Umiliazioni quotidiane… parte del nostro ruolo? – Giovanna Letizia

Siamo talmente abituati che non ce ne rendiamo nemmeno conto. Ormai quel veloce susseguirsi di fotogrammi è entrato a far parte del nostro modo di pensare e di vedere il mondo. Spot pubblicitari, slogan a effetto che penetrano nella nostra mente, sfuggendo al nostro consenso, come il sottile ago di una siringa che inietta stereotipi di genere dentro di noi, facendoci avvertire niente di più che una lieve puntura. E pensare che il sessismo nelle pubblicità ebbe uffucialmente inizio a partire dai primi del ‘900..

Ma cosa si intende, realmente, per sessismo? Il sessismo è la discriminazione tra i due sessi. C’è sempre stata questa distinzione, a partire dal mondo animale. Distinzione limitata alla costituzione fisica, date le necessità del periodo, scaturite dalle condizioni morfologiche in cui si viveva e dalle attività svolte in società. E’ un fatto di genetica: il corpo del “maschio” è teso ad avere una capacità di lavoro muscolare superiore del 20 % rispetto a quella del corpo della “donna” , a causa dei muscoli che vengono sviluppati in zone diverse e in maniere diverse. Oggi, in un’economia basata non tanto sul lavoro fisico quanto sul lavoro “intellettuale”, sembra che si faccia  comunque di tutto per mantenere l’uomo su quel gradino più in alto rispetto alla donna. E quale modo migliore, per assicurarsi un coinvolgimento di massa, se non far trasmettere il messaggio in maniera ossessiva dai mass media?

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(1960)

A partire dagli anni ’50 lo sfruttamento della donna è passato come effettivo ruolo nella quotidianità della famiglia. All’inizio della comunità sociale che ha portato a quella odierna, vi erano, in maniera più evidente rispetto adesso, manifesti con immagini, giochi di parole, slogan apparentemente divertenti che tuttavia distinguevano (discriminavano) chiaramente i due sessi, non solo basandosi sulla prestanza fisica ma anche per la condotta morale. Assistiamo alla trasformazione delle donne in oggetti, in giocattoli il cui scopo è sottomettersi agli ordini del proprio uomo; assistiamo a delle piccole umiliazioni quotidiane, che vengono fatte apparire sotto i riflettori del senso dell’umorismo per trasmetterle come concetti fini alla pubblicità, per attirare l’attenzione di potenziali acquirenti. Fortunatamente lo stereotipo della donna come essere destinato allo sfruttamento domestico si è decisamente affievolito con gli anni. Ho detto affievolito, non scomparso. Infatti è sempre più frequente, in giganteschi manifesti peraltro, la comparsa di modelle parzialmente svestite utilizzate come esempio di oggettificazione della donna e proprio per questo associate ai nuovi modelli di automobili, bevande, gioielli, profumi, come fossero dei gradevoli ornamenti esteticamente belli. Senza contare “l’alta” considerazione dell’igiene femminile, nelle pubblicità di medicinali, nelle quali casualmente sono sempre le donne e le adolescenti ad essere soggette a complicazioni dovute a problemi di igiene o salute.

C’è da considerare che anche persone con una certa influenza sulle nostre vite, (quindi politici o anche cantanti e attori) spesso non danno un ottimo esempio, sotto questo punto di vista. Non mi riferisco soltanto alla familiarità con la quale vengono affrontate decine di divorzi e matrimoni, ma anche a ciò che concerne la loro carriera in sè. La televisione, il web, il grande schermo. Basta osservare il videoclip musicale della (tristemente) famosissima Blurred Lines. Un gruppo di ragazze, femministe, ha deciso di farvi appunto una parodia ‘al femminile’ (qui) e guardandola possiamo renderci conto di quanto assurdamente fastidiosa e imbarazzante risulti, nonostante non si discosti minimamente dalla versione originale registrata al maschile.. è facile notare quanto siamo abituati a vedere atteggiamenti simili ridotti alla normalità nei confronti delle donne, gli stessi atteggiamenti che saltano immediatamente all’occhio non appena vengono rivolti al mondo maschile.

Siamo invasi dallo stereotipo più insensato della storia, eppure uno stereotipo che sa essere efficace in qualche modo: il tanto discusso desiderio e necessità di supremazia solida, da parte di una società fondamentalmente maschilista e priva di rispetto. A rispondere devono essere i fatti. Per questo motivo se da un lato “una ragazza non dovrebbe aspettarsi speciali privilegi per il suo sesso, ma neppure dovrebbe adattarsi al pregiudizio e alla discriminazione, bensì deve imparare a competere… non in quanto donna, ma in quanto essere umano” ( -Betty N. Friedan), dall’altro  abbiamo alle spalle una storia e delle idee da portare avanti, idee di donne  che, a partire dalla Rivoluzione Francese sino ad ora, hanno combattuto per i diritti del sesso femminile, passando alla storia. Vorrei citare Mary Wollstonecraft e Olympe de Gouges, vissute entrambe durante la Rivoluzione Francese. La prima, che scrisse “A Vindication of the Rights of Woman”, fu definita “una iena in gonnella”. La seconda, vissuta in Francia, pubblicò “Le prince philosophe”, romanzo che rivendicava i diritti delle donne, ed iniziò ad organizzare le prime manifestazioni femministe nel 1793, ma fu sfortunatamente ghigliottinata poco dopo aver criticato Robespierre. Tutto ciò per arrivare alle Suffragette che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, scatenarono un movimento il quale si estese, dal Regno Unito, in maniera considerevole. E’ la storia a dircelo. É necessario portare avanti l’ideale della parità tra i sessi, concetto che tutt’ora non è accettato realmente nella quotidianità. Per quale assurdo motivo le donne devono essere costrette a subire, in silenzio, almeno un’umiliazione al giorno?

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(1940)

Trovatemi una risposta che sia diversa da “perchè fa parte del loro ruolo”.

