Per assicurarvi un buon Halloween, leggete, perchè “La cultura a tanti fa ancora paura” – Francesca Cardile

“La cultura a tanti fa ancora paura”.

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Purtroppo è verità allo stato puro, molti ancora si spaventano nel vedere un libro con più parole che immagini o fotografie. Immaginate, ora, dei bambini che bussano alle porte dei vicini pronunciando l’intramontabile frase “dolcetto o scherzetto?” vestiti non da vampiri, da mummie o da streghe cattive ma con addosso delle frasi di Dante, Leopardi, Orwell? Sinceramente dubito che riceverebbero molti dolcetti poiché verrebbero sicuramente fraintesi. Ecco, è la cultura stessa a essere fraintesa. Il “leggete un libro quest’estate” detto dal prof l’ultimo giorno di scuola utile (intorno al 31 Maggio quindi) viene preso come una punizione, non come un premio; la gente non capisce quanto possa essere bello leggere un libro, entrare nella mente dell’autore, impersonarsi in un individuo o in una circostanza presente nella trama del tomo stesso, subire alterazioni emotive a causa dello sviluppo della storia raccontata, e poi, non appena si arriva all’ULTIMO punto dell’ULTIMA pagina è d’uopo iniziare a gridare per casa il classico “Oh andiamo! Non può finire così!”. Credo che l’invenzione del libro sia una delle più importanti mai concepite. Vogliamo pensare per paradossi e immaginare un mondo dove non esistono le lettere, dove non ci sono le tastiere, sia del PC che del cellulare, dove non siamo in grado di rendere immortale un nostro pensiero? Perché è questa la potenza immane del libro, che è il padre della cultura, l’immortalità. Noi frequentiamo il liceo classico, studiamo autori vissuti migliaia di anni fa, leggiamo il loro pensiero, inciso in fogli di papiro di altrettante migliaia di anni fa. Senza i libri non sapremmo nemmeno la ricetta della pasta col tonno, perché nessuno riuscirebbe a ricordarsela, tra le continue valanghe di informazioni che occupano il nostro cervello e che suscitano la nostra attenzione, anche se per poco. Come Omero, Archiloco, Saffo, Cicerone, perché non entrate nella storia anche voi? Riuscite a immaginare, in un futuro lontano, quando saranno rinvenuti fumetti di Topolino del nostro periodo ed esposti nei musei? Quando troveranno, esplorando delle rovine, una Playstation 4 e la vedranno come un passo da gigante nello studio delle antiche tecnologie? Non credete anche voi, come me, che sarebbe davvero incredibile che qualcuno possa leggere questo articolo tra mille anni, e ricordare che è il mio pensiero? Leggete e scrivete dunque, se volete essere nomi nella storia, e non numeri.

Francesca Cardile, VA
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La nostra anima è potenzialmente ricca di contenuti e NON DEVE avere orizzonti – Giovanna Letizia

Molte volte ci si ritrova ad affrontare argomenti astratti, privi di prove concrete. Argomenti che, se ragionati in totale solitudine, provocano l’alienazione di sé stessi dal mondo concreto. Argomenti reali che vengono rinviati su un piano metafisico della realtà. Lo chiamiamo Iperuranio, la sede dell’astratto e delle idee immutabili, un mondo sopra il cosmo raggiungibile solo dall’intelletto umano. Il mondo concreto è in rapporto con l’Iperuranio tramite vie apparentemente diverse, ma che si ricongiungono in un unico concetto: ciò che accade nel mondo concreto, popolato dagli esseri umani, è conseguenza di ciò che risiede nell’Iperuranio. L’origine e l’essenza di tutto stanno nel mondo delle idee. L’uomo agisce per mezzo delle idee le quali, secondo la concezione platonica, sono contemplate dall’anima, prima di “cadere” nel corpo. Per cui, un essere umano ricorre alle idee tramite il ricordo di tale contemplazione. Tuttavia questo ricordo, se non approfondito, può rappresentare un limite nella riflessione. Nel nostro mondo interiore le idee che reputiamo nostre si scontrano come meteore, si fondono, possono collidere ma anche contraddirsi a vicenda. L’unica cosa che può abbattere questo limite è l’avventura costante nella realtà astratta, generata dalla voglia di sapere, dalla curiosità umana nei confronti dell’infinito e, soprattutto, dell’indefinito.

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E’ un’avventura alla cieca, nell’oscurità, che si pone come obiettivo la crescita interiore, la maturazione del proprio ego, nonché la capacità di elaborare i nostri ricordi di questo astratto mondo per poi esprimerli e renderli concreti e credibili alle orecchie degli ascoltatori. Dipende, maggiormente, dalla nostra capacità oratoria, che in questo caso necessita di rasentare quasi il sofismo. Ma, allo stesso modo, la verità di un’idea non dipende da come viene espressa. L’Iperuranio è composto da molteplici idee, concetti veri allo stesso modo. Si tratta di molteplici verità, in quanto non esiste una verità universale e assoluta. Possono esistere corpi celesti più superficialmente estesi, corpi celesti più luminosi, corpi celesti circondati da più satelliti. In ogni caso ci troviamo davanti a nuclei che, esercitando una forza magnetica intorno a sé, attirano o generano materia. La nostra anima, allo stesso modo, è potenzialmente ricca di contenuti, e non deve avere orizzonti. L’unico vero limite delle idee da noi concepite è, alla fine, la nostra volontà. L’addentrarsi in questo mondo anacronistico è guidato da ciò che, in quel momento, sentiamo il bisogno di spiegare a noi stessi. Con alte probabilità ci si può perdere in questa realtà metafisica, considerato che l’oggetto della ricerca è solo parzialmente sconosciuto dall’uomo il quale, avendolo già contemplato prima della sua nascita, sembra averlo dimenticato nel profondo della sua anima. La ricerca è finalizzata al risveglio interiore, al risveglio dell’anima addormentata. L’uomo, contenente le sue idee, come una lampadina, se non cerca l’impulso energetico, non riuscirà a capire (ne tantomeno a far capire agli altri) le sue capacità e le sue potenzialità, e passerà il resto della vita a credersi un animale come tutti gli altri, incapace di elaborare e di esporre un pensiero che giace nei meandri dell’anima, silenzioso, in attesa di essere riscoperto.

