“Amore e furto”: come Dylan diventa nostro compatriota – Diana Strano

“Lo sai da un pezzo si parlava di te
ancora prima che arrivassi in città
e che tuo padre ha un aereo privato
e molte case di proprietà
scappa da tutto questo, la gente è gelosa
fanno finta di amarti e ti odiano senza un perché
ma che ci fai in un posto simile?
un angioletto come te” –Un angioletto come te

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De Gregori nel video ufficiale di “Un angioletto come te” 

Parole sante quelle di Francesco De Gregori nella traccia di apertura del suo album Amore e furto, ultimo lavoro del genio del cantautore italiano uscito nell’ormai passato 2015. Testi ai limiti della poesia, un timbro insostituibile e indimenticabile, l’album ha tutte le carte in regola per non sfigurare accanto ai precedenti successi di De Gregori, ma cos’è che lo rende eccezionalmente speciale? Beh, sicuramente la musica, i vibranti accordi di chitarra e i dolci arpeggi di piano, ma cos’ha in più rispetto agli altri? La risposta è semplice ma non scontata: se nella musica moderna la collaborazione tra artisti diversi e di diversa nazionalità è ormai accettata e certe volte utilizzata come semplice strategia di marketing, De Gregori con il suo Amore e furto “collabora” con un’altra pietra miliare della musica mondiale, il cantautore statunitense Bob Dylan, omaggiando un suo collega globalmente più noto all’interno del suo paese, dove la cultura musicale va purtroppo calando drasticamente lasciando spazio a un’acritica omologazione anglo-americana.

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Copertina dell’album “Amore e furto”

Le tracce dell’album sono 11 (sotto riportate con le corrispondente “dylaniane”), tradotte in italiano in maniera molto fedele al testo originale: De Gregori si attiene strettamente al testo senza però sfociare nella stucchevolezza, arrivando a rendere più il senso delle espressioni di Dylan che il significato letterale delle parole. Vari i testi, varie le parole, vari i temi affrontati: l’antologia dei testi selezionati dal nostro compatriota De Gregori ripercorre l’intera carriera di Dylan, dalla “Desolation row” del 1965 alla “Not dark yet” del 1997.

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Un giovane Bob Dylan

 

If you get close to her, kiss her once for me
I always have respected her for busting out and gettin’ free
Oh, whatever makes her happy, I won’t stand in the way
Though the bitter taste still lingers on from the night I tried to make her stay

 Cantava Dylan nel 1975 in If you see her, say hello,

Se mai la incontrerai
dalle un bacio da parte mia
ho sempre avuto rispetto per lei
per come se ne andata via
Se c’è un altro che le sta accanto
certamente non sarò io
a mettermi fra di loro
ci scommetto che non sarò io

 gli fa eco De Gregori nel 2015, e canterà a partire dal 2016 nel suo tour nei principali club e teatri italiani. Un’esperienza imperdibile per poter contemporaneamente apprezzare due menti, due musicisti, due geni della modernità. Per capire come la musica possa unire e completarsi.

Diana Strano IC

(Di seguito riportati i titoli delle tracce dell’album Amore e furto con i corrispondenti testi originali.)

  • Un angioletto come te (traduzione italiana di Sweetheart like you)
  • Servire qualcuno (traduzione italiana di Gotta serve somebody)
  • Non dirle che non è così (traduzione italiana di If you see her, say hello)
  • Via della Povertà (traduzione italiana di Desolation Row)
  • Come il giorno (traduzione italiana di I shall be released)
  • Mondo politico (traduzione italiana di Political World)
  • Non è buio ancora (traduzione italiana di Not dark yet)
  • Acido seminterrato (traduzione italiana di Subterranean homesick blues)
  • Una serie di sogni (traduzione italiana di Series of dreams)
  • Tweedle Dum & Tweedle Dee (traduzione italiana di Tweedle Dee & Tweedle Dum)
  • Dignità (traduzione italiana di Dignity)
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Una Ribellione Eterna (che coinvolge tutti) – Benedetta Catanoso

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“Questo è il messaggio che vi lascio, compagni: Ribellione! Io non so quando la Ribellione verrà. Potrebbe essere fra una settimana come fra cent’anni. Ma, così come sono sicuro di vedere questa paglia sotto i miei piedi, so per certo che presto o tardi giustizia sarà fatta. Tenete lo sguardo fisso su quest’obiettivo per tutto il breve tempo che vi resta da vivere, compagni!”    (la Fattoria degli Animali – Orwell)                                           