Giovanna Letizia

 

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I FUNGHI MAGICI – Giusy Mantarro

Con il termine psichedelico si indica sostanza che  provoca alterazione ed espansione della coscienza, effetto solitamente causato da sostanze allucinogene in grado di causare allucinazioni che allontanano dalla realtà. Tra queste sostanze si annoverano LSD, mescalina, DMT e la psilocibina. Quest’ultima è contenuta in elementi naturali, che in pochi conoscono: i cosiddetti funghi magici, che crescono spontaneamente in America, Asia ed Europa e che suddivisi in circa 200 specie rappresentano probabilmente la più antica droga dell’umanità. Tradizionalmente utilizzati a scopo medico e rituale in diversi luoghi del mondo (Sud-est asiatico, America centrale e America latina), possono essere consumati freschi o essiccati, ma possono anche essere sintetizzati in una polvere bianca e il loro effetto subentra non prima di due ore dall’assunzione per diminuire dopo 4 – 5 ore. Tali funghi dai tratti leggendari si mimetizzano facilmente nell’ambiente, sono confondibili con funghi selvatici non psicoattivi, presentano infatti un colore marrone o marrone chiaro. I più intrepidi saranno lieti di sapere che sono presenti anche nel nostro paese, la specie più diffusa e più potente è Psilocybe semilanceata, che cresce in habitat erbosi sulle Alpi e sull’Appennino tosco-emiliano; è presente anche sui massicci montuosi dell’Italia centrale.

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Funghi magici

Vari sono i disturbi psichici annoverabili, più o meno gravi: modificazioni dell’umore, dell’attenzione e dei processi di pensiero; isolamento dalla realtà e disinteresse per il reale; impressioni di estraneazione dal corpo. Particolare è poi la sinestesia, ovvero l’esperienza comune sotto effetto di droghe psichedeliche di sentire qualcosa con un altro senso: gustare un colore, vedere un odore, tastare un suono, e così via.

In determinati casi si accostano a questi ultimi anche sintomi somatici, quali aumento del ritmo cardiaco e respiratorio, disturbi del tratto digerente, dell’equilibrio e della coordinazione e dilatazione delle pupille. Nei casi più gravi, fortunatamente rari, possono manifestarsi episodi psicotici gravi, con visioni bizzarre e spaventose, grave paranoia e totale perdita del senso della realtà, che possono condurre a incidenti, atti di autolesionismo e persino a tentativi di suicidio.

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È POSSIBILE DISTINGUERE TRA TERRORISTI E INNOCENTI? – GIUSEPPE CANNATA

Disteso sul divano, con gli occhi semichiusi ero sul punto di andare a dormire, rasserenato da quell’ebbra e ingenua tranquillità che la televisione solitamente offre, quando un’ edizione speciale del Tg ha catturato la mia attenzione. Lo stupore allora si è confuso con la paura, lo sgomento mi ha serrato la gola man mano che leggevo aggiornamenti e notizie, ancora vaghe, della tragedia che si stava consumando in quegli istanti. Vedevo sullo schermo poliziotti allarmati, spettatori e attori inermi e sconcertati di un dramma di cui non si capacitavano, ambulanze e sirene e uno stadio colmo di gente confusa e spaventata, e corpi coperti sommariamente dai teli bianchi. E più vedevo tutto ciò più mi sentivo rabbrividire, d’orrore e di rabbia, assistendo straniato alla conta dei corpi, il cui numero cresceva minuto dopo minuto…129 lunghi, interminabili minuti.

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Mi trovo ora davanti a una pagina bianca su cui vorrei riversare d’istinto l’angoscia, la paura, la rabbia e tutte le altre confuse e contrastanti pulsioni che ho sentito convulsamente dibattersi dentro. Eppure mi viene il dubbio che non sia giusto farlo, non sia rispettoso, che sia anzi una insolente offesa a quelle vite, spezzate all’improvviso. Perché per quanto lo sfogo personale sia necessario, esso ci allontana drasticamente dalla realtà e da noi stessi. Tenendo a mente le intense parole di Omid Safi in merito a quella che fu la strage di Charlie Hebdo, ho lasciato sfogare in silenzio la frustrazione e la rabbia; scriveva:

«Cominciamo dal lutto. Iniziamo da dove siamo, da dove sono i nostri cuori. Prendiamoci il tempo di seppellire i morti, di piangere, di essere in lutto. Piangiamo il fatto di aver creato un mondo in cui questa violenza sembra essere quotidiana. Piangiamo il fatto che i nostri figli stanno crescendo in un mondo dove la violenza è così banale.» (tratto dall’articolo “9 punti su cui riflettere riguardo alla sparatoria di Parigi e Charlie Hebdo”).

Solo adesso, cessata la bufera degli eventi e dei sentimenti, mi permetto di fare qualche considerazione, forse ancora prematura, su quanto accaduto. E intendo partire proprio dalle frasi stringate e dirette di Omid Sufi, che mi sono subito tornate alla mente, ed in particolare da una parola singolare che mi ha sorpreso e amareggiato: «banale».

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Che significa parlare di una violenza banale?

Associata alla tragedia, alla violenza, alla morte, la parola «banale» non è sicuramente la prima che mi venga in mente, eppure in questo contesto sembra assumere un particolare valore. Si parla di banalità di fronte ad un qualcosa di insensato, privo di qualunque eccezionalità. Ed è la parola forse più appropriata se si pensa al dissennato orrore che quotidianamente si presenta davanti ai nostri occhi indifferenti, attraverso lo schermo di un televisore o le pagine di un giornale, e che perde il suo carattere tragico, scadendo nella banalità, inghiottito dalla routine. Credo che prima di discutere delle ragioni e delle conseguenze, delle scuse e accuse, sia necessario vivere fin in fondo il dolore e la sofferenza , sentirli propri, silenziosamente. Ogni parola in più è brutale strumentalismo e volgarità.

Ho letto e ascoltato con profondo ribrezzo dichiarazioni di sciacalli politici, cronisti ed estemporanei sociologi disseminate per la rete, ed ognuna l’ho percepita come un insulto alla memoria di tutte le vittime di questa carneficina, e all’umanità stessa; non soltanto ai francesi, anche ai 43 uomini e donne che appena qualche giorno fa a Beirut hanno perso la vita senza ragione, in nome dell’ipocrisia, e a tutte le vittime delle stragi che si consumano costantemente nel mondo. E’ ripugnante constatare come al terrorismo fisico, degli attentati, si affianchi un non meno disumano terrorismo dell’ informazione, fatto di incitazioni all’odio incondizionato, di becere strumentalizzazioni della sofferenza e delle vite altrui, che risponde al terrore col terrore, alla violenza con altra e maggiore violenza. E quella che viene sbandierata come libertà di parola, sui social network e nelle affermazioni di molti si trasforma in “libertà di aggressione”, in uno stupro della comunicazione e dell’informazione.

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Non voglio, né sono in grado, analizzare cause ed esiti, colpevoli e responsabilità della carneficina avvenuta a Parigi, però posso esprimere alcune personali considerazioni.

