Rape Culture, dall’Antica Roma ai giorni nostri – Natale Miduri

Quando la violenza non ha epoca.

Ci vantiamo di vivere in un’epoca moderna, assoluta, sciolta dagli antichi legami della tradizione, che imponevano leggi assurde e pregiudizi. Ma, in contrasto con l’immaginario comune, l’età dell’oro, la nostra età dell’oro, dove i semi della tolleranza crescono spontaneamente (annaffiati dalla ragione), è solo una vana realtà.

Radici millenarie, che affondano nei secoli più lontani, si intersecano nella storia umana, dove la donna-oggetto e l’uomo-soggetto trovano la loro affermazione ideale. Recenti studi hanno riportato alla luce come la nostra società, tuttora immersa in futili stereotipi e influenzata da un maschilismo sempre più diffuso, essendo macchiata da una violenza di genere, sia non tanto differente dalla Roma dei nostri antichi.

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Sono diversi i nomi su antiche lapidi che testimoniano come la cosiddetta “Cultura dello stupro” (rape culture) e del femminicidio siano sempre state presenti.

Rape culture : « (…) un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse. »  – Emilie Buchwald.

  • Una lapide funeraria appartenente alla Roma Imperiale narra la storia di Prima Florienza. Di essa non si sa nulla, ma riecheggiano tuonanti le parole della famiglia, fatte incidere in un’iscrizione funeraria: “figlia carissima, che fu gettata nel Tevere dal marito Orfeo. Il cognato Dicembre pose. Ella visse sedici anni e mezzo”.>>  
  • Dall’oblio dei secoli è riemersa anche la triste storia di Giulia Maiana “Donna onestissima uccisa dalla mano di un marito crudelissimo”, così la definisce la lapide commissionata dal fratello Giulio Maggiore.
  • Lo stesso Tacito negli Annali, riporta la storia di Ponzia Postumina, ammazzata al termine di una notte di passione trascorsa fra “litigi, preghiere, rimproveri, scuse ed effusioni”.
  • Ancora Poppea, moglie di Nerone, morta durante la gravidanza a causa di un calcio in ventre sferratole dallo stesso imperatore o Annia Regilla, brutalmente picchiata, per ordine del marito, da uno schiavo, colpevole ai suoi occhi di chissà quale mancanza. Tuttavia, una legge per perseguire il corteggiamento troppo insistente si chiamava edictum de adtemptata pudicitia e a suo modo può essere considerato l’antenato dello stalking. Un reato meno grave se la vittima vestiva come un prostituita o in modo provante, elementi utili a discolpare l’imputato.

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Sono questi pochi dei tanti tragici episodi documentati che affliggevano quell’arcaica società e che bussano ancora prepotentemente alla nostra porta, alla porta di una realtà che anziché progredire, regredisce miseramente. Un’educazione millenaria errata che non cessa di rinnovarsi, e che vede nella figura femminile un elemento debole atto a sostenere gli impulsi animaleschi di una mentalità sbagliata e fradicia. E la strada da percorrere per spezzare questa catena di violenza e di terrore, a fronte dei fatti di attualità, sembra sempre troppa.

 

