Women’s March: una speranza nei tempi bui -Elena L. Grussu

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Come tutti sappiamo, volenti o nolenti, questo 20 Gennaio c’è stato il cambio di presidenza alla Casa Bianca di Washington D.C., in America.

Di solito, quando un presidente passa la mano a qualcun altro, la piazza che circonda l’obelisco è piena di gente che esulta, tutti gli elettori e le persone che hanno supportato il nuovo capo del governo si riuniscono in una grande festa. L’altro giorno le persone si sono riunite, sì, ma da tutt’altra parte.

Milioni di uomini, donne, bambini, cani, gatti, criceti (organizzati da tre donne: una latina, una musulmana e una afroamericana) hanno marciato per un obiettivo comune: far capire al neo-presidente Donald J. Trump che l’America, e il mondo intero non transigono sul sessismo e l’odio in generale verso il prossimo.

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Parliamo un po’ di numeri per capire bene l’ampiezza di questo movimento. Soltanto a Washington c’erano più di un milione e mezzo di persone di ogni religione, orientamento sessuale, genere ed etnia; anche se i media dicono che ce n’erano soltanto 500.000, che è comunque un numero impressionate ma non si avvicina nemmeno lontanamente alla realtà. In America quasi ogni città ha aderito, stessa cosa vale per Europa, India, anche a Roma o Islanda: i femministi si sono alzati e hanno cominciato a camminare, uniti verso un unico obiettivo.

Tutto ciò ci fa comprendere che non si tratta soltanto di una mera protesta contro un individuo, ma un desiderio di ottenere dei diritti che dovrebbero essere, oggettivamente, riconosciuti a tutti. Ignorate le proteste del web che dicono che in tutta questo marasma abbiamo perso di vista cose come il maltrattamento delle donne nei paesi del terzo mondo perché anche loro erano in piazza a combattere pacificamente per ciò che si meritano. È stato un movimento collettivo e di dimensioni mastodontiche.

La protesta pacifica più grande della storia.

Ma adesso proviamo un attimo a concentrarci sui motivi che hanno portato metà della popolazione mondiale ad alzarsi dai loro comodi divani e urlare: MY BODY, MY CHOICE a gran voce in tutto il mondo.

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Ho 99 problemi e il patriarcato bianco ed eteronormativo li rappresenta tutti.

 

Nel corso della sua campagna elettorale, Donald Trump ha più volte offeso le donne, le minoranze in generale e in particolare nel suo ordine del giorno si poteva notare che i primi punti erano: negare il diritto all’aborto (e l’Obamacare) e abolire le unioni civili; entrambe leggi introdotte da Obama dopo anni di lotta. Ci si potrebbe chiedere perché Trump si concentri su queste cose invece di pensare ai veri problemi del suo paese, ma la verità è che non c’è una spiegazione. Vuole farlo e basta. È già stata ufficializzata la legge che rende illegale l’aborto, il 20 Gennaio stesso la sezione “LGBT+Q” del sito della Casa Bianca è scomparso per lasciare spazio alla collezione di gioielli di Ivanka Trump.

In sintesi, la Women’s March si concentra sui millenari fattori per cui combatte il femminismo: diritti uguali per tutti; lotta all’omofobia, alla transfobia, alla xenofobia; si è provato a sensibilizzare il popolo del mondo intero su quanto sia sbagliato grabbing girls by their pussy come Trump ha detto di poter fare in più occasioni senza temere nessuna ripercussione.

Anche il web si è mosso giorno 20, tutti quelli che non hanno potuto partecipare attivamente alla marcia hanno contribuito mostrando il loro supporto e pubblicizzando l’evento con tweet, post e video che si sono arricchiti grazie alle immagini pubblicate dalle persone sul posto, immagini che spesso e volentieri ritraevano cartelloni scaltri e satirici con cui molti hanno deciso di marciare. Di seguito un paio di esempi.

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1) Non sante, non troie, solo donne. 2) Abbiamo aggiunto l’inglese così non vi sareste spaventati.

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Stai attento Trump, la mia generazione è la prossima a votare.

 

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“Mai sottovalutare il potere di una checca con un tamburino”

Ci sono centinaia di cartelloni che vorrei farvi vedere, ma non posso occupare tutto l’articolo con immagini per quanto stupende siano.

Ovviamente la marcia delle donne non poteva essere ignorata dai network o dalle celebrità, infatti c’erano molti volti celebri coinvolti nella mischia che urlavano gli slogan insieme al resto delle persone, per citarne qualcuno: Scarlett Johansson (che ha fatto un intervento sul palco allestito al pomeriggio), Emma Watson, Peter Capaldi, Katy Perry, Chris Colfer, Darren Criss, Mark Ruffalo, Chris Evans, Ian McKellen, Courteney Cox, Alicia Keys, Madonna.
L’elenco è interminabile. Tutta questa gente ha favorito la visibilità della protesta che già di per sé era impossibile da ignorare, dato il fiume di gente che ha intralciato tutto il mondo per un giorno costringendolo a fermarsi e riflettere: è davvero questo il messaggio che vogliamo mandare alle giovani generazioni? Vogliamo davvero che crescano in un mondo in cui un uomo che dice che lo stupro è una cosa normale controlla una delle nazioni più potenti del mondo? Oppure vogliamo vedere più bambini convinti che le pari opportunità e l’uguaglianza siano un bene necessario, come quelli che hanno marciato accanto ai loro genitori?

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La protesta si concluse al calare del sole a Washington, quando il milione e mezzo di persone raggiunse i cancelli della Casa Bianca e lasciò lì i suoi cartelli creando uno splendido arcobaleno di speranza.

“Perché se guardiamo la storia della nostra nazione, il cambiamento non viene dai presidenti, ma da grandi gruppi di persone arrabbiate, e giudicando dal primo giorno voi fate parte del più largo gruppo di persone arrabbiate che io abbia mai visto.” – Aziz Ansari, Monologo di apertura del Saturday Night Live (20 Gennaio 2017)

 

Elena Lucia Grussu
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