Quello della ribellione è un concetto altamente complesso, ma contemporaneamente è la base di un progresso vitale impresso nel nostro DNA. Si tratta di un atteggiamento, di un comportamento, di un pensiero da sempre vivo dentro di noi come stimolo alla vita in una sorta di testimonianza alla nostra presenza all’interno di un mondo che cammina. Nel nostro cammino di vita ci troviamo difronte a un processo di ribellione più volte di quanto possiamo immaginare poiché è un processo innato, vivo e incontrollabile che scorre in noi da sempre. Pertanto anche se poi viene represso, viviamo di questo sentimento di rivolta che è spesso causa di molte nostre azioni; nasciamo ribellandoci e moriremo ribellandoci, perché sempre e fortemente legati, anche se inconsciamente, alla vita.  Ma il vero e proprio processo entra in atto quando la nostra realtà e la nostra normalità vengono intralciate da idee contrapposte inculcate in un cervello che le respinge; quando quella routine per noi vitale è interrotta da una dittatura sempre più potente che opprime la forma più grande di libertà: l’arte. L’arte, racchiudendo i piaceri e le passioni personali di ciascun individuo, così come i dolori, crea l’ambiente ideribellione-e-rivoluzione-712x600.jpgale per un uomo che vive nel benessere o malessere e, donando una penna a uno scrittore, un pennello a un pittore e uno strumento musicale a un musicista, ci offrirà certamente un mezzo per la realizzazione del nostro stare bene con noi stessi tramite la liberazione del proprio spettro emotivo. Quando, pertanto, veniamo privati di questa possibilità ci viene a mancare l’elemento principale che sostiene ogni nostro giorno. Ed è proprio adesso che scatta dentro di noi la ribellione contro un qualcosa di più grande e di più potente, contro qualcosa che molesta la nostra quotidianità. Nelle più grandi repressioni di cui la storia è testimone è presente un elemento comune che riguarda l’abolizione delle caratteristiche individuali  di ogni persona e la creazione di cloni tutti uguali che ubbidiscono a gli ordini senza provocare tumulti o rivolte. Ogni repressione ha sempre come unico scopo l’amministrazione di persone facilmente governabili, ma certamente privi di individualità. Si viene dunque a creare un prototipo di essere umano che non sarà mai congruente con l’effettiva realtà dei fatti perchè siamo portati a ribellarci difronte a quelle che ci sembrano ingiustizie.                                                                                                 

E se comunque adesso prendiamo coscienza delle terribili repressioni passate e delle grandi ribellioni avvenute, che talvolta hanno davvero aperto la strada verso la libertà di numerosi popoli, non dobbiamo mai minimamente pensare che la ribellione sia finita, che con il passare del tempo, col progresso della società e con lo sviluppo della tecnologia non ci siano più ragioni per le quali combattere e per far valere la propria opinione; che non si pensi, pertanto, neanche per un attimo, che siamo arrivati al raggiungimento del cardine perfetto di una società, perché (benvenuti nel mondo in cui “chi si accontenta gode” è una grandissima bugia) ancora c’è veramente tanto da lavorare. Non bisogna mai pensare che tutte le lotte della storia per l’uguaglianza dei diritti abbiano avuto già tutti i possibili risultati… ricordiamoci, ad esempio, che ancora nel nostro Paese chi ama non può sposarsi o adottare un bambino che ha bisogno di una casa e di amore, né tantomeno sognarsi di apparire famiglia agli occhi1782.gif degli altri. Bisogna avere ben presente che nel momento in cui si pensa che non ci sono più ragioni per lottare, la situazione si capovolge e si diventa schiavi di noi stessi e di cliché sociali storici, finendo per accontentarsi e abbruttirsi.

Per quale motivo, se la possibilità di miglioramento è sinonimo di una ricerca pressoché eterna, fermarsi?                     

 Il pensiero dell’ideale di ribellione costruttiva, pertanto, che ci caratterizza sin dalla più tenera età, deve crescere con noi e deve renderci esseri attivi e ribelli a qualsiasi forma di repressione perché la lotta per ragioni giuste non è mai un errore.

Benedetta Catanoso VB

SFUMATURE MONDIALI DELLA FESTA DEGLI INNAMORATI

San Valentino. Conosciamo tutti, che ci piaccia o no, la festa degli innamorati, radicata ormai in ogni cultura, sebbene con sfumature diverse, per quanto riguarda il suo “festeggiamento“. Vediamo le coppiette innamorate recarsi in cinema, ristoranti, o semplicemente a fare una passeggiata mentre, puntualmente, i cosiddetti “single vittime del mondo” (micidiali) tempestano i social network di struggenti lamentele sulla propria situazione sentimentale e di frasi moraliste su cosa sia il vero amore, aggiungendo il classico stato “meglio single che cornuti“. Più che festa dell’amore, sembrerebbe talvolta una guerra aperta tra persone single e persone fidanzate. Arriva però un modo inconsueto di festeggiare.

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In Giappone non c’è l’abitudine tra gli innamorati di organizzare un appuntamento romantico ma, bensì, vi è la tradizione di regalarsi cioccolata il giorno di San Valentino, che corrisponde in realtà a due date: il 14 febbraio (coincidente col nostro) e il 14 marzo (cioè un mese dopo). Le novità di questa variante, in espansione peraltro in tutto l’estremo Oriente, sono molteplici. Il 14 febbraio spetta alle ragazze regalare, per prime, la cioccolata al proprio innamorato e non solo. Per questa ragione esistono tre “tipidi cioccolata: •La giri-choko, la cioccolata dell’obbligo, da regalare ai propri compagni di classe o colleghi di lavoro; •La tomo-choko, la cioccolata dell’amico, per gli amici più stretti; •La honmei-choko, la cioccolata del prediletto, regalata al proprio fidanzato, o marito, o al proprio innamorato in generale. Si preferisce fare questo tipo di cioccolata in casa, con le proprie mani, e avvolgerla in confezioni particolari.

