Rape Culture, dall’Antica Roma ai giorni nostri – Natale Miduri

Quando la violenza non ha epoca.

Ci vantiamo di vivere in un’epoca moderna, assoluta, sciolta dagli antichi legami della tradizione, che imponevano leggi assurde e pregiudizi. Ma, in contrasto con l’immaginario comune, l’età dell’oro, la nostra età dell’oro, dove i semi della tolleranza crescono spontaneamente (annaffiati dalla ragione), è solo una vana realtà.

Radici millenarie, che affondano nei secoli più lontani, si intersecano nella storia umana, dove la donna-oggetto e l’uomo-soggetto trovano la loro affermazione ideale. Recenti studi hanno riportato alla luce come la nostra società, tuttora immersa in futili stereotipi e influenzata da un maschilismo sempre più diffuso, essendo macchiata da una violenza di genere, sia non tanto differente dalla Roma dei nostri antichi.

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Sono diversi i nomi su antiche lapidi che testimoniano come la cosiddetta “Cultura dello stupro” (rape culture) e del femminicidio siano sempre state presenti.

Rape culture : « (…) un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse. »  – Emilie Buchwald.

  • Una lapide funeraria appartenente alla Roma Imperiale narra la storia di Prima Florienza. Di essa non si sa nulla, ma riecheggiano tuonanti le parole della famiglia, fatte incidere in un’iscrizione funeraria: “figlia carissima, che fu gettata nel Tevere dal marito Orfeo. Il cognato Dicembre pose. Ella visse sedici anni e mezzo”.>>  
  • Dall’oblio dei secoli è riemersa anche la triste storia di Giulia Maiana “Donna onestissima uccisa dalla mano di un marito crudelissimo”, così la definisce la lapide commissionata dal fratello Giulio Maggiore.
  • Lo stesso Tacito negli Annali, riporta la storia di Ponzia Postumina, ammazzata al termine di una notte di passione trascorsa fra “litigi, preghiere, rimproveri, scuse ed effusioni”.
  • Ancora Poppea, moglie di Nerone, morta durante la gravidanza a causa di un calcio in ventre sferratole dallo stesso imperatore o Annia Regilla, brutalmente picchiata, per ordine del marito, da uno schiavo, colpevole ai suoi occhi di chissà quale mancanza. Tuttavia, una legge per perseguire il corteggiamento troppo insistente si chiamava edictum de adtemptata pudicitia e a suo modo può essere considerato l’antenato dello stalking. Un reato meno grave se la vittima vestiva come un prostituita o in modo provante, elementi utili a discolpare l’imputato.

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Sono questi pochi dei tanti tragici episodi documentati che affliggevano quell’arcaica società e che bussano ancora prepotentemente alla nostra porta, alla porta di una realtà che anziché progredire, regredisce miseramente. Un’educazione millenaria errata che non cessa di rinnovarsi, e che vede nella figura femminile un elemento debole atto a sostenere gli impulsi animaleschi di una mentalità sbagliata e fradicia. E la strada da percorrere per spezzare questa catena di violenza e di terrore, a fronte dei fatti di attualità, sembra sempre troppa.

 

Natale Miduri

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Ylenia Bonavera, tre volte vittima. – Enrica Stroscio