1. In primo luogo è necessario non astrarre la situazione dal suo contesto, ovvero non considerare mai gli eventi come univoci. In parole povere non si può estraniare il fenomeno dell’ ISIS, e più generalmente il terrorismo, dal contesto sociale e culturale in cui si genera, e questo contesto dalla Storia che lo determina, e poi dagli interessi economici e politici che lo favoriscono. Intendo dire che la realtà va sempre considerata nella sua molteplicità, da diversi e complementari punti di vista e che non esiste una sola assoluta prospettiva, come l’informazione e la politica, nella loro degenerazione, intendono far credere.

2. Il mondo ad oggi è giornalmente insanguinato da tragedie e orrori inimmaginabili, di cui la maggior parte resta tristemente nell’ombra e nel silenzio. Se è vero che gli attentati di Parigi hanno avuto particolare, anzi globale importanza in quanto squarciano l’alone di sicurezza che si era radicato nell’intoccabile “occidente”, è altrettanto vero che orrori ben più gravi vengono perpetrati nella nostra più totale impassibilità. Quindi spero che questo drammatico evento possa essere un monito per tutti, affinché si possa guardare al di là della limitatezza dell’individuale egoistico interesse ed avere un approccio consapevole alla realtà che ci circonda.

3. Infine parafrasando un celebre verso di Fabrizio De André, la cui complessità e rilevanza spesso non viene colta, per quanto noi crediamo di non aver nessuna responsabilità in questa vicenda, siamo noi stessi vittime e propugnatori di questa ossimorica civiltà dell’odio di cui raccogliamo i frutti. E quindi concludo con un interrogativo cui non ho trovato risposta:

se per reprimere la violenza e l’odio, ci si serve dell’odio e della violenza, è veramente possibile distinguere tra vittime e carnefici, terroristi e innocenti?

-Giuseppe Cannata-

Unici e (In)differenti – Benedetta Catanoso

Sin da piccoli viviamo in bilico tra la consapevolezza della differenza tra tutto ciò che è presente sulla faccia della Terra e il continuo messaggio offertoci dai media, dai social e da quelle persone che, se anche incosciamente, ci “costringono” alla normalità.  

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Viviamo, dunque, in una realtà che molto spesso ci invita a perdere qualsiasi nostra caratteristica personale e individuale, per trasformarci nella perfetta macchina che la società richiede.  Sottomessi dalla nostra debolezza caratteriale e continuamente alla ricerca di questa normalità che non esiste, cresciamo con un’idea precisa, immutabile e categorica di normalità che non può, o meglio non deve cambiare. Mutando gradualmente sempre in questa società costruita su ideali irreali, non riusciamo a renderci  conto dell’assurdità del mondo che ci circonda e che noi stessi abbiamo creato quando non abbiamo detto la nostra per paura di ripercussioni, quando abbiamo preferito l’opinione del mondo alla nostra e abbiamo optato per quello stile di vita monotono e futile, sottraendoci alla vita vera. Le pubblicità, pertanto,  non solo inseriscono nel nostro cervello vulnerabile condizioni che non ci appartengono, ma stabiliscono effettivamente le regole della nostra personalità.

Si tratta dunque non solo di prototipi di bellezza, ma di veri e propri consigli di vita che arrivano a farci autoconvincere di totali assurdità facendoci perdere davvero quell’idea di realtà concreta che dovremmo vivere al meglio.

Una realtà difficile da accettare, che va oltre il profilo su Instragram, l’ultimo smartphone o il nuovo smalto della Mac, realtà che dovremmo conoscere e con la quale dovremmo confrontarci più spesso.  Si è sempre cercato di appiattire l’umanità, di rendere tutto il mondo uguale, di creare un unico pensiero per tutti, di divinazzare falsi ideali per dar vita a uomini uguali, e dunque “perfetti”. Sono stati uccisi 6 milioni e mezzo di innocenti perchè un uomo aveva creato un cardine indiscusso e irremovibile di perfezione che la maggior parte del mondo non rispettava, muoiono tuttora migliaia di persone uccise da uomini che, col pretesto della religione, si fanno esplodere, essendo assetati di una conquista universale.

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Ci rendiamo conto quindi dell’importanza dell’accettare la diversità, le opinioni, gli ideali e i pensieri altrui. Ci è stato spesso ripetuto che siamo unici e inimitabili, ed è proprio vero, ma dobbiamo dimostrare la nostra unicità cercando sempre di lottare per ideali in cui crediamo veramente, coltivare le nostre passioni e affrontare questa società che ci distrugge, non con la distruzione, bensì con la forza del confronto che abbatte radicalmente quei prototipi creati. Tranquillamente viviamo e accettiamo passivamente pregiudizi, cattiverie e costrizioni a cui noi stessi diamo vita.

Dunque per vivere al meglio dobbiamo cercare di andare contro la società non con un anticonformismo scontato, ma con la forza della consapevolezza della nostra unicità.

Non dobbiamo essere fomentati dal nostro essere unici e diversi per abbattere una società che odiamo, ma dobbiamo lottare per cambiarla. L’anticonformista è colui che non uniforma il proprio comportamento a quello maggioritario, ma se poi si crea un comportamento maggioritario anticonformista in cui è di nuovo presente quella monotonia che si dovrebbe abbattere?

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Basare battaglie su pensieri che si hanno in comune con l’unicità di cui ognuno di noi è provvisto, vivere unicamente la nostra vita e accettare che nessuno è perfetto e che la perfezione è più un difetto che un pregio è accettare la realtà, la vita. Lottare e combattere perchè ci crediamo, essere noi stessi e non cambiare perche il mondo ce lo impone, è l’unico segreto per testimoniare la nostra positiva diversità. Il mondo è diverso e, anche se molta gente ancora non lo ha compreso, ci sono diverse etnie, diversi orientamenti, diverse preferenze e l’unica cosa che possiamo fare è accettarle tutte per non distribuire un odio che sembra così debole, ma che può davvero accumunare molte persone. Possiamo cambiare quanto vogliamo, ma non soddisferemo mai nessuno, quindi vale la pena essere noi stessi; non si tratta dunque di conformismo, di anticonformismo, ma di semplice e fondamentale umanità. E se davvero si può raggiungere la felicita, si raggiungerà sicuramente con la consapevolezza che ( scusate la citazione più vecchia del mondo) il mondo è bello perchè vario.

Benedetta Catanoso VB

Neuter. Quando decido di non decidere -Giovanna Letizia

Neuter. Ne uter. Nessuno dei due.