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Dopo questa giornata di regali, si giungerà al 14 marzo, il cosiddetto White Day in cui i ragazzi, quelli che hanno ricevuto la cioccolata il mese prima, decidono se ricambiare o meno il regalo e, insieme a esso, il sentimento. Dovranno regalare alla ragazza in questione della cioccolata bianca oppure peluche o accessori o altri dolci…l’importante è che siano di colore bianco e che, soprattutto, siano più costosi del regalo di lei poiché, se il valore del dono fosse inferiore o uguale a quello del cioccolato ricevuto il 14 febbraio, significherebbe che il ragazzo non ricambia i sentimenti della ragazza.

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In Corea del Sud, altro Paese in cui questa festa è in espansione, si festeggia anche il cosiddetto Black Day, corrispondente al 14 aprile, cioè un ulteriore mese dopo. Questo giorno è dedicato a tutti coloro che non hanno ricevuto niente nelle due occasioni precedenti, i quali per tradizione si dovrebbero recare tutti a mangiare jajangmyeon, un piatto di noodles coreani con salsa di fagioli neri che assume un colore molto scuro (da qui deriva il nome “black day”). Invece in Taiwan il San Valentino si festeggia allo stesso modo che in Giappone, ma con i “ruoli” invertiti: il 14 febbraio sono i ragazzi a dover fare i regali, mentre il 14 marzo sono le ragazze a ricambiare.

Giovanna Letizia VF

Il natale horror di Joe Dante – Francesco Aligata

Il periodo delle feste è ormai passato , e con questo anche la caterva di film a tema natalizio, che passano sulle diverse tv nazionali . tra questi vi era e vi e tutt’ora in programmazione, durante le festività, uno che vi si distingue particolarmente tra tutti questi, affascinando e catturando le attenzioni di ragazzi e facendogli instaurare un certo legame emotivo con questa pellicola  che nonostante l’andamento dell’età non sembra dissolversi, ma al contrario rafforzarsi, forse anche a causa della consapevolezza che abbiamo , dell’importanza che ha avuto per l’ infanzia di alcuni di noi.

GremlinsQuest’opera è GREMLINS , diretta da Joe Dante dopo le prime collaborazioni con Spielberg e la WARNER BROS , che li convinsero ad affidargli questo progetto , il cui copione era già stato scritto da Chris Columbus , che proprio grazie al successo di questa sua prima sceneggiatura sarà in seguito particolarmente conosciuto dal grande pubblico per aver sceneggiato “I GOONIE”S ed aver diretto “MAMMA HO PERSO L’ AEREO” ed i primi due “HARRY POTTER”. Il film uscirà nel 1984 e farà riscuotere un grosso successo alla WARNER. Nel film un inventore fallito, che si ritrova a New York lontano dalla sua famiglia per questioni lavorative. Qui acquista una bizzarra ed antica quanto affascinante creatura in uno strano negozio cinese ( oggi invece perlopiù specializzati nella vendita di caricabatterie portatili ) che vuole regalare al suo figlio adolescente, per il Natale incombente. Raggiunta la sua famiglia e data in dono la creatura al ragazzo , li avverte di tre regole che devono assolutamente essere seguite :

1) Mai esporlo alla luce del sole ( potrebbe morire ) . 2) Mai bagnarlo ( il suo corpo per reazione a ciò , creerebbe delle versioni malvagie di se ) . 3) Mai dargli da mangiare dopo mezzanotte ( si trasformerebbe in un orribile bestia assassina ). Ovviamente, giusto perché in 102 minuti di film pur qualcosa dovrà accadere, il ragazzo disubbidirà alle regole e quello che precedentemente era un tranquillo borgo di periferia , verrà invaso dalle terribili bestie sanguinarie note con il nome di gremlins da cui appunto il film prende il nome. Avendo fatto lui il danno , toccherà a quest’ultimo riportarvi la normalità .

