Il futuro degli Italiani in Gran Bretagna e delle lingue europee – Federico Muscarà

Brexit: ne abbiamo tanto sentito parlare da giornali e da telegiornali, dai quali si presupponeva uno scenario apocalittico e una disgregazione dell’Unione Europea.

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Ma cosa ha portato i cittadini britannici a voltare le spalle a quello che, con lungimiranza, aveva portato i nostri padri fondatori a creare una delle più grandi entità sovranazionali? La paura. Una sola parola descrive perfettamente lo stato d’animo dei cittadini d’oltremanica che di fronte alla crisi economica più grande dal dopoguerra si sono lasciati trasportare dai loro bollenti spiriti revanscisti in memoria del grande impero britannico di epoca vittoriana che era riuscito, non immischiandosi negli affari europei, a creare un impero coloniale tra i più grandi mai visti prima, che arrivò nel 1921 a contare oltre ¼ della popolazione mondiale. 

Come riportarsi quindi agli antichi fasti imperiali, se non rinnegando i principi di scambio e condivisione che l’Unione Europea ha sempre prefissatoChe contraddizione però: dico questo perché la Gran Bretagna si è giovata nei secoli dei flussi migratori, basti pensare che dal 1997 i migranti arrivati in G.B. sono oltre 2,3 milioni.

E Londra invece? La multiculturale Londra, che è ormai uno dei centri internazionali che attira sempre più giovani -che guardano la City con una mistica ammirazione- cosa sarebbe oggi Londra senza quella moltitudine di etnie che la caratterizza al punto che quasi un Londoners su due non è inglese? Una delle comunità più numerose è proprio quella italiana: Il numero di italiani a Londra è di oltre 250.000; numeri da far conferire a Londra il titolo di 13esima città italiana, superando Messina, e di maggiore comunità di italiani all’estero. Oggi a 3 mesi dal voto britannico analizziamo quale sarà per noi italiani e in particolare per noi studenti italiani la situazione nel paese anglosassone. In questi ultimi anni l’emigrazione dal belpaese per la Gran Bretagna è cresciuta a dismisura e gli italiani vedono in particolare nella capitale britannica una via d’uscita ai propri problemi economici.

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Consapevoli del fatto che trovare sbocchi professionali soddisfacenti nel nostro paese sta diventando un’utopia, in molti decidono di emigrare magari accontentandosi di trovare un lavoro come barista o cameriere in un ristorante italiano, attività che all’estero fa sempre molta gola e che richiede ogni anno un numero sempre maggiore di addetti, magari evolvendo nel futuro alla professione a cui hanno sempre aspirato, oppure semplicemente per migliorare il proprio inglese, non trovandosi di fronte il muro delle raccomandazioni che blocca l’Italia da ormai troppo tempo. 

In molti nella mattinata del 24 giugno infatti pensavano di stare facendo un brutto incubo ma sfortunatamente hanno a malincuore digerito la notizia dell’uscita della Gran Bretagna dall’unione Europea… ma qual è la loro situazione ora come ora? Per chi paga le tasse da più di 5 anni in Gran Bretagna può richiede un permesso di residenza e la cittadinanza; per chi invece non intende restare per sempre potrà ottenere un visto di lavoro da rinnovare ogni due-tre anni. E per quelli che non ci sono ancora? Coloro che pianificavano di trasferirsi in Gran Bretagna cercandosi una sistemazione provvisoria, avviando la ricerca dell’impiego sul posto ora dovranno da casa trovarsi un’occupazione e solo dopo potranno comprare un alloggio in UK. Quindi purtroppo alla coda immensa di ragazzi che sognano una vita “underground” a Londra, magari coltivando le proprie passioni, oppure quelli che in un’ottica potteriana immaginano di avere un bel giardino “all’inglese” e di sorseggiare il tè di pomeriggio, dovrete prima seduti sulla scrivania di casa al computer o tramite contatti sul posto trovarvi un’occupazione.  Perché il bello di Londra d’altronde è proprio questo (o forse era), a Londra puoi fare di tutto, a Londra puoi avere i tuoi alti come puoi avere i tuoi bassi, a Londra puoi arrivare al tetto del mondo, oppure ritrovarti a dormire in una stazione della tube, Londra caput mundi, e purtroppo forse questo a te da italiano non sarà più possibile.