Giovanna Letizia, VF

LA LAPIS PHILOSOPHORUM

“Per questo esiste l’Alchimia. Affinché ogni uomo cerchi il proprio tesoro e lo scopra e poi desideri essere migliore di quanto non fosse nella vita precedente. Il piombo svolgerà il proprio ruolo fino a quando il mondo non ne avrà più bisogno. Ma poi dovrà trasformarsi in oro. È quanto fanno gli Alchimisti: dimostrano che, ogniqualvolta cerchiamo di essere migliori di quello che siamo, anche tutto quanto ci circonda diventa migliore.”

Citazione del celebre scrittore Paul Coelho, che come tanti tenta di fornire una possibile definizione del termine “alchimia”. Spiegare con precisione cosa sia questa misteriosa scienza è più difficile di quanto si pensi, al punto che persino i dizionari ne forniscono una visione limitata.  “La pretesa scienza per mezzo della quale gli uomini pensavano di poter convertire i metalli vili in nobili e di creare medicamenti atti a guarire ogni malattia e a prolungare la vita oltre i suoi termini naturali.” (cfr: G.Devoto, G.C.Oli – «Dizionario della lingua Italiana»). Tale frase ci porta a concepire l’alchimia come una scienza avente fini prettamente utilitaristici di tipo materiale. A tale apparente constatazione si contrappone la verità, alla luce della quale scopriamo che gli scopi degli alchimisti sono ben più profondi e nobili, se non quasi trascendenti. La trasformazione dei metalli è simbolo di una mutazione e di una crescita spirituali, della crescita psicologica dell’individuo. Comprendendo ciò è possibile affermare che l’alchimia è una disciplina scientifica che mira al conseguimento di un esperienza mistica, la cosiddetta «rivelazione divina», attraverso delle manipolazioni materiali del laboratorio. Ne consegue che l’alchimista intende collaborare con la natura, agire sulla materia in modo da modificare e accelerare i tempi impiegati dalla natura stessa. Secondo l’alchimista la realtà era essenzialmente una, era un’unità (“il tutto è uno”): in quanto operatore, l’alchimista con il suo sapere era in grado di accelerare il processo di perfezionamento del creato.

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La principale rivelazione a cui ogni alchimista desidera giungere è la creazione della nota “Pietra filosofale”. La “lapis philosophorum” è, per eccellenza, la sostanza catalizzatrice simbolo dell’alchimia, capace di risanare la corruzione della materia. Modifica quindi la velocità di una reazione chimica, senza entrare a far parte della composizione dei prodotti finali e senza variare lo stato di equilibrio della reazione stessa. L’importanza di questa oscura pietra risiede nella sua triplice funzione. Si configura innanzitutto come elisir di lunga vita, che conferisce la mitica immortalità. A quest’aspetto di per sé leggendario si aggiunge quello dell’onniscienza, ovvero della conoscenza assoluta del bene e del male, del passato e del futuro. Possiede infine la particolare caratteristica precedentemente citata, relativa alla trasformazione dei metalli vili in oro. Oggetto dunque che sintetizza quelli che da sempre furono i sogni degli esseri umani, tanto irraggiungibili quanto agognati, bisognosi di superare i limiti per aspirare alla perfezione. Tante le leggende che ruotano intorno a tale elemento, e ancor di più coloro che hanno cercato di crearlo. Il concetto ha avuto origine dalle teorie dell’alchimista musulmano Geber, ma pare che solo John Dee avrebbe realizzato una trasmutazione del piombo in oro di fronte a testimoni. Cammino travagliato quello degli studiosi avventuratosi in questa inusuale ricerca, tanti gli errori commessi e gli abbagli presi.

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Tra questi è particolare il caso dello scienziato Henning Brand, che ebbe infine risvolti positivi. Vissuto nel 600’ egli dedicò gran parte della sua vita alla ricerca della pietra filosofale, che pensava di creare seguendo una ricetta a base di urina. Raccoltala in grande quantità, circa 5700 litri, la bollì e ne distillò un liquido che si infiammava a contatto con l’ossigeno e dall’acre odore d’aglio. Era il fosforo bianco, elemento indispensabile per la vita, ma anche altamente velenoso. Lo scienziato, ancora speranzoso, pensò di aver davvero creato la pietra filosofale e per tale motivo non parlò a nessuno della sua scoperta per ben 6 anni. Ma risale a due anni fa la scoperta che potrebbe far impallidire qualunque alchimista. Un team di scienziati degli Argonne National Laboratory ha infatti messo a punto un procedimento per convertire il cemento liquido in metallo e trasformarlo in un semiconduttore da utilizzare nell’industria elettronica, per esempio per realizzare sottili film metallici, microprocessori e guaine di protezione. Accade grazie a un processo di cattura degli elettroni che fino a oggi era stato osservato solo nell’ammoniaca e in altri composti dell’azoto. Si potrebbero così creare dei nuovi metalli, dotati di notevole plasticità e molto resistenti, capaci di fare invidia a qualsiasi alchimista!