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Gizmo

Durante la visione del film , le prime caratteristiche che lo spettatore non può fare a meno di notare sono la follia e la cattiveria con cui esso affronta in modo dissacrante il Natale ( da ricordarsi che questo è un film di Natale in cui la gente muore , cosa strana per le produzioni di allora contando che raramente avevano il coraggio di osare per uscire dagli schemi ) . Il film rischiò di essere privato della sua pazza crudezza che ne fa tutt’ora il suo marchio di fabbrica durante la produzione, poiché la Warner non era convinta di voler lanciare un prodotto così anarchico sul mercato , ma stranamente ( e per una volta senza tranciare teste ed attributi , da aggiungere ), probabilmente perché fiutata la bravura del giovane Dante , decise di sostenere il folle progetto . Essendo Spielberg da poco uscito dal successo di “Indiana Jones ed il tempio maledetto”, la produzione gliela diede vinta. Però qualche limite glielo misero comunque. La crudezza portata sullo schermo fa di questo film un horror nonostante esso si presenti come un film per ragazzini e sotto questa forma riesce anche a distanza di tempo a farsi valere come uno dei migliori esponenti . Bellissime anche le musiche, composte dal veterano delle colonne sonore Jerry Goldsmith, che aderiscono come perfetta cornice alla follia dell’opera e che porta alla mente dello spettatore le tipiche atmosfere natalizie, ma facendogliene percepire però anche tutta la decadenza . Per quanto riguarda i personaggi più importanti del film , è subito evidente come il mogwai (poi posteriormente rinominato dal suo nuovo padroncino col nome di Gizmo ) sia perfetto rappresentante di quella purezza e positività di cui è detentore proprio come lo sono i gremlins, opposti a lui, nel loro aspetto ripugnante e nel loro desiderio di spaccare tutto  Il rapporto tra Gizmo ed i suoi fratellini verdastri può essere interpretato come un’ allegoria che vede l’ individuo della nostra società indossare i panni del docile mogwai, un contenitore visivamente bello ed apparentemente gentile al cui interno però nasconde quella che è realmente la sua natura, quella del gremlin. Così l’uomo durante le festività muta la sua forma analogamente al camaleonte col suo colore , perché “A NATALE SONO TUTTI PIU BUONI “, o almeno è questo quello che le convenzioni sociali intendono dirci , spingendo la gente a guardare malamente coloro che in tale periodo hanno il coraggio di mostrarsi gremlins fin da subito.

-Francesco Aligata

il Partigiano di Cohen – Giuseppe Cannata

 

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La figura di Leonard Cohen è sicuramente una delle più significative e, in un certo senso controverse della musica dell’ultimo secolo, per la sua poetica musicale, in cui si mescolano e si confondono suggestioni e influenze tra le più screziate, da un soffuso misticismo ad una acuta e vivida critica sociale, dai toni allusivamente religiosi all’eros e ad una intensa sensualità. Tuttavia, nel parlare di questo particolare brano “The partisan”, non si può non accennarne brevemente la storia. Il testo,che pure è in perfetta sintonia con la poetica di Cohen, è infatti un riadattamento de “Le complainte du partisan” , scritto nel 1943, nel pieno della lotta partigiana francese, da Emannuel d’Astier de la Vigerie su musica di Anna Marly. Successivamente tradotto in inglese dal compositore americano Hy Zaret, è stato rivisto e riarrangiato dallo stesso Cohen ed è apparso infine sul lato A di “Songs from a Room” nel 1969.partisan.jpg

Proprio perché nel periodo in cui la Resistenza in Francia viveva una momento fondamentale della lotta, le parole di d’Astier, e poi di Cohen, sono una tra le più vivide e intense testimonianze dell’esperienza della Résistance. È infatti il 1943 l’anno in cui l’oppressione tedesca in Francia si fece più violenta e serrata, é l’anno in cui i maquisards (così venivano chiamati i partigiani francesi), ancora privi di supporto materiale e di un’organizzazione unitaria, opposero una eroica guerriglia, condotta sulle montagne e tra i boschi, tra i binari segnati da treni tedeschi. È di loro che parla questa canzone, questa poesia, di coloro i quali diedero le loro vite, consacrarono le proprie esistenze alla lotta per la liberazione e, soprattutto per la libertà. Alla loro sofferenza, alla loro tenacia e ostinazione, alla loro volontà, al loro coraggio. Al partigiano al che «esortato ad arrendersi» (cautioned to surrender), rispose «non potevo farlo» (I could not do). Al partigiano che cambiò il suo nome tanto spesso, perse mogli, figli, per cui le frontiere sono “prigione”.
Ma se i maquisards lottarono strenuamente lungo i confini, vi furono molti altri eroi, spesso dimenticati, che non imbracciarono le armi, ma diedero le loro vite e tutto ciò che avevano per la libertà. Cohen canta d’un anziana signora, figura che si associa istintivamente alla fragilità certo, alla debolezza, ma che in netto contrasto con questa immagine testimonia d’una altra Resistenza, offrendo rifugio ai partigiani, nascondendoli di fronte ai soldati, protggendoli con la propria vita, la propria morte, senza un unico sussurro, nulla che potesse anche solo accennare alla loro presenza (she died without a whisper).smd_107770_leonard_cohen_partisan_web.png

Cohen rimise mano ai versi e l’arrangiamento che rievoca quasi i toni d’una ballata, una ballata d’eroi, in cui le strofe possono essere invertite e trasformate, cosa che egli fa durante i suoi concerti. Lascia anche delle strofe in francese, i versi originari di d’Astier, quasi vi fosse quell’unica lingua, il francese, adeguata a poterli esprimere. Ma la chiave dell’interpretazione di Cohen sono forse gli ultimi versi, che nella versione originale suonavano come «On nous oubliera/Nous rentrerons dans l’ombre. (Ci dimenticheranno/ Ritorneremo nell’ombra), mentre nell’ultima strofa del cantautore canadese assumono una diversa prospettiva.

«Oh, the wind, the wind is blowing,
Through the graves the wind is blowing,
Freedom soon will come;
Then we’ll come from the shadow.»