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Ylenia Grazia Bonavera è la ventiduenne attualmente ricoverata all’ospedale Policlinico di Messina perché riporta ustioni sul 16% del corpo: all’alba di giorno 8 gennaio un uomo con il volto coperto, come testimonia lei stessa, si è presentato alla sua porta, l’ha cosparsa di benzina con l’intento di bruciarla viva ma fortunatamente è riuscita a salvarsi e i danni  fisici non sono particolarmente gravi quanto potevano essere.
Il primo sospettato è stato l’ex fidanzato di 24 anni il quale è stato ricercato per un giorno presentandosi successivamente accompagnato dal proprio avvocato e da un alibi perfetto, Ylenia l’ha subito difeso sostenendo che non sarebbe capace di compiere un atto simile eppure né l’alibi ben studiato dal legale né la testimonianza sembrerebbero sufficienti.
È stato infatti ripreso in un video presso un rifornimento mentre riempie una tanica di benzina, ma nonostante possa sembrare chiara la sua colpevolezza è compito di chi ne ha le competenze accertarne la responsabilità.
Tuttavia, in questa vicenda dovrebbe risultare evidente che la vittima sia Ylenia, eppure da ciò che emerge nei commenti sui social non tutti la pensano così, in molti la accusano di essere colpevole sostenendo da un lato che si sia meritata un simile gesto per un presunto tradimento o perché usciva con le sue amiche per divertirsi in abiti definiti “non consoni”; dall’altro perché la ragazza sostiene non sia l’ex fidanzato il colpevole.
Nulla che non sia già stato letto e sentito riguardo vicende similari le quali vedono protagoniste numerosissime donne violentate, maltrattate ed uccise quasi quotidianamente. Ormai si è talmente influenzati dalla costruzione mediatica che il capro espiatorio di tali vicende non è più il carnefice ma la vittima, si sfrutta la cosiddetta vulnerabilità della donna che ha subito in quanto tale, accusandola di essere causa del suo stesso male.
Ylenia è diventata, giorno dopo giorno, un caso, una donna che in questi giorni è stata ridicolizzata grazie al contributo di alcuni cosiddetti moralisti e maestri di polemica che hanno preferito discostarsi dall’accaduto per concentrare le loro “riflessioni” esclusivamente sulla sua vita privata, in particolar modo dopo l’intervista trasmessa a Pomeriggio cinque condotta da Barbara D’urso.
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È straziante vedere come ha giocato con le fragilità di una donna scossa da un dolore tanto grande, senza nessun rispetto e in linea con l’immagine che ha cercato di darsi di conduttrice “dalla parte dei più deboli” per celare il suo scopo ultimo: la caccia a un numero sempre più alto di telespettatori. Tanto ridicola quanto la trasmissione televisiva sono stati i commenti riguardo l’aspetto ed il linguaggio di Ylenia, commenti del tutto superficiali e di cattivo gusto presenti in particolare sui social network, nei quali si gioca con immensa noncuranza con il dolore e con gli evidenti problemi che le ha causato tale esperienza, al giorno d’oggi si confonde la libertà di opinione con la pretesa di aver abbastanza esperienza e conoscenza in ogni campo e poter mettere bocca su tutto.
Di conseguenza l’ignoranza regna sovrana poiché tutti si ritengono in grado di articolare discorsi e sofismi sulla vita di una persona che è chiaramente il prodotto inconsapevole di una vita degradata, di una carenza educativa fortissima non solo familiare, ma anche scolastica e sociale. Perciò è assolutamente semplice commentare tali avvenimenti alla leggera, evitando volutamente di considerare una serie di fattori imprescindibili: avendo la pretesa di giudicare una persona in base alle proprie sentenze e azioni, senza neppure chiedersi il motivo di tali meccanismi.
Affrontando anche la componente psicologica, che non va trascurata, riguardante l’atteggiamento assolutorio della vittima, ci troviamo improvvisamente davanti a questi maestri di attualità tanto esperti da ignorare gli innumerevoli casi in cui la vittima non riesce a riconoscere il carnefice. Con ogni probabilità, questi sciacalli mediatici sono gli stessi che chiudono gli occhi davanti al fatto che nessuna donna può prevenire uno stupro perché questo non dipende né dagli abiti né dagli atteggiamenti.
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Eppure ognuno di loro è pronto a giudicare una donna senza comprende la paura con la quale una bambina cresce, anche indipendentemente dall’ambiente familiare: è necessario smettere di insegnare a comportarsi in un determinato modo per evitare tali situazioni che non si possono prevenire, per insegnare invece l’amore prima di tutto,  a riconoscere l’affettività genuina, ad accorgersi immediatamente di quel non-amore che disorienta perché se un uomo ama non ferisce e non uccide. E la colpa non è certamente di una donna che ama solo perché è abituata a perdonare e a passare sopra ogni cosa, perché le è stata insegnata la sottomissione, invece di insegnarle che chi la ama la rispetta e la non la ferisce. Perchè l’uomo autoritario che crede di dover controllare tutto non comprende che a tenere uniti i pezzi è proprio lei, che sulle spalle tiene un mondo con l’imposizione di non dimostrare la minima sofferenza pur di non essere etichettata come debole, con il terrore di passare per vittima e poi con la consapevolezza che sia sbagliato essere tale.
Mettiamo un punto allo stereotipo della donna debole, che in realtà ha solo paura che la sua forza possa essere sfruttata per screditarla in questa società che sfrutta il progresso scientifico dimenticando il progresso umano, che sfrutta tragedie pensando di poter tappare bocche arrabbiate che lottano ogni giorno grazie alla loro rabbia e determinazione per cambiare il mondo.
É proprio per questo che Ylenia Grazia Bonavera è vittima tre volte: è vittima del carnefice che l’ha convinta di amarla, è vittima di se stessa in quanto il mondo si mostra cieco davanti a un disagio e a un dolore così grande da renderleimpossibile riconoscere la realtà dei fatti, è vittima dei media, il canale attraverso il quale il patriarcato diffonde il suo verbo velenoso e inaccetabile, biasimandola e deridendola.
È per questo che, invece di accanirci, tutti e specialmente tutte dovremmo riunirci nonostante tutte le difficoltà, per lottare, per insegnare a coloro che verranno il coraggio di essere donna ancor prima della paura.
Enrica Stroscio