Giusy Mantarro IC

Emergenza idrica a Messina. Caos e disordini in tutta la provincia – Omero

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Tragedia sembra l’unico termine adeguato a descrivere le disastrose condizioni in cui versa oggi la città di Messina, dopo ormai tre giorni senza fornitura idrica. Secondo le dichiarazioni ufficiali la catastrofe è stata provocata dalla rottura di un condotto idrico nella contrada di Fiumefreddo (dopo i recenti avvenimenti ribattezzata Rivolofresco) dovuta ad una frana. Tuttavia la versione sopracitata non convince molti scrupolosi cittadini che danno maggiore credito ad alcune indiscrezioni della pagina facebook di denuncia sociale, “Tié un post retto”, secondo cui ci si troverebbe di fronte ad un vero e proprio atto di sabotaggio.

I responsabili sarebbero secondo questa fonte degli attivisti del Movimento Indipendentista di San Dorlingo sull’Alcantara, comune del messinese che da tempo reclama con azioni, talvolta violente, l’autonomia amministrativa e l’extraterritorialità. A prescindere dalle reali cause del guasto, quella che si presentava come una situazione difficilmente gestibile, nelle ultime ore è ulteriormente degenerata e la città è ormai in preda al caos. Secondo un sondaggio condotto da La Mazzetta dello Sport , noto giornale nazionale, l’hashtag #indignazione ha risalito la classifica dei tag più usati nella provincia di Messina, giungendo sul podio insieme a #noncèacquapicianciri e #nowaternogranita.

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Proprio quest’ultimo è stato portato alla ribalta dalle rivendicazioni dei croceristi, sbarcati ieri in città, i quali hanno seria intenzione di sporgere denuncia contro il Comune e il CREMA (Comitato ristoratori e enologi messinesi associati). A causa della carenza idrica infatti la maggior parte dei bar cittadini ha dovuto interrompere la produzione di granita, e ciò ha generato diffuso malcontento tra i turisti e tra i messinesi stessi, tanto che la questione ha avuto risonanza a livello internazionale. Nel disperato tentativo di porre rimedio alla situazione critica il proprietario di un noto bar del centro, tale Santo Subbito, è stato scoperto a preparare granite con acqua proveniente da un serbatoio. Denunciato da alcuni avventori, che hanno immediatamente notato lo sgradevole sapore di una granita alle mandorle, il barista è finito sotto accusa e verrà processato per vilipendio di pubblica icona e apologia di reato.

Ma la grande siccità ha provocato disagi in tutta la città, scatenando una vera e propria guerra civile nella zona Sud della città, rifornita da un’altra condotta idrica, che ha quindi continuato ad avere erogata l’acqua. Folle di cittadini in preda all’ira si sono riversate (e mi duole utilizzare il verbo “riversare”, in un momento di grave mancanza) nei villaggi della zona Sud da Galati a Santa Margherita, prendendo d’assalto negozi e abitazioni, e provocando gravi disordini. Fortunatamente nella serata di ieri l’Amministrazione è riuscita a risolvere la situazione, interrompendo l’erogazione in tutta la provincia per evitare ulteriori incomodi, tuttavia il bilancio degli scompigli è di 7 feriti e due decessi per astinenza da granita. Gravi disordini anche nelle maggiori scuole cittadine, dove molti studenti impressionati dalle proteste si sono visti costretti a svuotare i serbatoi delle proprie scuole, per non incorrere nell’ira dei messinesi.

Questo è quant’è successo al liceo scientifico B.Vespa , dove gli studenti si sono visti costretti a lasciare rubinetti e scarichi aperti per svuotare quanto prima i serbatoi della scuola, quando già la voce di una riserva d’acqua cominciava a circolare in città. L’impresa dei coraggiosi studenti è giunta fortunatamente a buon fine in tarda mattinata, quando ormai una discreta folla, armata di forconi e taniche, si era radunata davanti all’ingresso dell’istituto. Gli studenti, hanno dovuto pagare il loro gesto eroico con la chiusura della scuola, come è accaduto in quasi tutti gli istituti cittadini. Circa il problema idrico il presidente dell’ AMAMmt (Azienda Meridionale Acque Messina – meeting team), Massimo Cautela, ha affermato in un intervista «Le nostre unità cinofile stanno già lavorando alla riparazione del guasto da ieri mattina e speriamo in una possibile soluzione già per la giornata di giovedì. Nell’attesa abbiamo allestito un banchetto in cui viene distribuita gratis acqua dei laghi di Ganzirri per le più impellenti necessità e un catering con il bar “Acchino” di Catania, per la provvisoria fornitura di granite. Siamo fiduciosi nella possibilità di rispettare i termini stabiliti e, nell’attesa, invitiamo i cittadini ad un uso parsimonioso delle risorse idriche». I provvedimenti persi dall’ AMAMmt sembrano tuttavia insufficienti, e già si programma un picchetto davanti allo stand di granite catanesi, per impedire ai cittadini di rifornirvisi, in modo da preservare l’orgoglio messinese.

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Omero

Vi siete mai chiesti cosa significhi davvero “essere morti”? Alessia Mesiti

Sì, intendo proprio dire l’essere morti nel vero senso del termine, cadaveri. Vi siete mai chiesti come davvero possa manifestarsi una presunta vita nell’oltretomba che, nell’immaginario collettivo, prende forma tramite il celebre mondo dominato dal buon caro vecchio Lucifero contrapposto all’Altissimo regno dei Cieli? Oppure vi siete sempre sconsideratamente affidati alla versione dantesca ormai vista e rivista?