Natale Miduri

Ylenia Bonavera, tre volte vittima. – Enrica Stroscio

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Ylenia Grazia Bonavera è la ventiduenne attualmente ricoverata all’ospedale Policlinico di Messina perché riporta ustioni sul 16% del corpo: all’alba di giorno 8 gennaio un uomo con il volto coperto, come testimonia lei stessa, si è presentato alla sua porta, l’ha cosparsa di benzina con l’intento di bruciarla viva ma fortunatamente è riuscita a salvarsi e i danni  fisici non sono particolarmente gravi quanto potevano essere.
Il primo sospettato è stato l’ex fidanzato di 24 anni il quale è stato ricercato per un giorno presentandosi successivamente accompagnato dal proprio avvocato e da un alibi perfetto, Ylenia l’ha subito difeso sostenendo che non sarebbe capace di compiere un atto simile eppure né l’alibi ben studiato dal legale né la testimonianza sembrerebbero sufficienti.
È stato infatti ripreso in un video presso un rifornimento mentre riempie una tanica di benzina, ma nonostante possa sembrare chiara la sua colpevolezza è compito di chi ne ha le competenze accertarne la responsabilità.
Tuttavia, in questa vicenda dovrebbe risultare evidente che la vittima sia Ylenia, eppure da ciò che emerge nei commenti sui social non tutti la pensano così, in molti la accusano di essere colpevole sostenendo da un lato che si sia meritata un simile gesto per un presunto tradimento o perché usciva con le sue amiche per divertirsi in abiti definiti “non consoni”; dall’altro perché la ragazza sostiene non sia l’ex fidanzato il colpevole.
Nulla che non sia già stato letto e sentito riguardo vicende similari le quali vedono protagoniste numerosissime donne violentate, maltrattate ed uccise quasi quotidianamente. Ormai si è talmente influenzati dalla costruzione mediatica che il capro espiatorio di tali vicende non è più il carnefice ma la vittima, si sfrutta la cosiddetta vulnerabilità della donna che ha subito in quanto tale, accusandola di essere causa del suo stesso male.
Ylenia è diventata, giorno dopo giorno, un caso, una donna che in questi giorni è stata ridicolizzata grazie al contributo di alcuni cosiddetti moralisti e maestri di polemica che hanno preferito discostarsi dall’accaduto per concentrare le loro “riflessioni” esclusivamente sulla sua vita privata, in particolar modo dopo l’intervista trasmessa a Pomeriggio cinque condotta da Barbara D’urso.
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È straziante vedere come ha giocato con le fragilità di una donna scossa da un dolore tanto grande, senza nessun rispetto e in linea con l’immagine che ha cercato di darsi di conduttrice “dalla parte dei più deboli” per celare il suo scopo ultimo: la caccia a un numero sempre più alto di telespettatori. Tanto ridicola quanto la trasmissione televisiva sono stati i commenti riguardo l’aspetto ed il linguaggio di Ylenia, commenti del tutto superficiali e di cattivo gusto presenti in particolare sui social network, nei quali si gioca con immensa noncuranza con il dolore e con gli evidenti problemi che le ha causato tale esperienza, al giorno d’oggi si confonde la libertà di opinione con la pretesa di aver abbastanza esperienza e conoscenza in ogni campo e poter mettere bocca su tutto.
Di conseguenza l’ignoranza regna sovrana poiché tutti si ritengono in grado di articolare discorsi e sofismi sulla vita di una persona che è chiaramente il prodotto inconsapevole di una vita degradata, di una carenza educativa fortissima non solo familiare, ma anche scolastica e sociale. Perciò è assolutamente semplice commentare tali avvenimenti alla leggera, evitando volutamente di considerare una serie di fattori imprescindibili: avendo la pretesa di giudicare una persona in base alle proprie sentenze e azioni, senza neppure chiedersi il motivo di tali meccanismi.
Affrontando anche la componente psicologica, che non va trascurata, riguardante l’atteggiamento assolutorio della vittima, ci troviamo improvvisamente davanti a questi maestri di attualità tanto esperti da ignorare gli innumerevoli casi in cui la vittima non riesce a riconoscere il carnefice. Con ogni probabilità, questi sciacalli mediatici sono gli stessi che chiudono gli occhi davanti al fatto che nessuna donna può prevenire uno stupro perché questo non dipende né dagli abiti né dagli atteggiamenti.
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Eppure ognuno di loro è pronto a giudicare una donna senza comprende la paura con la quale una bambina cresce, anche indipendentemente dall’ambiente familiare: è necessario smettere di insegnare a comportarsi in un determinato modo per evitare tali situazioni che non si possono prevenire, per insegnare invece l’amore prima di tutto,  a riconoscere l’affettività genuina, ad accorgersi immediatamente di quel non-amore che disorienta perché se un uomo ama non ferisce e non uccide. E la colpa non è certamente di una donna che ama solo perché è abituata a perdonare e a passare sopra ogni cosa, perché le è stata insegnata la sottomissione, invece di insegnarle che chi la ama la rispetta e la non la ferisce. Perchè l’uomo autoritario che crede di dover controllare tutto non comprende che a tenere uniti i pezzi è proprio lei, che sulle spalle tiene un mondo con l’imposizione di non dimostrare la minima sofferenza pur di non essere etichettata come debole, con il terrore di passare per vittima e poi con la consapevolezza che sia sbagliato essere tale.
Mettiamo un punto allo stereotipo della donna debole, che in realtà ha solo paura che la sua forza possa essere sfruttata per screditarla in questa società che sfrutta il progresso scientifico dimenticando il progresso umano, che sfrutta tragedie pensando di poter tappare bocche arrabbiate che lottano ogni giorno grazie alla loro rabbia e determinazione per cambiare il mondo.
É proprio per questo che Ylenia Grazia Bonavera è vittima tre volte: è vittima del carnefice che l’ha convinta di amarla, è vittima di se stessa in quanto il mondo si mostra cieco davanti a un disagio e a un dolore così grande da renderleimpossibile riconoscere la realtà dei fatti, è vittima dei media, il canale attraverso il quale il patriarcato diffonde il suo verbo velenoso e inaccetabile, biasimandola e deridendola.
È per questo che, invece di accanirci, tutti e specialmente tutte dovremmo riunirci nonostante tutte le difficoltà, per lottare, per insegnare a coloro che verranno il coraggio di essere donna ancor prima della paura.
Enrica Stroscio

“QUE REST-T-IL DE NOS AMOURS” (CHE RESTA DEI NOSTRI AMORI) – Alessia Mesiti

 

Tra le ampie gonne a righe di una qualche giovane cameriera di un qualche piccolo ristorante parigino, crocevia di tante notti e tanti lustri, vien servito un caffè ancora fumante adagiato su un tavolino che mostra avere avuto giorni migliori. Dopo aver riscaldato le mani tra le calde pareti della familiare tazzina di porcellana azzurra, seguito con lo sguardo il volteggiare delle scie di fumo parigi-4.jpgche contorcendosi si dissolvono nel nulla, vi si intravedono ai lati delle strade mazzi di fiori appena colti, appena freschi, che allietano gli sguardi dei curiosi, dei passanti, svegliatisi in questa nuova giornata radiosa nel cuore della magica Paris. Ella, incantata ed incantatrice, tra i profumi del pane appena sfornato, l’odore amaro dei caffè, le risate dei giovani ed il calpestio delle suole a contatto con l’asfalto, riveste solo la cornice della misteriosa capitale. E sempre da un qualche ristorante proverranno le melodie farraginose di un vinile, sul piatto di un grammofono, e tra le dolci, lontane, stanche note di un pezzo dell’ultimo grande cantante in voga, prenderà piede uno dei più coinvolgenti cantautori del secolo scorso, tra i croissant, le riverenze di giovani innamorati, che chiedono la mano, che porgono il braccio e promettono amore eterno, di fronte una Tour Eiffel in fiore, dall’alto della sua immensità, così ammirata e così desiderata dagli occhi del mondo intero.