All’oblio e al ritorno nell’ombra Cohen contrappone «Poi usciremo dall’ombra», rovesciando volontariamente la precarietà delle certezze che segnava le parole di d’Astier, nel pieno della la guerra e che adesso, a posterior, assume una nuova prospettiva. Tralascia anche l’espressione «nous oubliera», dal momento che la scelta di cantare “The partisan”, venticinque anni dopo l’epilogo della guerra, è essa stessa dimostrazione che la resistenza e i maquisards non sono stati dimenticati.
Anche nella traduzione del titolo, il “complainte” della versione originale non trova seguito in Cohen, forse proprio perché il suo non intende essere un compianto, un lamento, quanto una perpetuazione della memoria, della conquista della libertà e, soprattutto, insieme una rievocazione ed una chiave di lettura del presente. Come affermerà in un’intervista:

«La mia personale “mitologia” dell’eroismo e del coraggio è piena della Guerra Civile Spagnola, della Resistenza francese… e dei campi di concentramento. Potrebbero essere dimenticati dalle nuove generazioni, dai più giovani, ma penso che le emozioni abbiano ancora valore, e volevo riempire ancora una volta l’aria dell’energia e delle emozioni che queste esperienze hanno lasciato. Credo sia utile».

Proprio perché “The partisan” non è una mera commemorazione, ma è invito alla Resistenza, ad una nuova resistenza, armata dell’esperienza dei partigiani, dei maquisards, della loro risoluzione, del loro coraggio, del loro sogno di libertà.

«In ogni generazione c’è una Resistenza, ed in ogni generazione essa è l’unico posto in cui essere. Questa canzone viene fuori da una resistenza, di un vecchio conflitto e forse la Resistenza in questa generazione non è resistenza contro un altro fronte, ma Resistenza contro l’ideologia in se stessa.» (Concerto di Parigi 20/10/74)

 

Giuseppe Cannata, Liceo Scientifico Archimede

“Nowhere boy”: il John Lennon che non viene mai ricordato – Diana Strano

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I put a spell on you recitava il primissimo disco rock’n’roll barattato con dell’ “insulso” jazz al porto di Londra da un giovane, innocente, ignaro John Lennon. John è un ragazzo che non ricorda i suoi genitori, da cui è stato abbandonato a soli cinque anni, cresciuto dalla zia Mimi e dallo zio George in una semplice villetta di un sobborgo residenziale londinese chiamato Woolton, all’età di sedici anni è turbato dai tipici sconvolgimenti comportati dalla consapevolezza di essere prossimo all’età adulta: John semb12714501_511547975692299_214781913_n.jpgra non volere crescere, il suo animo sta covando qualcosa, ma non riesce bene a decifrare cosa. A quei tempi moriva suo zio George, aprendo come una porta una ferita nel suo cuore, che avrebbe permesso l’ingresso di qualcosa di nuovo, qualcuno che l’avrebbe portato, che ne fosse consapevole o no, a essere ciò che sarebbe diventato: al funerale dello zio George, John incontra per la prima volta dopo undici anni la madre Julia, che lo accoglie con innocente infantilità in casa sua, casa ormai abitata da un nuovo compagno, da figlie piccole. È di questo che parla Nowhere boy, pellicola del 2009 diretta da Sam-Taylor Wood, dell’incontro del giovane Lennon (Aaron Johnson) con la madre e degli avvenimenti immediatamente successivi, con annesse cause e effetti del processo che ha portato un perfetto british boy educato da una zia severa (Kristin Scott Thomas) al rispetto delle regole a diventare icona rock delle future generazioni. Julia (Anne-Marie Duff) è un’amante della musica, sostenitrice dell’esattezza dell’equazione “rock’n’roll=sesso”, e intende trasmettere questo amore al figlio da poco ritrovato, che trascina al cinema ad assistere a una pellicola rappresentante un concerto di Elvis: è questo il fattore scatenante che convince John che ciò che gli manca è la musica, una chitarra, un’acconciatura degna di un vero cantante rock e un gruppo musicale. A poco a poco la sua lista comincia a essere spuntata, e quando pochi mesi dopo, a seguito di una sospensione passata a casa della madre che gli insegnerà a suonare il banjoo, riunisce i suoi migliori amici nel bagno della scuola gli comunica la sua idea: creare un gruppo musicale, da zero, non importa che nessuno di loro abbia mai preso in mano uno strumento, il rock’n’roll scorre dentro, nelle vene, e non si può ignorare.12665796_511548022358961_1279304721_n.jpg Così il primo nucleo di quelli che sarebbero diventati i Beatles si esibisce con il nome di Quarrymen, e un John fin troppo sicuro di sé incontra (e si scontra) per la prima volta con il quindicenne Paul McCartney (Thomas Sangster), che verrà ammesso non senza una prima esitazione nel gruppo, dimostrandosi abile chitarrista e fedele amico, che avrebbe affiancato John anche in periodi bui e difficili. La storia narrata nel film Nowhere boy non è tanto quella di un gruppo musicale in ascesa, né il ritratto perfettamente biografico dell’adolescenza di uno dei geni musicali del secolo scorso, ma fornisce una visione diversa di quella che ci viene solitamente fornita: John è un giovane che agisce ostentando il suo desiderio di distinguersi e di ribellarsi, testardo, ma allo stesso tempo combattuto, desideroso di affetto e di risposte. Saranno le due donne della sua gioventù (la madre Julia e la zia Mimi) a metterlo più volte di fronte a un bivio che lui non vorrà mai percorrere, decidendo di non voler rinunciare né alla donna che lo ha dato alla luce e dalla cui imprevidibilità si sente inevitabilmente attratto né alla costante e solida zia, faro onnipresente anche nelle tempeste, madre affettiva a cui avrebbe telefonato ogni settimana per il resto della sua vita. Al bivio affettivo, John sceglie una terza via che si aprirà lui stesso, quella della musica, le cui sfide, ai suoi occhi di adolescente talentuoso e speranzoso, sono incoraggianti e tutte da scoprire.

