi secoli fino al 362 a.C, anno in cui l’oracolo emise l’ultimo responso, secondo la leggenda, ad un emissario di Giuliano l’Apostata:

“Di’ questo al re: il tempio glorioso è caduto in rovina; Apollo non ha più un tetto sul capo; le foglie degli allori sono silenziose, le sorgenti e i ruscelli profetici sono morti.”

E l’oracolo ammutolì questa volta per sempre, soppiantato da altre credenze e del corso dei tempi.
Figura omologa alla Pizia fu la celebre e disgraziata Cassandra, che secondo una delle molteplice leggende, dopo che Apollo le dimostrò il suo amore conferendole il dono profeticosi rifiutò di concedersi a questo: sdegnandosi allora il dio le sputò sulle labbra condannandola così a rimanere per sempre inascoltata. Alla nascita di Paride predisse il suo ruolo di distruttore all’interno della città, ma non fu creduta, anni dopo quando il fratello giunse a Troia vaticinò il rapimento di Elena e la conseguente caduta della città ma ancora una volta le sue parole non vennero considerate.800px-Cassandra1.jpeg

Cassandra – Evelyn de Morgan

Quando il cavallo di legno arrivò a Troia, predisse che al suo interno vi erano i greci ma  fu ignorata eccetto che da Laocoonte il quale fu subito ucciso insieme ai suoi figli da un mostro marino per ordine della dea Atena. Anche dopo che fu presa come schiava da Agamennone profetizzò la morte di questo ma costui non dandole ascoltò cadde vittima della congiura ordita dalla moglie Climnestra ed Egistio.
Le due profetesse e veggenti mostrano la duplice faccia della nostra realtà: La Pizia è l’urlo drammatico che appesantisce le nostre anime di timore infondato, incarna in sostanza la falsità e l’ingiustizia  che attira i più, Cassandra è semplicemente il lamento benevolo che ammonisce l’uomo  per un futuro sereno ,rappresenta quindi la verità silenziosa incapace di essere ascoltata, la giustizia repressa dall’ego umano che agisce sempre ciecamente.

 

Natale Miduri IC

Unici e (In)differenti – Benedetta Catanoso

Sin da piccoli viviamo in bilico tra la consapevolezza della differenza tra tutto ciò che è presente sulla faccia della Terra e il continuo messaggio offertoci dai media, dai social e da quelle persone che, se anche incosciamente, ci “costringono” alla normalità.  

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Viviamo, dunque, in una realtà che molto spesso ci invita a perdere qualsiasi nostra caratteristica personale e individuale, per trasformarci nella perfetta macchina che la società richiede.  Sottomessi dalla nostra debolezza caratteriale e continuamente alla ricerca di questa normalità che non esiste, cresciamo con un’idea precisa, immutabile e categorica di normalità che non può, o meglio non deve cambiare. Mutando gradualmente sempre in questa società costruita su ideali irreali, non riusciamo a renderci  conto dell’assurdità del mondo che ci circonda e che noi stessi abbiamo creato quando non abbiamo detto la nostra per paura di ripercussioni, quando abbiamo preferito l’opinione del mondo alla nostra e abbiamo optato per quello stile di vita monotono e futile, sottraendoci alla vita vera. Le pubblicità, pertanto,  non solo inseriscono nel nostro cervello vulnerabile condizioni che non ci appartengono, ma stabiliscono effettivamente le regole della nostra personalità.

Si tratta dunque non solo di prototipi di bellezza, ma di veri e propri consigli di vita che arrivano a farci autoconvincere di totali assurdità facendoci perdere davvero quell’idea di realtà concreta che dovremmo vivere al meglio.

Una realtà difficile da accettare, che va oltre il profilo su Instragram, l’ultimo smartphone o il nuovo smalto della Mac, realtà che dovremmo conoscere e con la quale dovremmo confrontarci più spesso.  Si è sempre cercato di appiattire l’umanità, di rendere tutto il mondo uguale, di creare un unico pensiero per tutti, di divinazzare falsi ideali per dar vita a uomini uguali, e dunque “perfetti”. Sono stati uccisi 6 milioni e mezzo di innocenti perchè un uomo aveva creato un cardine indiscusso e irremovibile di perfezione che la maggior parte del mondo non rispettava, muoiono tuttora migliaia di persone uccise da uomini che, col pretesto della religione, si fanno esplodere, essendo assetati di una conquista universale.

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Ci rendiamo conto quindi dell’importanza dell’accettare la diversità, le opinioni, gli ideali e i pensieri altrui. Ci è stato spesso ripetuto che siamo unici e inimitabili, ed è proprio vero, ma dobbiamo dimostrare la nostra unicità cercando sempre di lottare per ideali in cui crediamo veramente, coltivare le nostre passioni e affrontare questa società che ci distrugge, non con la distruzione, bensì con la forza del confronto che abbatte radicalmente quei prototipi creati. Tranquillamente viviamo e accettiamo passivamente pregiudizi, cattiverie e costrizioni a cui noi stessi diamo vita.

Dunque per vivere al meglio dobbiamo cercare di andare contro la società non con un anticonformismo scontato, ma con la forza della consapevolezza della nostra unicità.

Non dobbiamo essere fomentati dal nostro essere unici e diversi per abbattere una società che odiamo, ma dobbiamo lottare per cambiarla. L’anticonformista è colui che non uniforma il proprio comportamento a quello maggioritario, ma se poi si crea un comportamento maggioritario anticonformista in cui è di nuovo presente quella monotonia che si dovrebbe abbattere?

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Basare battaglie su pensieri che si hanno in comune con l’unicità di cui ognuno di noi è provvisto, vivere unicamente la nostra vita e accettare che nessuno è perfetto e che la perfezione è più un difetto che un pregio è accettare la realtà, la vita. Lottare e combattere perchè ci crediamo, essere noi stessi e non cambiare perche il mondo ce lo impone, è l’unico segreto per testimoniare la nostra positiva diversità. Il mondo è diverso e, anche se molta gente ancora non lo ha compreso, ci sono diverse etnie, diversi orientamenti, diverse preferenze e l’unica cosa che possiamo fare è accettarle tutte per non distribuire un odio che sembra così debole, ma che può davvero accumunare molte persone. Possiamo cambiare quanto vogliamo, ma non soddisferemo mai nessuno, quindi vale la pena essere noi stessi; non si tratta dunque di conformismo, di anticonformismo, ma di semplice e fondamentale umanità. E se davvero si può raggiungere la felicita, si raggiungerà sicuramente con la consapevolezza che ( scusate la citazione più vecchia del mondo) il mondo è bello perchè vario.

Benedetta Catanoso VB