Tra i tumultuosi primi anni del secolo scorso, perennemente in bilico tra la vita e la morte presi dallo scagliar una guerra dopo l’altra, uno scorcio della straordinaria capitale francese veniva immortalata per sempre dalla calda, intramontabile voce di Charles Trenét (Narbonne 1913- Créteil 2001) come una vecchia fotografia ‘in bianco e nero’ ingiallita dall’avido flusso del tempo che tutto trascina via al suo passaggio, come la vecchia fotografia citata nei pezzi del sottoscritto divulgatasi per il globo inneggiando all’amore per la propria patria e verso l’immensa bellezza delle arti. Tra i pezzi che divennero in breve tempo celeberrimi vi fu “Que rest-t-il de nos amours”, nonostante quei duri anni quali furono quelli della Seconda Guerra Mondiale che interruppero la propria carriera musicale  dando non poche noie a colui che la Francia vide crescere e morire diffondendo, tramite l’uso della musica, la gioia di vivere: verrà sospettato d’essere ebreo e la GESTAPO sarà causa di svariate avversità poste sul cammino di Charles.

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Tra il 1946 ed il 1951 l’apice della sua fama si dividerà tra le città d’origine europee ed il Nord America, raggiungendo anche la nostra Roma dalla quale venne conosciuto come “Lo Fou Chantant”(Il cantante folle). Per far meglio comprendere il carattere universale delle parole trasmesse dalla musica di Charles Trenèt, altro brano manifesto del cantautore quale “La Mer”(Il mare), divenne sigla d’apertura e chiusura di Radio Tokyo nel 1945.

Grande fu il genio e l’acume d’egli che alimentò il diffondersi di miti e leggende relativi alla composizione delle sue opere, ognuna d’esse destinate a divenire immortali, vittoriose su qualsiasi barriera temporale, etnica e geografica, vigorosi nella propria vivacità e spontaneità, tanto stregò il pubblico mondiale. Sempre riguardanti “La Mer” egli rivelò d’aver dato vita al testo della suddetta opera in dieci minuti, su un treno del 1943 da ritorno da Parigi a Narbonne e come materiale scrittorio della carta igienica fornita dalla SNCF(corporazione nazionale delle ferrovie francesi).

Soffermiamoci invece sulle parole estrapolate dal brano citato in precedenza,  “Que rest-t-il de nos amours”,  il quale andrebbe inserito all’interno della lista dei brani da dover ascoltare da ognuno, almeno una volta nella vita, prima di morire. Ripercorrendo assieme a Charles i ricordi d’animo inquieto di quel che fu un tempo un giovane innamorato, vien catapultato l’ascoltatore all’interno del tripudio d’odori e colori quali quelli dello spaccato quotidiano di Parigi, che vien immortalato per sempre in una foto, unica traccia e prova indelebile degli amori passati. Essi che venivan vissuti tra la gioia e la rinascita la cui forza pari unicamente alle giornate dei mesi d’aprile, tra quei “buongiorno” scambiati tra il tepore primaverile da un passante all’altro, dei dolci biglietti suggellanti amori eterni della giovinezza ormai sfiorita. Ed in una sera d’autunno in cui il vento riscuote e percuote la mente e un fuoco che lentamente si spegne, battendo alla porta di una casa che rabbrividisce vittima del freddo pungente,  egli rimembra la felicità svanita, i capelli al vento, i baci rubati, i sogni instabili di un cuore instabile. “Que rest-t-il de tout cela/dites-le-moi (Cosa resta di tutto questo/ditemelo)”.

“Les mots, les mots “Le parole, le tenere

tendres qu’on murmure/ parole che si mormorano/

les caresses, les plus pures/ le carezze, le carezze più pure/

les serments au fond de bois/ I giuramenti nel fondo dei boschi/

les fleurs qu’on retrouve dans un livre/ I fiori che si ritrovano in un libro/

dont le parfum vous enivre/ di cui il profumo vi inebria/

Se son evolés/pourquoi?” Sono spariti, perchè?”

Alessia Mesiti IC

Una Ribellione Eterna (che coinvolge tutti) – Benedetta Catanoso

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“Questo è il messaggio che vi lascio, compagni: Ribellione! Io non so quando la Ribellione verrà. Potrebbe essere fra una settimana come fra cent’anni. Ma, così come sono sicuro di vedere questa paglia sotto i miei piedi, so per certo che presto o tardi giustizia sarà fatta. Tenete lo sguardo fisso su quest’obiettivo per tutto il breve tempo che vi resta da vivere, compagni!”    (la Fattoria degli Animali – Orwell)                                           