Il concetto di neutralità si manifesta in contesti differenti, con conseguenze differenti. Neutro può essere un genere, in latino e in greco. Rappresenta qualcosa che non è nè maschio nè femmina, e in quanto genere neutro gode di desinenze proprie, alcuni casi.

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Don Abbondio ed i Bravi

Neutro è ben più di questo. Può essere una decisione, una presa di posizione davanti molteplici situazioni. Diventa una necessità. Compare nei libri di storia come strategia adottata da taluni popoli, che possono difenderla con le armi, se non rispettata ( neutralità armata ), o che non intendono difendere con le armi la violazione della propria condizione di neutralità (in questo caso disarmata). La neutralità, correndo accanto alla violenza, ha scritto la storia allo stesso modo. Un chiaro concetto (in ambito bellico) viene rappresentato dal numero di Paesi che hanno deciso di astenersi dal conflitto armato, pur mantenendo lo schieramento politico. Alcuni hanno deciso di non combattere, sì, ma contribuivano al conflitto rifornendo i Paesi dell’alleanza che sostenevano (da vedere la Svezia che accettò di buon grado di rifornire la Germania di ferro). Ma, decidendo di non combattere, correvano “il rischio” di essere disprezzati dai coloro che entravano in guerra, anche se la neutralità sarebbe stata la scelta più giusta da prendere, per il Paese ( come la Spagna che, pur dichiarandosi neutrale a causa della devastazione della guerra civile, fu disprezzata da Hitler, Mussolini e dagli altri membri dell’Asse). Bisogna essere consapevoli del fatto che colui che si definisce neutro è sotto la mira della gente tendente a monopolizzare chiunque, sotto il pugno dei “potenti”, soprattutto se si tratta di neutralità disarmata che, personalmente, definisco “Sindrome di Don Abbondio”. Viene sicuramente in mente il curato del paese in riva al lago di Como, scenario dei Promessi Sposi. Don Abbondio non è nato col cuor di leone, infatti egli vive per essere sempre al sicuro da tutto e da tutti, tenendo una posizione perennemente neutrale e un atteggiamento costantemente remissivo. E’ questa la neutralità disarmata. La rinnegazione della propria decisione. Una scelta di essere elemento di sfruttamento dei potenti. E’ bastato poco per i bravi, due terroristi, per convincere il docile Don Abbondio a sottostare alle loro regole. La neutralità è stata violata, ma il debole curato non ha opposto la minima resistenza. L’essere neutri può comportare vantaggi, come l’imparzialità; utile, sì, ma fino a un certo punto. A sovrastare qualsiasi altra necessità, vi è quella di non lasciarsi monopolizzare dai “potenti”, nè tantomeno da coloro che diffondono il terrore, pur di controllare il mondo intero. Prendere una posizione ben precisa dice molto delle tue idee, di te stesso, e la determinazione con cui porti avanti questa decisione fa di te una persona degna di rispetto. Dall’altro lato, se prendi una posizione e non la sai difendere, perchè non sei interessato a difenderla, allora è ben evidente che non hai gli obiettivi ben chiari, quindi si tende ad approfittare di questa sottile sfera di vetro. Ci si gioca, la si lancia, la si fa roteare, con noncuranza. Perchè la neutralità è, appunto, la decisione di non decidere. Una scelta criticata fortemente da molti. Ma pur sempre una scelta che, se difesa seriamente e adeguatamente, viene rispettata come tutte le altre.

-Giovanna Letizia

La Funzione Sociale del Social – Davide Curcuruto

I fatti di Parigi aprono molti interrogativi sulla modernità, alcuni manifesti, altri sottintesi. Uno di questi è la funzione sociale dei social network nell’amplificazione e/o distorsione macroscopica degli avvenimenti.

Partiamo da lontano.

Con l’avvento della seconda rivoluzione industriale si iniziò a parlare di società di massa e coscienza collettiva: una società in cui tutti, organizzati in gruppi sociali, divengono attori sociali in grado di influenzare la società così data.
Nasce il concetto di opinione pubblica intesa come quella comunità di persone formata da strumenti culturali minimi attraverso cui esercita in modo spontaneo o veicolato una critica nei confronti dell’attività di governo o di eventi sociali.
La propaganda in questo contesto diviene fondamentale per controllare le masse: manifesti, giornali e radio divengono strumenti di controllo culturale e quindi sociale (si veda l’uso massiccio di tali strumenti durante la Prima Guerra Mondiale o il regime fascista).
Questa venne definita dal filosofo Antonio Gramsci come egemonia culturale attraverso cui le classi dominanti impongono una sorta di “pensiero unico” alla società.

Questa società fatta di simboli e parole d’ordine si complica nella modernità con l’avvento dei mass media.

Ed ecco la Terza Rivoluzione industriale: la televisione.
Essa permette una divulgazione immediata delle notizie che tramite un’attenta manipolazione del linguaggio, diretto e immediato, manda determinati messaggi.


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Si pensi ai servizi sull’assalto alla scuola Diaz nel 2001: il telespettatore è stato implicitamente portato, attraverso determinate immagini e parole, a ritenere quella azione come giusta ai fini della pubblica sicurezza.

Dopo 14 anni i fatti e le testimonianze hanno dimostrato quali macchinazioni vi erano dietro e soprattutto che quella fu tortura.
Questa dimensione però muta e si complica ancor più con l’avvento dei social network.
Fino a prima di Facebook e Twitter, la trasmissione di informazioni era basata su relazioni di potere, come direbbe Foucault (sociologo e storico francese che analizzò appunto il concetto di “potere”), manifeste: c’era chi trasmetteva l’informazione e chi la riceveva.
Oggi questa relazione non è più così cristallina ed evidente in quanto i social network hanno creato una sorta di “società virtuale” dove l’individuo si sente sia mittente che destinatario attraverso la possibilità di dire al mondo ciò che pensa e di leggere a sua volta ciò che il mondo pensa.

Ma è realmente così?

Il sociologo Herbert Marcuse affermò negli anni ’60 in merito alla diffusione delle nuove tecnologie che ” (Con l’avvento della rivoluzione tecnologica) l’apparato produttivo tende a diventare totalitario (…) La tecnologia serve per istituire nuove forme di controllo sociale e di coesione sociale, più efficaci e più piacevoli”. 
Ciò appare anche più vero in questa complessa società post-moderna.

La domanda che sembra quasi banale, che ci fa riflettere è: perché Facebook entra in fermento quando viene ratificato il diritto di sposarsi alle coppie omosessuali negli USA e non quando questo è avvenuto in Irlanda con il referendum? Perché fanno più scalpore i morti in Francia che non quelli in Siria, in Palestina, in Nigeria, nello Yemen e in tutte quelle zone del mondo costantemente in guerra?