Cari amici e seguaci del Disinformatore,

che siate perenni peccatori o portatori d’aureola, mi dispiace comunicarvi che compiuto il passo oltre la soglia della morte non vi ritroverete accolti da spire di fuoco o sommersi da cascate di lava, tantomeno da schiere di angeli dal canto cherubino. La vita nell’aldilà si prospetta alquanto differente, governata da tutt’altre leggi divine che non starò qui io a spiegarvi, poichè cedo il ruolo a Madison Spencer, una ragazzina grassa di 13 anni che di recente sembra abbia lasciato il mondo dei vivi per accingersi a raggiungere l’Inferno. Beh, non fate i pignoli, una ragazzina come tutte le altre in fondo. Dovrà trascorrerci un bel po’di tempo mi dicono, all’incirca l’eternità, ma a differenza di quanto si possa credere, Madison è una ragazza molto intraprendente, e chi ha detto non si possa familiarizzare con gli allegri abitanti del regno del contrappasso? Fortunatamente, affinché la morte non ci colga impreparati, tiene per noi fragili mortali un diario narrante i giorni trascorsi all’insegna di una nuova vita demoniaca che, tutto sommato, non si dimostra essere tanto male.

Chuck Palahniuk, scrittore americano nato nel 1962 consacrato al successo con “Fight Club”, primeggia sul panorama della letteratura contemporanea e sugli annessi autori odierni con le sue opere crude caratterizzate da trame fuori dagli schemi, che rasentano il grottesco. I suoi scritti puntano perennemente il dito contro una società opportunistica, falsa e moralista, stereotipata e violenta, portata quasi sempre ai limiti del marcio:potremo definire le sue opere a sfondo satirico contro la società, contornate da elementi horror/paranormali che riescono a far innamorare il lettore dell’incubo. “Dannazione” opera del 2011, seppur non rientri nel filone delle sue opere più celebri, merita un posto d’onore nello scenario odierno: Madison Spencer,  tredicenne figlia di star Hollywoodiane, muore per una presunta overdose di marijuana durante una notte degli Oscar.

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Capirete bene che svegliarsi all’interno di un pseudo – limousine di lusso guidata da Satana in veste di un elegante autista, sia decisamente una bizzarra esperienza, così  come risvegliarsi all’interno di un lurida cella attorniata da altre simili per fattezze, schiere infinte di gabbie che si perdono all’orizzonte, contenenti i più stravaganti esemplari del pianeta Terra. Tutti peccatori, naturalmente. Ebbene si, svegliarsi all’Inferno rappresenta davvero una delle esperienze più problematiche della vita, o della morte, ma bisogna rimboccarsi le maniche ed iniziare ad essere ottimisti: Madison evaderà dalla propria prigione aiutata dai compagni di cella quali una ragazza dalle sembianze di una neoliceale vestita di tutto punto da capi contraffatti, un ragazzo dalla tipica aria da saputello asociale ed un teppista punk con una spilla da balia conficcata nella guancia,con tanto di cresta dal color cobalto. L’Inferno è un posto ricco di pericoli e demoni sanguinari, non credete, ma Madison vuole trovare Satana e ringraziarlo per averle aperto le porte del suo mondo, le è davvero debitrice e vorrebbe incontrarlo di vivo cuore, ma è un’impresa che non tutti riescono a portare a termine, data l’immensità dell’Inferno. E non pensate che sia veramente suddiviso da gironi satanici le cui anime siano costrette a subire la loro crudele punizione per l’eternità, anzi, l’Inferno rappresenta una società gerarchicamente ripartita con un’economia da far andare avanti ed ognuno deve dare il proprio contributo per la suddetta crescita. Magari anche voi, come Madison, verrete relegati ad un ruolo d’ufficio costretti a dover digitare numeri telefonici e sotto mentite spoglie di pubblicitari e vendere ai mortali i vostri prodotti, oppure offrire le vostre nuove ( e scoccianti) tariffe telefoniche. Detto questo, l’Inferno è davvero troppo vasto per parlarne solo tramite poche righe e altrimenti non vi venga l’idea di diventarne nuovi turisti, vi consiglio spassionatamente di leggere “Dannazione” e farvi una cultura su come davvero funzioni l’oltretomba.

tumblr_mndzqoXOZl1rn26a5o1_500Affinché la morte non vi colga impreparati.

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Non devo spiegare niente a nessuno ! – Giovanna Letizia

“I don’t have to explain anything to anyone”

In molte occasioni non ci sentiamo obbligati a parlare, a spiegare, a giustificare. Può essere una perdita di tempo, oppure siamo noi, che vogliamo affidare l’esternazione del nostro mondo interiore non alla nostra parola, ma a ben altro. A partire dalla musica, per andare a finire col disegno, rimanendo nell’ambito artistico, anche i fatti talvolta parlano da soli. L’arte esiste per comunicare, io stessa sto usufruendo dell’arte della scrittura. Tuttavia io (e non solo) ricorro ad altre forme di comunicazione, specialmente al disegno. Non amo ricorrere a mezzi specifici per il disegno o per la pittura. Tutti i miei “schizzi” li elaboro in un foglio finito casualmente fra le mie mani, oppure nel mio diario scolastico, e utilizzo niente di meno che la mie due penne nere e blu, insieme alla mia matita rossa. I “miei” colori, i colori che sento appartenere a me e al mio modo di essere, sono quindi il nero, il blu e il rosso. Ecco, funziona esattamente così. Noi ci stanchiamo di perdere tempo a parlare, quando c’è troppo da dire, così disegniamo noi stessi, sotto forma di una macchia di inchiostro, sotto forma di una frase stilizzata, sotto forma di un personaggio astratto, immaginato sul momento.

