Tirando le somme… Occupazione 2016 – Luna Cilia

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il Direttivo

Non è mai troppo tardi per fermarsi a riflettere sugli avvenimenti, specialmente quando ne si è i diretti artefici.

È così, con il documento (di cui ho deciso di citare i punti salienti poco sotto) scritto e ideato da alcuni rappresentanti degli studenti del nostro liceo, che ha avuto inizio l’occupazione del Liceo Classico G. La Farina: era una mattinata gelida dall’aria pungente e carica di promesse, di una promessa più di tutte le altre. Una promessa forse inaspettata, diversa dal semplice sentore di occupazione, banalizzato dalla diffusa falsa idea di baldoria: la promessa di rispettare, nel modo più democratico possibile, la volontà di tutte le componenti dell’istituto. Proprio per tale motivo, dopo settimane di riunioni, di litigi, di organizzazioni matte e disperatissime, il “Direttivo”, ossia il gruppo di studenti dedicatosi a curare gli aspetti e le modalità nelle quali svolgere il tutto, ha varcato le porte della scuola il 14 dicembre 2016, contraddistinto dalla fascetta verde al braccio, e ha condotto la popolazione scolastica in cortile per un’assemblea auto-convocata.

Noi studenti, spesso e volentieri, veniamo trattati come dei bambini capricciosi, dei ragazzini che non sanno ascoltare, che protestano per perdere ore di scuola, che meritavano di essere educati con qualche schiaffo in più. Noi studenti, spesso e volentieri, per questi motivi non veniamo ascoltati, la nostra opinione viene messa da parte perché ritenuta poco rilevante, le nostre proposte non vengono considerate perché ritenute poco mature.
Le nostre manifestazioni, le nostre assemblee, i nostri boicottaggi frequentemente descritti come “momenti di svago”.
Ma chi scende in piazza ogni qualvolta il governo propone una riforma della scuola ingiusta? Chi ha rifiutato gli invalsi? Chi ha proposto una legge di iniziativa popolare per modificare la legge 107? Chi ha evitato a questo paese una riforma costituzionale ingiusta e raffazzonata?
(…) Renzi spesso ha dichiarato che, negli istituti che ha visitato, ha trovato degli studenti felici dell’alternanza scuola-lavoro, e professori felici del bonus riservato ai migliori docenti della scuola, che ha trovato delle scuole all’avanguardia, delle scuole migliori.
Ma la verità è che CHIUNQUE frequenti una qualsiasi scuola d’Italia sa che la realtà è ben diversa da come la descrive il premier.
Gli studenti sono costretti a lavorare gratuitamente per le aziende locali e non, perdendo le consuete lezioni mattutine per recarsi “a lavoro” (e poi siamo noi che non vogliamo andare a scuola) o ancor peggio, l’unico momento di svago reale quale le vacanze estive; sono costretti a lavorare anche e soprattutto in orario extra-scolastico ostacolando le necessità e le tempistiche individuali previste per svolgere i compiti per casa e/o di frequentare qualsivoglia attività pomeridiana.
Ancora oggi gli studenti delle seconde classi ogni anno devono svolgere quei test invalsi che non aiutano nello sviluppo della propria coscienza critica (…)
Il Comitato di Valutazione, avente lo scopo di dare un criterio alla distribuzione del fantomatico bonus per i docenti più meritevoli, spesso utilizza delle griglie di valutazione inappropriate (…) Il bonus ha portato nelle scuole italiane una lotta fra professori, un conflitto di interessi improduttivo e deprimente. Per noi, i professori sono quasi tutti bravi e quindi meritevoli. Sono rari i casi di docenti che svolgono male il loro lavoro e mettono così in cattiva luce l’intera categoria, composta dalla stragrande maggioranza di insegnanti molto preparati, sinceramente appassionati e totalmente dediti al loro compito. I cattivi esempi andrebbero perseguiti seriamente per evitare di danneggiare il processo di formazione degli allievi, mentre il bonus nella sua iniquità serve soltanto a nascondere la triste realtà della quasi totalità degli insegnanti, molto meritevoli ma molto malpagati e molto poco considerati.
Ai problemi portati dalla 107 dobbiamo aggiungere poi quelli irrisolti che si protraggono da secoli, uno fra tutti il problema della sicurezza nelle scuole.
(…) Per quale motivo gli studenti devono avere paura di entrare a scuola, sapendo del rischio che corrono ogni giorno e della noncuranza generale? Perché i soldi spesi per questa, e tante altre problematiche sono fin troppo pochi per risolvere definitivamente questa criticità?
E’ per questo che oggi torniamo con questa forma di protesta, è per questo che oggi torniamo qui a riprenderci ciò che ci spetta di diritto.
Il movimento studentesco messinese, ed il liceo La Farina soprattutto, non potrà mai dimenticare ciò che è accaduto l’anno scorso.
Noi tutti non potremo mai dimenticare come siamo stati trattati dai media locali, come siamo stati trattati dai genitori, come siamo stati trattati dal dirigente.
Non dimenticheremo mai le urla che ci sono state rivolte contro, non dimenticheremo mai tutti quegli insulti, tutte quelle sentenze vomitate da chi dovrebbe dare il buon esempio.
Noi però non ci siamo fermati di fronte a quella repressione (…) abbiamo organizzato sit-in, manifestazioni, convegni, boicottaggi.
Riguardando quelle cicatrici non scendono più lacrime dai nostri volti. Riguardando quelle cicatrici oggi ci fanno solo ribollire di rabbia, ci aiutano a non mollare mai, a non arrenderci mai.
(…) Per questo motivo noi torniamo più furiosi di prima, più maturi e più combattivi.
Abbiamo votato no per riprenderci il paese, adesso cominciamo dalle nostre scuole.
D’ora in poi non vogliamo più che le decisioni vengano prese dall’alto, non vogliamo più che a fare le riforme siano i poteri forti come Confindustria: da ora in poi decidiamo noi.

 

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fotografia di Simone Tindiglia

“Chiunque sia interessato a partecipare resti in cortile, chi invece ha deciso di proseguire con la regolare attività didattica vada in classe” ha annunciato il suono metallico del megafono, sul palco di argento e ruggine che da sempre hanno rappresentato le scale affacciate sul cortile. Dopo aver esposto in modo chiaro le motivazioni della campagna di protesta, approvata dagli studenti stessi dopo la votazione (sempre avvenuta durante un’assemblea, pochi giorni prima), con più di 250 voti favorevoli sui 300 votanti presenti, è stato dichiarato lo stato di occupazione. Un’occupazione, come annunciato precedentemente, diversa da ogni altra che l’ha preceduta: per la prima volta, con la piena libertà di consentire ai docenti di svolgere l’attività didattica in modo comodo e pratico, destinando il piano superiore della scuola interamente ad essa. Un’occupazione sicuramente formata da giorni difficili, specialmente dopo l’amarezza dell’anno precedente, ma ricca di buoni propositi e della volontà fortissima di fare tutto nel modo migliore possibile.

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(fotografie scattate durante alcuni corsi, che comprendono: Scrittura Creativa – Elena Grussu, Benedetta Catanoso, Luna Cilia; Russo – Cecilia Moraci; GSM – Ugo Muraca)

Nonostante ciò, non poche sono state le critiche rivolte agli organizzatori, a partire da alcuni docenti, che hanno definito il tutto con frasi reiterate e ben note quali “il solito spreco di tempo”  “una pagliacciata”. Ma noi, studenti, siamo andati avanti giorno dopo giorno, con la consapevolezza di portare avanti una delle occupazioni più corrette, e miglior organizzate, di sempre. Qui si parla di dati di fatto: ogni giorno è stata offerta agli occupanti una vasta gamma di corsi, dibattiti, momenti formativi vissuti in comunione, garantendo a tutti (anche a chi non vi ha partecipato) la libertà di scelta. Perché occupare una scuola significa usufruire del corso di autodifesa, di scrittura creativa, di disegno, di lingua e cultura Russa, significa partecipare al dibattito sulla crisi o al Gruppo di Studio Marxista, tanto quanto abitarla, persino dormire sui banchi freddi che alle tre di notte lo sono ancor di più, per dimostrare che non è vero che un liceale non ha idea di cosa significhi stare al mondo, conoscere i propri coetanei, autogestire interamente un luogo, affrontare da solo problemi piccoli o grandi che siano.