Quello della ribellione è un concetto altamente complesso, ma contemporaneamente è la base di un progresso vitale impresso nel nostro DNA. Si tratta di un atteggiamento, di un comportamento, di un pensiero da sempre vivo dentro di noi come stimolo alla vita in una sorta di testimonianza alla nostra presenza all’interno di un mondo che cammina. Nel nostro cammino di vita ci troviamo difronte a un processo di ribellione più volte di quanto possiamo immaginare poiché è un processo innato, vivo e incontrollabile che scorre in noi da sempre. Pertanto anche se poi viene represso, viviamo di questo sentimento di rivolta che è spesso causa di molte nostre azioni; nasciamo ribellandoci e moriremo ribellandoci, perché sempre e fortemente legati, anche se inconsciamente, alla vita.  Ma il vero e proprio processo entra in atto quando la nostra realtà e la nostra normalità vengono intralciate da idee contrapposte inculcate in un cervello che le respinge; quando quella routine per noi vitale è interrotta da una dittatura sempre più potente che opprime la forma più grande di libertà: l’arte. L’arte, racchiudendo i piaceri e le passioni personali di ciascun individuo, così come i dolori, crea l’ambiente ideribellione-e-rivoluzione-712x600.jpgale per un uomo che vive nel benessere o malessere e, donando una penna a uno scrittore, un pennello a un pittore e uno strumento musicale a un musicista, ci offrirà certamente un mezzo per la realizzazione del nostro stare bene con noi stessi tramite la liberazione del proprio spettro emotivo. Quando, pertanto, veniamo privati di questa possibilità ci viene a mancare l’elemento principale che sostiene ogni nostro giorno. Ed è proprio adesso che scatta dentro di noi la ribellione contro un qualcosa di più grande e di più potente, contro qualcosa che molesta la nostra quotidianità. Nelle più grandi repressioni di cui la storia è testimone è presente un elemento comune che riguarda l’abolizione delle caratteristiche individuali  di ogni persona e la creazione di cloni tutti uguali che ubbidiscono a gli ordini senza provocare tumulti o rivolte. Ogni repressione ha sempre come unico scopo l’amministrazione di persone facilmente governabili, ma certamente privi di individualità. Si viene dunque a creare un prototipo di essere umano che non sarà mai congruente con l’effettiva realtà dei fatti perchè siamo portati a ribellarci difronte a quelle che ci sembrano ingiustizie.                                                                                                 

E se comunque adesso prendiamo coscienza delle terribili repressioni passate e delle grandi ribellioni avvenute, che talvolta hanno davvero aperto la strada verso la libertà di numerosi popoli, non dobbiamo mai minimamente pensare che la ribellione sia finita, che con il passare del tempo, col progresso della società e con lo sviluppo della tecnologia non ci siano più ragioni per le quali combattere e per far valere la propria opinione; che non si pensi, pertanto, neanche per un attimo, che siamo arrivati al raggiungimento del cardine perfetto di una società, perché (benvenuti nel mondo in cui “chi si accontenta gode” è una grandissima bugia) ancora c’è veramente tanto da lavorare. Non bisogna mai pensare che tutte le lotte della storia per l’uguaglianza dei diritti abbiano avuto già tutti i possibili risultati… ricordiamoci, ad esempio, che ancora nel nostro Paese chi ama non può sposarsi o adottare un bambino che ha bisogno di una casa e di amore, né tantomeno sognarsi di apparire famiglia agli occhi1782.gif degli altri. Bisogna avere ben presente che nel momento in cui si pensa che non ci sono più ragioni per lottare, la situazione si capovolge e si diventa schiavi di noi stessi e di cliché sociali storici, finendo per accontentarsi e abbruttirsi.

Per quale motivo, se la possibilità di miglioramento è sinonimo di una ricerca pressoché eterna, fermarsi?                     

 Il pensiero dell’ideale di ribellione costruttiva, pertanto, che ci caratterizza sin dalla più tenera età, deve crescere con noi e deve renderci esseri attivi e ribelli a qualsiasi forma di repressione perché la lotta per ragioni giuste non è mai un errore.

Benedetta Catanoso VB

Lo sapevate che Alice… – Alessia Mesiti

E bentornati anche oggi con le interessanti pillole della nostra cara rubrica!

 

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Alice Liddel, Lewis Carrol’s Portrait, 1858

Da brava Carolliana incallita quale sono e scoperti numerosi, assidui seguaci di questa nostra setta, ho deciso di deliziarvi con qualche curiosità che sicuramente ancora non sapete riguardo l’immortale classico della letteratura mondiale il quale ho già abbondantemente trattato negli articoli precedenti: per chi ancora non lo avesse capito, parliamo della nostra amatissima Alice Liddel. Perennemente in ricerca di nuove chicche da esporvi, col naso buttato tra le pagine delle più famose versioni annotate sul più bislacco paese di sempre, vi citerò quelle che tra tutte mi hanno più colpito e lasciato a bocca aperta, dovendone però tralasciarne alcune mio malincuore. Colgo l’occasione per dedicare questo nuovo mio articolo all’uscita prossima nelle sale, il 25 Maggio 2016, del seguito delle avventure di Alice, alle prese di un nuovo mondo attraverso lo specchio.

Lo sapevate che…

-Vi siete mai chiesti perché il gatto più amato del Cheshire, quel che più comunemente conosciuto con il nome di Stregatto, abbia la capacità di sogghignare? Quel che è divenuto uno dei più celebri personaggi del panorama dell’animazione – e non- in realtà mostra avere ben due avvalorate ipotesi storiche a suo carico. “Sorridere come un gatto del Cheshire” era un’espressione molto comune  ai tempi di Carroll, che dimostra che egli abbia attinto dalla quotidianità londinese per la sua eccentrica figura. Durante la Londra vittoriana vi era per l’appunto un certo famoso pittore del Cheshire che usava ritrarre leoni mostranti i denti nelle insegne delle taverne. Altra ipotesi che contribuì alla diffusione di questo detto, nonché la più curiosa, è la tipica sagoma che avevano le forme di formaggio del Cheshire, modellate per l’appunto secondo i contorni di un gatto che sorrideva.

