il Partigiano di Cohen – Giuseppe Cannata

 

leonardcohen_1_1342873954.jpg

La figura di Leonard Cohen è sicuramente una delle più significative e, in un certo senso controverse della musica dell’ultimo secolo, per la sua poetica musicale, in cui si mescolano e si confondono suggestioni e influenze tra le più screziate, da un soffuso misticismo ad una acuta e vivida critica sociale, dai toni allusivamente religiosi all’eros e ad una intensa sensualità. Tuttavia, nel parlare di questo particolare brano “The partisan”, non si può non accennarne brevemente la storia. Il testo,che pure è in perfetta sintonia con la poetica di Cohen, è infatti un riadattamento de “Le complainte du partisan” , scritto nel 1943, nel pieno della lotta partigiana francese, da Emannuel d’Astier de la Vigerie su musica di Anna Marly. Successivamente tradotto in inglese dal compositore americano Hy Zaret, è stato rivisto e riarrangiato dallo stesso Cohen ed è apparso infine sul lato A di “Songs from a Room” nel 1969.partisan.jpg

Proprio perché nel periodo in cui la Resistenza in Francia viveva una momento fondamentale della lotta, le parole di d’Astier, e poi di Cohen, sono una tra le più vivide e intense testimonianze dell’esperienza della Résistance. È infatti il 1943 l’anno in cui l’oppressione tedesca in Francia si fece più violenta e serrata, é l’anno in cui i maquisards (così venivano chiamati i partigiani francesi), ancora privi di supporto materiale e di un’organizzazione unitaria, opposero una eroica guerriglia, condotta sulle montagne e tra i boschi, tra i binari segnati da treni tedeschi. È di loro che parla questa canzone, questa poesia, di coloro i quali diedero le loro vite, consacrarono le proprie esistenze alla lotta per la liberazione e, soprattutto per la libertà. Alla loro sofferenza, alla loro tenacia e ostinazione, alla loro volontà, al loro coraggio. Al partigiano al che «esortato ad arrendersi» (cautioned to surrender), rispose «non potevo farlo» (I could not do). Al partigiano che cambiò il suo nome tanto spesso, perse mogli, figli, per cui le frontiere sono “prigione”.
Ma se i maquisards lottarono strenuamente lungo i confini, vi furono molti altri eroi, spesso dimenticati, che non imbracciarono le armi, ma diedero le loro vite e tutto ciò che avevano per la libertà. Cohen canta d’un anziana signora, figura che si associa istintivamente alla fragilità certo, alla debolezza, ma che in netto contrasto con questa immagine testimonia d’una altra Resistenza, offrendo rifugio ai partigiani, nascondendoli di fronte ai soldati, protggendoli con la propria vita, la propria morte, senza un unico sussurro, nulla che potesse anche solo accennare alla loro presenza (she died without a whisper).smd_107770_leonard_cohen_partisan_web.png

Cohen rimise mano ai versi e l’arrangiamento che rievoca quasi i toni d’una ballata, una ballata d’eroi, in cui le strofe possono essere invertite e trasformate, cosa che egli fa durante i suoi concerti. Lascia anche delle strofe in francese, i versi originari di d’Astier, quasi vi fosse quell’unica lingua, il francese, adeguata a poterli esprimere. Ma la chiave dell’interpretazione di Cohen sono forse gli ultimi versi, che nella versione originale suonavano come «On nous oubliera/Nous rentrerons dans l’ombre. (Ci dimenticheranno/ Ritorneremo nell’ombra), mentre nell’ultima strofa del cantautore canadese assumono una diversa prospettiva.

«Oh, the wind, the wind is blowing,
Through the graves the wind is blowing,
Freedom soon will come;
Then we’ll come from the shadow.»

All’oblio e al ritorno nell’ombra Cohen contrappone «Poi usciremo dall’ombra», rovesciando volontariamente la precarietà delle certezze che segnava le parole di d’Astier, nel pieno della la guerra e che adesso, a posterior, assume una nuova prospettiva. Tralascia anche l’espressione «nous oubliera», dal momento che la scelta di cantare “The partisan”, venticinque anni dopo l’epilogo della guerra, è essa stessa dimostrazione che la resistenza e i maquisards non sono stati dimenticati.
Anche nella traduzione del titolo, il “complainte” della versione originale non trova seguito in Cohen, forse proprio perché il suo non intende essere un compianto, un lamento, quanto una perpetuazione della memoria, della conquista della libertà e, soprattutto, insieme una rievocazione ed una chiave di lettura del presente. Come affermerà in un’intervista:

«La mia personale “mitologia” dell’eroismo e del coraggio è piena della Guerra Civile Spagnola, della Resistenza francese… e dei campi di concentramento. Potrebbero essere dimenticati dalle nuove generazioni, dai più giovani, ma penso che le emozioni abbiano ancora valore, e volevo riempire ancora una volta l’aria dell’energia e delle emozioni che queste esperienze hanno lasciato. Credo sia utile».