Tirando le somme… Occupazione 2016 – Luna Cilia

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il Direttivo

Non è mai troppo tardi per fermarsi a riflettere sugli avvenimenti, specialmente quando ne si è i diretti artefici.

È così, con il documento (di cui ho deciso di citare i punti salienti poco sotto) scritto e ideato da alcuni rappresentanti degli studenti del nostro liceo, che ha avuto inizio l’occupazione del Liceo Classico G. La Farina: era una mattinata gelida dall’aria pungente e carica di promesse, di una promessa più di tutte le altre. Una promessa forse inaspettata, diversa dal semplice sentore di occupazione, banalizzato dalla diffusa falsa idea di baldoria: la promessa di rispettare, nel modo più democratico possibile, la volontà di tutte le componenti dell’istituto. Proprio per tale motivo, dopo settimane di riunioni, di litigi, di organizzazioni matte e disperatissime, il “Direttivo”, ossia il gruppo di studenti dedicatosi a curare gli aspetti e le modalità nelle quali svolgere il tutto, ha varcato le porte della scuola il 14 dicembre 2016, contraddistinto dalla fascetta verde al braccio, e ha condotto la popolazione scolastica in cortile per un’assemblea auto-convocata.

Noi studenti, spesso e volentieri, veniamo trattati come dei bambini capricciosi, dei ragazzini che non sanno ascoltare, che protestano per perdere ore di scuola, che meritavano di essere educati con qualche schiaffo in più. Noi studenti, spesso e volentieri, per questi motivi non veniamo ascoltati, la nostra opinione viene messa da parte perché ritenuta poco rilevante, le nostre proposte non vengono considerate perché ritenute poco mature.
Le nostre manifestazioni, le nostre assemblee, i nostri boicottaggi frequentemente descritti come “momenti di svago”.
Ma chi scende in piazza ogni qualvolta il governo propone una riforma della scuola ingiusta? Chi ha rifiutato gli invalsi? Chi ha proposto una legge di iniziativa popolare per modificare la legge 107? Chi ha evitato a questo paese una riforma costituzionale ingiusta e raffazzonata?
(…) Renzi spesso ha dichiarato che, negli istituti che ha visitato, ha trovato degli studenti felici dell’alternanza scuola-lavoro, e professori felici del bonus riservato ai migliori docenti della scuola, che ha trovato delle scuole all’avanguardia, delle scuole migliori.
Ma la verità è che CHIUNQUE frequenti una qualsiasi scuola d’Italia sa che la realtà è ben diversa da come la descrive il premier.
Gli studenti sono costretti a lavorare gratuitamente per le aziende locali e non, perdendo le consuete lezioni mattutine per recarsi “a lavoro” (e poi siamo noi che non vogliamo andare a scuola) o ancor peggio, l’unico momento di svago reale quale le vacanze estive; sono costretti a lavorare anche e soprattutto in orario extra-scolastico ostacolando le necessità e le tempistiche individuali previste per svolgere i compiti per casa e/o di frequentare qualsivoglia attività pomeridiana.
Ancora oggi gli studenti delle seconde classi ogni anno devono svolgere quei test invalsi che non aiutano nello sviluppo della propria coscienza critica (…)
Il Comitato di Valutazione, avente lo scopo di dare un criterio alla distribuzione del fantomatico bonus per i docenti più meritevoli, spesso utilizza delle griglie di valutazione inappropriate (…) Il bonus ha portato nelle scuole italiane una lotta fra professori, un conflitto di interessi improduttivo e deprimente. Per noi, i professori sono quasi tutti bravi e quindi meritevoli. Sono rari i casi di docenti che svolgono male il loro lavoro e mettono così in cattiva luce l’intera categoria, composta dalla stragrande maggioranza di insegnanti molto preparati, sinceramente appassionati e totalmente dediti al loro compito. I cattivi esempi andrebbero perseguiti seriamente per evitare di danneggiare il processo di formazione degli allievi, mentre il bonus nella sua iniquità serve soltanto a nascondere la triste realtà della quasi totalità degli insegnanti, molto meritevoli ma molto malpagati e molto poco considerati.
Ai problemi portati dalla 107 dobbiamo aggiungere poi quelli irrisolti che si protraggono da secoli, uno fra tutti il problema della sicurezza nelle scuole.