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E per chi studia invece? Il progetto Erasmus?

Per gli studenti che vogliono studiare nelle università britanniche servirà un visto di studio. <in più i giovani italiani non potranno più usufruire del prestito di 9mila sterline messo a disposizione dalla UE che copriva la retta universitaria, da dover restituire solo dopo aver trovato un lavoro. Il progetto Erasmus invece che permetteva di fare un anno in un’università fuori sede, probabilmente dovrà fare a meno della Gran Bretagna che era tra le mete più gettonate fra gli studenti. Si scalfisce così il mito della generazione Erasmus, nata e cresciuta in Europa, vessillo della visione del nuovo europeo transnazionale la cui unica patria è il mondo, che ora dovrà far venire meno la sua importante componente inglese. A far riaccendere però le speranze di chi spera nel proprio Erasmus in UK ci sono le eccezioni alle quali la UE si è aperta negli anni a stati come: Liechtenstein, Islanda, Norvegia e Turchia; non è da escludere però che si rivaluti l’idea di andare in un paese poco lontano dalla Gran Bretagna e dalla sua stessa piovosità: L’Irlanda.

Viene ora da farsi una domanda spontanea: uscito teoricamente l’inglese dal circolo delle lingue europee, quale sarà il suo diretto successore? 

È ovviamente troppo azzardato pensare che la lingua più diffusa nel mondo per comunicazione tra persone di paesi diversi come l’inglese, venga a mancare nelle interazioni fra i popoli dell’Unione. È pur vero che l’Unione Europea non ha una sua lingua ufficiale, infatti si parla di lingue della UE, 24 per esattezza, si incoraggia inoltre il multilinguismo:  ” Lingue: la ricchezza dell’Europa”. Ovviamente però i dirigenti dell’UE nei documenti ufficiali e in conferenze stampa non parlano in 24 lingue.

Verrebbe da pensare allora che il suo naturale successore sia il francese o lo spagnolo, lingue parlate in varie parti del mondo per via dell’impero coloniale di queste due nazioni; ma il presidente della commissione europea Junker nel suo discorso tenutosi sullo stato dell’Unione, il primo post-Brexit, ha parlato in tedesco. Difficile che io ora vi dissuada dal pensare che ormai l’Unione Europea è sempre di più germanocentrica, e purtroppo non posso che ammettere che con l’uscita della Gran Bretagna dalla UE, ormai la Germania è in una posizione di leadership dato il suo potere economico e commerciale. Non dimentichiamo inoltre che il primo partner commerciale italiano è proprio la Germania; sarà quindi forse ora di far rientrare il tedesco nel circolo delle lingue studiate a scuola? Il destino linguistico dell’Europa è ancora molto difficile da definire.

                                                                                                                       Muscarà Federico, Liceo Scientifico Archimede

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Cliffs of Moher – Le scogliere della rovina | Diana Strano

Salve a tutti ragazzi!

Per il mio primo articolo in questo terzo anno di Disinformatore vorrei parlarvi di uno dei posti più belli, accattivanti, intigranti e mozzafiato mai visti in vita mia. So che ormai il Disinformatore vi potrà sembrare lo sponsor ufficiale dell’isola irlandese e che starete pensando che fareste prima ad aprire una Lonely Planet piuttosto che aspettare i nostri noiosi aggiornamenti, ma non odiatemi se vi dico che anche il mio articolo, come quello della nostra cara redattrice Luna Cilia, sarà incentrato sulla verde, lussureggiante, piovosa e umida Irlanda!