Proprio perché “The partisan” non è una mera commemorazione, ma è invito alla Resistenza, ad una nuova resistenza, armata dell’esperienza dei partigiani, dei maquisards, della loro risoluzione, del loro coraggio, del loro sogno di libertà.

«In ogni generazione c’è una Resistenza, ed in ogni generazione essa è l’unico posto in cui essere. Questa canzone viene fuori da una resistenza, di un vecchio conflitto e forse la Resistenza in questa generazione non è resistenza contro un altro fronte, ma Resistenza contro l’ideologia in se stessa.» (Concerto di Parigi 20/10/74)

 

Giuseppe Cannata, Liceo Scientifico Archimede
Annunci

IL CORAGGIO DEL CAMBIAMENTO-GIOVANNA LETIZIA

Cambiare può essere o non essere facile, ma veder cambiare è ormai normale, quasi semplice. Cambiano tutti, e in un periodo teoricamente lungo. Eppure, praticamente, sappiamo che non è così. Sappiamo che i cuori possono cambiare. Sappiamo e ci aspettiamo tutto ciò. Ma dietro un cambiamento cosa si cela? Mi riferisco ai cambiamenti interiori, riguardanti non solo il singolo individuo. Perché noi, come singoli individui, non siamo i soli ad essere soggetti a cambiamenti radicali. Anche Stati, regioni, ceti sociali, province possono cambiare. Tutto, si sa, può capovolgersi. L’unica vera differenza, secondo la mia opinione, è la volontà del “nucleo”. Nucleo che, nel singolo individuo, è rappresentato dai nostri bisogni personali e dal nostro ego. Nucleo che, in una società, in un insieme di individui, è rappresentato dalle idee e dottrine condivise. Ebbene, ecco la differenza: da un lato, per quanto riguarda il mondo interiore, noi non siamo sempre artefici del nostro cambiamento, bensì ci “evolviamo”, ci avviamo alla maturazione o meno del carattere. Ma, esatto, in questo caso è possibile cambiare anche senza il consenso né nostro né, talvolta, degli altri.

Time-for-change

Dall’altro lato, invece, il cambiamento è controllato dalle singole fazioni popolari. Adesso l’individuo in questione è qualcosa di ben più grande. Si parla di Stati, regioni o province, di ciò che influenza, più di tutti, le nostre vite e, perché no, il nostro modo di pensare e di agire. Ciò che, se amministrato male, rende nullo quello che pensa un cittadino. Dopo questa distinzione, però, è necessario rivelare il legame tra i due tipi di cambiamento.

Infatti, in un territorio ove il potere viene palesemente gestito male, come può il popolo sperare in un cambiamento se non sono tutti guidati dalla voglia di rivoluzionare la politica amministrativa?

Non è rara la manifestazione di pigrizia da parte di un popolo, che “vorrebbe il cambiamento ma non vuole cambiare”. E’ semplice volere il cambiamento, quando in realtà servirebbe cambiare la nostra mentalità. “Ma chi te lo fa fare?” ti potrebbero rispondere. E’ questa la domanda che ha screditato non poco lo spirito rivoluzionario di ognuno di noi, che abbiamo cominciato a vedere la rivoluzione come una semplice parola, da evocare a vanvera. Abbiamo cominciato a vedere la rivoluzione come un concetto troppo distante e grande per noi. Troppo grande, sì, ma per un singolo individuo. Ricordiamoci che, in una rivoluzione, un singolo individuo non conta nulla. Il cambiamento deve avvenire innanzitutto dentro di noi, e deve essere efficace, deve vincere, ma soprattutto non deve essere un cambiamento puramente teorico. In una rivoluzione, se la si vuole, bisogna agire e basta. Le parole servono nella misura in cui si deve coinvolgere il popolo a muoversi insieme a te.