15492517_1372666669451184_502999698709104605_n.jpgPerchè occupare una scuola significa crescita, significa, come lo è stato per noi, esser capaci di rendere la scuola più pulita di quanto lo sia stata mai prima, in vista di un Open Day perfettamente organizzato in sinergia tra alunni e insegnanti, svolto sotto occupazione.

Nonostante gli intoppi, la frustrazione di quando le cose non vanno come devono andare, il risentimento nel constatare sfortunatamente che, giorno dopo giorno, gli studenti occupanti diminuiscono, nonostante la tristezza nell’accorgersi che occupare è in primo luogo una protesta per ben pochi, possiamo dire senza alcun timore che abbiamo fatto – direttivo, rappresentanti, e studenti meritevoli- il massimo per rendere questo ritaglio di democrazia reale e possibile. E per farlo, abbiamo usufruito al massimo dei mezzi possibili per comunicare e discutere: ogni giornata è stata aperta convocando una o più assemblee di istituto nelle quali è stato fatto il punto della situazione, sono state riassunte le attività della giornata e/o si sono discusse le problematiche interne, e condivise tra gli studenti tutte le proposte possibili. Tastando con mano, con un diretto contatto, faccia a faccia.

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Una breve menzione la merita anche lo striscione, spesso frainteso, che è stato appeso in cortile. Striscione che recita “La scuola è degli studenti, non dei dirigenti”. Ci è stato imputato di aver utilizzato un motto demagogico, che ignorava l’importanza delle altre componenti scolastiche cioè i docenti e il personale ATA, ma il motivo di tutto ciò è molto semplice. La scuola è, a tutti gli effetti, di chi la popola: studenti, personale ATA e docenti sono il cuore vivo e pulsante di un istituto, reciprocamente legati, reciprocamente necessari perché la scuola si chiami scuola. Tuttavia, gli unici partecipanti all’occupazione sono studenti: né i professori, né il personale ATA ha preso parte attivamente al percorso intrapreso, per motivi personali e comprensibili, ma, a tutti gli effetti, sono gli studenti gli unici occupanti dei locali scolastici. Per questo motivo, lo striscione adoperato durante l’occupazione non intende escludere soggetti fondamentali nell’ecosistema scolastico, perché va inquadrato nel momento di protesta studentesca che è l’occupazione, e non va decontestualizzato, altrimenti perde il suo senso.

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Tipica serata trascorsa a scuola: stanchezza indicibile e pizze per tutti

Tirare le somme non è mai semplice: l’insieme dei pro e dei contro non si potrà mai calcolare con freddezza matematica. Quando il bilancio di riuscita è umano e soggettivo, è letteralmente impossibile farlo. La speranza è che gli sforzi e i sacrifici dei rappresentanti insieme con il direttivo (che sono e saranno sempre davvero molti) abbiano acceso coscienze. Tali coscienze, che sfortunatamente sono  e saranno sempre parecchio minori numericamente rispetto all’immondo grigiore della massa, hanno però il potere di cambiare, fare la differenza tramandando uno spirito libero e irrequieto, incapace di piegarsi. E noi, con questo gesto del tutto irrilevante agli occhi di molti, eppure talmente grande ai nostri, speriamo di averla fatta, quella differenza.

 

Luna Cilia

 

 

 

I padri fondatori contro Mike Pence – Elena L. Grussu

L’anno scorso Lin-Manuel Miranda ha portato il suo show Hamilton sui palcoscenici di Broadway, la sua storia con protagonisti i padri fondatori degli Stati Uniti d’America ha conquistato i cuori di tutto il mondo diventando presto un successo mondiale, soprattutto perché gli attori coinvolti sono per il novanta percento parte di minoranze etniche come lo stesso creatore.

Pochi giorni fa il cast ha fatto la sua esibizione come sempre, solo che quella volta c’era un personaggio d’eccezione tra il pubblico: il vice-presidente eletto Mike Pence. Ora, per tutti quelli che non seguono assiduamente la politica estera e non sanno molto di questa figura, è bisognoso specificare che il primo punto all’ordine del giorno per quest’uomo è quello di elettrificare tutte le persone appartenenti alla comunità LGBT+ in modo da poterli curare.

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Già al suo ingresso Mike Pence è stato accolto da una marea di fischi e urla da parte del pubblico che si è successivamente calmato; alla fine dello spettacolo uno dei protagonisti ha preso la palla al balzo e ha approfittato della cosiddetta curtain call per leggere un breve discorso.

Il video è disponibile su twitter, basta cercarlo se volete sentire esattamente le parole che sono state usate, mi sarebbe piaciuto lasciare una trascrizione precisa del discorso con tanto di traduzione ma la folla urlava fin troppo, quindi mi limiterò a riassumerlo brevemente: l’attore ha esordito dicendo che tra il pubblico c’era un ospite speciale, ha specificato il nome del suddetto e l’ha persino indicato alla platea che ha subito cominciato un coro di “boo!”, una volta aver richiamato tutti al silenzio e incoraggiato il pubblico a registrare tutto per poi metterlo sui social, perché pensava che il mondo dovesse sentire, è stato specificato che il cast si sentiva onorato dalla presenza di Mike Pence e che erano davvero felici per la sua elezione, dopodiché il discorso continua dicendo che il cast è consapevole che né la sua politica né quella del suo presidente rappresenteranno mai l’America del cast di Hamilton o i valori americani; concludono ribadendo che sono tutti contenti di averlo tra di loro e che sperano che lo spettacolo sia riuscito a fargli aprire gli occhi in modo che le sue idee possano cambiare e rappresentare tutte le etnie, tutte le religioni, tutti gli orientamenti sessuali.

Ovviamente l’avvenimento ha fatto furore nei social, a tal punto che lo stesso Donald J. Trump ha twittato dicendo: “Il cast e il produttore di Hamilton, che mi dicono essere terribilmente sopravvalutato, dovrebbero immediatamente scusarsi per il loro comportamento scorretto.” E ancora: “Il nostro stupendo futuro vice presidente è stato molestato ieri sera al teatro dal cast di Hamilton, con tanto di telecamere accese. Questo non dovrebbe succedere!” (a questo tweet, Mike Pence aveva risposto direttamente dicendo: “A dire la verità sono stati molto gentili.”) E per finire: “Il teatro dovrebbe sempre essere un posto sicuro e speciale. Il cast di Hamilton è stato molto maleducato nei confronti di un uomo molto buono, Mike Pence. Scusatevi!”

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ecco i tweet del presidente, prima che decida di cancellarli.

A tutto ciò ovviamente sono seguite le reazioni del popolo, in particolare un ragazzo ha fatto una serie di tweet dove diceva: “Pence vuole elettrizzarmi per togliere il gay dal mio corpo, posso fargli boo quanto voglio. Gli farò boo a casa sua, gli farò boo in ufficio, gli farò boo sul letto di morte, gli farò boo anche all’inferno!”

Articolo di: Elena M. Grussu

TEST INVALSI: Perché boicottarli – Nicola Ialacqua

Cominciamo analizzando per bene la storia di questi test di valutazione.
L’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione (INVALSI) è un istituto di ricerca avente le seguenti funzioni:

  • verifiche sistematiche e periodiche sulle abilità e conoscenze degli studenti, e sulla qualità dell’offerta didattica e formativa delle istituzioni;
  • preparazione annuale dei testi della prova scritta nazionale volta a verificare i livelli di apprendimento conseguiti dagli studenti nell’esame di Stato al terzo anno della scuola secondaria di primo grado (comunemente nota come Test INVALSI)

In tutta Europa esiste questo tipo di test di valutazione con le stesse tipologie di item (ovvero di domande). Secondo il documento dell’EACEA ( Agenzia Esecutiva per l’istruzione, gli audiovisivi e la Cultura) “Le prove nazionali di valutazione degli alunni, ovvero la somministrazione nazionale di test standardizzati ed esami organizzati a livello centrale, sono uno degli strumenti utilizzati per misurare e monitorare sistematicamente il rendimento di singoli alunni, istituti scolastici e sistemi educativi nazionali”. In breve, questi test dovrebbero monitorare il livello d’istruzione in un determinato paese cercando di trovare delle soluzioni per dei possibili deficit.
Gli INVALSI sono stati somministrati agli studenti italiani solo dal 2007.
Dal 2007 sono le seconde e quinte elementari, le terze medie e le seconde liceali a doverli svolgere. Qui abbiamo la prima “falla nel sistema”: infatti dal 2009 gli INVALSI fanno media nella valutazione finale degli esami del primo ciclo di scuola secondaria. Ecco qui che dei test presentanti come valutazione del sistema d’istruzione nazionale diventano valutazione del singolo alunno.