(…) Per quale motivo gli studenti devono avere paura di entrare a scuola, sapendo del rischio che corrono ogni giorno e della noncuranza generale? Perché i soldi spesi per questa, e tante altre problematiche sono fin troppo pochi per risolvere definitivamente questa criticità?
E’ per questo che oggi torniamo con questa forma di protesta, è per questo che oggi torniamo qui a riprenderci ciò che ci spetta di diritto.
Il movimento studentesco messinese, ed il liceo La Farina soprattutto, non potrà mai dimenticare ciò che è accaduto l’anno scorso.
Noi tutti non potremo mai dimenticare come siamo stati trattati dai media locali, come siamo stati trattati dai genitori, come siamo stati trattati dal dirigente.
Non dimenticheremo mai le urla che ci sono state rivolte contro, non dimenticheremo mai tutti quegli insulti, tutte quelle sentenze vomitate da chi dovrebbe dare il buon esempio.
Noi però non ci siamo fermati di fronte a quella repressione (…) abbiamo organizzato sit-in, manifestazioni, convegni, boicottaggi.
Riguardando quelle cicatrici non scendono più lacrime dai nostri volti. Riguardando quelle cicatrici oggi ci fanno solo ribollire di rabbia, ci aiutano a non mollare mai, a non arrenderci mai.
(…) Per questo motivo noi torniamo più furiosi di prima, più maturi e più combattivi.
Abbiamo votato no per riprenderci il paese, adesso cominciamo dalle nostre scuole.
D’ora in poi non vogliamo più che le decisioni vengano prese dall’alto, non vogliamo più che a fare le riforme siano i poteri forti come Confindustria: da ora in poi decidiamo noi.

 

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fotografia di Simone Tindiglia

“Chiunque sia interessato a partecipare resti in cortile, chi invece ha deciso di proseguire con la regolare attività didattica vada in classe” ha annunciato il suono metallico del megafono, sul palco di argento e ruggine che da sempre hanno rappresentato le scale affacciate sul cortile. Dopo aver esposto in modo chiaro le motivazioni della campagna di protesta, approvata dagli studenti stessi dopo la votazione (sempre avvenuta durante un’assemblea, pochi giorni prima), con più di 250 voti favorevoli sui 300 votanti presenti, è stato dichiarato lo stato di occupazione. Un’occupazione, come annunciato precedentemente, diversa da ogni altra che l’ha preceduta: per la prima volta, con la piena libertà di consentire ai docenti di svolgere l’attività didattica in modo comodo e pratico, destinando il piano superiore della scuola interamente ad essa. Un’occupazione sicuramente formata da giorni difficili, specialmente dopo l’amarezza dell’anno precedente, ma ricca di buoni propositi e della volontà fortissima di fare tutto nel modo migliore possibile.

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(fotografie scattate durante alcuni corsi, che comprendono: Scrittura Creativa – Elena Grussu, Benedetta Catanoso, Luna Cilia; Russo – Cecilia Moraci; GSM – Ugo Muraca)

Nonostante ciò, non poche sono state le critiche rivolte agli organizzatori, a partire da alcuni docenti, che hanno definito il tutto con frasi reiterate e ben note quali “il solito spreco di tempo”  “una pagliacciata”. Ma noi, studenti, siamo andati avanti giorno dopo giorno, con la consapevolezza di portare avanti una delle occupazioni più corrette, e miglior organizzate, di sempre. Qui si parla di dati di fatto: ogni giorno è stata offerta agli occupanti una vasta gamma di corsi, dibattiti, momenti formativi vissuti in comunione, garantendo a tutti (anche a chi non vi ha partecipato) la libertà di scelta. Perché occupare una scuola significa usufruire del corso di autodifesa, di scrittura creativa, di disegno, di lingua e cultura Russa, significa partecipare al dibattito sulla crisi o al Gruppo di Studio Marxista, tanto quanto abitarla, persino dormire sui banchi freddi che alle tre di notte lo sono ancor di più, per dimostrare che non è vero che un liceale non ha idea di cosa significhi stare al mondo, conoscere i propri coetanei, autogestire interamente un luogo, affrontare da solo problemi piccoli o grandi che siano.