num013noel1

Qui, in Sicilia e in tutto il meridione, vediamo l’economia e l’amministrazione politica nazionale e internazionale andare avanti, cambiare. Ma la nostra politica non avverte lo stesso progresso. Siamo rimasti fermi, e non mi vergogno di dirlo, dato che è così. Ammettere una cosa del genere, tuttavia, non implica il fatto che si debba fuggire. Piuttosto, si dovrebbe smettere di “fare silenzio” e iniziare a prendere coscienza del fatto che questa terra vanta un ricchissimo patrimonio culturale (due premi Nobel per la letteratura, vinti rispettivamente da Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo) e storico (Il meridione fu protagonista della celebre storia sia greca sia romana). Un così grande patrimonio artistico che non è possibile valorizzare perché non solo c’è gente incompetente al potere, ma anche (e soprattutto) perché noi, stando in silenzio, aspettando che questo “cambiamento” piombi dalle nuvole, ci rendiamo complici di ciò che attuano i criminali e ladri che salgono al potere. Chi tace acconsente e, visti i fatti, è proprio così.

una-rivoluzione

E’ ora di ribellarsi a tutto ciò che, a partire dall’Unità d’Italia, opprime il meridione. Ribellarsi prima di tutto con noi stessi, opprimere il nostro silenzio e la nostra paura di creare scandalo. Ciò che mi spaventa è il silenzio omertoso del popolo di cui faccio parte, perché è indice di paura per ciò che si pensa davvero, e tutto questo non è possibile. Mettiamo da parte, un attimo, le persone a cui vorremmo dare la colpa, e dedichiamo, piuttosto, del tempo (non troppo) a domandarci se questa meravigliosa terra merita di essere trattata in questo modo. O forse volete continuare ad applaudire a tutti coloro che ci fissano dal loro trono, e che ci dicono, sputandoci in faccia, che siamo la vergogna dell’Italia?

Giovanna Letizia VF

Questa è la storia di Anna e Marzio… – Giovanna Letizia

maxresdefault“Ma quanti sono i fiori? Son quanti i cuori soli”

“Anna bello sguardo che ogni giorno perde qualcosa, sognava un nuovo amore che la portasse altrove e le ridesse ancora la gioia di non morire sola.”

“Marzio Febbraro, figlio di un operaio, era stato fabbro, fioraio e soprattutto ladro, soprattutto ladro, diceva, di cose e di cuori”

Anna e Marzio. E’ la breve storia di due cuori. Di un cuore rimasto vuoto e di un cuore fuggiasco. Anna vive in un appartamento, da sola. Da quando è morto suo marito, in inverno, ella sembra aver perso la voglia di sentirsi bene, di essere felice. L’unica luce dei suoi occhi sono i fiori che cura con tenerezza e amore. Con quella tenerezza e amore che avrebbe voluto ricevere fino alla morte. Il vuoto lasciato nel suo cuore è colmato dall’angoscia che sarebbe morta da sola. Riempito dall’angoscia del vuoto. Marzio è un ladro che sta scontando la sua pena presso il carcere sorto di fronte l’appartamento di Anna. E’, perciò, quasi inevitabile l’incontro tra i due. Lui, che vuole fuggire dalla sua pena, ama trascorrere il suo tempo con Anna, incantandola con parole sottili come un filo impalpabile, un tramite tra il mondo reale e quello fiabesco e paradisiaco. Prendi le viole più belle, stupende… Vieni, vieni con me, vieni, vieni con me. Sembra la fine di una vita e l’inizio di un viaggio senza fine. Anna è persa nelle parole di Marzio, un attore in azione, un Adone dietro le sbarre. La induceva a fidarsi di lei. Sa di aver fatto molti errori nella vita, ma adesso sa cosa vuole. Io e te insieme per sempre, calendule… Vieni, vieni con me, vieni, vieni con…  Finalmente Marzio vede arrivare la fine della sua pena, vede l’uscita dal carcere. Comincia a immaginare il mondo non oscurato dalle sbarre arrugginite. Nessuno potrà mai separarli, adesso: sono due cuori allo specchio nello stesso momento del tempo. Immaginano il loro mondo, un mondo privo di sbarre e privo di ogni turbamento. Un mondo troppo fiabesco per essere reale. Marzio, l’ultimo giorno della sua pena, dice ad Anna di aspettarlo ai cancelli del carcere, da dove sarebbe uscito per l’ora di cena. La fanciulla lo attende. Ha un sorriso bellissimo: sorride con la bocca, con gli occhi e con il cuore, e lo attende. Lo attende. Cerca la sua voce, le sue parole, le sue promesse. Lo attende. Cerca il suo sguardo, il suo cuore fuggiasco. Cerca. Ma trova solo i muri grigi del carcere, sorvegliati dalle guardie. Lo attende. Cerca. E trova l’alba. Si dirige verso il secondino di turno, chiedendogli di un certo Marzio Febbraro. Ma la guardia, desolata, afferma che il “Marzio Febbraro” in questione non è mai esistito. Anna vede sbiadire i suoi sogni, le promesse, il suo sorriso. Come un bambino che, svegliatosi d’un tratto da un sogno, nel cuore della notte, dapprima confuso per il buio improvviso, si riaddormenta sconsolato. Perché sembra essere stato tutto un sogno. Non sappiamo veramente dove sia andato Marzio. Ma è andato, non esiste più. Probabilmente ha usato Anna come passatempo, per trascorrere meglio la sua detenzione in carcere, anziché girarsi i pollici, e non l’ha mai amata.