 

Diana Strano, IC

Lo sapevate che Alice… – Alessia Mesiti

E bentornati anche oggi con le interessanti pillole della nostra cara rubrica!

 

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Alice Liddel, Lewis Carrol’s Portrait, 1858

Da brava Carolliana incallita quale sono e scoperti numerosi, assidui seguaci di questa nostra setta, ho deciso di deliziarvi con qualche curiosità che sicuramente ancora non sapete riguardo l’immortale classico della letteratura mondiale il quale ho già abbondantemente trattato negli articoli precedenti: per chi ancora non lo avesse capito, parliamo della nostra amatissima Alice Liddel. Perennemente in ricerca di nuove chicche da esporvi, col naso buttato tra le pagine delle più famose versioni annotate sul più bislacco paese di sempre, vi citerò quelle che tra tutte mi hanno più colpito e lasciato a bocca aperta, dovendone però tralasciarne alcune mio malincuore. Colgo l’occasione per dedicare questo nuovo mio articolo all’uscita prossima nelle sale, il 25 Maggio 2016, del seguito delle avventure di Alice, alle prese di un nuovo mondo attraverso lo specchio.

Lo sapevate che…

-Vi siete mai chiesti perché il gatto più amato del Cheshire, quel che più comunemente conosciuto con il nome di Stregatto, abbia la capacità di sogghignare? Quel che è divenuto uno dei più celebri personaggi del panorama dell’animazione – e non- in realtà mostra avere ben due avvalorate ipotesi storiche a suo carico. “Sorridere come un gatto del Cheshire” era un’espressione molto comune  ai tempi di Carroll, che dimostra che egli abbia attinto dalla quotidianità londinese per la sua eccentrica figura. Durante la Londra vittoriana vi era per l’appunto un certo famoso pittore del Cheshire che usava ritrarre leoni mostranti i denti nelle insegne delle taverne. Altra ipotesi che contribuì alla diffusione di questo detto, nonché la più curiosa, è la tipica sagoma che avevano le forme di formaggio del Cheshire, modellate per l’appunto secondo i contorni di un gatto che sorrideva.

-Focalizzando ancora l’attenzione sul caro Stregatto, vi siete mai chiesti perché egli scompaia e riappaia perennemente sospeso in aria, come fosse dal corpo evanescente, mostrando visibili sempre e solo il proprio ghigno con annessi occhi spettrali? Beh, anche questo trova una spiegazione pratica da cui fu influenzato Lewis Carroll. Seguendo sempre la pista delle forme di formaggio del Cheshire sulla sagome di un gatto, si diceva si tendesse a mangiare quest’ultime iniziando dall’estremità della coda del gatto finché sul piatto restava solo la testa sorridente dell’animale. Inoltre, reperto trovato all’interno della camera del presbiterio del padre di Carroll, fu una testa di gatto scolpita in pietra appesa alla parete, sospesa in aria a qualche piede di altezza. Se ci si prova ad inginocchiare e guardando in seguito verso l’alto, si avrà l’impressione che egli mostri un ampio sorriso, da cui con buone probabilità Carroll fu fortemente attratto per la realizzazione del proprio gatto del Cheshire.

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Vi siete mai chiesti perché tra tutti i personaggi ideabili, Carroll abbia deciso di render pazzo proprio le figure di un cappellaio ed una lepre? Che sia stata una coincidenza? Mi dispiace deludervi, ma non è così. “Matto come un cappellaio” e “03_Alice_Meraviglie03.jpgmatto come una lepre marzolina” erano anch’esse espressioni comuni ai tempi in cui visse l’autore ed è per questo che egli creò questi due personaggi. Tutto ciò trae origine dal fatto che probabilmente i cappellai in un’epoca recente finissero per impazzire davvero. Il mercurio adoperato nel trattamento del feltro, tessuto usato per la fabbricazione dei cappelli, era frequente causa d’avvelenamento: le vittime contraevano un tremito detto “scossa del cappellaio” che colpiva anche gli organi della vista e confondeva la parola. In stati più aggravati si verificano anche allucinazioni e altri sintomi psicotici. Quanto riguarda la lepre marzolina, voci di corridoio fecero notare che probabilmente il carattere di quest’ultima fosse dovuto al periodo dell’accoppiamento che per l’appunto la rendesse frenetica. In realtà fu Erasmo che per la prima volta scrisse “matto come una lepre di palude”: gli scienziati pensano che “marsh”(palude)  sia stato erroneamente divulgato come “march”(marzo). Ebbene sì, le lepre marzolina passò nella storia ad essere definita così a seguito di un banale errore.