15492517_1372666669451184_502999698709104605_n.jpgPerchè occupare una scuola significa crescita, significa, come lo è stato per noi, esser capaci di rendere la scuola più pulita di quanto lo sia stata mai prima, in vista di un Open Day perfettamente organizzato in sinergia tra alunni e insegnanti, svolto sotto occupazione.

Nonostante gli intoppi, la frustrazione di quando le cose non vanno come devono andare, il risentimento nel constatare sfortunatamente che, giorno dopo giorno, gli studenti occupanti diminuiscono, nonostante la tristezza nell’accorgersi che occupare è in primo luogo una protesta per ben pochi, possiamo dire senza alcun timore che abbiamo fatto – direttivo, rappresentanti, e studenti meritevoli- il massimo per rendere questo ritaglio di democrazia reale e possibile. E per farlo, abbiamo usufruito al massimo dei mezzi possibili per comunicare e discutere: ogni giornata è stata aperta convocando una o più assemblee di istituto nelle quali è stato fatto il punto della situazione, sono state riassunte le attività della giornata e/o si sono discusse le problematiche interne, e condivise tra gli studenti tutte le proposte possibili. Tastando con mano, con un diretto contatto, faccia a faccia.

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Una breve menzione la merita anche lo striscione, spesso frainteso, che è stato appeso in cortile. Striscione che recita “La scuola è degli studenti, non dei dirigenti”. Ci è stato imputato di aver utilizzato un motto demagogico, che ignorava l’importanza delle altre componenti scolastiche cioè i docenti e il personale ATA, ma il motivo di tutto ciò è molto semplice. La scuola è, a tutti gli effetti, di chi la popola: studenti, personale ATA e docenti sono il cuore vivo e pulsante di un istituto, reciprocamente legati, reciprocamente necessari perché la scuola si chiami scuola. Tuttavia, gli unici partecipanti all’occupazione sono studenti: né i professori, né il personale ATA ha preso parte attivamente al percorso intrapreso, per motivi personali e comprensibili, ma, a tutti gli effetti, sono gli studenti gli unici occupanti dei locali scolastici. Per questo motivo, lo striscione adoperato durante l’occupazione non intende escludere soggetti fondamentali nell’ecosistema scolastico, perché va inquadrato nel momento di protesta studentesca che è l’occupazione, e non va decontestualizzato, altrimenti perde il suo senso.

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Tipica serata trascorsa a scuola: stanchezza indicibile e pizze per tutti

Tirare le somme non è mai semplice: l’insieme dei pro e dei contro non si potrà mai calcolare con freddezza matematica. Quando il bilancio di riuscita è umano e soggettivo, è letteralmente impossibile farlo. La speranza è che gli sforzi e i sacrifici dei rappresentanti insieme con il direttivo (che sono e saranno sempre davvero molti) abbiano acceso coscienze. Tali coscienze, che sfortunatamente sono  e saranno sempre parecchio minori numericamente rispetto all’immondo grigiore della massa, hanno però il potere di cambiare, fare la differenza tramandando uno spirito libero e irrequieto, incapace di piegarsi. E noi, con questo gesto del tutto irrilevante agli occhi di molti, eppure talmente grande ai nostri, speriamo di averla fatta, quella differenza.

 

Luna Cilia

 

 

 

I padri fondatori contro Mike Pence – Elena L. Grussu

L’anno scorso Lin-Manuel Miranda ha portato il suo show Hamilton sui palcoscenici di Broadway, la sua storia con protagonisti i padri fondatori degli Stati Uniti d’America ha conquistato i cuori di tutto il mondo diventando presto un successo mondiale, soprattutto perché gli attori coinvolti sono per il novanta percento parte di minoranze etniche come lo stesso creatore.