599175_469804999738009_1860623795_n

Murubutu, pseudonimo diAlessio Mariani, di professione insegnante di Filosofia e Storia a Reggio Emilia

Oppure, facendosi travolgere dalla nuova vita fuori dal carcere, è fuggito, verso una vita sconosciuta. Potrebbe essere di tutto, persino un sogno. Potrebbe esser stato anche frutto dell’immaginazione di Anna che, avendo perso il controllo sul presente, e persa la voglia di vivere il tempo che passa, si è lasciata andare al desiderio interiore di trovare qualcuno che potesse riempire il suo fragile cuore lasciato a metà. Che sia tristemente impazzita? Impazzita di solitudine? Può essere anche questo. Se c’è di mezzo un sentimento complesso ma istintivo come l’amore, è difficile arrivare a qualsiasi conclusione. E’ davvero triste e crudo anche solo immaginare che Anna, così felice dopo anni di malinconia, scopra di essersi illusa. Ecco perché, dopo aver ascoltato questa malinconica storia, si può trarre un mantra universale: Tutti noi affrontiamo diversi periodi, durante la vita, in cui avvertiamo un forte senso di vuoto e di solitudine che paradossalmente si fa spazio all’interno del nostro torace. Niente ci deve impedire di sfogarci, perché in quel momento è l’unico modo che abbiamo per esorcizzare il dolore. Ma è importante continuare a vivere il presente. Il tempo passa, e con esso anche noi. Andiamo avanti. Possiamo cambiare interiormente, cambiare il nostro modo di essere, ma non dobbiamo perdere di vista la nostra essenza e il mondo che muta attraverso noi. Perché perdendo di vista il mondo, si rischia che una persona, che potrebbe diventare importante per nostra vita, non abbia neanche la possibilità di cambiarci la vita. Né noi, né lei, ci potremo mai accorgere dell’altro e, di conseguenza, la vita continuerà a scorrere come al solito, senza particolari svolte. E’ possibile. E’ tutto possibile se, di mezzo, ci sono i sentimenti dell’essere umano.