12714404_1757962927748462_1602856804_n.jpg-Vi siete mai chiesti, perché la Duchessa sia stata realizzata sotto vesti e aspetti così orridi e ripugnanti? Molto probabilmente Carroll copiò l’immagine della donna da un quadro di un pittore fiammingo cinquecentesco, Quentin Matsys, il quale mostra il ritratto di Margaretha Maultasch. Ella fu la Duchessa della Carinzia e del Tirolo nel quattordicesimo secolo, nonché passata alla storia come donna più brutta della storia. Particolare simpatico, fu proprio il soprannome “Maultasch” affiabitole, il quale andava a significare “bocca a tasca”. Guardando la foto qui in allegato, capirete certamente il perché.

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-Ritornando in tema di manie paranoiche: vi siete mai chiesti perché nel IV capitolo del libro nel quale avviene la famosa scena dell’Alice che cresce a dismisura all’interno della casa della lepre marzolina, vi ci viene condotta perché ordinato con insistenza, più e più volte da quest’ultimo, di riportargli i suoi guanti bianchi? In realtà questo è uno dei tanti dettagli biografici disseminati qua e là dello stesso Carroll.  I guanti rivestivano un enorme importanza per il vestiario dell’autore: viene attestato che fosse abbastanza eccentrico nel vestire e che nelle giornate più fredde non usasse portare mai un cappotto, ma che avesse sempre la curiosa abitudine di indossare anche nei mesi più caldi dell’anno un paio di guanti di cotone grigi e neri da cui non osava separarsi. Questa sarà solo una delle tante strane abitudini del curioso Carroll.


 

  • Alessia Mesiti IC

Selene e il Mare – Natale Miduri

Solcavo le onde dei pensieri, che si ergevano docili come sogni e poi calavano irate come incubi. Dirigevo la nave, sostenuto da un debole vento, per raggiungere la mia Itaca, patria di speranze e ricordi, terra di rimpianti e nostalgia. Eppure vacillavo, perché con la sua tenacia e risolutezza aveva cercato di affondare il mio presente, che intanto, offuscato dalla memoria diveniva passato. Dopo un’onda, un’altra, cento, mille altre la mia nave di riflesso le avvertiva e si inclinava lasciandole passare. E mentre la tempesta, gridando vendetta, divampava, con la sua dolcezza quietò la paura, e le onde divennero pietre luminose sotto il sole che le nutriva. Il mare infatti, scrigno di misteri e segreti, da millenni è temuto e amato dagli uomini, suoi confidenti e nemici. Uno dei più antichi miti greci racconta che fu proprio Eurinome, dea di tutte le cose, a dividere la superficie del mare dalla superficie del cielo. In seguito spinta da un inarrestabile desiderio iniziò a danzare sulle onde fino a creare intorno ad ella un vortice, dal quale nascerà Borea. Nell’azzurro cielo si specchia il caldo mare e proprio sotto la sua superficie oltre che sussurrii e preghiere elevate dai marinai, storie mai rivelate e misteri inquietanti, possiamo udire il suono sordo a volte armonioso delle creature che, secondo l’immaginario comune di tanti e tanti anni fa, lo popolavano: Anfitrite, Galatea, Aci e Teti, alcune delle più belle Nereidi, sedute su uno scoglio osservano sorridenti i viaggiatori desiderosi di conoscenza; intonando melodiosi canti. intanto, mentre l’armonia di dolci voci inebria i miei pensieri, calano le tenebre e il mio viaggio diventa più tortuoso, smarrisco la via della saviezza e mi perdo tra le congetture delle tenebre, le quali ammaliano e nascondono, rivelano la loro interezza e poi inorridiscono. In questi momenti bisogna attendere l’evolversi degli innumerevoli eventi, aspettando tacitamente.