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Logo dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione

Ma in cosa consistono questi test? 

Vengono analizzate due materie in particolare, ovvero italiano e matematica.
I test consistono in domande a risposta multipla, “vero o falso” e sporadiche domande a risposta aperta.
Le prove di italiano per gli alunni delle seconde classi del liceo consistono in una comprensione di tre testi con circa venti domande e circa cinque domande di grammatica, mentre per quelle di matematica troviamo trenta domande di aritmetica, algebra, geometria, relazioni e funzioni, dati e previsioni.
Spesso vi sono delle difficoltà nella risoluzione dei quesiti per quanto riguarda quest’ultima materia: molti alunni infatti non riescono a risolvere i problemi proposti poiché branche della matematica come la statistica vengono completamente oscurate dai professori.
Chi sostiene le prove INVALSI ritiene infatti che quest’ultime costringono, in un certo senso, i professori a spiegare agli alunni durante la lezione certe discipline quasi fondamentali al giorno d’oggi che possono aiutare per la preparazione all’Università.
Ma in cosa è sfociata in verità questa “costrizione” negli anni? Sarebbe stato positivo infatti se questi test avessero spinto i professori a cambiare radicalmente il proprio metodo di insegnamento, cercando di far comprendere la materia e far capire all’alunno come applicare ciò che gli viene insegnato per risolvere i problemi di tutti i giorni, ma purtroppo così non è stato: i professori infatti, pur di far andare bene questi test, hanno basato il loro programma sul nozionismo, inculcandogli formule atte a risolvere solamente quel tipo di test, decontestualizzando quindi la stessa materia. Ovviamente non tutti gli insegnanti lo fanno, ma il problema esiste ed è sotto gli occhi di tutti.
Per quanto riguarda le prove di italiano, il problema sorto è di diverso tipo.
Per quanto la comprensione del testo sia fondamentale all’individuo per poter comprendere nella vita di tutti i giorni articoli di giornale e qualsiasi tipo di documento, per quanto essa possa contribuire a risolvere quell’analfabetismo funzionale di cui molti oggi soffrono a causa appunto di un sistema d’istruzione di basso livello, essa non può in alcun modo sviluppare nell’alunno il senso critico.
I professori si sono infatti a tal punto omologati a questi test da proporre come compiti in classe prevalentemente comprensioni del testo, uccidendo così la creatività dell’alunno non dandogli la possibilità di spaziare, cosa che invece un saggio breve richiede.

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Le falle quindi non sono state risolte, ma sono aumentate, e non è finita qui.

Questi test, a parte per gli esami di terza media, non dovrebbero intaccare la valutazione dell’alunno, anche perché dovrebbero essere anonimi, ma purtroppo non è così.
Infatti per ogni alunno esiste un codice identificativo stampato sul foglio: questo codice, detto SIDI, viene fornito dal MIUR. I docenti delle materie di italiano e matematica sono spesso incaricati sia della correzione delle prove sia dell’inserimento dei dati nel sistema informatico. Ciò inficia l’anonimato del singolo test e potrebbe indurre il docente non solo a falsificare i risultati, ma (come è già avvenuto) anche da utilizzare il suddetto test come valutazione in più sull’alunno.
Ciò intacca direttamente la privacy dello studente poiché lo stesso codice si trova anche nel terzo foglio proposto all’alunno, una sorta di questionario all’interno del quale si pongono a quest’ultimo domande, ad esempio, sul reddito dei genitori, sul grado di istruzione degli stessi e così via.
Ciò è a dir poco inconcepibile per un test nazionale uguale per tutti che dovrebbe solo fornire dei dati prettamente statistici.
Ma passiamo alle altre criticità.
I test invalsi hanno, ovviamente, un limite di tempo massimo: 90 minuti a prova per quelli delle seconde liceali, 60 minuti per le terze medie, 75 minuti per le quinte elementari e soli 45 minuti per le seconde elementari.
Sorge nuovamente un problema che nel resto d’Europa ed in America ormai esiste da tempo: lo stress da test. Come sostengono giustamente i COBAS nel loro documento “Invalsi: perché no”, “nell’insegnamento della scrittura i bambini usano la matita, affinché l’errore non sia irrimediabile e non diventi un dramma emotivo; invece l’Invalsi obbliga all’uso della penna biro non cancellabile. Ma in qualunque segmento di scuola, lo stress emotivo è fortissimo: le prove sono pensate per risposte in velocità, si tratta di prove a tempo a malapena sufficiente a rispondere a tutti i quiz. Esattamente il contrario di ciò che un buon insegnante non smette mai di raccomandare: “Non bisogna avere fretta nelle risposte, bisogna riflettere bene e a lungo, ecc.”. Nelle scuole inglesi lo “stress da QUIZ” è ormai riconosciuto anche dagli psicopedagogisti.”.
Negli anni esso è diventato un problema serio per i bambini nei paesi sopracitati, e presto lo diventerà anche qui in Italia.
Perché noi in Italia, al posto di imparare dagli errori altrui, li imitiamo.
Cos’è successo infatti negli altri paesi in cui questi test sono ormai diventati parte integrante dell’istruzione?

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In America, il 26 aprile 1983 veniva pubblicata un’analisi sullo stato della scuola chiamata “A Nation at Risk”, la quale affermava che il sistema educativo statunitense aveva fallito in quanto la performance degli studenti era inaccettabilmente bassa. Fu così che negli anni 90 si cercò di porvi rimedio tramite un percorso atto a stabilire degli obiettivi generali. Ciò sfociò in quella riforma approvata nel 2002, la No Child Left Behind (NCLB). Questa riforma non fece altro che costringere ogni stato ad adottare nelle scuole pubbliche una sorta di “linea guida generale” ( la accountability) avente lo scopo di migliorare la qualità dell’istruzione pubblica. Ecco qui che vengono introdotti dei test più o meno uguali in ogni stato da sottoporre a tutti gli alunni appartenenti dalla III all’VIII classe ogni fine anno scolastico. I risultati dovranno poi essere comunicati ai genitori e alla comunità locale per dimostrare il progresso annuale. Tutte le scuole che per almeno due anni consecutivi hanno avuto dei risultati in media bassi dovranno essere aiutati tramite dei finanziamenti per la formazione degli insegnanti. Se anche ciò non bastasse, le suddette scuole dovranno essere completamente riorganizzate. Le critiche a questa NCLB sono state molte: innanzitutto, le scuole che non conseguono sufficientemente questi test rischiano in verità il taglio dei fondi, cosa che porterebbe inevitabilmente alla chiusura. Ciò non ha fatto altro che indurre le scuole a semplificare queste prove pur di sopravvivere. Ad oggi in America sono i più poveri, soprattutto i latinoamericani e gli afroamericani, ad essere i meno alfabetizzati del paese. Ed a seconda dei risultati dei test spesso viene precluso l’ingresso ad una buona scuola superiore, quindi ad una buona università e quindi ad un buon percorso di studi. Le scuole hanno cominciato così ad utilizzare espedienti sempre più subdoli come il cream-skimming, ovvero il cercare di attrarre gli alunni migliori nelle proprie scuole per far si che i test vadano bene, oppure l’assegnazione degli alunni più deboli a delle classi speciali che li esonerano dalla partecipazione a questi test. Inoltre spesso individui normodotati ma con scarsi risultati ai test vengono messi in classi di sostegno nelle quali di solito ci dovrebbero essere gli studenti disabili o con bisogni speciali. Ed ecco qui che aumentano a dismisura gli abbandoni scolastici. Inevitabile poi è stato l’utilizzo dei test da parte dei professori come unico strumento didattico a causa appunto di questo accountability che ha concentrato l’attenzione degli insegnanti solo sulle materie e solo sulle branche oggetto di rilevazione. Gli insegnanti sono purtroppo costretti a fare ciò in quanto il risultato di questi test svolti dai propri studenti intacca direttamente il loro salario. Di boicottaggi in America ce ne sono stati tanti in questi anni, il movimento anti-test è cresciuto a dismisura stato dopo stato, ma purtroppo ciò porta a delle sanzioni dure alle scuole.