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A un mese dal mio arrivo in quella che sarà la mia casa fino alle vacanze di Natale, posso dire di avere assaporato un po’ della tipica vita irlandese e di aver fatto esperienze mai provate prima, come l’emozionante bisogno di prendere un ombrello con sé ogni volta che si esce di casa, il vedere il viso di tutti gli exchange students italiani illuminarsi al primo (raro) raggio di sole, il tornare a casa alle cinque di pomeriggio e cenare un’ora dopo, il bere litri e litri di ottimo tè e lo svegliarsi la mattina con l’amara consapevolezza di dover indossare una triste divisa grigia e bordeaux. Ma state tranquilli, il mio articolo non verterà all’elencare le differenze intercorrenti tra il nostro stivale e questa terra piena di prati verdi e freschi: vorrei bensì concentrarmi sulla descrizione e l’esaltazione di uno dei posti più belli mai visti in vita mia. Molti di voi avranno probabilmente sentito parlare delle meravigliose coste irlandesi, ma nessuna descrizione potrà mai render loro giustizia completamente: l’unico modo per capire realmente la bellezza di quei luoghi è recarvisi, e io sono stata abbastanza fortunata da poter cogliere questa occasione da “once in a lifetime”.

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Le Cliffs of Moher (altissime scogliere a strapiombo sull’Oceano Atlantico situate nella contea di Clare) sono decisamente una delle meraviglie del mondo: visitabili sia dalla terra ferma che dal mare, vantano 217 metri d’altezza nel punto più alto, 120 in quello più basso. Perennemente invasi dai turisti in tutti i periodi dell’anno, specialmente nella bella stagione (quando il clima è troppo freddo e l’aria carica di umidità si alza una cortina di nebbia che impedisce la vista del panorama mozzafiato che si ha dalle scogliere), le Cliffs conservano comunque il loro fascino naturale immacolato, offrendo i classici servizi di una località turistica (café, negozi di souvenir, information point ecc.) in un centro poco invadente creato a pochi metri dallo strapiombo sul mare, che ospita anche una mostra fotografica e una sala di proiezione. I punti di osservazione sono parecchi lungo il percorso frastagliato delle scogliere (lunghe circa 8 km), e uno dei più famosi è sicuramente la torre O’Brien, piccolo edificio dal quale è possibile avere una visione completa dei campi retrostanti, delle pareti rocciose e dei flutti che vi si infrangono. È dalla torre O’Brien che si può godere la vista dell’entrata della più famosa grotta del mondo magico: eh sì, Potterhead, rullo di tamburi! Ricordate la scena de Il Principe Mezzosangue dove Harry e Silente sono in una grotta alla ricerca del medaglione, uno dei sette horcrux? Ecco, la grotta in questione si trova proprio qui, incastonata in una delle ripide pareti rocciose delle Cliffs!

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Bando ai fandom e agli implacabili impulsi da fangirl, la giornata passata alle Cliffs è stata in assoluto la migliore trascorsa finora nella landa irlandese: camminare con la terra solida sotto i piedi a pochi metri da uno strapiombo che è un punto di non ritorno, pranzare con il panorama mozzafiato di un oceano blu che con la sua immensità può sia accattivare e spaventare, ma che è comunque uno spettacolo di cui è impossibile non bearsene, sentire l’odore del mare e avere alle spalle verdi prati lussureggianti rende questo piccolo gioiello un diamante nella corona d’Irlanda.

Sperando di passare altre giornate indimenticabili come questa di cui potervi raccontare (cosa che sono sicura succederà!) vi auguro un meraviglioso anno scolastico nel nostro liceo, il caro La Farina, di cui tornerò a essere studentessa a tutti gli effetti a gennaio (Peppe mi manchi, ti penso)

La vostra “inviata oltremare”,

Diana Strano

L’altra faccia dell’Irlanda – Luna Cilia

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Un altro noioso diario di bordo? Non esattamente… Il mio intento, tramite questo articolo, non è semplicemente quello di raccontarvi minuziosamente ogni sfumatura delle tre settimane che ho trascorso a Dublino dal 5 al 26 luglio, ma un tentativo di cogliere le particolarità e le tradizioni che io, da italiana e siciliana, ho notato.

Dublino, una città metropolitana particolare.