-Focalizzando ancora l’attenzione sul caro Stregatto, vi siete mai chiesti perché egli scompaia e riappaia perennemente sospeso in aria, come fosse dal corpo evanescente, mostrando visibili sempre e solo il proprio ghigno con annessi occhi spettrali? Beh, anche questo trova una spiegazione pratica da cui fu influenzato Lewis Carroll. Seguendo sempre la pista delle forme di formaggio del Cheshire sulla sagome di un gatto, si diceva si tendesse a mangiare quest’ultime iniziando dall’estremità della coda del gatto finché sul piatto restava solo la testa sorridente dell’animale. Inoltre, reperto trovato all’interno della camera del presbiterio del padre di Carroll, fu una testa di gatto scolpita in pietra appesa alla parete, sospesa in aria a qualche piede di altezza. Se ci si prova ad inginocchiare e guardando in seguito verso l’alto, si avrà l’impressione che egli mostri un ampio sorriso, da cui con buone probabilità Carroll fu fortemente attratto per la realizzazione del proprio gatto del Cheshire.

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Vi siete mai chiesti perché tra tutti i personaggi ideabili, Carroll abbia deciso di render pazzo proprio le figure di un cappellaio ed una lepre? Che sia stata una coincidenza? Mi dispiace deludervi, ma non è così. “Matto come un cappellaio” e “03_Alice_Meraviglie03.jpgmatto come una lepre marzolina” erano anch’esse espressioni comuni ai tempi in cui visse l’autore ed è per questo che egli creò questi due personaggi. Tutto ciò trae origine dal fatto che probabilmente i cappellai in un’epoca recente finissero per impazzire davvero. Il mercurio adoperato nel trattamento del feltro, tessuto usato per la fabbricazione dei cappelli, era frequente causa d’avvelenamento: le vittime contraevano un tremito detto “scossa del cappellaio” che colpiva anche gli organi della vista e confondeva la parola. In stati più aggravati si verificano anche allucinazioni e altri sintomi psicotici. Quanto riguarda la lepre marzolina, voci di corridoio fecero notare che probabilmente il carattere di quest’ultima fosse dovuto al periodo dell’accoppiamento che per l’appunto la rendesse frenetica. In realtà fu Erasmo che per la prima volta scrisse “matto come una lepre di palude”: gli scienziati pensano che “marsh”(palude)  sia stato erroneamente divulgato come “march”(marzo). Ebbene sì, le lepre marzolina passò nella storia ad essere definita così a seguito di un banale errore.

12714404_1757962927748462_1602856804_n.jpg-Vi siete mai chiesti, perché la Duchessa sia stata realizzata sotto vesti e aspetti così orridi e ripugnanti? Molto probabilmente Carroll copiò l’immagine della donna da un quadro di un pittore fiammingo cinquecentesco, Quentin Matsys, il quale mostra il ritratto di Margaretha Maultasch. Ella fu la Duchessa della Carinzia e del Tirolo nel quattordicesimo secolo, nonché passata alla storia come donna più brutta della storia. Particolare simpatico, fu proprio il soprannome “Maultasch” affiabitole, il quale andava a significare “bocca a tasca”. Guardando la foto qui in allegato, capirete certamente il perché.

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-Ritornando in tema di manie paranoiche: vi siete mai chiesti perché nel IV capitolo del libro nel quale avviene la famosa scena dell’Alice che cresce a dismisura all’interno della casa della lepre marzolina, vi ci viene condotta perché ordinato con insistenza, più e più volte da quest’ultimo, di riportargli i suoi guanti bianchi? In realtà questo è uno dei tanti dettagli biografici disseminati qua e là dello stesso Carroll.  I guanti rivestivano un enorme importanza per il vestiario dell’autore: viene attestato che fosse abbastanza eccentrico nel vestire e che nelle giornate più fredde non usasse portare mai un cappotto, ma che avesse sempre la curiosa abitudine di indossare anche nei mesi più caldi dell’anno un paio di guanti di cotone grigi e neri da cui non osava separarsi. Questa sarà solo una delle tante strane abitudini del curioso Carroll.


 

  • Alessia Mesiti IC

La Pizia e Cassandra – Natale Miduri

Nel frontone del tempio di Apollo a Delfi (‘’ὀμφαλός’’ ombelico del mondo) spiccava l’incisione conosci te stesso,  che veniva esaminata dalla numerosa calca di uomini che lì giungevano da tutta la Grecia nove volte all’anno nel settimo giorno del mese (data della nascita del dio), desiderosi di conoscere il loro domani. Dopo avere pagato un’esosa somma di denaro e aver sacrificato un agnello in onore del dio, singolarmente consultavano la celebre Pizia o Pitonessa (Πυθία) nell’adyton  (Άδυτον), la camera inaccessibile del tempio, che consisteva in un’umida cella sotterranea: qui seduta su un tripode, interamente avvolta da un velo,  masticando alloro e inalando vapori allucinogeni da una misteriosa fenditura del terreno tutt’oggi ignota agli studiosi, pronunciava frasi complesse e frammentate che venivano iscritte in esametri su tavolette dai sacerdoti presenti; era in una sorta di trance durante la quale schiumava perdendo il controllo del corpo e della mente poiché interamente  impossessata dal dio Apollo.

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Pizia dell’oracolo di Delfi in stato estatico, incisione del XIX secolo.

Si narra che quasi sempre questi vaticini oscuri e tremendi avessero una realizzazione sicura e spietata. Tale incarico venne occupato da donne vergini senza limiti di età per lunghissimi secoli fino al 362 a.C, anno in cui l’oracolo emise l’ultimo responso, secondo la leggenda, ad un emissario di Giuliano l’Apostata:

“Di’ questo al re: il tempio glorioso è caduto in rovina; Apollo non ha più un tetto sul capo; le foglie degli allori sono silenziose, le sorgenti e i ruscelli profetici sono morti.”