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Non siamo obbligati a spiegare qualcosa a qualcuno. Certo che no. Cosa avrebbero fatto, altrimenti, gli artisti che hanno fatto la storia dell’arte? Gli stessi artisti vengono spesso definiti pazzi, perché hanno avuto la virtù di mostrare al mondo intero la loro mente intricata, il loro “genio incompreso”. Anche se è complicato esprimere fino alla più lieve sfumatura del nostro ego, quando impugniamo la matita sentiamo dentro di noi un potere illimitato. Un potere del quale nessuno ci può privare. Un’energia che ci consente di vedere e far vedere, se vogliamo, come siamo fatti. Un’arma a doppio taglio. E’ più che naturale l’essere spinti a elaborare sempre di più i nostri disegni, fino a interiorizzarli e renderli parte di noi. Perché se fossero “incompleti” saremmo insoddisfatti, ma soprattutto infastiditi, se qualcuno tentasse di prenderne visione. Si prova lo stesso fastidio procurato da una persona che ti interrompe bruscamente mentre esponi una tua idea. Disegnando, ci avvaliamo di una maschera meravigliosa. Non una maschera falsa, non una maschera completamente distante da noi. Mostrando i nostri disegni, indossiamo la nostra interiorità. Ci trasformiamo in opere d’arte, in scarabocchi, in scritte, in canzoni. Basta osservare in silenzio. Così è possibile captare del fascino spontaneo anche dallo scarabocchio di un pennarello scarico, retto e guidato da un’anima che scarica non è.

Giovanna Letizia, VE

L’ARS AMANDI, L’AMORE AI TEMPI DI CESARE – Natale Miduri

Ai nostri giorni l’amore è radicalmente cambiato, la purezza di tale sentimento è andata perduta insieme all’ebbrezza che esso conferiva ai due amanti, con le gote rosse e il cuore palpitante. Banalizzato, ridicolizzato e volgarizzato, esso risulta profondamente inquinato dalla superficialità umana che ancora una volta, a causa dello scorrere dei tempi, si raffredda e smorza la vitale fiamma del valore e della passione. Sebbene si sia evoluto con il passare dei secoli egli ha tuttavia mantenuto inalterato il suo grande segreto, tale sin dalla creazione e la cui verità è rivelata a pochi. D’altronde come ci si innamora oggi, così ci si innamorava anche duemila anni fa, a Roma; quando il bacio suggellava un patto eterno, immutabile. Incamminandoci tra le vie appartate di Roma possiamo, riadattando le parole degli antichi latini, ancora udire vivide e intramontabili le frasi che gli innamorati si scambiavano: ’’Dammi mille baci e altri ancora’’, dice un giovane aristocratico. ’’Quanti?’’, risponde una fanciulla di bell’aspetto avvicinandogli le labbra . ’’ Quanti, amore, è come chiedere di contare le onde nell’oceano, le conchiglie sulle spiagge, le api che volano da un fiore all’altro, le voci che dicono ti amo in questo istante o le mani che accarezzano i corpi di chi si ama. Sappi, mia dolce Venere, che chi chiede pochi baci è quello che sa contarli … E io con te voglio perderne il conto mentre mi perdo nei tuoi occhi”

Le loro parole si disperdono nell’aria e si dissolvono, nel nostro immaginario con un profondo bacio; era inammissibile infatti per un romano sfiorarsi o baciarsi in pubblico, perché andava contro le legge e l’etica di allora. Tuttavia questo aumentava la voglia di amare e creava un aria di complicità tra gli amanti, i quali spesso si incontravano in segreto sfidando talvolta la morale della propria famiglia.

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Nella Roma imperiale esistevano principalmente tre tipi di baci usati, come oggi, secondo le circostanze: L’osculum (da os ‘’bocca’’) era il bacio con le labbra chiuse, non passionale. Seconda la ius osculi la donna doveva baciare giornalmente i parenti e il marito; tale bacio, le cui radici sono molto antiche, può essere definito come l’etilometro della fedeltà, lo scopo infatti era capire se la donna aveva bevuto vino, se si fosse macchiata di questo peccato era, secondo l’arcaica mentalità, degna di morte; come recitava un detto assai comune allora : “La donna avida di vino chiude la porta alla virtù e la apre ai vizi”. Il savium (‘’suavis’’dolce) era il bacio erotico, caratterizzato dall’uso carezzevole della lingua, in sostanza il bacio degli innamorati. Il basium, invece, sorto un decennio dopo la nascita di Cristo, aveva più un valore prettamente affettivo. Non era inoltre raro che gli innamorati usassero nomignoli per identificarsi, i i più famosi in età imperiale erano: ‘’popula’(bambolina), ‘’piscicula’(pesciolina),’’anima dulcis’’  (anima dolce) e ’’ lumen’’ (luce dei miei occhi). ‘’Guardati di rendere sicuro il tuo uomo di amarti senza rivali:non dura bene l’amore se ne togli le contese. Egli veda su tutto il letto tracce di uomo,e i lividi impressi sul collo da morsi lascivi’’. Anche se non hanno la stessa definizione, anche allora i succhiotti erano conosciuti, come Ovidio spiega in questi pochi versi simboleggiavano il marchio che l’innamorata forgiava sulla pelle del compagno, esso era simbolo di un appartenenza personale; quindi oltre che una profonda passione intercorreva molta gelosia nei rapporti amorosi.