Qui entrano in gioco certi strumenti virtuali di legittimazione passiva come lo “sfondo” con la bandiera rainbow o francese.
Tramite una “splendida” e giustificata solidarietà che giustifica a sua volta un’unità nazionale, attorno a presunti valori che creano quella “coesione efficacie e piacevole” dipingendo ad esempio LA Francia e non QUEI francesi come vittime , si arriva una legittimazione totale delle politiche francesi (così come quelle statunitensi, tedesche, italiane etc.) che hanno portato morte e distruzione nei paesi mediorientali.

Lungi dal voler rendere “colpevoli” le vittime di Parigi, quei defunti sono vittime due volte: dell’ISIS e di chi ha destabilizzato la zona mediorientale tanto da far affermare queste potenze mostruose, tra cui i governi francesi.

Questa precisazione può apparire banale di fronte alla morte ma in un mondo fatto di simboli e consenso è importante capire certe dinamiche proprio per essere consapevoli e combattere determinate politiche affinché queste tragedie non si ripetano.
Un’ultima precisazione va fatta sulla qualità delle informazioni trasmesse attraverso i social: i famosi “150 caratteri” di Twitter così come gli stati di facebook sono divenuti una fonte primaria di informazioni che tutti esprimono e tutti ricevono tramite persone comuni che si basano su un “senso comune”.
Esse per il ridotto spazio e l’analisi quasi sempre parziale, si manifestano come disordinati e superficiali spesso sull’onda dei sentimenti: così si diffondono le parole d’ordine di odio e populismo dei vari Salvini e Meloni (sempre in riferimento ai fatti di Parigi, questi individui si sono espressi prima che le  cose fossero chiare, mentre la tragedia era in corso) e così la “condivisione”, se non accompagnata dalla riflessione, diviene un pericolosissimo strumento attraverso cui mantenere lo status quo.

Sapere è potere, non facciamoci involontari strumenti di fuorvianti propagande: informiamoci, analizziamo ed elaboriamo per cambiare questo mondo, affinché certe cose non accadano mai più.
Trasformiamo facebook in un’arena di idee, non in un pascolo.

DAVIDE CURCURUTO

Imagine Dragons, l’orgoglio della musica moderna – Nicola Ialacqua

“Ma questo gruppo fa cagare, è troppo commerciale”, “Se li ascoltano le ragazzine bimbeminkia, fanno per forza schifo”, “Ma che palle di canzoni, banali e troppo semplici”.

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Queste sono le frasi tipo rivolte contro questo gruppo, e non sono pochi a pensarla così. Molti tra i nostri lettori probabilmente li odieranno, sostenendo questo disprezzo con argomentazioni a volte valide, a volte no. Invito quindi tutti coloro che la pensano così a fermarsi un attimo, riposare la propria mente e provare a leggere questo articolo senza agitarsi. Una cosa che ho scoperto proprio grazie a questo gruppo è la riflessione. Non dico di non aver mai riflettuto prima di aver ascoltato qualche autore, ma spesso mi sono fatto prendere dagli stereotipi, da ciò che la maggior parte delle persone mi dicevano. Ragionando in questo modo però ho capito che, spesso, mi sbagliavo. Ho capito che bisogna scindere le impressioni altrui dalle proprie, non bisogna accogliere e accettare una critica solo perché in molti la sostengono, ma bisogna prima di tutto confutarla, se vuoi renderla vera.

Quando ascoltai per la prima volta gli Imagine Dragons uscivo da un periodo nel quale ascoltavo musica abbastanza strumentale, incentrata sulla bravura degli strumentisti, sulle loro doti tecniche e compositive. Avevo bisogno di musica nuova, che mi allontanasse per un po’ da quel mondo fatto di tecnicismi e virtuosismi, e così ho trovato loro: gli Imagine Dragons. Li conoscevo perché, nell’ambiente che frequentavo nel web e nella vita reale, erano una di quelle band da odiare come gli One Direction o Justin Bieber: avrai ascoltato solo due o tre canzoni di questi artisti, ma ti bastavano per odiarli. Ascoltai così, con fin troppi pregiudizi, uno dei loro pezzi più famosi, Radioactive. Per i miei gusti il sintetizzatore veniva utilizzato fin troppo, e la base musicale non aveva niente di complicato, era semplicissima, come un pezzo pop. Ciò che mi ha colpito però era la voce del cantante, ma di lui ne parlerò meglio dopo. Per quanto mi piacesse il cantante, il resto non mi faceva impazzire più di tanto. Molto dopo capì che avevo commesso un grosso errore ad averli giudicati così velocemente. Molto dopo capì quanto talento ci fosse in quella band, quanto fossero sottovalutati da tutti, anche dagli stessi fan. Dopo aver ascoltato per mille volte il loro primo album, “Night Visions”, e per quasi il doppio delle volte il loro secondo album ” Smoke + Mirrors”, posso dire consenzientemente che gli Imagine Dragons sono una delle poche band che possono riportare decoro alla musica commerciale moderna. Ovviamente non li sostengo in tutto e per tutto, perché per quanto io li possa stimare hanno anche loro diverse pecche che col tempo (spero) riescano a risolvere.

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Copertina di “Night Visions”, il primo album in studio degli Imagine Dragons

Partiamo con quelli che, secondo me, sono i punti di forza ed i punti deboli degli Imagine Dragons.