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Manifestazione nel New Jersey contro i test PARCC (Partnership for Assessment of Readiness for College in Careers)

L’Italia vuole prendere esempio da un modello di educazione che in America ha solo creato disparità, ha solo creato disagi, un modello che ha solo peggiorato lo stato delle cose.

Ecco che succede una cosa simile in Olanda, dove i test ti accompagnano sin dall’infanzia. Una mamma italiana trasferitasi lì infatti racconta che “ogni anno tra aprile e maggio tutte le scuole elementari vengono sottoposte al test CITO che ha lo scopo di misurare gli obiettivi di apprendimento riferendoli a una media nazionale. A è il risultato massimo, B è buono C è sufficiente, D è insufficiente. il punteggio finale del CITO in ottava classe diventa anche uno spartiacque per il tipo di scuola superiore, visto che alcuni dei licei più ambiti pongono un punteggio minimo al CITO come prerequisito per l’ammissione. Al termine degli 8 anni di scuola elementare viene anche dato un consiglio più o meno vincolante per le scuole superiori”.
E’ questo che il governo vuole? Creare disparità fra gli alunni tramite dei test?
I risultati degli INVALSI in Italia sono uguali dal 2007: vi sono enormi disparità fra il Nord ed il Sud, in quanto quest’ultimo presenta i peggior risultati di tutta Italia mentre regioni come Veneto e Lombardia presentano dei risultati ottimi.
Sono passati nove anni dall’introduzione di questi test, e cosa si è fatto per migliorare tutto questo?
Assolutamente niente. I risultati sono sempre gli stessi, il cheating aumenta a dismisura e le disparità fra Nord e Sud non fanno che inasprirsi sempre più.
E ci sono ancora docenti, dirigenti e genitori che sostengono questi test invalsi, che spingono i propri ragazzi a farli, che denigrano tutti coloro che non li svolgono, che prendono dure sanzioni su chi li boicotta (sanzioni che intaccano inevitabilmente la valutazione del singolo studente).
Ecco qui che dei semplici test prettamente statistici diventano un obbligo, diventano un “dovere”, diventano una costrizione. Arrivano poi i giornalisti che cavalcano l’onda di questi sostenitori dei test uccidendo il movimento studentesco e deridendo gli studenti che manifestano con affermazioni a dir poco sconcertanti. A conferma di ciò, il quotidiano “Il Sussidiario” ha pubblicato l’anno scorso un resoconto degli invalsi sottolineando il fatto che “in prima fila nel sabotaggio vi sono le scuole con i peggiori risultati”, come Sicilia e Sardegna, e che “più che della battaglia di coscienze critiche, affinate dalle elevate competenze, contro i danni della globalizzazione standardizzante, forse più semplicemente si tratta della pulsione a celare la propria sostanziale ignoranza”.
Chi ha scritto il suddetto articolo sicuramente non si sarà mai chiesto se questi test invalsi siano veramente di aiuto per i ragazzi, probabilmente non entra in una scuola da decenni, probabilmente non parla con i giovani da tempo, probabilmente non capisce che questi invalsi non sono mai serviti a niente, che questi invalsi hanno solo fatto sprecare milioni di euro (l’anno scorso sono stati spesi quattordici milioni di euro) inutilmente. La Buona Scuola non fa altro che continuare a fornire fondi all’istituto INVALSI, non fa altro che pensare a “tecnologizzare” le scuole, non tenendo conto del fatto che ci sono scuole che cadono letteralmente a pezzi, scuole vecchie che ormai hanno i giorni contati.

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Manifestazione a Genova contro gli Invalsi

Il 12 maggio le scuole di tutta Italia dovranno svolgere i suddetti test, ed alla luce di tutti questi fatti, di tutti questi dati, invitiamo tutti gli studenti, i professori ed i dirigenti a boicottarli.

Poniamo fine a questo tipo di insegnamento meramente nozionistico basato non tanto sulla comprensione del quesito quanto sul “teaching to test”, sulla mera risoluzione dei test.
Poniamo fine a questo sistema preoccupantemente volto ad imitare modelli americani ed europei che hanno fallito, che hanno creato solo disparità, che hanno distrutto il sistema scolastico.
Poniamo fine a questa Buona Scuola che crea dei ragazzi-macchine tramite l’alternanza scuola-lavoro, che fornisce agli studenti solo gli strumenti per poter in futuro avere un lavoro piuttosto che incentivarli a studiare per avere un bagaglio culturale degno di nota, per sviluppare quel senso critico che oggi manca a buona parte della classe dirigente.
Il Governo crede che in tempo di crisi tutto sia giustificato, tutto sia permesso.
Ma come ben scrive il professore Nuccio Ordine nell’introduzione del suo libro “L’utilità dell’inutile”, “la logica del profitto mina alle basi quelle istituzioni (scuole, università, centri di ricerca, laboratori, musei, librerie) e quelle discipline (umanistiche e scientifiche) il cui valore dovrebbe coincidere con il sapere in sé, indipendentemente dalla capacità di produrre guadagni immediati o benefici pratici.”
E’ per questo, per avere un’istruzione decente, per ridare vita alle materie umanistiche e scientifiche ormai oscurate, per il valore del diritto allo studio che noi tutti, il 12 aprile, boicotteremo questi test invalsi.

-Nicola Ialacqua

Una Ribellione Eterna (che coinvolge tutti) – Benedetta Catanoso

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“Questo è il messaggio che vi lascio, compagni: Ribellione! Io non so quando la Ribellione verrà. Potrebbe essere fra una settimana come fra cent’anni. Ma, così come sono sicuro di vedere questa paglia sotto i miei piedi, so per certo che presto o tardi giustizia sarà fatta. Tenete lo sguardo fisso su quest’obiettivo per tutto il breve tempo che vi resta da vivere, compagni!”    (la Fattoria degli Animali – Orwell)                                           

Quello della ribellione è un concetto altamente complesso, ma contemporaneamente è la base di un progresso vitale impresso nel nostro DNA. Si tratta di un atteggiamento, di un comportamento, di un pensiero da sempre vivo dentro di noi come stimolo alla vita in una sorta di testimonianza alla nostra presenza all’interno di un mondo che cammina. Nel nostro cammino di vita ci troviamo difronte a un processo di ribellione più volte di quanto possiamo immaginare poiché è un processo innato, vivo e incontrollabile che scorre in noi da sempre. Pertanto anche se poi viene represso, viviamo di questo sentimento di rivolta che è spesso causa di molte nostre azioni; nasciamo ribellandoci e moriremo ribellandoci, perché sempre e fortemente legati, anche se inconsciamente, alla vita.  Ma il vero e proprio processo entra in atto quando la nostra realtà e la nostra normalità vengono intralciate da idee contrapposte inculcate in un cervello che le respinge; quando quella routine per noi vitale è interrotta da una dittatura sempre più potente che opprime la forma più grande di libertà: l’arte. L’arte, racchiudendo i piaceri e le passioni personali di ciascun individuo, così come i dolori, crea l’ambiente ideribellione-e-rivoluzione-712x600.jpgale per un uomo che vive nel benessere o malessere e, donando una penna a uno scrittore, un pennello a un pittore e uno strumento musicale a un musicista, ci offrirà certamente un mezzo per la realizzazione del nostro stare bene con noi stessi tramite la liberazione del proprio spettro emotivo. Quando, pertanto, veniamo privati di questa possibilità ci viene a mancare l’elemento principale che sostiene ogni nostro giorno. Ed è proprio adesso che scatta dentro di noi la ribellione contro un qualcosa di più grande e di più potente, contro qualcosa che molesta la nostra quotidianità. Nelle più grandi repressioni di cui la storia è testimone è presente un elemento comune che riguarda l’abolizione delle caratteristiche individuali  di ogni persona e la creazione di cloni tutti uguali che ubbidiscono a gli ordini senza provocare tumulti o rivolte. Ogni repressione ha sempre come unico scopo l’amministrazione di persone facilmente governabili, ma certamente privi di individualità. Si viene dunque a creare un prototipo di essere umano che non sarà mai congruente con l’effettiva realtà dei fatti perchè siamo portati a ribellarci difronte a quelle che ci sembrano ingiustizie.                                                                                                 

E se comunque adesso prendiamo coscienza delle terribili repressioni passate e delle grandi ribellioni avvenute, che talvolta hanno davvero aperto la strada verso la libertà di numerosi popoli, non dobbiamo mai minimamente pensare che la ribellione sia finita, che con il passare del tempo, col progresso della società e con lo sviluppo della tecnologia non ci siano più ragioni per le quali combattere e per far valere la propria opinione; che non si pensi, pertanto, neanche per un attimo, che siamo arrivati al raggiungimento del cardine perfetto di una società, perché (benvenuti nel mondo in cui “chi si accontenta gode” è una grandissima bugia) ancora c’è veramente tanto da lavorare. Non bisogna mai pensare che tutte le lotte della storia per l’uguaglianza dei diritti abbiano avuto già tutti i possibili risultati… ricordiamoci, ad esempio, che ancora nel nostro Paese chi ama non può sposarsi o adottare un bambino che ha bisogno di una casa e di amore, né tantomeno sognarsi di apparire famiglia agli occhi1782.gif degli altri. Bisogna avere ben presente che nel momento in cui si pensa che non ci sono più ragioni per lottare, la situazione si capovolge e si diventa schiavi di noi stessi e di cliché sociali storici, finendo per accontentarsi e abbruttirsi.