Anna e Marzio, Murubutu

Giovanna Letizia, VF

Benvenuti al La Farina! – Alessia Mesiti

Quest’oggi ho deciso di voler condividere con voi una delle canzoni che puntualmente, ogni mattina, mi aiutano ad alzarmi dal letto permettendomi d’iniziare un nuovo giorno con un giusto umore. Be’, anche questa mattina non ha fatto eccezione: oggi è un nuovo giorno. La nostra scuola si ripopola nuovamente di vita alla scoperta di sé stessa,un nuovo ciclo di menti che si apprestano ad intraprendere una strada da “brividi e lacrime” e per loro,oggi,non è un giorno qualunque. I “The Frames” sono un gruppo rock/indie rock del 1990,nati a Dublino, la cui musica non si è mai fermata a livello nazionale, ma ha sempre raggiunto livelli ben più ampi non solo per l’ottima qualità della musica,ma anche per gli apprezzatissimi testi. Il pezzo in questione è “Seven day miles”.    
“La tua volontà cambia ogni giorno. É una decisione che devi prendere, Io non posso aiutarti neanche volendo”.  
 Ogni giorno ci sembra interminabile, ogni mattina il tasto “replay” di quello precedente, ogni passo completo di zaino sulle spalle un passo in più verso la monotonia ed un pensiero monocromatico, piatto. La felicità sembra sempre un concetto lontano, e di vicino c’é soltanto la solita sedia su cui accasciarsi tutte le mattine in attesa che un secondo in più segni la differenza, il suono della campanella. Alle prime luci dell’alba la strada ci compare davanti sempre come un’ enorme via che porta verso il nulla o quasi,e affoghiamo i nostri dubbi nel silenzio del nostro malessere. La nostra volontà però,cambia tutti i giorni, è una semplice scelta che ci tocca prendere in completa autonomia. Possiamo scegliere di vedere quella strada come un rettilineo o come una probabile biforcazione, possiamo scegliere di aspettare a quella fermata del treno con la consapevolezza che le porte di quest’ultimo si apriranno come tutti gli altri giorni o credere che diversamente da tutti gli altri giorni riusciremo a fare del bene, di meglio e prenderemo quella biforcazione che ieri ancora non esisteva. Forse oggi troverò l’amore,dopomani sarò più solo di una settimana fa ed il giorno dopo ancora troverò un amico. Ma nessuno cambia strada se non vuol cambiare strada: 
“non posso aiutarti neanche volendo”.
“Sempre sembra non funzionare mai Non riesco a vedere una strada libera É un mare che si abbatte sempre in onde Contro la sicurezza di un uomo”.
Per noi liceali, i veterani di guerra che ancora combattono in trincea tra un coprifuoco e l’altro,”un nuovo giorno” è avvenuto una settimana fa, ma forse ancora nessuno di noi ha avuto la voglia d’ intenderlo così.  E ci sembra ogni anno “un mare che si abbatte in onde” per il sol scopo di scalfire la nostra volontà. Ogni giorno “sembra non funzionare mai”, è normale, capita a tutti. A chiunque nuovo commilitone leggerà questo articolo, io oggi voglio dire questo:
“Questo potrebbe richiedere del tempo per capirlo ora Ma non avere fretta E affronta il dubbio a testa alta Perché è solo una questione di tempo. Hai corso così velocemente.. É il miglio lungo sette giorni Che ti ha diviso in mezzo tra lo stare qui e lo scappare via”.11163778_703003453170649_8861088858119904195_n
Ed un giorno capiremo tutto, ed un giorno non dovremo più soffrire ed un giorno non ci diremo più “tra un giorno”… E sarà solo questione di tempo arrivare alla fine di questa biforcazione e sarà solo questione di tempo arrivare alla verità e comprendere ogni nostro singolo perché, proprio quando quei sette giorni che sembravano un miglio si trovavano “in mezzo tra lo scappare via ed il restare qui”.  Perché, nostri nuovi e vecchi commilitoni,ogni giorno decidendo di non cambiare la nostra volontà scegliamo di attendere in una zona vuota corrispondente tra lo scappare via ed il restare qui. E proprio sul quel cammino troverete qualcuno che vi dirà: “Possiamo bruciare questo ponte o restare qui”.
Possiamo decidere di bruciare un punto di passaggio ed impedirci di proseguire oltre o decidere di restare nello stesso punto e comprendere come attraversarlo,quel ponte. Ed anche su di esso ci diremo “Niente sembra funzionare mai” e ci prenderemo altro tempo,perché abbiamo corso troppo velocemente. Ma anche se oggi abbiamo corso così tanto,domani sorrideremo al sole,al vento,alle nuvole, a quel maledetto treno e “affronteremo il dubbio a testa alta“. Eh si,p erché anche questo nuovo giorno di scuola non è che un altro magnifico mistero che affronteremo a testa alta, un giorno lo capiremo…
“É un vento eterno come il tempo E mi rende così certo Che posso tornare lì solo per vederlo dalla tua parte”.
E quello stesso giorno ci volteremo e torneremo di nuovo qui,dall’altra parte del ponte e osserveremo le nostre schiene ricurve sui banchi e le risate sotto d’essi ed i primi baci rubati tra qualche minuto di ricreazione,mentre iniziavamo la giornata dicendoci  “Oggi sarà il giorno della mia vita. Oggi è semplicemente un nuovo giorno”. “É il tuo tempo. É quello che hai sempre voluto. É il tuo miglio lungo sette giorni Che ti ha diviso in mezzo tra qui ed il mai più”. 
Oggi siamo qui perché ogni singola mattina abbiamo voluto dare un senso ad essa fino ad oggi, a testa alta e abbiamo preso quel treno e siamo tornati di nuovo lá, in mezzo a quei sofferenti banchi. Non correte, abbiate fiducia e non fatevi corrodere da quel miglio lungo sette, interminabili giorni. Ora è il nostro tempo. Benvenuti al “Il Farina”.
Alessia Mesiti, IC