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in prossimità dell Ha’Penny Bridge

Mentre venivo catapultata tra commoventi distese di verde e folletti, una delle prime cose che ho notato mettendo piede al centro di Dublino è che, nonostante sia una città IMMENSA (e posso assicurarvi che muovendosi tramite il Dublin Bus quando siete stati ospitati a circa un’ora dal cuore della città l’ultima cosa che volete, nonostante sia facilissimo, è perfdervi) si distingue per la tranquillità assoluta della vita di tutti i giorni: somiglia parecchio a un immenso formicaio, silenzioso e ordinato. L’unica parte della città nella quale ci si sente pienamente investiti dalla vita e dallo spirito irlandese, non contando i miliardi di Carrol’s a ogni angolo della strada, è Grafton Street, seguita dal famosissimo Temple Bar. Grafton e Temple sono gremite da artisti di strada capaci di tutto: non è considerato affatto strano dedicarsi a una vita di esibizioni in strada, è un modo come tanti di lavorare e guadagnarsi da vivere. Esempio ne è il talentuosissimo CeZar (spero abbiate la fortuna di incontrarlo : https://www.youtube.com/watch?v=RNKxAswrrfA )

 

La mensa dei poveri “HOPE IN THE DARKNESS” (General Post Office)

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Proprio sotto una delle più famose strutture del centro di Dublino viene tenuta, settimanalmente una mensa per gli abitanti meno fortunati della città: homeless, but not hopeless, si può dire. Tantissimi volenterosi aiutanti sfamano e chiacchierano gentilmente con i senzatetto; alcuni giovani parrucchieri, proprio accanto a loro, si preoccupano di tagliare capelli e barba. Una delle scene più toccanti del viaggio, che si commenta da sola per la dignità e la civiltà che esprime.

Cibo a Dublino, why not?

Uno dei difetti, che ammetto a malincuore, di questa meravigliosa città è proprio il cibo, come in molte città anglosassoni. Il problema non risiede tanto nelle pietanze stesse: alcune sono davvero particolari e buone e meritano di essere provate, ma ne parlerò tra poco. Il problema sta nel prezzo: il cibo è particolarmente costoso, e mentre con il nostro piatto di pasta da cinque euro massimo si riesce a tirare senza alcun problema fino alle nove di sera, per sentirsi sazi (ma nemmeno troppo) il budget minimo si aggira intorno ai 10/15 euro quando si pranza, o cena, fuori casa. Non è un gran problema, direte voi: non è un gran problema quando si vive vicino al centro e ci si sposta facilmente, ma quando casa vostra dista parecchio, le lezioni al college finiscono alle 16.00 e l’appuntamento per le attività serali è alle 19:00, il tempo materiale per cenare (mediamente, l’orario per la cena oscilla tra le 17:00 e le 18:00) non prevede il ritorno a casa. Quindi, moltiplicate 10 euro per 21 giorni e capirete quanto realmente incida cenare quasi ogni giorno fuori per tre settimane.

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foto da: google

Tornando al cibo: i piatti che più ho apprezzato, e che consiglio sono: Sheppard’s Pie, Irish Casserole, Scons, Beef Stew ma soprattutto PORRIDGE.  

 

Il Porridge è più un piatto anglosassone in generale, ma siccome ne vado matta e ho appena ordinato da amazon una fornitura da 1kg di fiocchi di avena, meritava di essere inserito nella lista. Consiglio: non lasciatevi spaventare dall’aspetto della pietanza che vi viene servita; la prima volta che ho visto la casseruola aveva l’aspetto di un piatto sul quale qualcuno aveva appena vomitato la cena, ma vi assicuro che è davvero buona. Dimenticavo una cosa particolare: noi italiani siamo abituati a mangiare il primo, il secondo e il dolce in piatti separati; a Dublino (e in tutta la EIRE) mi sono accorta che il pasto viene consumato tutto nello stesso piatto. Alla fine tutto quello che mangiamo va a finire nello stomaco contemporaneamente, quindi non è poi tanto diverso…giusto?