Pochi giorni fa il cast ha fatto la sua esibizione come sempre, solo che quella volta c’era un personaggio d’eccezione tra il pubblico: il vice-presidente eletto Mike Pence. Ora, per tutti quelli che non seguono assiduamente la politica estera e non sanno molto di questa figura, è bisognoso specificare che il primo punto all’ordine del giorno per quest’uomo è quello di elettrificare tutte le persone appartenenti alla comunità LGBT+ in modo da poterli curare.

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Già al suo ingresso Mike Pence è stato accolto da una marea di fischi e urla da parte del pubblico che si è successivamente calmato; alla fine dello spettacolo uno dei protagonisti ha preso la palla al balzo e ha approfittato della cosiddetta curtain call per leggere un breve discorso.

Il video è disponibile su twitter, basta cercarlo se volete sentire esattamente le parole che sono state usate, mi sarebbe piaciuto lasciare una trascrizione precisa del discorso con tanto di traduzione ma la folla urlava fin troppo, quindi mi limiterò a riassumerlo brevemente: l’attore ha esordito dicendo che tra il pubblico c’era un ospite speciale, ha specificato il nome del suddetto e l’ha persino indicato alla platea che ha subito cominciato un coro di “boo!”, una volta aver richiamato tutti al silenzio e incoraggiato il pubblico a registrare tutto per poi metterlo sui social, perché pensava che il mondo dovesse sentire, è stato specificato che il cast si sentiva onorato dalla presenza di Mike Pence e che erano davvero felici per la sua elezione, dopodiché il discorso continua dicendo che il cast è consapevole che né la sua politica né quella del suo presidente rappresenteranno mai l’America del cast di Hamilton o i valori americani; concludono ribadendo che sono tutti contenti di averlo tra di loro e che sperano che lo spettacolo sia riuscito a fargli aprire gli occhi in modo che le sue idee possano cambiare e rappresentare tutte le etnie, tutte le religioni, tutti gli orientamenti sessuali.

Ovviamente l’avvenimento ha fatto furore nei social, a tal punto che lo stesso Donald J. Trump ha twittato dicendo: “Il cast e il produttore di Hamilton, che mi dicono essere terribilmente sopravvalutato, dovrebbero immediatamente scusarsi per il loro comportamento scorretto.” E ancora: “Il nostro stupendo futuro vice presidente è stato molestato ieri sera al teatro dal cast di Hamilton, con tanto di telecamere accese. Questo non dovrebbe succedere!” (a questo tweet, Mike Pence aveva risposto direttamente dicendo: “A dire la verità sono stati molto gentili.”) E per finire: “Il teatro dovrebbe sempre essere un posto sicuro e speciale. Il cast di Hamilton è stato molto maleducato nei confronti di un uomo molto buono, Mike Pence. Scusatevi!”

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ecco i tweet del presidente, prima che decida di cancellarli.

A tutto ciò ovviamente sono seguite le reazioni del popolo, in particolare un ragazzo ha fatto una serie di tweet dove diceva: “Pence vuole elettrizzarmi per togliere il gay dal mio corpo, posso fargli boo quanto voglio. Gli farò boo a casa sua, gli farò boo in ufficio, gli farò boo sul letto di morte, gli farò boo anche all’inferno!”

Articolo di: Elena M. Grussu

Una Ribellione Eterna (che coinvolge tutti) – Benedetta Catanoso

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“Questo è il messaggio che vi lascio, compagni: Ribellione! Io non so quando la Ribellione verrà. Potrebbe essere fra una settimana come fra cent’anni. Ma, così come sono sicuro di vedere questa paglia sotto i miei piedi, so per certo che presto o tardi giustizia sarà fatta. Tenete lo sguardo fisso su quest’obiettivo per tutto il breve tempo che vi resta da vivere, compagni!”    (la Fattoria degli Animali – Orwell)                                           