QUANTE VOLTE UN UOMO PUO’ VOLTARE LA TESTA FINGENDO DI NON VEDERE? – Giulia Campagna

blowin_in_the_wingBlowin’ in the wind è un brano scritto nel 1962 da Bob Dylan. In quegli anni l’America era impegnata nella guerra in Vietnam e nasceva il movimento hippie che dall’America avrebbe raggiunto il resto del mondo del mondo. Alcune mie recenti esperienze mi hanno fatto ripensare al testo di questa canzone dal contenuto pacifista e ai suoi tratti di denuncia nei riguardi dei comportamenti degli uomini, che sordi non sentono i lamenti dei propri contemporanei. Dylan evidenzia l’inerzia con cui l’uomo persevera nei suoi errori e continua a cercare di risolvere i problemi con la violenza e con la guerra. Pur essendo passati più di 50 anni dalla stesura di questo testo, esso resta attuale come, del resto, la maggior parte dei testi di Bob Dylan, e sembra pronto per rappresentare l’inno della nostra generazione come in passato è stato portatore degli ideali dei ragazzi degli anni 60′ del novecento disillusi dalla politica. Come i ragazzi di 50 o 60 anni fa si chiedevano quante palle di cannone dovessero volare prima che venissero bandite per sempre, noi ragazzi di oggi ci chiediamo quante bombe dovranno essere sganciate su civili innocenti prima che smettano di essere prodotte.

  THE ANSWER MY FRIEND IS BLOWIN’ IN THE WIND, Bob_Dylan-Blowin_in_the_Wind-Easy_Solo_GuitarTHE ANSWER IS BLOWIN’ IN THE WIND

Negli ultimi giorni ho avuto l’onore di parlare con un extracomunitario, veniva dalla Nigeria, era stato in Inghilterra e ora era qui a Messina. Era contento perchè dopo mesi che cercava di parlare con qualcuno ero la prima ad offrirgli una chiacchierata; mi ha fatto domande su come funziona la vita qui, su cosa fanno i ragazzi della mia età, mi ha parlato dell’Inghilterra e quando gli ho detto che partirò per Londra con mio padre quest’estate gli brillavano gli occhi, mi ha raccontato le sue esperienze a Londra e ha scherzato con me. È simpatico e intelligente, è piacevole la sua compagnia, tra le chiacchiere pronuncia una frase che mi fa venire la pelle d’oca: “ho fame, ti prego aiutami, dì ai tuoi amici di aiutarmi dammi un pezzo di pane” io gli rispondo che non ho il portafoglio con me e lui timidamente mi dice che mi crede, gli chiedo di aspettare, che gli avrei portato qualcosa da dentro il ristorante e lui mi dice che se la caverà da solo e che qualcosa riuscirà a comprarla. Mi batte il 5 e se ne va così il mio amico di colore, non lo rivedrò più molto probabilmente e tutto ciò che rimpiango è il non aver potuto fare nulla di più che scambiare due parole; realizzo che sono migliaia come lui in cerca di una patria, in cerca di qualcuno con cui parlare. Davanti a questa realtà non posso che sentirmi impotente. Lacrime acide mi scorrono sul volto, e la mia tristezza si trasforma in rabbia verso chi avrebbe potuto aiutarlo, anche solo con un sorriso anche solo con una chiacchierata e mi chiedo, proprio come Dylan fa nella terza ed ultima strofa: “quante volte un uomo può voltare la testa fingendo di non vedere?”

images

THE ANSWER MY FRIEND IS BLOWIN’ IN THE WIND,

THE ANSWER IS BLOWIN’ IN THE WIND

-Giulia Campagna 

Animali, Maria Antonietta ( canzone della settimana ) – Luna Cilia

“Non dormo, ascolto le ambulanze su Via Milano. In ogni caso il nostro amore durerà per sempre. Oggi ho avuto sempre quel pensiero in mente, avrei voluto che dopo dieci anni se ne andasse via per sempre. Che io ancora non mi sono adattata a questo tipo di Universo come fanno tutti gli animali e gli uomini intelligenti. Tu, che sei diverso da tutti gli altri sei l’uomo con cui voglio svegliarmi ogni mattina.”