Non vi aspettate dei grandi musicisti, perché non lo sono. Non sono degli esperti nel campo, il chitarrista non è niente di che, i suoi assoli sono molto semplici e mancano di quella bellezza, di quella purezza, di quella spontaneità che possiamo invece riscontrare altrove. Neanche il batterista è molto attivo all’interno della band, non è sempre presente, ed alla fine non si sente molto la sua mancanza, visto che ci pensa il tastierista col sintetizzatore a tenere il tempo (per quanto riguarda il cantante, dovrete aspettare ancora qualche riga). Non osano molto nei loro pezzi, spesso si lasciano trasportare dallo stile del momento, mescolando il dubstep al “rock” più mainstream, creando delle melodie con soluzioni banali ma orecchiabili. Nel complesso il gruppo non è male, e riesce a cavarsela nel “suo campo”. Il problema però è proprio questo: quale campo? Bisogna ammettere che gli Imagine Dragons, sotto il punto di vista del genere musicale, sono molto confusi (o forse sarebbe giusto definirli semplicemente ”vari”). Come potranno notare anche i loro fan più sfegatati (soprattutto nel secondo album), ogni canzone è come se appartenesse ad un genere diverso, come se avesse uno stile completamente distaccato dalle altre. Non sto dicendo che questo sia un male: questa differenza fra i brani crea una grande varietà all’interno degli album, rendendo ogni canzone originale, diversa in tutto e per tutto dalle altre. Il problema però sta nell’instabilità creata da questa varietà: a parer mio infatti, gli Imagine Dragons non si sono ancora ben identificati in uno specifico genere, non sono ancora riusciti a trovare il sound che gli calza a pennello, non sono riusciti a capire quale sia la loro strada. Non bisogna per forza etichettarsi in un genere musicale e fermarsi ai limiti imposti dai grandi critici, perché bisogna anche spaziare, sperimentare, innovarsi, senza cristallizzarsi. Il problema è che in questo modo gli Imagine Dragons non riusciranno mai a specializzarsi, continueranno a far comparire e scomparire la chitarra e la batteria, mentre il sintetizzatore sarà sempre presente in ogni canzone, rendendo questo strumento l’unico protagonista assieme al cantante. Bisognerebbe trovare un equilibrio, un sound che riesca a racchiudere perfettamente le grandi differenze che ci sono fra questi strumenti, ma sono sicuro che in un non lontano futuro riusciranno a trovare la giusta frequenza. Ah e per favore, smettetela di definirla una band “alternative rock/indie rock”, perché di “alternative”, di “indie” e di “rock” non c’è nulla se non qualche sparuta sfumatura di quest’ultimo. 

Copertina del singolo "Battle Cry", colonna sonora del film "Transformers 4 - Age of Extinction"

Copertina del singolo “Battle Cry”, colonna sonora del film “Transformers 4 – Age of Extinction”

In ciò però vi è anche un lato positivo, riscontrabile dopo un’attento ascolto delle loro canzoni: qualunque pezzo gli venga commissionato, loro sanno sempre trovare il giusto sound. Diverse volte agli Imagine Dragons sono stati commissionati dei pezzi per la colonna sonora di film o videogiochi, e loro sono sempre riusciti ad azzeccare la melodia, gli strumenti ed il testo. Ad esempio il pezzo “Battle Cry” è stato scritto per il film Transformers 4. Ok, il film è un aborto, ma la canzone, con i suoi suoni metallici ed incalzanti rispecchiano perfettamente lo spirito di esso, un film fatto di pura azione. Questo è un punto a loro favore, perché ciò vuol dire che la loro abilità compositiva non sta tanto nelle conoscenze tecniche, quanto nelle loro abilità creative.
Il punto forte della band però è lui: Dan Reynolds, il cantante. Reynolds è un frontman a tutti gli effetti, è colui che rende la band una delle migliori attualmente. Dan Reynolds possiede una voce molto particolare, una voce difficilmente eguagliabile, possiede un’estensione vocale paurosa, passa dai suoni più gravi a quelli più acuti in un battito di ciglia. Ciò che rende speciale un pezzo cantato da Reynolds non è solo la sua voce, ma anche la sua capacità espressiva: per ogni canzone indossa delle vesti diverse, cambia personaggio, da uomo distrutto dalle delusioni a critico che scaglia invettive. Oltre a ciò, Dan Reynolds è un poeta. Certo, forse sto un po’ esagerando, ma ciò che secondo me lo rende tale è la sensibilità che traspare dai suoi testi, perché è questa che rende un poeta tale: per quanto tu possa conoscere tutte le figure retoriche, le regole metriche e così via, non riuscirai mai a far provare qualcosa all’ascoltatore/lettore, non riuscirai mai a lasciare qualcosa al tuo pubblico senza di essa, e Day Reynolds ci riesce.

Dan Reynolds, cantante degli Imagine Dragons

Dan Reynolds, cantante degli Imagine Dragons

Se tutti i cantanti del panorama commerciale avessero almeno un grammo della sensibilità di Reynolds al posto di sfruttare la propria bella voce (o al posto di far finta di avercela tramite l’autotune) con testi poco sentiti, banali e stupidi, probabilmente il mondo della musica sarebbe un posto migliore.

Per concludere, ecco a voi alcuni versi delle canzoni più memorabili, a parer mio, degli Imagine Dragons:

 “Dreams”, Smoke + Mirrors ( secondo album in studio )

We all are living in a dream,
But life ain’t what it seems
Oh everything’s a mess
And all these sorrows I have seen
They lead me to believe
That everything’s a mess

But I wanna dream

Monster, Colonna sonora di Infinity Blade III 

If I told you what I was,
Would you turn your back on me?
And if I seem dangerous,
Would you be scared?
I get the feeling just because
Everything I touch isn’t dark enough
That this problem lies in me

Warriors, Trailer World Championship 2014 di League of Legends

Will come, when you’ll have to rise
Above the best, improve yourself
Your spirit never dies
Farewell, I’ve gone, to take my throne
Above, don’t weep for me
Cause this will be the labor of my love

Nothing left to say, Night Visions

Who knows how long
I’ve been awake now?
The shadows on my wall don’t sleep
They keep calling me
Beckoning…
Who knows what’s right?
The lines keep getting thinner
My age has never made me wise
But I keep pushing on and on and on and on

There’s nothing left to say now

Apollo e Marsia, pillole di mitologia – Natale Miduri

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L’aulòs (flauto)  che Atena suonava produceva un suono deciso e melodioso, come il lamento delle Gorgoni alla morte di Medusa, ma dopo la gradevole esibizione innanzi le divinità (Afrodite ed Era scoppiarono in una fragorosa risata), queste la costrinsero a ritirarsi per la vergogna presso gli argini di un fiume. É proprio da questa scena che scaturisce il principio di questo antico mito. Giunta lì, mentre continuava a musicare, notò specchiandosi sulla superficie dell’acqua la causa dell’ingiuria: il viso mentre suonava le si gonfiava e arrossiva rendendola ridicola alla vista. Così sdegnandosi gettò via il flauto e maledisse chiunque l’avrebbe trovato. Fu così che Marsia recuperò lo strumento a canne della genesi divina e riuscì a diventare un musicista valente e abile nel fare susseguire delicatamente le note; fu talmente osannato che decise di sfidare il dio Apollo (campanello di allarme: ogni classicista che si rispetti riesce già a percepire l’odore di Hybris pronta a irrompere).