Per quale motivo, se la possibilità di miglioramento è sinonimo di una ricerca pressoché eterna, fermarsi?                     

 Il pensiero dell’ideale di ribellione costruttiva, pertanto, che ci caratterizza sin dalla più tenera età, deve crescere con noi e deve renderci esseri attivi e ribelli a qualsiasi forma di repressione perché la lotta per ragioni giuste non è mai un errore.

Benedetta Catanoso VB

Un EROE dei tempi moderni – Nicola Ialacqua

 «Era l’una e mezza di notte. Ho sentito dei rumori, mi sono svegliato di soprassalto. Ho preso la pistola e mi sono alzato. Avevo paura per mia moglie. I ladri erano già entrati tre volte in casa nostra. Ho visto un’ombra in cucina e ho urlato: “Cosa stai facendo?” Quell’uomo mi è venuto addosso, allora ho sparato, ho dovuto sparare. Ma non volevo che morisse…».

Così si pronuncia il pensionato di Vaprio d’Adda Francesco Sicignano a pochi giorni dal fatto. Per chi non conoscesse l’accaduto, ve lo riassumerò con queste poche parole: durante la notte del 20 ottobre scorso, un ragazzo albanese irrompe nella proprietà privata del suddetto signore che, (spaventatosi e presa la pistola) trovandosi davanti un’ombra che impugnava qualcosa, decide di sparargli addosso, uccidendolo sul colpo. Questo è quello che, inizialmente, si pensava fosse accaduto.

Le indagini però non si sono fermate, ed è grazie a questo che sono venute a galla verità che Francesco non ha menzionato:

  1. il cadavere del ladro si trovava fuori dalla porta di casa, sulla scala esterna fra il secondo ed il terzo piano
  2. non ci sono segni di effrazione, l’allarme non ha suonato.
  3. non vi è alcuna traccia di sangue all’interno dell’appartamento
  4. il proiettile che ha raggiunto il giovane avrebbe avuto una traiettoria dall’alto verso il basso
  5. il ragazzo non era armato, l’oggetto che teneva in mano era una torcia.

L’anziano è stato così indagato per eccesso di legittima difesa, e quindi per omicidio colposoOvviamente, a causa di ciò, si è creato un grande dibattito sulla legittima difesa (articolo 52 del codice penale), e non hanno tardato ad arrivare grandi ”politici” che hanno difeso l’anziano a spada tratta. Chi fa parte di questi grandi politicanti? Ma ovviamente Matteo Salvini e Roberto Maroni, che a qualunque evento partecipino finiscono puntualmente dalla parte del torto. Quest’ultimo ha dichiarato infatti : “l’imputazione di omicidio volontario è incredibilmente sbagliata e penso che sia dovuta alla necessità di compiere certe indagini, ma poi se ci sarà il processo nei confronti di questa persona, e spero di no, al massimo sarà eccesso colposo di legittima difesa. Allora noi appronteremo la difesa legale, sostenendo le spese”.

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Francesco Sicignano in diretta su “Pomeriggio Cinque”, in compagnia di Matteo Salvini

Prima di andare avanti, vi mostrerò in cosa consiste l’articolo 52 del codice penale italiano. Esso spiega che “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”.

 La difesa deve dunque essere necessaria, proporzionata all’offesa e il pericolo dell’offesa deve essere attuale.

Nel 2006, per pressione della lega, è stata introdotta una modifica: sussiste per legge il rapporto di proporzione se taluno, già legittimamente presente all’interno del domicilio, usi un’arma legittimamente detenuta, o altro mezzo idoneo, al fine di difendere la propria o la altrui incolumità oppure i beni propri o altrui, purché in questo secondo caso non vi sia desistenza (il ladro rinuncia al furto) e vi sia pericolo d’aggressione (il ladro si dirige verso la vittima armato).

Bene, adesso che abbiamo chiarito ciò che stabilisce la legge, passiamo al meglio: Salvini. Quest’uomo dichiara che “Se la legge è sbagliata, è giusto disubbidire alla legge. La legittima difesa è legittima difesa, non esiste eccesso quando uno difende la sua vita e i suoi beni” o ancora “Non sto invitando nessuno ad armarsi, ma preferisco che la gente normale, quando qualcuno entra nel loro negozio o nel loro vagone della metropolitana possa difendersi” oppure “Come fa uno alle tre di notte, svegliato in casa sua, a valutare che tipo di arma ha il tizio che è entrato in casa, non me ne può fregare di meno” ed infine “Questo era clandestino e doveva essere rispedito a casa sua” .

Basterebbero queste sue stesse frasi per farvi capire quanto sia in contraddizione con se stesso e quanto stia sbagliando, ma voglio ulteriormente commentare l’accaduto:                                      “Noi stiamo con chi si difende”, ma si trattava questa di difesa?                                                 Il dibattito non dovrebbe neanche sorgere, perché le indagini portano ad una conclusione ovvia: Sicignano ha commesso un errore. É palese che quel ragazzo non sarebbe dovuto entrare in casa di qualsivoglia individuo (in questo caso, Francesco Sicignano), ma siamo davvero certi che ci sia entrato? A quanto pare no. Come abbiamo già visto, la legittima difesa sussiste quando la difesa è proporzionata all’offesa. Il ragazzo aveva indossato delle calze come guanti per non lasciare impronte, e con se non aveva alcuna pistola, ma solo una torcia. L’uomo, invece, aveva una pistola calibro 38. Gli è bastato un colpo per ucciderlo, che gli ha trapassato il torace.

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Sicignano intento a salutare la folla davanti alla sua abitazione

É giusto sapere che il ragazzo, di origini albanesi, era precedentemente stato espulso (nel 2013) dall’Italia, ed era tornato nel 2014 con la sua compagna, la quale ha dato l’allarme ai carabinieri quella notte, non vedendolo rientrare in casa. Il nostro pensionato Francesco Sicignano diventa dunque un eroe per il suo paese, viene invitato in diversi programmi televisivi ed osannato, viene trasformato in un simbolo per la Lega Nord. Se non siete ancora convinti dalle mie argomentazioni, vi invito a sentire quello che ha detto quest’uomo durante il programma Pomeriggio Cinque. I suoi compaesani hanno anche fatto una fiaccolata passando per tutta Vaprio d’Adda fino a casa sua. La Lega nord ha fatto un presidio di fronte al tribunale di Milano mostrando uno striscione con su scritto “La Lega Nord sta con chi si difende”.

La famiglia del ragazzo, nel frattempo, decide di chiedere alla procura di Milano una Perizia Psichiatrica per Sicignano, per fare un’attenta analisi sulla sua personalità che si sta rivelando essere piuttosto aggressiva. La conclusione, ai miei occhi, è molto ovvia: Sicignano non è altro che una marionetta, un fenomeno mediatico strumentalizzato dalla Lega, perché sappiamo che quest’ultima manca di idee e sfrutta questi casi umani per uscire allo scoperto, per farsi sentire, per avere il consenso della popolazione (per racimolare qualche voto). Perché non saranno le armi a migliorare la situazione, anzi la peggioreranno a dismisura, dando a tutti la possibilità di uccidere senza alcun problema, perchè tanto c’è la Lega che li difende.