Quello della ribellione è un concetto altamente complesso, ma contemporaneamente è la base di un progresso vitale impresso nel nostro DNA. Si tratta di un atteggiamento, di un comportamento, di un pensiero da sempre vivo dentro di noi come stimolo alla vita in una sorta di testimonianza alla nostra presenza all’interno di un mondo che cammina. Nel nostro cammino di vita ci troviamo difronte a un processo di ribellione più volte di quanto possiamo immaginare poiché è un processo innato, vivo e incontrollabile che scorre in noi da sempre. Pertanto anche se poi viene represso, viviamo di questo sentimento di rivolta che è spesso causa di molte nostre azioni; nasciamo ribellandoci e moriremo ribellandoci, perché sempre e fortemente legati, anche se inconsciamente, alla vita.  Ma il vero e proprio processo entra in atto quando la nostra realtà e la nostra normalità vengono intralciate da idee contrapposte inculcate in un cervello che le respinge; quando quella routine per noi vitale è interrotta da una dittatura sempre più potente che opprime la forma più grande di libertà: l’arte. L’arte, racchiudendo i piaceri e le passioni personali di ciascun individuo, così come i dolori, crea l’ambiente ideribellione-e-rivoluzione-712x600.jpgale per un uomo che vive nel benessere o malessere e, donando una penna a uno scrittore, un pennello a un pittore e uno strumento musicale a un musicista, ci offrirà certamente un mezzo per la realizzazione del nostro stare bene con noi stessi tramite la liberazione del proprio spettro emotivo. Quando, pertanto, veniamo privati di questa possibilità ci viene a mancare l’elemento principale che sostiene ogni nostro giorno. Ed è proprio adesso che scatta dentro di noi la ribellione contro un qualcosa di più grande e di più potente, contro qualcosa che molesta la nostra quotidianità. Nelle più grandi repressioni di cui la storia è testimone è presente un elemento comune che riguarda l’abolizione delle caratteristiche individuali  di ogni persona e la creazione di cloni tutti uguali che ubbidiscono a gli ordini senza provocare tumulti o rivolte. Ogni repressione ha sempre come unico scopo l’amministrazione di persone facilmente governabili, ma certamente privi di individualità. Si viene dunque a creare un prototipo di essere umano che non sarà mai congruente con l’effettiva realtà dei fatti perchè siamo portati a ribellarci difronte a quelle che ci sembrano ingiustizie.                                                                                                 

E se comunque adesso prendiamo coscienza delle terribili repressioni passate e delle grandi ribellioni avvenute, che talvolta hanno davvero aperto la strada verso la libertà di numerosi popoli, non dobbiamo mai minimamente pensare che la ribellione sia finita, che con il passare del tempo, col progresso della società e con lo sviluppo della tecnologia non ci siano più ragioni per le quali combattere e per far valere la propria opinione; che non si pensi, pertanto, neanche per un attimo, che siamo arrivati al raggiungimento del cardine perfetto di una società, perché (benvenuti nel mondo in cui “chi si accontenta gode” è una grandissima bugia) ancora c’è veramente tanto da lavorare. Non bisogna mai pensare che tutte le lotte della storia per l’uguaglianza dei diritti abbiano avuto già tutti i possibili risultati… ricordiamoci, ad esempio, che ancora nel nostro Paese chi ama non può sposarsi o adottare un bambino che ha bisogno di una casa e di amore, né tantomeno sognarsi di apparire famiglia agli occhi1782.gif degli altri. Bisogna avere ben presente che nel momento in cui si pensa che non ci sono più ragioni per lottare, la situazione si capovolge e si diventa schiavi di noi stessi e di cliché sociali storici, finendo per accontentarsi e abbruttirsi.

Per quale motivo, se la possibilità di miglioramento è sinonimo di una ricerca pressoché eterna, fermarsi?                     

 Il pensiero dell’ideale di ribellione costruttiva, pertanto, che ci caratterizza sin dalla più tenera età, deve crescere con noi e deve renderci esseri attivi e ribelli a qualsiasi forma di repressione perché la lotta per ragioni giuste non è mai un errore.