Apollo, protettore della melodia e della poesia, accettò con la condizione che il vincitore avrebbe potuto scegliere la pena da infliggere allo sconfitto: il giudizio fu affidato alle Muse e al re Midia. Mentre la competizione proseguiva con la parità dei due, Apollo prese il controllo della scena suonando la cetra al contrario; ne segue il tentativo di emulazione da parte di Marsia che si rivelò senza successo poiché il flauto capovolto non emette alcun suono. Perciò le Muse decretarono la vittoria di Febo Apollo mentre Midia favorì il satiro. La pena che toccò a Marsia fu atroce e spietata, dalla cruenza tipicamente ellenica: legato ad un albero fu scorticato vivo, finchè morte non sopraggiunse rendendo il suo sangue prezioso, un argenteo fiume.

Perché mi trai fuori da me stesso?” , gridava. “Ahi, ahi stolto! Il flauto non valeva ch’io soffrissi così!” gridava; e dalla cima degli arti gli era tirata giù la pelle, e i nervi apparivano scoperti, e scorticate e pulsanti le vene; si potevano numerare i visceri palpitanti e tutti erano scoperti i muscoli del petto. Lo piansero i Fauni campestri, numi silvani, e i fratelli Satiri, e Olimpo caro a lui anche in quel momento, e le Ninfe, e quanti pascolavano su quelle montagne greggie lanìgere e cornuti armenti’’, Ovidio narra quel lugubre e straziante grido che tutt’oggi viene associato, e si sente vibrare sonoramente tra le canne che attorniano il fiume Marsia.

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Apollo e Marsia – Manfredi Bartolomeo

Le Muse insieme ad Apollo costituiscono le antagoniste del racconto. Secondo Esiodo esse, figlie di Zeus e Memoria, erano nove:

  • Clio, colei che rende celebri, musa ordinatrice della storia.
  • Euterpe, colei che rallegra, musa protettrice della poesia lirica.
  • Talia, festive, musa che rappresentava la commedia.
  •   Melpòmene, colei che canta , musa della tragedia.
  • Tersicore, che si diletta nella danza, musa della poesia corale.
  • Erato, che provoca desiderio, musa ispiratrice di ogni pensiero amoroso.
  • Polimnìa, dai molti inni, musa degli inni civili e religiosi.
  • Urania, la celeste, musa dell’astronomia.
  • Calliope, dalla bella voce, musa della poesia epica.

Sebbene infatti allietassero il mondo con la loro raffinatezza di pensiero e le eccelse abilità poetiche e musicali, erano tuttavia estremamente competitive; secondo infatti i vari miti entrarono in competizione con le sirene le quali, sconfitte, persero le ali che un tempo le caratterizzavano, che divennero le corone di quelle.

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Natale Miduri IC

“Ed il vero amore attende…”-ALESSIA MESITI

“Ed il vero amore attende

In soffitte infestate da fantasmi. 

Ed il vero amore vive

Di lecca lecca e patatine”

È proprio in questi periodi che,  per qualche ragione sconosciuta, esplode in ognuno di noi il bisogno di riporre nei giusti cassetti ciò che annegava alla rinfusa nella brodaglia della nostra mente. Quando capitò anche alla sottoscritta un importantissimo amico, al posto di sforzarsi di trovare inutili e superflue parole adatte al momento stette in silenzio e disse: “Ascolta True Love Waits dei Radio Head”. A chiunque non sappia nuotare nella brodaglia della propria mente senza correre il rischio d’annegare, si faccia aiutare da questo pezzo del 2001 estrapolato dall’album “I might be wrong”.

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Nella solitudine delle nostre schegge acuminate lasciate dai viandanti come ricordo del proprio passaggio ci perdiamo dinnanzi ai troppi fermo-immagine accumulati nella memoria che tutto conserva, ruba, senza chiederne il permesso ad alcuno. Ed è tra ricordi taglienti e dolci sorrisi che ci trovi il vero amore, in fondo, circondato dagli spettri del passato. Cosa ci farà lì, direte. 

Ed il vero amore attende, nel silenzio del suo coraggio, immerso tra i fantasmi dei giorni trascorsi che lo vorrebbero sopprimere, nascosto in un angolo cupo della nostra soffitta che tutto illumina, tranne lui.

Ed il vero amore attende, anche quando non ricorda più il suo nome ed il senso della propria vita, del proprio aspettare, del suo esistere: ed il vero amore attende fissando la propria lontana e preziosa meta.

Ed il vero amore attende in mezzo ai mobili scheggiati, gli scaffali impolverati e la melma informe che, ormai, ha riempito ogni singolo angolo del nostro animo.true_love_waits____by_tomoko_nyo

Ed il vero amore attende assieme alla sgradevole compagnia dei tagli inflitti da coloro nati per lasciare i propri segni ed andarsene, al contrario suo,che è sempre rimasto lì a patire, nell’oscurità del suo dolore,nascosto dal nostro.

Ed il vero amore attende, consapevole che un giorno sarebbe stato risanato, mentre le orecchie vengono invase dai versi delle anime vaganti tra i ricordi, infetti delle nostre lacrime.

Ed il vero amore attende, osservando il regno di desolazione che lo circonda a cui dovrà fare fronte un giorno, lui che ha l’anima del guerriero immortale. 

Ed il vero amore vive, solo che non ce lo hanno riferito.

Ed il vero amore vive, sebbene non proferisca parola.

Ed il vero amore vive, benché noi non lo vogliamo.

Ed osserviamo il riflesso della nostra immagine distorta, impressa tra i frammenti di uno specchio distrutto che grida “Non andartene”, come un lamento o un primo grido di ritrovata libertà dopo anni di silenzio. E ripetiamo ancora dentro di noi “Non andartene” perché tremiamo al sol timore di rimanere di nuovo soli in mezzo a quel vivere insipido che volevamo arricchire di gusto, che volevamo assaporare. Gridiamo ancora “Solo,non andartene” perché volevamo davvero condividere con quella presenza il posto rimasto vuoto della sedia sbiadita accanto a noi. Già, perché “non stiamo vivendo, stiamo solo ammazzando il tempo”, nella nostra soffitta ridondante di fantasmi che ci fissano come se ne traessero piacere, noi che sussurriamo in preda alla paura “Non andartene”.

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Noi che osserviamo le nostre deboli mani e ricordiamo “le sue sottili dita”, noi a cui ci hanno strappato l’allegria ed abbiamo usato come protezione il “suo pazzo sorriso da gattina”. E ci fissiamo lì, ricomposti grazie all’aiuto di oggetti rubati, che non sono nostri, mentre ripetiamo a noi stessi “Non andartene”. Mentre ci convinciamo a dire con fermezza “Non andartene” dinnanzi alla nostra cava immagine senza le sue mani ed i suoi occhi, mentre il vero amore attende, agli estremi della soffitta.