Di nobile importanza nella società romana era il matrimonio, caratterizzato da varie cerimonie al suo interno, che avevano come scopo quello di propiziare il favore degli dei per una vita fertile e prosperosa. Spesso capitava nei matrimoni combinati che gli sposi non si vedessero fino a quel giorno ed era pertanto vietato anche parlare con il futuro coniuge, ciò veniva fatto per mezzi secondari come parenti ed amici. Tuttavia le analogie con i nostri attuali sono numerose strabilianti: la sposa si presentava con un lungo abito bianco caratterizzato nella vita da una cintura con un nodo che veniva sciolto dallo sposo, portava inoltre un velo giallo o arancione per coprire il viso. La sposa era sempre accompagnate da antiche damigelle che -adornate di abiti lussuosi – la seguivano così da confondere, secondo le credenze, gli spiriti maligni. Spesso ad abbellire l’abito della sposa vi era un bouquet che veniva lanciato al termine della cerimonia tra le donne nubili: colei che lo avrebbe preso si sarebbe sposata entro l’anno. Quasi al termine della festività matrimoniale, gli sposi e il corteo finito il banchetto che ne seguiva si fermavano davanti casa, lo sposo chiedeva alla sposa come si chiamasse ed ella rispondeva –Ubi Gaius, ego ibi Gaia (Dove tu Gaio io Gaia), esprimendo la volontà nel seguirlo per sempre, nell’avversità e nella felicità. Parole profonde pregne di significato: l’amore veniva coronato da un’eterna vita condivisa da due anime. A confermare tale unione era l’anello posto sull’annularis, secondo le tradizioni esso costituiva un nervo che giungeva fino al cuore.

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Nonostante fosse una società prettamente dedita alle emozioni e agli stimoli esterni, era spesso contraddistinta da una mentalità chiusa, risultato di lunghe tradizioni che si sono susseguite nel corso del tempo. L’amore il più delle volte costituiva più che un sentimento una legge apatica alla quale ogni individuo doveva sottostare: le unioni tra due coniugi infatti erano quasi sempre combinate dai capostipiti delle due famiglie spesso per questioni legate all’onore e al denaro. Accadeva raramente che tra i due scattasse il famoso amore a prima vista, il più delle volte infatti  gli ipotetici sposi non provando amore l’uno per l’altra si davano, inconsapevolmente, all’adulterio, assai praticato in quell’epoca, e giustificato dal focoso fuoco, represso negli animi , che spingeva le vittime a concedersi agli schiavi o ai personaggi influenti dell’epoca, incontrati nel Foro o nella grandi e sfarzose feste imbandite dai nobili. Tali atti non erano rari e tante sono le storie di tradimenti scoperti e finiti tristemente,ma ciò ci riporta ad una grande verità, di grandissima attualità : osavano sino alla fine, noncuranti delle conseguenze e desiderosi di “peccare” volutamente, poiché il piacere e la passione erano beni ineffabili, il cui ardore riempiva le narici di chi ne annusava il profumo inebriante.

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Se una donna fosse stata sorpresa in flagrante adulterio, secondo la legge, sarebbe stata degna di morte al contrario del marito che spesso non subiva, in confronto alla consorte, alcun danno. Tale atteggiamento nei confronti della donna viene giustificato dal fatto che sin dai tempi remoti essa venisse definita di gran lunga inferiore alla figura maschile, priva di ogni diritto, infatti era caratterizzata da qualità estremamente negative come l’ignorantia iuris (ignoranza della legge) ,  imbecillitas mentis (inferiorità naturale), infirmitas sexus (debolezza sessuale), levitatem animi (leggerezza d’animo) ecc.
Inoltre veniva ritenuta un vero e proprio oggetto che passava dalle mani del padre, che deteneva il ‘’manus’’, a quelle del marito una volta data a questo come sposa. In contrasto con l’immaginario comune la fanciulla era costretta a sposarsi spesso, all’età di dieci o dodici anni, con uomini molto più anziani : una pratica che oggi definiremmo barbara ma presente in molte parti del mondo. La nostra società tuttavia può vantare, almeno in parte, di avere superato certe barriere spietate e soprattutto illogiche imposte tra la donna e l’uomo, poche infatti furono le donne che in quell’epoca si ribellarono a tale sistema ritenuto inconsapevolmente giusto e naturale, quasi soggetto a influenza divina, dagli antichi contemporanei.Potremmo rappresentare con la frase ‘’carpe diem’’ tutto ciò che stava alla base della cultura latina: i Romani, consapevoli della brevitas vitae, osavano e cercavano soprattutto tramite il sesso e l’amore di respirare i più fini e odorosi profumi delle emozioni, coltivate nel giardino di Amore. Quante più cose pertanto ci accomunano di quanto ci separino con questo con questo popolo,caratterizzato da una mentalità profonda e da un ars amandi sempre attuale.
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La crisi del sistema liberal-democratico e il ritorno della “National efficiency “

 – Davide Curcuruto

Tanto tempo fa, in una terra lontana lontana….

Erano gli anni ’70 del 1800 , le nazioni europee erano state attraversate da quelle “rivoluzioni liberali” che hanno dato forma alle forme istituzionali che oggi conosciamo e si profilava all’orizzonte la cosiddetta “questione sociale” (lo sviluppo del sistema industriale aveva creato una nuova classe sociale, il proletariato urbano ipersfruttato che ora reclamava spazi sociali e politici in cui operare).
Nasceva uno Stato liberale basato su sistemi rappresentativi parlamentari (seppur in una forma estremamente elitaria) e in cui il potere esecutivo di amministrazione della cosa pubblica non era più assoluto e nelle mani del re e dei suoi ministri, i parlamenti fungevano formalmente da cassa di risonanza della legittimazione popolare di cui nessun governo poteva fare più totalmente a meno.

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Con la crisi economica e la questione sociale che rischiava di far saltare il sistema liberale, il potere legislativo diveniva un freno per un esecutivo che voleva agire e reprimere repentinamente determinati fermenti sociali: nacque così il concetto di National Efficiency ovvero l’azione repentina di un governo che di fatto delegittimava la funzione rappresentativa del Parlamento.
In Italia tale strapotere ebbe dei risvolti estremi e portò alla fine dello Stato Liberale e all’affermazione del regime fascista.