Non dormo. L’unico suono che ascolto è una sorta di ronzio elettronico, un’interferenza, il fischio di un microfono che va in tilt. Forse è proprio questo il rumore dei miei pensieri: uno stridore continuo, fastidioso, a ricordarmi che mai e poi mai il pensar troppo potrà farmi del bene. Sarà il sangue che passa attraverso le vene, che si inerpica su per le tempie, ma ho sempre avuto la mania di associare i rumori e la musica a diversi periodi della mia vita, o a determinate circostanze: come in una sinestesia, immagini e suoni o odori creano istantanee che archivio e cullo con dedizione particolare. E’ sempre stato un mio modo di pensare o ripensare così intensamente a determinati avvenimenti e ricordi fino a idealizzarli, limarne le spigolosità e renderli lacrimosamente impeccabili: si sa, più passa il tempo e più di un ricordo si perdono man mano particolari che il nostro cervello considera come indifferenti. Oggi ho avuto sempre quel pensiero in mente, avrei voluto che dopo dieci anni se ne andasse via per sempre. Perchè è proprio quando speriamo con tutti noi stessi che quella circostanza, quel pensiero, quel turbamento svanisca e si affievolisca con il tempo, che il nostro subconscio ci perseguita e tortura mettendocelo minuto dopo minuto davanti agli occhi o collegandolo ad oggetti-cose-persone che non hanno nulla a che vedere con quella determinata cosa: e forse è proprio ciò a farcelo pensare, perchè la situazione dalla differenza abissale ci obbliga a mettere a paragone questi due estremi.

E così, tra uno scherzo del destino, una scusa o una coincidenza sembra parerci infinito il tempo in cui ci autoflageliamo mentalmente, in cui incidiamo la nostra corteccia cerebrale con sensazioni come vergogna, ribrezzo e rimpianto. Potrei dire quasi con certezza che chi adesso legge questo articolo sente vivida e concreta la circostanza sopracitata, e scandisce i secondi ripetendosi “vai via, non ho voglia di portarti alla mente, non sei importante, rannicchiati nel tuo stupido angolino e lasciami in pace”. E’ questo quello che dovremmo imparare, che il meccanismo della mente è simile a quello di una calamita: più cerchiamo di scacciare un pensiero nocivo, più esso attirerà la nostra attenzione , ottenendo dunque l’effetto opposto. Il perno della nostra esistenza, tuttavia, mettendo da parte questi pensieri torbidi, è un’altro. E’ il non adattarsi. Anni e anni di ricerche, di storia, di guerre, di fanatici, di santi, di evoluzione , di rivolte; anni di omicidi, di suicidi, di incidenti, di nascite : abbiamo scoperto che la fonte della vita è il mare in cui anneghiamo, che i batteri che ci indeboliscono sono la sintesi dell’esistenza e come una preghiera ripercorriamo dal big bang all’homo sapiens sapiens perchè è quello che ci è stato insegnato.

Allora cos’è che muove il mondo se tutto questo è naturale, genuino, frutto del tempo , del clima e di tutte quelle caratteristiche e inconsapevoli come respirare? E’ il non adattarsi: perchè non adattarsi vuol dire notare strabiliati o contrariati fenomeni, particolari, sfumature che tutti considerano come scintillanti e chiare, non adattarsi vuol dire non sentirsi parte di un mondo che ci viene presentato come florido e cristallino quando , tra duecento anni, verremo considerati come dei cavernicoli dal cervello microscopico per aver scoperto così tardi cose così basilari. E’ per questo che poesia e scienza sono mosse dallo stesso sentimento : la poesia rende banali oggetti apparentemente privi di senso come nuclei, simboli universali dell’emotività; la scienza prende come paradigma l’ordinarietà e ciò che sembra certo e conosciuto e lo sventra fino a trovarne i punti deboli per scoprire tutt’altro. Dal particolare all’universale. Che io ancora non mi sono adattata a questo tipo di Universo come fanno tutti gli animali e gli uomini intelligenti.

Luna Cilia, VD