Ma state tranquilli: fra un paio di giorni tutti si dimenticheranno di Francesco Sicignano, lui perderà la fama che si è creato e tornerà ad essere un povero, vecchio pensionato indagato per omicidio, tornerà ad essere un anziano dal grilletto facile, e la Lega Nord continuerà a cercare altri individui omologhi per alimentare la propria sete di fama, per guadagnare consensi in tutta Italia, continuando a trasformare mostri in eroi.

NICOLA IALACQUA IIB

Emergenza idrica a Messina. Caos e disordini in tutta la provincia – Omero

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Tragedia sembra l’unico termine adeguato a descrivere le disastrose condizioni in cui versa oggi la città di Messina, dopo ormai tre giorni senza fornitura idrica. Secondo le dichiarazioni ufficiali la catastrofe è stata provocata dalla rottura di un condotto idrico nella contrada di Fiumefreddo (dopo i recenti avvenimenti ribattezzata Rivolofresco) dovuta ad una frana. Tuttavia la versione sopracitata non convince molti scrupolosi cittadini che danno maggiore credito ad alcune indiscrezioni della pagina facebook di denuncia sociale, “Tié un post retto”, secondo cui ci si troverebbe di fronte ad un vero e proprio atto di sabotaggio.

I responsabili sarebbero secondo questa fonte degli attivisti del Movimento Indipendentista di San Dorlingo sull’Alcantara, comune del messinese che da tempo reclama con azioni, talvolta violente, l’autonomia amministrativa e l’extraterritorialità. A prescindere dalle reali cause del guasto, quella che si presentava come una situazione difficilmente gestibile, nelle ultime ore è ulteriormente degenerata e la città è ormai in preda al caos. Secondo un sondaggio condotto da La Mazzetta dello Sport , noto giornale nazionale, l’hashtag #indignazione ha risalito la classifica dei tag più usati nella provincia di Messina, giungendo sul podio insieme a #noncèacquapicianciri e #nowaternogranita.

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Proprio quest’ultimo è stato portato alla ribalta dalle rivendicazioni dei croceristi, sbarcati ieri in città, i quali hanno seria intenzione di sporgere denuncia contro il Comune e il CREMA (Comitato ristoratori e enologi messinesi associati). A causa della carenza idrica infatti la maggior parte dei bar cittadini ha dovuto interrompere la produzione di granita, e ciò ha generato diffuso malcontento tra i turisti e tra i messinesi stessi, tanto che la questione ha avuto risonanza a livello internazionale. Nel disperato tentativo di porre rimedio alla situazione critica il proprietario di un noto bar del centro, tale Santo Subbito, è stato scoperto a preparare granite con acqua proveniente da un serbatoio. Denunciato da alcuni avventori, che hanno immediatamente notato lo sgradevole sapore di una granita alle mandorle, il barista è finito sotto accusa e verrà processato per vilipendio di pubblica icona e apologia di reato.

Ma la grande siccità ha provocato disagi in tutta la città, scatenando una vera e propria guerra civile nella zona Sud della città, rifornita da un’altra condotta idrica, che ha quindi continuato ad avere erogata l’acqua. Folle di cittadini in preda all’ira si sono riversate (e mi duole utilizzare il verbo “riversare”, in un momento di grave mancanza) nei villaggi della zona Sud da Galati a Santa Margherita, prendendo d’assalto negozi e abitazioni, e provocando gravi disordini. Fortunatamente nella serata di ieri l’Amministrazione è riuscita a risolvere la situazione, interrompendo l’erogazione in tutta la provincia per evitare ulteriori incomodi, tuttavia il bilancio degli scompigli è di 7 feriti e due decessi per astinenza da granita. Gravi disordini anche nelle maggiori scuole cittadine, dove molti studenti impressionati dalle proteste si sono visti costretti a svuotare i serbatoi delle proprie scuole, per non incorrere nell’ira dei messinesi.

Questo è quant’è successo al liceo scientifico B.Vespa , dove gli studenti si sono visti costretti a lasciare rubinetti e scarichi aperti per svuotare quanto prima i serbatoi della scuola, quando già la voce di una riserva d’acqua cominciava a circolare in città. L’impresa dei coraggiosi studenti è giunta fortunatamente a buon fine in tarda mattinata, quando ormai una discreta folla, armata di forconi e taniche, si era radunata davanti all’ingresso dell’istituto. Gli studenti, hanno dovuto pagare il loro gesto eroico con la chiusura della scuola, come è accaduto in quasi tutti gli istituti cittadini. Circa il problema idrico il presidente dell’ AMAMmt (Azienda Meridionale Acque Messina – meeting team), Massimo Cautela, ha affermato in un intervista «Le nostre unità cinofile stanno già lavorando alla riparazione del guasto da ieri mattina e speriamo in una possibile soluzione già per la giornata di giovedì. Nell’attesa abbiamo allestito un banchetto in cui viene distribuita gratis acqua dei laghi di Ganzirri per le più impellenti necessità e un catering con il bar “Acchino” di Catania, per la provvisoria fornitura di granite. Siamo fiduciosi nella possibilità di rispettare i termini stabiliti e, nell’attesa, invitiamo i cittadini ad un uso parsimonioso delle risorse idriche». I provvedimenti persi dall’ AMAMmt sembrano tuttavia insufficienti, e già si programma un picchetto davanti allo stand di granite catanesi, per impedire ai cittadini di rifornirvisi, in modo da preservare l’orgoglio messinese.

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Omero

9 e 12 Ottobre, Un Campo di Battaglia – Nicola Ialacqua

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PREMETTO CHE QUESTO POST E’ UN COMMENTO PERSONALE A CIO’ CHE E’ ACCADUTO IN QUESTE MANIFESTAZIONI, QUINDI SOTTOLINEO IL FATTO CHE NON MI PROCLAMO COME AMBASCIATORE DI UNA VERITA’ ASSOLUTA MA COME SEMPLICE COMMENTATORE

I colpi dei tamburi risuonavano nelle nostre casse toraciche, si insediavano fra le nostre costole, toccavano il cuore di tutti noi. Quelle frasi urlate a squarciagola ci portavano via la voce, ma non la rabbia. Una rabbia che ribolliva in tutti noi, che voleva a tutti i costi uscire dalle nostre vene, che voleva a tutti costi esprimersi. Gli striscioni, le urla, la nostra presenza stessa esprimevano quella rabbia. La città, per due giorni, è diventata un campo di battaglia. Queste sono state le manifestazioni del 9 e del 12 ottobre. Gli studenti di Messina e di tutta Italia hanno continuato a manifestare contro il decreto “Buona Scuola” promosso dal governo Renzi, un decreto che ci sta portando alla distruzione della pubblica istruzione, ai “presidi-sceriffo”, a ore e ore di lavoro gratuito che milioni di studenti saranno obbligati a compiere a causa della famosa “alternanza scuola-lavoro”, ddl che sta portando ad uno stanziamento dei fondi disomogeneo fra nord e sud, fra scuole pubbliche e private, favorendo ovviamente quest’ultime, basato sugli invalsi, test a crocette che dovrebbe determinare la nostra preparazione, la nostra cultura, ma che non fanno altro che porre dei limiti alla nostra conoscenza, alla nostra istruzione. Questi sono alcuni dei punti portati avanti dalla Buona Scuola, ma questo articolo non lo sto scrivendo per informarvi di ciò, ma dei fatti avvenuti in questi giorni. La prima domanda sorge spontanea: perché due manifestazioni? La storia ha inizio circa una\due settimana fa, quando il coordinamento studentesco “Sempre in Lotta” denuncia la manifestazione per il 9 Ottobre alla Prefettura. I rappresentanti non sono stati convocati e per questo, infuriatisi per l’affronto, hanno deciso di indirne un’altra per giorno 12 Ottobre facendola considerare come la VERA ed UNICA manifestazione, definendo quella del 9 “autonoma”. Ovviamente la polemica non è tardata ad arrivare, e subito si sono  giustamente scusati per il termine impropriamente utilizzato, ma tutto ha cominciato (anche abbastanza velocemente) a degenerare.12096627_1505774486401542_4341134909482886512_n