E l’oracolo ammutolì questa volta per sempre, soppiantato da altre credenze e del corso dei tempi.
Figura omologa alla Pizia fu la celebre e disgraziata Cassandra, che secondo una delle molteplice leggende, dopo che Apollo le dimostrò il suo amore conferendole il dono profeticosi rifiutò di concedersi a questo: sdegnandosi allora il dio le sputò sulle labbra condannandola così a rimanere per sempre inascoltata. Alla nascita di Paride predisse il suo ruolo di distruttore all’interno della città, ma non fu creduta, anni dopo quando il fratello giunse a Troia vaticinò il rapimento di Elena e la conseguente caduta della città ma ancora una volta le sue parole non vennero considerate.800px-Cassandra1.jpeg

Cassandra – Evelyn de Morgan

Quando il cavallo di legno arrivò a Troia, predisse che al suo interno vi erano i greci ma  fu ignorata eccetto che da Laocoonte il quale fu subito ucciso insieme ai suoi figli da un mostro marino per ordine della dea Atena. Anche dopo che fu presa come schiava da Agamennone profetizzò la morte di questo ma costui non dandole ascoltò cadde vittima della congiura ordita dalla moglie Climnestra ed Egistio.
Le due profetesse e veggenti mostrano la duplice faccia della nostra realtà: La Pizia è l’urlo drammatico che appesantisce le nostre anime di timore infondato, incarna in sostanza la falsità e l’ingiustizia  che attira i più, Cassandra è semplicemente il lamento benevolo che ammonisce l’uomo  per un futuro sereno ,rappresenta quindi la verità silenziosa incapace di essere ascoltata, la giustizia repressa dall’ego umano che agisce sempre ciecamente.

 

Natale Miduri IC

Depuratori rotti e gravi danni ambientali a San Saba – Gaia Franchina

É un problema ricorrente, nominato spesso ma preso sottogamba con fin troppa facilità quello delle ben note “fogne” di Santo Saba, che ciclicamente (almeno due o tre volte durante il periodo estivo) sporcano le acque delle aree limitrofe come Rodia e Spartà.

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Sono stati appunto posti sotto sequestro i depuratori di Santo Saba, Rodia, Pace, Sant’Agata e molte altre località turistiche. Già da un paio di anni le fognature messinesi erano rotte, ma mai nessuno ha osato lamentarsi per paura di rovinare la stagione balneare. Solo dopo numerose lamentele da parte di cittadini che avevano contratto numerose malattie come funghi, dermatiti, gastroenterite ecc., finalmente, il comune ha deciso di intervenire. Infatti numeri posti di Messina turisti e cittadini hanno notato una strana patina che sembrava schiumare lungo la costa. Inizialmente si credeva fosse per via delle alghe, che nelle ore calde producevano questa “patina”, ma, dopo numerosi controlli, si scoprì che in realtà era dovuto agli scarichi. Purtroppo i danni all’ambiente sono comunque stati gravissimi e ne hanno risentito decisamente sia la flora che la fauna marina. Infatti su una scala di 19 punti di analisi ben 10 si sono rilevati inquinati. Al momento, né il sindaco né le autorità hanno preso importanti decisioni; si pensa (anzi, si spera), che tra meno di 2 anni tutti i depuratori verranno aggiustati, infatti sarebbe un vero peccato rovinare la bellezza della costa ed il turismo messinese.

Tuttavia c’è da dire che, recentemente, questi stessi scarichi e depuratori appaiono come definitivamente riparati. Confidiamo nell’efficacia della riparazione, ma l’interrogativo che si presenta è il seguente: sarà questa riparazione capace di evitare definitivamente che l’estate che segue sia scandita dalle fognature difettose? É ciò che speriamo e ci auguriamo.images_Cronaca_2014_fogna

stato della fognature prima della riparazione

-Gaia Franchina

Accurato, onirico, tragico : Delitto e Castigo – Alessia Mesiti

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“Eccoli gli uomini: vanno avanti e indietro per la strada: ognuno è un mascalzone e un delinquente per natura, un idiota. Ma se sapessero che io sono un omicida e ora cercassi di evitare la prigione, si infiammerebbero tutti di nobile sdegno.”

Buon venerdì a tutti, cari seguaci del Disinformatore! Anche se il nostro(sofferente) cammino scolastico volge al termine,la rubrica “cultura generale” rimane sempre focalizzata su importanti argomenti da trattare. Quest’oggi spenderà due parole per uno dei più celebri romanzi scritti da Fëdor Michailovič Dostoevskij, Delitto e Castigo: la trama viene incentrata sul castigo psicologico di cui è vittima Raskol’Nikov, carismatico protagonista dell’opera, in seguito ad un orribile duplice o forse triplice omicidio da lui commesso, di un’usuraia e la rispettiva sorella, probabilmente incinta. Raskol’Nikov è un’ex studente, costretto in passato ad aver abbandonato gli studi per via di problemi economici, ma prima di ciò è un ragazzo dotato di uno spiccato intelletto, razionalità e talento, caratterizzato da una coscienza offuscata da molteplici interrogativi sull’uomo e la sua natura, che lo porteranno ad isolarsi dalla famiglia e gli amici. Le sue condizioni di vita sono misere, vive in un appartamento buio, sporco e piccolo, definito grande quanto una bara che influisce sempre più sul suo stato d’animo, portandolo quasi ad avere pena per sé stesso. Scrive anche articoli per un giornale, che lo porteranno a maturare l’idea sul delitto giusto, se compiuto per ottenere grandi obiettivi: propone vari esempi che sembrano avvalorare la sua tesi, mettendo sempre al centro d’essi grandi protagonisti del passato la cui grandezza è motivo d’immensa adorazione per Raskol’Nikov. Divide gli uomini in due grandi categorie, tanto diverse quanto fondamentali per un corretto andamento del mondo: gli uomini normali, senza alcun particolare destino, definiti materiale esclusivamente per la procreazione, che vivono una vita semplice e regolare; dall’altra parte i geni indiscussi che scrivono con il proprio sangue la storia mondiale, che portano avanti le scoperte dell’uomo mettendo la propria esistenza al servizio dell’umanità, a cui è appunto consentito l’omicidio di gente comune per il raggiungimento di un grande obiettivo. Lui stesso all’inizio sembra volersi associare agli uomini geniali della storia, come il suo stimano Napoleone, e attuerà il delitto dell’usuraia da lui chiamata pidocchio della società, con l’intento di raggiungere un traguardo più elevato.