Lui che vive senza essere sfamato se non di lecca lecca e patatine.

Lui che ha ascoltato le nostre dolce-amare parole che non sono riuscite ad arrivare a destinazione da coloro che tanto desideravamo, incastrate tra le tristi fauci dell’agonia. Rimasti a mezz’aria i sopravvissuti, tra il tremore ed il menefreghismo, il sentimento confuso ma onesto ed un cuore corrotto. E mentre sorridiamo, diciamo “Non andartene” ed il vero amore annuisce, raccogliendo la nostra vita abbandonata in un vicolo cieco,ricucendo e colorando i chiari segni del dolore.

Mentre loro se ne vanno e li guardiamo allontanarsi, mentre ci accasciamo a terra ed il mondo danza al ritmo della nostra follia mormorando “Non andartene”, il vero amore attende.

Alessia Mesiti, I C

…E dacci oggi il nostro Format quotidiano – DIANA STRANO

Sono le 20.59 di un normalissimo giorno della settimana.

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La famiglia raccolta intorno al tavolo della cucina scatta in piedi per sparecchiare e riporre gli avanzi e le posate al proprio posto. 21:01, i bambini vanno in camera, mettono il pigiama, lavano i denti e sistemano lo zaino per l’indomani. I genitori escono in balcone a fumare l’ultima (?) sigaretta della giornata. 21:07 la famiglia si riunisce in salone e si prende solennemente per mano, pronti a recitare il sacro mantra, il padre seduto sulla poltrona più imponente, la madre al suo fianco, il figlio adolescente strappato al suo covo in cui di solito vive in stato vegetativo seduto sul divano, i due gemellini sdraiati sul tappeto.

Una nenia si alza sul salotto, sguscia fuori dalla finestra, sale come nebbia sulle vie della città: Nostro SkyUno, dacci oggi il nostro Format quotidiano E rimetti a noi i nostri Talent Come noi li rimettiamo ai nostri abbonamenti E non ci indurre in talkshow Maliberaci dal Grande Fratello. “Dolci in forno.” Lo schermo si accende e comincia lo snervante countdown. 4.59, 4.58, 4.57… le mani sudano, le labbra fremono, gridolini infantili di eccitazione si levano dalla trama polverosa del tappeto. 0.56, 0.55, 0.54, il padre si alza per spegnere i vari telefoni della casa. Non vuole essere disturbato. 0.03, 0.02, 0.01, silenzio tombale si abbatte sulle famiglie, febbrili alla luce bluastra della pubblicità della macchina del momento. 0.00. Il fatidico momento. La prima scena. E il primo amore non si scorda mai. Quante volte arriviamo a scuola, la mattina, sentendo il bisogno quasi fisico di chiedere al compagno con un orologio biologico più permissivo del nostro come sia finita la puntata e chi sia stato eliminato? Quante volte ci sediamo a pranzo con nostra madre, caduta in stato comatoso alle 21:11, e siamo costretti a ricapitolare i vari eventi con la precisione di un chirurgo? Quante volte ci troviamo nella condizione di dover cercare il video di una canzone che non conosciamo per confrontare l’esibizione televisiva con l’originale? Ebbene, signori miei, questi sono i sintomi lampante di un morbo ormai dilagante. Non ve ne accorgete? La televisione vi ha fatto diventare ancora più miopi di quanto già non siate? La situazione è più grave del previsto.

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La malattia avanza e i suoi effetti sono addirittura segreti e nascosti. Dunque vi dirò che non sono io ad aver scoperto l’acqua calda riferendomi a quella che viene ormai SCIENTIFICAMENTE e UNIVERSALMENTE definita “LA MALATTIA DEL FORMAT”. Non sentite il bisogno fisico di conoscere i concorrenti della prossima puntata? Non aspettate con ansia di sapere se il filet mignon sarà cotto a puntino o se la torta sarà lievitata a dovere? Non morite dalla voglia di conoscere il nome di chi sarà il prossimo a cui sarà data l’opportunità di “SMASH THE SEAT”? Ebbene, eccovi qui nel nostro mondo, nella televisione di oggi. Un insieme di programmi, canali e personaggi che con la loro verve, se così può essere definita la frizzantezza di modello americano di condurre un programma, decidono le sorti delle nostre serate infrasettimanali. E se fino a un paio di anni fa il talent show più seguito era Sanremo, in un periodo limitato dell’anno, oggi ci troviamo di fronte a una situazione che ci porta ad avere il nostro “talent quotidiano”.

“SU TUTTI I CANALI, SIGNORI E SIGNORI, SU TUTTI I CANALI E PER TUTTE LE ETA’, CHE ABBIATE VELLEITA’ CULINARIE O CANORE, O QUALSIASI SIA IL VOSTRO TALENTO, CHE DISPONIATE DI DECODER SKY O SOLO DEL DIGITALE, STASERA COME TUTTE LE SERE IL VOSTRO SPETTACOLO PREFERITO!”. Il Nuovo Mondo colpisce ancora, signori e signori, e questa volta non ci porta solo pomodori e patate. Siamo davanti a una nuova, innovativa, rimodernata era di colonizzazione, la quale, prendendo esempio dalle mire espansionistiche delle più grandi potenze imperialistiche della storia, compie il suo operato indipendentemente dalla ragione collettiva e svincolata da contratti e trattati di pace. Signori e signori, l’America è entrata nelle nostre case sventolandoci sotto il naso la nostra autonomia e costringendoci ad amarla indirettamente per l’ennesima volta. Noi amiamo il McDonald, amiamo Halloween e amiamo San Valentino. E da un paio di anni a questa parte coltiviamo un amore spassionato e morboso nei confronti dei format televisivi, il cui modello ormai stereotipato e assorbito dalla collettività ci coinvolge e ci crea quella “dipendenza” che tutti abbiamo sperimentato almeno una volta. Amiamo le Converse e le commedie da domenica pomeriggio.

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Osanniamo, veneriamo, dipendiamo dall’America, e sapete qual è la cosa tragica? Che non ce ne rendiamo nemmeno conto. E voi, mi date tre sì per passare agli Home Visit? Pensate che le mie argomentazioni siano degne del mio talento? O credete che non sarei in grado di sostenere una prova tecnica? Devo lasciare anch’io la cucina di MasterChef?

DIANA STRANO IC