Diversi rappresentanti hanno cominciato a dire che il coordinamento ha fatto un atto antidemocratico, che le manifestazioni dovrebbero essere apolitiche ed apartitiche e che il coordinamento era apertamente schierato a sinistra. Prima di tutto, premetto che non faccio parte di quel coordinamento, tanto per evitare commenti del tipo “Non sei oggettivo” e cose simili. Partiamo dalla prima accusa: l’antidemocraticità. Specifico che questo termine loro non l’hanno usato, ma è il sunto di quello che volevano sottolineare proclamando, su facebook,  di essere i promotori della democrazia, che loro sono stati scelti dagli studenti, gli studenti si fidano di loro e per questo possono scegliere per la comunità scolastica. Vi manca però il senso della democrazia perché, cari miei, anche se vi hanno scelto, non vuol dire che avete il diritto di fare i vostri comodi senza prendervi la briga di informare la propria scuola e solo dopo decidere insieme (cosa che, fortunatamente, è avvenuta all’interno della nostra scuola durante un’assemblea di istituto). Come ho già spesso ripetuto, avete risposto ad un presunto atto antidemocratico con uno ben peggiore, perché non avete fatto altro che distruggere il senso stesso della manifestazione facendola diventare pura propaganda, come è appunto successo durante quella che voi chiamate “assemblea” alla fine del corteo del 12. Sinceramente non mi sento di chiamarla “assemblea” quella, ma propaganda elettorale, perché la maggior parte di voi si trovava lì solo per agitare le masse, per aumentare il proprio ego, per far partire i cori da stadio, per far cantare le persone, non per informarle, non per discutere di una questione di tale importanza con loro.

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La discussione c’è stata, ma è stata tutt’altro che pacifica visto che le sole cose che si sono dette lì sopra sono state sempre le solite accuse. Dite a quel coordinamento che sfruttavano le bandiere per fare propaganda, e poi venite al corteo e parlate davanti agli studenti con le magliette delle vostre liste studentesche? In qualunque caso, passiamo al secondo punto: manifestazioni apolitiche ed apartitiche. Questa è una delle frasi più stupide che io abbia sentito: come può una manifestazione essere apolitica? La politica, detto in parole brevi, contiene tutto ciò che concerne la gestione dello stato o del comune, ed esprimere il proprio dissenso per una scelta presa dal governo scendendo in piazza è a tutti gli effetti inerente alla politica. Per quanto riguarda l’apartiticità vorrei solo sottolineare una cosa: avete detto che quel coordinamento era schierato politicamente, e per questo non poteva organizzare una manifestazione studentesca poichè gli studenti devono stare lontani dai partiti. Sostenendo questo, allora perché quando c’era “Aula Aut” nessuno si era lamentato? Mi sembra anche abbastanza ovvio che il nome del coordinamento sopracitato si ispirava alla famosa “Radio Aut”, radio indipendente di Peppino Impastato, giornalista ed attivista italiano apertamente schierato a sinistra. Perché a quei tempi non vi siete mai lamentati? Eviterò di fare conclusioni affrettate, non voglio creare altri disordini.

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Concludendo, mai in una manifestazione ho visto così tanto astio, mai così tanto odio verso un collettivo. Mi rivolgo a voi studenti: ragazzi, “compagni” (termine che ha infastidito non poche persone.. preferivate essere chiamati fra,’mbare, cucino et similia? ci dispiace, ma non siamo abituati a usare termini del genere), non fidatevi ciecamente dei vostri rappresentanti, quando non condividete una loro scelta ribellatevi, cercate un dialogo COSTRUTTIVO e punti di incontro -se sono bravi rappresentanti, lo sapranno dimostrare proprio in situazioni simili- e quando notate che prepotentemente fanno una scelta senza neanche interpellarvi sottolineatelo, non inseguite il primo demagogo di turno o chi sa solo urlare e promettere occupazioni o feste d’istituto, ma fidatevi di chi vuole veramente cambiare la scuola, di chi vuole veramente sfruttare al meglio la propria carica, di chi vuole rappresentare gli studenti e portare avanti degli ideali, di chi si consulta prima di tutto con la comunità studentesca e poi prende una decisione. Meditate ragazzi, meditate.

Nicola Ialacqua, IIB

Foto a cura di Franz Moraci(VE) e Valeria Inglese (IIC)

Assalto frontale della scuola: verso il blocco! – Davide Curcuruto


La battaglia contro il DDL Renzi – Giannino o “Buona Scuola” (che sembra quasi una presa in giro) continua anche dopo l’approvazione alla Camera con il lasciapassare di quella destra che ha partorito la riforma Gelmini e di quella “sinistra PD” tanto brava a parlare ma meno a votare contro.
Dopo lo sciopero generale  che ha svuotato le scuole e riempito le piazze e il boicottaggio delle prove INVALSI che nella nostra scuola ha visto il dissenso e l’assenza del 58,4% degli studenti esaminati, la protesta nel mondo della scuola è ancora forte e sempre più incisiva:
il Governo non ha sostanzialmente cambiato nulla nella riforma come richiesto dai sindacati confederali e ciò ha portato alla presa di coscienza che il tempo della concertazione è finito (se mai è stato utile, ndr)!

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Nel frattempo però la Commissione Garanzia sembra abbia accettato tutte le indizioni di sciopero e il boicottaggio degli scrutini, a differenza di quanto detto dal Presidente massimo e molte scuole d’Italia sono state occupate dagli studenti, come quelli di Siracusa, che al fianco dei loro professori con cui hanno iniziato un percorso di “didattica alternativa, vogliono fermare la distruzione del nostro sistema scolastico.

Ci sono state delle voci discordanti per questa forma di protesta ritenuta troppo “estrema”.
Ma in una democrazia formale dove valgono più gli accordi fra forze oligarchiche che le voci della piazza, vogliamo ancora indugiare?
Vogliamo ancora sopportare l’ennesima forzatura autoritario di un governo che di “popolare” non ha proprio niente?
O forse vogliamo far parte di quel 50% del Paese che preferisce aspettare che sul fiume passi il proprio cadavere senza far nulla?

Un mondo come quello della scuola per anni sclerotizzato, oggi è in sobillazione: dagli studenti più “facinorosi” ai professori più disillusi che vedono in quest’ennesimo attacco, l’annullamento della propria funzione sociale.

Sta a tutti noi intercettare quest’ “onda” popolare per dire basta e diffonderla ovunque:
e forse anche noi studenti messinesi avremmo dovuto occupar- ci del – la nostra scuola.

Davide Curcuruto, IIIC

Non esiste rivoluzione senza le donne – Nicola Ialacqua

Oggi è il 2 giugno 2015, la festa della Repubblica italiana. Nel 1946 infatti, nel medesimo giorno, agli italiani fu posta una domanda: monarchia o repubblica? Dopo 85 anni di regno, a seguito del suddetto referendum, la repubblica batté la monarchia con 12.718.641 voti contro 10.718.502, e i monarchi di Savoia vennero esiliati. Oltre alla vittoria della repubblica, un altro traguardo fu raggiunto: il suffragio femminile. Fu infatti la prima volta nella quale le donne poterono votare in un’elezione politica, dopo anni ed anni di continue lotte.

In molti probabilmente non conosceranno la storia del voto delle donne in Italia e nel mondo. Oggi vorrei fare un breve riassunto di questa storia per informare tutti voi di ciò che hanno dovuto subire prima di ricevere il suffragio.

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Il suffragio femminile fu concesso nei vari paesi del mondo in diversi tempi. Qualche accenno alla possibilità di votazione delle donne si ebbe in Francia nel XVIII secolo, anche se fu revocato poco tempo dopo. Stessa cosa accadde nello stato americano del New Jersey, dove nel 1776 fu concesso il voto ad ogni abitante, senza distinzione alcuna, anche se fu revocato nel 1807. Fu però in questo periodo che nacquero i primi movimenti per il suffragio femminile. Uno degli esempi più famosi è quello delle suffragette inglesi ( termine usato per indicare quel movimento di emancipazione femminile nato per ottenere il diritto di voto per le donne ). Si comincia a parlare delle suffragette infatti in Inghilterra nel 1869, anche se già prima vi erano state diverse discussioni su questo tema. Nel 1897 nacque la “National Union of Women’s Suffrage”, e la fondatrice cercò di avvicinare anche gli uomini ad esso, essendo gli unici che potessero concedere legalmente il diritto di voto, ma ebbe uno scarso successo, e i progressi furono limitati per molto tempo. Durante i primi anni del 900 le suffragette tornarono a farsi sentire tramite la nuova Unione sociale e politica delle donne. Esse cominciarono ad attuare azioni dimostrative: incendiarono le cassette della posta, ruppero finestre, si incatenarono alle ringhiere. Si ricorda la suffragetta Emily Davison, che morì nel 1913 durane uno dei vari disordini, alla quale fu dedicato l’edizione speciale del quotidiano “The Suffraggette”.