Benedetta Catanoso VB

FREE PUSSY RIOT: QUANDO L’ATTIVISMO E’ RISCATTO – Sara Fontanelli

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Se violenza è l’amore malsano che vincola la donna a sé offendendola nella sua libertà, violenza è anche repressione delle donne in lotta, è censura, imposizione di pensiero. Oggi non voglio dedicarmi alle donne vittime di relazioni tossiche ma a quelle militanti il cui canto di protesta fa fatica a uscire, soffocato dalla grande mano della repressione. Chi, nei giorni in cui il dibattito sulla gestione dei flussi migratori, sulla chiusura o meno delle frontiere, è andato oltre i pareri di Putin, Renzi, Erdogan, Hollande, è sceso oltre le notizie d’effetto delle maggiori testate e le posizioni espresse dall’establishment, avrà notato che anche un collettivo femminista che al momento gode di scarsa visibilità si è schierato in merito. L’ha fatto diffondendo sul web un nuovo singolo, Refugees In, dedicato ai rifugiati dalle zone più retrograde e oppresse: il testo invita all’accoglienza e all’abbandono del conservatorismo. Parleremo di loro per arginare quella dittatura editoriale che si ostina a zittirle.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista attivo a Mosca: si esibiscono con performance estemporanee, provocazioni politiche e manifestazioni ‘scandalose’ contro il perbenismo russo. Non serve un’analisi approfondita per realizzare che il progresso in Russia è rimasto arenato chissà dove in pieno Ottocento, e da allora vi domina una mentalità paternalista e sessista. Mentalità che le Pussy Riot cercano di scalfire ogni giorno con lo strumento più forte di cui dispongono: lo scandalo. Si presentano con dei passamontagna colorati, scrivono versi dissacranti, fanno irruzione nei luoghi dell’ortodossia russa e ne denunciano le contraddizioni; inneggiano alla libertà sessuale.

“Ci eravamo conosciute a Mosca nelle varie manifestazioni non autorizzate per i diritti gay o in difesa della libertà di espressione in piazza Trumfalnaja e a ottobre abbiamo deciso che dovevamo andare oltre, creare una forma di protesta più radicale, anche illegale. Come illegale è il modo in cui la leadership gestisce il potere”.

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La decisione di riunirsi e dar via a un attivismo in senso pieno è avvenuta all’indomani del secondo mandato di Putin, conferma di un sistema stagnante senza possibilità di deviazione o rovesciamento. Tra le attività più eclatanti del collettivo: baciare in bocca durante il pattugliamento poliziotti e poliziotte russe, interrompere i XXII giochi olimpici invernali con canzoni antigovernative. La risposta, ancora una volta, ha trovato il suo portavoce nel manganello. Picchiate e sfregiate, le femministe hanno continuato la lotta dichiarando che la loro causa era ormai la causa di ogni donna russa. In una nazione che senza scrupoli commissiona omicidi privati, in cui figure ‘ingombranti’ per la loro opposizione (da Boris Nemtsov alla Politkovskaja, ai 133 giornalisti uccisi da quando Putin è al potere) scompaiono da un giorno all’altro senza colpo ferire, non dobbiamo stupirci per un processo oltremodo infondato ai danni di tre attiviste del movimento, tra cui la leader Nadia Tolokonnikova. Durante un blitz nella Cattedrale di Cristo Salvatore si sono esibite sull’altare con una “preghiera punk” che, rivolta alla Vergine, le chiedeva provocatoriamente di riscoprirsi femminista. Una performance di quaranta secondi è stata capo d’accusa di un processo durato anni, che ha peraltro ispirato il film “Pussy Riot: a punk prayer” di Mike Lerner.

Se è vero che il processo ha alienato il collettivo ai perbenisti russi, agli ortodossi e a tutti coloro che vi percepiscono un’offesa al “costume nazionale” (in seguito all’arresto è stato organizzato un corteo di indignazione con slogan raccapriccianti quali “Ortodossia o morte”), c’è anche chi da questi affronti ha tratto uno stimolo per la ribellione.

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Dice la leader Tolokonnikova: “La libertà continua a vivere in ogni persona che non è indifferente, che ci ascolta in questo paese. In ogni persona che ha riscontrato frammenti del nostro processo in se stessa, come in altri tempi li aveva riscontrati in Franz Kafka e in Guy Debord. Sono convinta di avere onestà, apertura d’animo e sete di verità: cose che ci renderanno tutti un po’ più liberi”.

È nella creatività, nell’intelligenza, nella sfrontatezza di queste ragazze che vedo, come molti, una risposta degna nei confronti di una nazione che sembra ignorare le vie d’uscita dall’ortodossia e dal sessismo.  Perché femminismo è una parola difficile da cucire su se stessi: sembra che abbia già vinto, che le donne abbiano ottenuto libertà perfette dalla piazza alla carta costituzionale. Ma il femminismo non ha il potere di entrare in ogni nucleo familiare, in ogni rapporto, in ogni sistema sociale. È per questo che oggi più che mai dobbiamo rivisitarlo  secondo nuove esigenze, nuovi criteri di applicazione, nuove provocazioni.


Sara Fontanelli