Dopo la sua caduta e la Costituzione repubblicana che sancì la nascita di uno Stato liberal-democratico in cui il Parlamento diveniva il fulcro della discussione politica , eletto con un sistema che fu definito “il punto massimo della democrazia borghese” il più proporzionale possibile, composto da due camere elettive con gli stessi poteri tali che frenavano le ingerenze dell’esecutivo.
Ciò poté essere possibile solo grazie all’affermazione delle forze della “democrazia diretta” unite nel Fronte Democratico Popolare che rappresentavano quel proletariato urbano e rurale che tanto i governi avevano temuto.
Ma adesso in nome della crisi economica e sociale del 2007 e del riflusso di queste forze politiche, il sistema nato dalla Costituzione antifascista del 1948 appare “ingombrante” e da eliminare, ritornando a quella concezione della National Efficiency reazionaria già 140 anni fa.
Sì, sto parlando della Riforma del Senato appena approdata in Parlamento in questi giorni che istituisce il “Senato della autonomie” e che di fatto lo delegittima come istituzione rappresentativa: i membri sono ridotti da 350 a 100 “eletti” a suffragio indiretto (trattasi di 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 nominati dal Presidente della Repubblica) quindi maggioritario, il Senato perde il potere di sfiduciare il governo, il meccanismo della “navetta” (una legge per essere approvata deve essere votata da entrambe le camere allo stesso modo e se modificata da una camere deve tornare nella camera precedente per essere ridiscussa e rivotata nella nuova forma) viene abolito ed effetto più importante l’esecutivo avrà nel nuovo Senato una corsia preferenziale per far approvare i propri provvedimenti e la Camera avrà 70 giorni per discuterli.
Questo è un attacco mortale alla Costituzione Italiana nata dalla resistenza partigiana che subisce una fortissima involuzione in senso autoritario concentrando sempre più potere nelle mani del Governo, un’involuzione di una democrazia rappresentativa che invece di fare un salto in avanti verso la democrazia sostanziale del popolo, fa un salto di 100 anni indietro.
La riforma per entrare in vigore ha bisogno di una conferma tramite referendum che si terrà probabilmente in autunno 2016.
In una fase in cui la credibilità dello Stato rappresentativo è in piena crisi, in cui l’astensionismo è alle stelle, ridurre gli spazi (seppur già minimi) di democrazia sarebbe l’inizio di una catastrofe politica e noi giovani, in nome del nostro futuro, abbiamo il dovere di combattere affinché ciò non avvenga.

– Davide Costa,

ex alunno iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche di Bologna

Un ragazzo, una batteria, il drammatico e ironico jazz, un professore : WHIPLASH! – Diana Strano

12170838_476634692516961_452630401_oCassa, rullante, tom e floor tom.

Ride, hi-hat, crash, splash, china.

Charleston. Jazz.

Il ritmato, allegro, triste, morente jazz.

Le orchestre. La musica.

E un ragazzo, che riassume tutto questo. Un conservatorio illustre.

Un professore severo e intransigente. Un pezzo che segnerà le loro sorti.

Whiplash.

Andrew Neiman non è un diciannovenne come gli altri: non ha una ragazza, va ancora al cinema con suo padre, non ha amici, ha “difficoltà a stabilire un contatto visivo” e non frequenta una scuola normale. Ma come tutti i diciannovenni, Andrew Neiman ha un sogno: diventare uno dei batteristi jazz più famosi del suo tempo. E al conservatorio Sheffard sei a un passo dall’essere perfetto, a un passo dall’essere un completo fallimento. Quando Andrew viene scelto per entrare nell’orchestra del famigerato, temuto e intransigente professor Terence Fletcher, davanti a lui si schiude una porta capace di condurlo alla perfezione, sotto di lui si apre un baratro nel quale potrebbe sprofondare in qualsiasi momento: perché Fletcher non ammette errori, ed è capace di fare di tutto per cavare dai suoi musicisti un’insana, morbosa perfezione. Andrew diventa con una straordinaria prova di competenza e professionalità primo batterista della band, ma dovrà combattere con le unghie e con i denti per non farsi soffiare il posto. Cede dunque al “circolo vizioso” della musica, che lo assorbe completamente, in un incessante susseguirsi di prove, urla, crisi di rabbia e allenamenti per raggiungere l’agognata perfezione. Andrew non si fermerà nemmeno quando le sue mani cominceranno a sanguinare, le dita a dolergli, i cubetti di ghiaccio a scivolare sulle sue mani piagate. Non ci sarà momento in cui non sarà completamente assorto dalla musica, e questo suo totale coinvolgimento lo porterà persino a rinunciare a una storia d’amore alla quale ripenserà in seguito con rammarico. Perché i suoi sacrifici non sono abbastanza, e Terence Fletcher chiede più del dovuto. Sarà il sangue a farlo fallire, infine. Un banale, terrificante incidente. Ma nella musica non sono ammessi errori: e nell’orchestra dello Shefferd non importa chi sei o cosa ti accade, conta solo quanto sei disposto a donarti. Forse, Andrew Neiman abbandonerà la sua musica per sempre. O forse si sentirà pronto a sfidare le angherie di Terence Fletcher. Ma come fai anche solo a pensare di distruggere l’uomo che è allo stesso tempo il tuo aguzzino e il tuo più grande mito?

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Vincitore di tre Oscar -miglior attore non protagonista a J. K. Simmons (Terence Fletcher), miglior montaggio e miglior sonoro- e un Golden Globe -miglior attore non protagonista a J. K. Simmons – questa pellicola del 2014 si pone ai vertici della filmografia cult-drammatica degli ultimi anni. Attore protagonista è Miles Teller, recente rivelazione del grande schermo, a cui sono stati attribuiti aggettivi come “stupefacente”, “toccante”, “straordinario”. Accompagnato da musiche coinvolgenti e diabolicamente pedanti, in grado di trasmettere i sentimenti di amore per l’arte e allo stesso tempo di morbosa frustrazione. Impossibile da non finire una volta iniziato: quando una pellicola viene definita “audace”, sarebbe da includere ai sette peccati capitali il non soffermarsi su di essa almeno una volta nella vita.