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Uno dei riferimenti alle suffragette più famosi è sicuramente quello in Mary Poppins, nel quale Winifred Banks, interpretata da Glynis Johns nella scena in questione, appoggia appunto il suffragio femminile

Le suffragette diffondevano le proprie idee attraverso comizi, scritte sui muri, slogan ( ad esempio “Votes for women” ), e spesso le loro manifestazioni venivano soffocate con la violenza e gli arresti. A seguito della Prima Guerra mondiale, durante la quale le donne seppero sostituire gli uomini andati in guerra nelle più disparate occupazioni, riuscirono finalmente ad ottenere con le loro organizzazioni il loro obiettivo: nel 1918 fu approvata la proposta del diritto di voto limitato alle mogli dei capifamiglia ed in seguito, nel 1928, il suffragio fu esteso a tutte le donne del Regno Unito.

Più o meno analoga fu la situazione in Italia. Per quanto fino alla fine dell’Ottocento la battaglia delle donne per l’ottenimento del voto politico fu molto combattuta, dopo varie proposte alla Camera e vari dibattiti, nulla di fatto ne uscì, ma è da questo periodo che nacquero poi i movimenti del Novecento che portarono alla vittoria. Di questo periodo ricordiamo Anna Maria Mozzoni, una delle sostenitrici del suffragio nell’Italia dell’Ottocento più famose. Fu lei infatti a proporre una petizione per quest’ultimo, ma purtroppo, anche se essa fu portata alla Camera, nulla fu fatto di più di ciò. Nel 1881, durante il Comizio dei Comizi, la Mozzoni si pronunciò riaffermando il suffragio femminile sostenendo ciò con queste parole:

“Da un secolo ormai la donna protesta contro questo stato di cose in tutti i paesi civili. Essa afferma il suo diritto al voto perché è persona libera e completa – mezzo come l’uomo in faccia alla specie – fine a sé stessa, al par di lui, nella attività della sua coscienza. […] Proclamando il suffragio universale per voi soli, allargate il privilegio [che caratterizzava il passato] – proclamandolo con noi, lo abolite […] rivendicando il voto per tutti voi fate un emendamento al presente – rivendicandolo per noi chiedete l’avvenire.”

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Anna Kuliscioff (Sinferopoli 1855- Milano 1925)

 

Nello stesso anno la Mozzoni fondò la Lega promotrice degli interessi femminili e inviò al Parlamento una nuova petizione che si risolse con la riforma elettorale del 1882: fu un insuccesso per le donne. Per un po’ di tempo in Parlamento non si parlò più dell’estensione del suffragio alle donne.

Tutti questi sforzi non furono però sufficienti a modificare la situazione in Italia. Durante il Novecento il dibattito si fece più acceso e quest’utopia di tutte le donne divenne quasi realizzabile. Di questi anni ricordiamo Anna Kuliscioff, una donna anarchica italo-russa esponente del Partito Socialista Italiano che si schierò a favore dell’estensione del suffragio. Nonostante i vari dibattiti portati avanti dalla Kuliscioff e il suo coraggio, dopo il dibattito nel 1912, si ottenne il suffragio universale unicamente maschile, mentre delle donne non si faceva neanche menzione. Come in Inghilterra, anche in Italia le donne seppero sostituire egregiamente gli uomini nelle loro diverse attività durante il Primo Conflitto e presero parte a lavori che erano tradizionalmente maschili e il Governo accettò così, nel 1919, la proposta del suffragio femminile, ma tutte le speranze si dissolsero poco dopo a causa della chiusura anticipata della legislatura dovuta a vari problemi. Durante il Fascismo sembrò che Mussolini fosse intenzionato a concedere questo diritto cominciando dal campo amministrativo, ma poi nulla di tutto questo fu fatto. La Seconda Guerra mondiale rovesciò lo scenario sociale, poiché le donne combatterono direttamente in guerra, e nacquero diversi Gruppi di Difesa della Donna e di Assistenza ai volontari della Libertà costituiti da donne di qualsiasi ceto sociale che sostennero i partigiani.

Fu così che nel durante il 1944 questi Gruppi di Difesa vennero riconosciuti e si unirono per far sì che il suffragio femminile fosse accettato, e vennero appoggiati da De Gasperi di Democrazia Cristiana e da Togliatti del Partito Comunista. Persino papa Pio XII, allontanandosi dalla tradizione clericale, decise di appoggiare questo ideale e finalmente nel 1945, consegnata una Petizione al Governo, e dopo averne parlato durante la riunione del consiglio dei ministri, venne emanato il decreto legislativo che conferivo il diritto di voto alle italiane che avessero almeno 21 anni. Poco tempo dopo fu concessa loro l’eleggibilità.

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Fila di donne alle urne il 2 Giugno 1946

Fu così che le donne poterono finalmente votare per la prima volta in un’elezione politica nel Referendum istituzionale monarchia-repubblica il 2 Giugno 1946. Fu così che le donne poterono finalmente sentirsi italiane, fu così che le donne poterono finalmente affermare di poter far sentire la loro voce, di poter partecipare direttamente all’amministrazione dello stato. Per quanto il processo fu fin troppo lungo, per quanto molte donne persero la vita durante questo cammino, la battaglia è stata infine vinta. Per questo oggi dovremmo ricordare non solo la vittoria della Repubblica sulla Monarchia, ma soprattutto la vittoria del diritto al voto per le donne, al successo di un’utopia che sembrava irrealizzabile. Per quanto ancora la donna viene schiacciata da un mondo fin troppo maschilista e per quanto il cammino per l’emancipazione completa della donna sia ancora lungo, bisogna ricordare quanto quel primo passo ha influito sull’identità della donna in Italia e nel mondo.

-Nicola Ialacqua

Mutlu voleva cantare – Luna Cilia

Mutlu Kaya ha diciannove anni, voce cristallina, capelli lunghi fino alla vita, una passione e un paese natale con una storia e un peso non indifferente. Nonostante i preconcetti, con l’aiuto della famiglia, decide di iscriversi a uno dei tanti talent show e grazie alle sue doti partecipa pubblicamente alla trasmissione. I suoi grandi occhi azzurri e i suoi lunghi capelli neri non sono tuttavia riusciti a proteggerla da un mondo così crudele e sessita. Il clima da sempre conservatore della provincia curda ha assistito a uno scempio stupefacentemente immotivato: la proclamazione del famigerato “Delitto d’onore”, tipicamente feudale e che dovrebbe esser stato oltrepassato da secoli, ha giustificato il colpo di pistola alle tempie arrecatole dal compagno; quello stesso che in seguito a diverse minacce aveva portato Mutlu a denunciarlo. Più volte aveva espresso il suo dissenso riguardante la partecipazione al talent e proprio questo è stato parte della scia di indizi a svelare l’ovvio colpevole, che , vedendola rincasare, l’ha ridotta in condizioni così gravi da portarla alla terapia intensiva. Intervistato il giorno seguente, ha ribadito di non essere stato il colpevole nonostante si trovasse casualmente nei pressi dell’abitazione della ragazza, ubriaco e fortemente recidivo sul desiderio di partecipazione della diciannovenne. Versy Etlan, il fidanzato ventiseienne è stato arrestato, e ha perpetuato l’opinione di non aver mai fatto del male a Mutlu. Degradanti e tristi i risultati delle statistiche: in Turchia dal 2014 al 2015 sono state vittime di femminicidio all’incirca 300 donne.

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Il “delitto d’onore” è uno dei palesi segnali della vomitevole regressione terrestre. Esso non fa che aumentare giorno dopo giorno la convinzione che una donna non può essere fautrice del suo destino e delle sue scelte individuali, che la donna è considerata non più come un’entità ben definita, ma come misera parte di un intero crudele e egoista. Mutlu voleva cantare, ma adesso è relegata nello sporco lettino di un ospedale, incosciente, sul filo di una vita innocente umiliata dalla rivoltante ed erronea idea di un megalomane privo di rispetto per una donna che proclama di amare

-Luna Cilia