Orari

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Belfast

Avete voglia di rilassarvi, di una birretta con gli amici, di girare per negozi? Ricordatevi che per i negozi avete tempo, MASSIMO, fino alle 21:00. Dalle 19:00 in poi i ristoranti cominciano a chiudere, e rischiate di ridurvi (come ho provato sulla mia stessa pelle) a mangiare porcate da Subway (se siete sfortunati, come me, rischiate di piluccare una patatina fredda e un’aletta di pollo sospetta al massimo) o McDonalds o Burger King. Generalmente, i pasti del giorno sono: la colazione, che varia dalle 6:00 alle 7:00, il pranzo, circa alle 12:00, la cena, dalle 17:00 alle 19:00. Dalle 20:00 in poi vedrete soggetti abbondantemente ubriachi vagare per la città, e non stupitevi se alle 22:30 osservate un uomo di mezza età imprecare, alticcio, davanti alla saracinesca abbassata di Starbucks dicendo “Give me a f***ing milkshake maaan!”

Clima

Ci vorrebbero anni per descrivere con accuratezza “the lovely irish weather”. Mi limiterò a dire che a luglio il clima assomiglia vagamente all’autunno Sicliano. Dico vagamente perchè il tempo è assolutamente folle, in una giornata piove fino a 10 volte (pioggia sottile che dura massimo mezz’ora), seguito da sole, nuvolette, cazzochecaldo, cazzochefreddo, cazzochevento, sole, e mainagioia a pioggia. L’unica soluzione è vestirsi a cipolla e portarsi dietro sempre un raincoat e un ombrellino.

I miei posti preferiti (di dublino)

Mi sembra doverosa una breve lista di posti che vanno ASSOLUTAMENTE VISITATI.

  • Croke Park (uno dei più grandi stadi di europa
  • National Botanic Garden
  • Grafton Street
  • St. Stephen’s Green Park
  • Phoenix Park (uno dei più grandi parchi di Europa)
  • La libreria del Trinity College
  • Guinness Factory
  • I graffiti della zona di Temple Bar
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Dentro il National Botanic Garden

Esterne a Dublino consiglio : Glendalough, Dun Laoghaire, Killiney Hill, Galway.

 

 

I cartelli stradali, le insegne, le persone sono abituate a questa forte presenza bilingue. Il gaelico è una lingua che non assomiglia davvero a nessun’altra lingua – a parte per lo scozzese- quindi è incomprensibile cercare di capirlo a meno che non ci si metta a studiarlo dalle basi. I nomi delle città variano: Dublino si chiama Baile Atha Cliath, ossia città del guado della staccionata; Belfast si chiama Beal Feirste, e via dicendo. Alcune città, addirittura, mantengono il loro antico nome in gaelico, come la piccola Dun Laoghaire ( si legge più o meno Dan Liari). Anche i nomi in gaelico sono particolari: ricordo i nomi di due insegnanti, ossia Gràinne (si legge Gronia) e Deirbhile (si legge Dervla). L’unica frase in gaelico che ho imparato? Eir: Pòg mo thòin (“pogmahon”) Ing: Kiss my ass.

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Dun Laoghaire

Sfatiamo i luoghi comuni

Esattamente per come non è vero che tutti gli Irlandesi hanno i capelli rossi, nonostante sia comune averli, non è vero neppure che tutti gli Irlandesi sono beoni, anche se è abbastanza comune. Lo stereotipo va sempre inquadrato in una giusta via di mezzo: proprio come chi pensa che noi italiani mangiamo solo pasta. La freddezza, che noi italiani in trasferta notiamo spesso, è molto spesso una riservatezza, una timidezza molto diffusa.

Un piccolo accenno lo meritano proprio le persone, native, che ho incontrato in questo viaggio. In linea di massima, il dublinese (o l’irlandese in generale) è una persona gentile, pacata, solare ma molto timida (specialmente davanti alle dimostrazioni di affetto evidente), abbastanza silenzioso rispetto al chiassosissimo italiano, ma con un bel senso dell’umorismo. Nonostante la diffidenza che spesso percepiamo nei confronti di noi italiani, non è affatto difficile trovare qualcuno disponibile a aiutarci quando persi, confusi o desiderosi di informazioni… basta non spaventarli gesticolando e abbassare di poco il nostro tono di voce deciso. Tra i momenti più belli e piacevoli ricordo proprio le discussioni in cui ho avuto l’opportunità di confrontare la mia realtà di tutti i giorni con insegnanti, Activity leaders, autisti dell’autobus. Quando l’approccio al nuovo mondo in cui ci imbattiamo è di gentilezza e curiosità, le differenze possono essere soltanto belle.