Diana Strano- IC

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E se doveste esprimere un desiderio prima d’andarvene, voi cosa chiedereste?

Immaginate. “Siamo arrivati al capolinea. Ormai ci rimane poco da vivere,il peso dei nostri anni grava sulle spalle rinsecchite,sugli occhi stanchi,sulle ossa doloranti:siamo anziani. Lentamente si chiude alle spalle la porta della vita e poi,chissà … Abbiamo visto scorrere dinnanzi a noi un flusso interminabile di baci, carezze, lacrime, urla, temporali, giornate di sole. Ma ormai siamo giunti comunque qui, al capolinea. Gli anni passano per tutti, amico mio. E’ arrivato il momento di timbrare il cartellino e poi, beh, chissà. Ma in quell’istante, giunti al termine dei nostri giorni, chi ci assicurerà che avremo compiuto tutto ciò che era possibile in nostro potere, che desideravamo davvero, che amavamo davvero, che eravamo, davvero?” E se doveste esprimere un ultimo desiderio prima d’andarvene, cosa chiedereste? Un certo anziano, John, ha risposto così alla suddetta domanda:”Vorrei poter andare sulla Luna,ma non ricordo il motivo del perché lo desideri”. Definito da “GamesRadar” e “GameSpot”-due importantissimi siti odierni trattanti video ludica-, games of the year e videogioco più commovente dell’anno,”TO THE MOON” è un capolavoro dei giorni nostri. Creato dalla Freebirds per piattaforme Windows,uscito ufficialmente l’1 Novembre 2011,sulle note di una dolce e sognante colonna sonora rievoca il dolce-amaro passato del nostro John, che ormai avverte alle proprie spalle l’asfissiante respiro della morte, della vecchiaia che lo insegue per ghermirlo nelle sue fauci, di una vita che esige di dover tirare le somme. Ma John ancora ha un desiderio da realizzare, non può ancora morire. maxresdefaultE se vi svelassi l’esistenza di un’agenzia di pseudo medici i quali, infiltrati all’interno del vostro subconscio, siano capaci di rimpiazzare i vecchi ricordi alterandone con altri fittizi, mi credereste? La “Sigmund Agency of Life Generation” ha proprio il compito d’intrecciare passati illusori ed accompagnare quindi verso una dolce morte coloro che, dopo aver penato tanto, credono d’aver compiuto nella vita quello che avrebbero sempre desiderato. “Vorrei andare sulla Luna,però non ricordo il motivo del perché lo desideri”. I due medici Eva Rosalene e Neil Watts, duo strambo e stravagante dalle discrepanti personalità dovranno rintracciare tutto il passato della vita di John, in cerca di un ricordo chiave da cui poter intuire l’inizio dell’amore verso il tanto agognato desiderio e da lì,alterare tutto il resto della sua vita. Il passato del protagonista rimane così in parte oscuro anche per quest’ultimo, alcune parti d’esso sono sbiadite ed illeggibili:sarà compito dei nostri medici rischiarare gli angoli bui di questa complessa mente. Così faremo la conoscenza dell’amata defunta moglie, River, affetta da un’acuta forma della sindrome di Asperger, tipologia complessa di autismo. Caratterizzata soprattutto da una difficoltà portata agli estremi nel relazionarsi col prossimo, elemento peculiare è il desiderio ossessivo di mantenere immutato il proprio ambiente, da cui derivano manifestazioni di ordine eccessivo e una modalità ripetitiva nell’eseguire azioni come vestirsi o mangiare. Nonostante gli affetti da tale sindrome sembrino vivere perennemente in un mondo tutto loro completamente distaccato dalla realtà, possiedono inaspettate abilità in alcuni ambiti, come nella costruzione di puzzle o nell’elencare complesse sequenza di numeri. River sarà ossessionata dalla realizzazione di origami, da un peluche logoro dal quale riuscirà a separarli solo la morte ed un vecchio faro in disuso in cima ad una scogliera a cui dona un nome, Anya. John, durante gli ultimi istanti della vita della moglie,amata fin dalla tenera età dell’infanzia, comporrà per lei un melodioso brano per pianoforte, ”For River”, che diverrà colonna sonora del gioco.To-the-moon-12 Visual novel dalla tipologia “giocatore singolo”, ogni capitolo d’esso si basa sul ritrovamenti d’oggetti colonna portante per un determinato periodo del passato del protagonista:raccolti tutti i ricordi-chiave si passerà all’analisi d’essi e alla comprensione di un arco cronologico della vita di John. Nonostante la tematica possa essere vista pesante e difficile da sostenere durante l’andatura di gioco,essa si rivela invece più che scorrevole e stimolante non solo per via del desiderio che spinge il giocatore a comprendere l’interessante mistero che aleggia attorno alla figura di John, ma soprattutto per l’inevitabile coinvolgimento personale che implica questo gioco. L’essere partecipanti attivi del passato di qualcun altro,giudici e spettatori della vita del prossimo ci rende di conseguenza giudici passivi della nostra esistenza che tenta di rispecchiarsi nelle esperienze di vita altrui,restandone amareggiati,felici o risentiti. John è il perfetto specchio di chiunque di noi, un comune uomo dal desiderio d’amare e d’essere amato il quale però, giunto al termine dei propri giorni,non avrà ancora portato a termine il vero ed unico desiderio verso il quale abbia mai nutrito, nella propria vita, tanto attaccamento: andare sulla Luna.

E se doveste esprimere un desiderio prima d’andarvene, voi cosa chiedereste?

Alessia Mesiti IC