Secondo me,se le scoperte di Keplero e Newton,a seguirò di certe macchinazioni,non avessero potuto in alcun modo divenire note alla gente se non con il sacrificio della vita di uno,cento e più uomini che ne avessero impedito la diffusione o che si fossero frapposti lungo il loro cammino in qualità di ostacoli,allora Newton avrebbe avuto il diritto,e sarebbe stato obbligato a togliere di mezzo questi dieci o cento uomini per rendere note le sue scoperte all’intera umanità“.

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Anche se agli albori del delitto compiuto l’uomo sembra riuscire a mantenere lucidità in quanto sostenuto dai propri fermi ideali di giustizia, il suo quadro psicologico andrà lentamente degradandosi sotto l’immenso peso della coscienza che ovunque tenta di richiamargli alla mente le proprie colpe da espiare. Osserva tutti come una possibile minaccia alla sua libertà, sente costantemente addosso lo sguardo di ciascun passante come accusatore sprofondando sempre di più nella paranoia,che lo porterà a rinchiudersi nel logoramento della propria anima. Tra le allucinazioni e la mente sempre più incapace di riflettere, ricercherà la salvezza attraverso l’amore nei confronti di una creatura pura, Sonja, a cui rivelerà il duplice omicidio commesso.  Raskol’Nikov cadrà in preda di numerosi deliri vagabondando per le vie di Pietroburgo, in notti fredde e buie contornate da atmosfere oniriche il cui scopo è rispecchiare gli animi tormentati e differenti dei suoi abitanti:  vicoli cupi pieni di taverne e bettole per uomini e donne di facili costumi, ubriaconi vaneggianti ricchezze perdute e sogni infranti in un bicchiere di vino. Le contrastanti personalità che caratterizzano le pagine del romanzo variano appunto da un’estremità all’altra: disperazione, pazzia, purezza e astuzia, quest’ultima colonna portante dell’ispettore Porfirij, a cui viene affidato il caso sull’omicidio dell’usuraia. Le sensazioni e paure di Raskol’Nikov sembrano rispecchiarsi nelle scene di vita quotidiana descritte dell’autore, dove viene data più importanza ai momenti notturni che quelli diurni dove la speranza è soffocata dalla voglia irrefrenabile di dimenticare e gli uomini tentano di vivere come meglio credono, riuscendoci nella maniera sbagliata, trascinati nel pozzo oscuro della lussuria e del desiderio di denaro. In questo come in altri romanzi del medesimo autore, notiamo infatti come il denaro sia ciò di cui vengono privati i protagonisti, la loro fonte di malessere e disperazione, vivendo solo per il tentativo di racimolare qualche spicciolo in più: sono sempre alla continua ricerca di una felicità malsana, ambigua e triste, che si rispecchia nelle loro aspettative di vita incapaci di migliorarsi. Raskol’Nikov alla fine dovrà affrontare le responsabilità e il peso del delitto delle due donne e di sé stesso, conscio dell’essere vittima di deliri e autocommiserazione: nell’oscurità del suo futuro, dichiarato colpevole dell’assassinio dell’usuraia per cui sconterà la propria pena, s’intravede la dolce figura di Sonja, che perdona il suo animo corrotto, quasi a sottolineare una costante presenza di luce in giorni di buio.

“Ma a questo punto ha ormai inizio una nuova storia, la storia del graduale rinnovamento dell’uomo, la storia della sua grande rigenerazione, del graduale passaggio da un mondo all’altro, dell’incontro con una realtà nuova, fino a quel momento completamente sconosciuta
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Alessia Mesiti, VC

EXPO: IL MAGNA MAGNA FLOP ITALIANO – DAVIDE CURCURUTO

Fra vecchie e nuove Resistenze: NO EXPO!

Solo tre giorni fa abbiamo celebrato il 70° anniversario della Liberazione dal Nazifascismo: esattamente 70 fa,  il 25 aprile del 1945, infatti i partigiani liberarono la città di Milano dal dominio della RSI (Repubblica Sociale Italiana, stato fascista instaurato nel 1943 nel Italia del Centro e del Nord dopo la liberazione del Sud Italia da parte degli anglo-americani) e dichiararono l’insurrezione nazionale e dopo pochi giorni l’Italia fu liberata.
Oggi ricordiamo quell’evento come rinascita della democrazia e la fine del più brutale dei regimi ovvero quello nazifascista. Ma cosa deve significare realmente quella data oggi?
Quella data per noi non dev’essere un ricordo passivo, ma deve tramutarsi in monito per una resistenza sempiterna all’oppressione, qualunque essa sia.
Infatti  gli ideali della Resistenza, come disse un grande Presidente della Repubblica partigiano  ovvero Sandro Pertini, furono in parte traditi. Oggi esiste al libertà di pensiero ma non esiste la giustizia sociale, ciò svuota di significato la nostra democrazia rappresentativa oggi sempre più stuprata.