Fotografie e articolo di Luna Cilia IID

Messina, Castellaccio: tra bellezza e abbandono – Giulia D’Audino

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Trascuratezza, abbandono, fascino, mistero, avvolgono la storia dell’antico sito messinese Castellaccio (il nome deriva probabilmente dalla zona in cui sorge) che si erge a 145 m sul livello del mare affacciandosi sulla sottostante vallata di Gravitelli. L’antico forte adesso a pianta quadrangolare, fiancheggiato dal forte Gonzaga, può essere considerato uno dei tesori nascosti della città, nonché uno dei più antichi, ma sfortunatamente come spesso accade, la disattenzione e la noncuranza impediscono di far rivivere luoghi ormai consumati dal tempo.

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Costituito inizialmente da fascine e legname sotto il Vicerè Giovanni De Vega nel 1547, venne con gli anni ridotto in forma quadrata con quattro bastioni agli angoli dal noto architetto italiano Antonio Ferramolino già progettista di Forte Gonzaga e altri ben noti forti di Messina. Utilizzato inoltre come punto di avvistamento, avvisava con una cannonata i cittadini dai maggiori pericoli; accolse anche l’esercito messinese guidato da Giacomo Avarna durante la rivolta antispagnola. Tra i motivi che determinarono la decadenza di Castellaccio vi fu il devastante terremoto che colpì la città nel dicembre del 1908; infatti durante il secondo conflitto mondiale fu ulteriormente manomesso.14317472_1250677488297624_7067119119021171782_n.jpg La struttura nel corso dei secoli ha subito dei rimaneggiamenti prova ne sono i richiami gotici apportati alle finestre e lo stravolgimento generale della natura dei luoghi. Tanti furono anche i tentativi di Padre Nino Trovato, fondatore della Città del ragazzo, di far rifiorire il luogo per destinarlo ad un uso di pubblica utilità. In tempi recenti molti sono stati i tentativi di richiamare l’attenzione su questo luogo destinato al declino; infatti proprio durante l’anno 2012 la Soprintendenza ai beni culturali e ambientali tentò di scuotere l’opinione pubblica per la riqualificazione del luogo, purtroppo senza alcun esito. Come spesso accade però è calato il silenzio. Il tempo è volato via inesorabilmente e la struttura è caduta in uno stato di abbandono senza precedenti.
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A peggiorare il già pessimo stato del forte, sembra che negli ultimi anni alcuni atti vandalici abbiano avuto la meglio su Castellaccio, ricoprendolo di vernice e graffiti che offuscano e spengono tristemente l’antica bellezza del luogo. Purtroppo mancano la volontà politica e i fondi necessari per poter far rivivere una struttura fruibile da giovani, adulti, anziani e che costituirebbe così uno dei pochi polmoni verdi di Messina e punto di attrazione per la cittadinanza. Un luogo che potrebbe essere vissuto appieno dall’intera comunità organizzando eventi culturali, dibattiti, diventando dunque un punto di riferimento per tutti i messinesi. Chiunque si rechi oggi a Castellaccio vivrà certamente una sensazione di estraniamento, come se il tempo si fosse fermato e avesse seppellito negli anni la bellezza custodita in passato, divenuta ormai un eco lontano. Come cittadini dovremmo far sentire la nostra voce poiché se è vero che la politica ha grosse responsabilità, gli individui che formano la città sono i primi artefici del loro presente e del loro futuro. E’ arrivato il momento di risvegliare il forte dormiente dai secoli di oblio in cui è precipitato, di restituirlo finalmente alla sua città, ai suoi abitanti, alla sua storia.

 

Articolo e foto a cura di Giulia D’Audino