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Nel cielo appare il ” lumen vitae”, Ecate luna calante lascia il posto ad Artemite, luna crescente, che diverrà Selene( selàs ”splendore”), luna piena. Sullo specchio del mare appare radiosa, e con la sua luce, cattiva ma sensibile, irradia il volto del dio mare. Aleggia la sua figura lucente sulle onde marine, come a volere narrare le storie che dall’alto vede e sublima. Forse segretamente si amano, o chissà si raccontano gli strani segreti che gli uomini rivelano loro, quando necessitano di ascoltatori taciturni. Così accompagnato dal mare silenzioso e dallo sguardo della luna il mio viaggio appare finalmente illuminato e reso chiaro dalla dolcezza della ragione, e dalle leggere e lontano speranze che mi fanno compagnia : le Pleiadi(” colombe”) . “Le stelle intorno alla bella luna, nascondono di nuovo l’aspetto luminoso, quando essa , piena, di più risplende sulla terra…”. (Saffo) Alcione, Celeno, Elettra, Maia, Merope ,Sterope e Taigete stelle, nonché amabili sorelle osservano deliziate lo spettacolo della notte, e come caprioli argentati, corrono sulla superficie tenebrosa. Mentre mi sorridevano, sussurravano l’une all’altre pettegolezzi su Selene e il mare, che erano in magica sintonia. In quel momento però accanto la gioia dei due amanti, alcune stelle, piangendo per il triste ricordo di Zeus che folgora con un fulmine Fetonte, solcando la volta celeste, cadono sulla terra e nelle acque terrestri, dove si irrigidiscono in gocce preziose di ambra. Intanto l’aurora inizia a sorgere e Selene si spegne nel ricordo del passato , mentre il mare ritorna a sbattere le proprie onde sugli scogli rocciosi. Il viaggio che intrapresi, raggiunge la meta tanto agognata. La mia nave approda nel porto tranquillo della vita, accompagnata dal profumo della conoscenza. ” E si perdono in sguardi invisibili, la tacita Luna e il fragoroso mare, mentre insegnano il tempo agli uomini che di notte ammirano il loro amore, acceso dagli sguardi e alimentato dall’armonia che li unisce in un abbraccio scintillante, scambiando tra di loro frasi incomprensibili ai mortali”.

-Natale Miduri

JOY: EROINA DELLA QUOTIDIANITA’ – Giulia D’Audino

In queste ultime settimane non si fa altro che parlare, sia nei social che sui giornali, di uno dei film più apprezzati del 2015 :“Joy”, di David O. Russell,(American Hustle, Il lato positivo). Tratto da una storia vera, vede come protagonista la giovanissima e talentuosa Jennifer Lawrence, vincitrice di una serie di Golden Globe e Oscar all’età di soli 26 anni. Nel film, in particolare, è possibile notare la bravura dell’attrice statunitense che si ritrova nei panni di un’audace donna madre di due figli, divorziata ma con ancora l’ex marito in casa che vive nello scantinato, con una madre ossessionata dalla soap opera che non esce mai dalla sua camera, con una sorellastra in continua competizione con lei, con un padre divorziato che aspetta il momento di innamorarsi ancora dopo due matrimoni falliti (Robert De Niro) e infine la nonna, unico personaggio che crede in lei. Sin da piccola Joy dimostra una forte determinazione nell’inseguire la sua ambizione di diventare un’inventrice di successo, sperando che quei castelli di carta costruiti da bambina possano diventare un giorno sogni realizzati da poter toccare con le sue stesse mani. Sfortunatamente però a causa del divorzio dei suo genitori, Joy sospende i suoi studi e dalla studentessa più brava del liceo passerà ad essere una giovane casalinga che si prende cura della sua complicata famiglia. Questa non è la vita che Joy aveva immaginato per se e per i suoi figli, adesso ha bisogno di dare corpo ai suoi sogni, di evadere dalla quotidianeità che la imprigiona e raggiungere così quella spirale del successo di cui la nonna le aveva sempre parlato. Ma come?

 

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Joy e la sua famiglia in una scena del film

Finora le sue invenzioni non erano state né approvate né brevettate da nessuno, cosa avrebbe potuto fare per dare una svolta alla sua vita? Proprio nell’ambiente monotono e pigro della sua famiglia le verrà in mente un’idea che cambierà tutto il corso della storia che, alternandosi tra flashback e incubi, ci aprirà un mondo sugli aspetti psicologici di Joy. Da una delle sue ironiche vicende familiari infatti, nasce l’idea di inventare un nuovo rivoluzionario mocio che da li a poco avrebbe cambiato la vita di molte casalinghe. Il regista tratta tutta questa materia con rispetto, presentandoci scene di pure ironia che in fondo celano quella patina di drammaticità che costituisce la quotidianità di molte famiglie e soprattutto donne. Joy è un sogno americano tutto al femminile, dove non manca la voglia di riscatto da un’esistenza di mediocrità e affanni e dove tenacia e forza stanno alla base per realizzare i propri sogni. Jennifer Lawrence, affiancata da Bradley Cooper che interpreta un dirigente di televendite, arriverà a conquistare il meritato successo incarnando il simbolo della “self made woman” americana, restando tuttavia profondamente se stessa.

Il messaggio del film è di ricercare quella Joy dentro di noi che forse deve solo uscire allo scoperto, o che dobbiamo convincerci semplicemente di possedere la stesse determinazione e capacità che ha la nostra protagonista. Il film infatti è basato sulla convinzione che ognuno di noi dovrebbe avere per arrivare alla meta prefissata, ci spinge a pensare “ posso farlo anch’io” e non ad un rassegnato “non posso”, il film ci conduce verso un sentiero di autonomia e realizzazione del proprio io, di riflessione, di autoconvinzione che ci apre la via del successo. Joy dovrà faticare e fare sacrifici prima di raggiungere il suo obiettivo, ma il non aver mollato e la costanza dell’impegno ripagheranno tutti i suoi sforzi. Non è così che vorremo tutti sentirci? Realizzati e soddisfatti? Come afferma la nostra Joy : “C’è una sola cosa nella vita che puoi avere.. è quello che riesci a fare”

-Giulia D’Audino