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L’oppressione difatti si fa più sottile e velata: è economica, finanziaria e speculativa.
E proprio la Milano liberata 70 anni fa oggi è teatro di questa forma di oppressione:  espressione perfetta di ciò è la tanto pubblicizzata Expo 2015 che si terrà a Milano dal 1 Maggio (Festa dei lavoratori, molto ironico) e Novembre. La grande Esposizione Universale avrà come  tema “Nutrire il Pianeta, energie per la vita” per cui 145 paesi presenteranno progetti per “lo sviluppo dell’industria alimentare ecosostenibile”. 
Peccato che le sigle che svettano in questa esposizione sono proprio quelle delle multinazionali come Mc Donald’s e Coca Cola che nulla hanno di “sano ed ecosostenibile”  o la Nestlé famosa per la privatizzazione delle sorgenti in cui opera.
Un’esposizione che dovrebbe aiutare a “produrre più cibo e meglio” ma che è schiava del capitalismo che crea fame in una parte del mondo e obesità nell’altra: al Nord la povertà riduce la qualità, al Sud la quantità.

La sussistenza alimentare si raggiunge con l’autodeterminazione dell’agricoltura e la nazionalizzazione delle industrie contro le privatizzazioni in terra “straniera” propria di quelle multinazionali oggi investite di trovare una soluzione ai problemi che loro creano.
In questo sistema ciò è impossibile, in questo sistema le grandi opere pubbliche sono teatro di speculazione finanziaria, come occasione per spostare capitali dal pubblico al privato.
Non è un caso che per l’80% degli appalti si sospettano casi di corruzione, infiltrazioni mafiose e che siano stati edificati 110 ettari di un parco ad uso agricolo: in barba a “nutrire il Pianeta!”
Cosa si farà poi con quelle strutture, pagate con i soldi dei contribuenti e che si tramuteranno in tagli ai servi per finire di pagare, non si è ancora capito. Una corruzione che si riflette anche nella sicurezza sul lavoro: emblematico è il caso del 21 albanese sottopagato, caduto dal ponteggio in quanto i cantieri non sono messi a norma. Lui è stato il primo “morto Expo”.
L’Expo, teatro e palco del libero mercato, è la prova generale del Job’s Act: 18.000 volontari lavoreranno gratuitamente nei cantieri senza rappresentanza sindacale e quindi in una condizione di sfruttamento massimo per la concezione secondo cui è normale venire sfruttati per far “curriculum”. 
Insomma il lavoro in Italia si appresta ad essere sempre più precario o gratuito, quindi senza diritti e soggetto a vessazioni di qualsiasi tipo.
E’ per questo che la chiamata al MayDay, giorno di inaugurazione dell’Expo  e giornata dei lavoratori stuprata è una chiamata alla nuova Resistenza, una resistenza contro la logica del profitto, contro la speculazione, contro le multinazionali e contro il capitalismo.
Per una società più equa e giusta, oggi siamo chiamati ad essere nuovamente partigiani,
partigiani per il nostro futuro, partigiani per la società socialista senza oppressioni.

DAVIDE CURCURUTO

TENACIA – FRANCESCA CARDILE

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TENACIA: Essere fermo e costante nelle proprie idee.  Deciso a proseguire i propri intenti. Credo che un po’ di tenacia faccia bene a tutti. L’avere idee e seguirle, forse una delle poche soluzioni per i problemi. Tutti ci siamo trovati, almeno una volta, davanti ad un bivio, costretti a prendere una decisione, noi, solo noi e la nostra mente ed i nostri pensieri contro il mondo. Prendere decisioni, personalmente, mi viene particolarmente difficile. La paura che ciò che sto per fare possa essere sbagliato si impossessa di me, non facendomi capire più nulla. E spesso mi trovo a seguire la massa, l’idea più “gettonata” anche se all’inizio non credevo fosse la migliore. Pur non essendo ferma nelle mie decisioni, in altri ambiti la mia tenacia è stata molto importante nel conseguimento dei miei obbiettivi. L’unico modo per raggiungere i nostri traguardi è non arrenderci davanti a nessun ostacolo neanche a quelli che sembrano insormontabili. La vera tenacia sta proprio in questo, nel non mollare mai, qualunque cosa ci venga messo davanti. Essere tenaci consiste nel affrontare ogni cosa, anche quella peggiore, a testa alta, dando sempre il massimo. L’avere un’idea propria ed essere intenzionati nel portarla avanti forse è l’esempio più calzante per descrivere la tenacia. Portando degli esempi pratici si potrebbe parlare di Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King…tutti dei grandi che hanno lottato per i loro sogni e per le loro idee fino a quando non hanno raggiunto un traguardo ed hanno ottenuto un grande risultato, nonostante tutte le difficoltà. E’ vero che va anche guardata l’altra faccia della medaglia: la tenacia non è per forza una cosa positiva se viene analizzata il senso letterale. Come già detto all’inizio, l’uomo tenace sarebbe “colui che è fermo”. Esaminando questa definizione la tenacia rappresenterebbe sia il ‘non mollare mai’ che il ‘non cambiare mai’. Quest’ultimo non è del tutto corretto. Bisogna essere tenaci, si, per i propri sogni fino a quando non verranno raggiunti, ma non troppo ostinati nelle proprie idee che è giusto che vengano confrontate e, se è il caso, anche variate e soprattutto evolute. E, come dice Murakami, “Qualsiasi cosa, se rimane a lungo uguale a se stessa, finisce per esaurire a poco a poco la propria energia.”

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Francesca Cardile IVA