Sognare senza dormire, si può. – Giovanna Letizia

 Come si fa a sognare se non si dorme? Sono proprio i sogni provenienti dal nostro sonno ad essere i più realistici, i più sconvolgenti, i più “bruschi”, se si pensa al confronto tra essi e la realtà con cui ci scontriamo al risveglio. Ti svegli, all’improvviso, e ti trovi scaraventato nella solita vita di sempre, la “cruda” realtà. No, non è soltanto il pavimento (meta di atterraggio di gran parte di noi viaggiatori provenienti dal mondo onirico). E’ quella forza che separa il sogno dalla realtà, quella differenza che ci fa provare sollievo o dolore al nostro risveglio.

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Riflettendoci, quanti di noi hanno desiderato forse dormire per sempre per continuare a provare felicità, così come desiderato di non dormire più per paura di avere un incubo? O, ancora, non sarebbe forse meraviglioso vivere davvero ciò che sogniamo? E’ inutile illudersi con visioni effimere e con emozioni vane. Si deve fare in modo di rendere tutto ciò (che c’è di positivo) realtà e duraturo al tempo stesso. Perché dobbiamo accontentarci di sogni, della durata di una notte, se possiamo viverli, perché no, per tutta la vita? Nulla ci impedisce di sognare ad occhi aperti, anzi, ma ciò rischia di farci perdere fiducia nella realtà, facendoci credere che alcuni obiettivi, perfettamente realizzabili, siano raggiungibili solo rimanendo imbambolati a fissare il vuoto, con espressione intontita. Perché non vivere davvero questa felicità? Alziamo il fondoschiena da quella sedia, solleviamoci dal pavimento, riassestiamoci. Prendiamo coscienza della vita e viviamola. Basta paure, basta finte illusioni, basta fantasmi. Esiste la vita, nella sua concretezza, e ha il diritto di essere vissuta a nostro piacimento, liberandoci da quei preconcetti impostici fin da quando abbiamo vagito per la prima volta.

Giovanna Letizia

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RISCOPRIRE UN BENESSERE GLOBALE – Giusy Mantarro

TRAINING AUTOGENO: RISCOPRIRE UN BENESSERE GLOBALE

Tra i disturbi oggi più diffusi occupano posizioni di rilievo lo stress, l’ansia, la depressione. Si ricorre spesso a farmaci o metodi naturali che possano combattere tali malattie, altre volte invece si adottano particolari tecniche rilassanti come lo yoga. E se in tanti conoscono quest’ultima pratica, meno nota è invece quella del training autogeno. Per comprendere cosa sia è utile ricorrere all’etimologia di questo termine. In inglese “training” significa “allenamento”, “autos” deriva dal greco “da sè” e “genos” invece “che si genera”. Possiamo così comprendere qual è l’obiettivo principale di questa tecnica: rendere la persona che si sottopone a tale pratica (che inizialmente viene guidata da un esperto o da uno psicologo) in grado di produrre autonomamente un allenamento al rilassamento, al cambiamento psicologico e al controllo di alcuni stati fisici. Tale metodo fu inventato nei primi anni del novecento dallo studioso di origine berlinese J.H. Schultz, migliora il contatto con se stessi e rappresenta una risorsa dalle immense potenzialità per aiutare la mente, per alleviare disagi psicosomatici di vario tipo, per favorire un riequilibrio del sistema nervoso ed endocrino.

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La buona riuscita del metodo è garantita da efficaci esercizi svolti che diminuiscono gli eccessi di alcuni ormoni, come l’adrenalina, che si riversano nel sangue in condizioni di stress. Essi vanno distinti in due categorie: quelli che costituiscono il “Training Autogeno Inferiore” e quelli che appartengono al “Training Autogeno Superiore”. Il primo allenamento, nonché il più importante, è l’esercizio della calma che permette di mettere da parte ogni preoccupazione ed ogni pensiero per affrontare adeguatamente gli altri esercizi. Tra questi citiamo l’“esercizio del cuore” tramite il quale ci si mette in contatto con la parte che simbolicamente viene designata come “il centro delle emozioni” e l’“esercizio della fronte fresca”, che consente di lavorare su quelle problematiche psicologiche che sono avvertite e vissute come “sovraccarico della mente” affinché possiamo davvero imparare a vivere con lucidità. Attualmente uno dei campi più importanti di applicazione di questa tecnica è quello della psicologia dello sport e della preparazione mentale degli atleti, da qualche anno è anche parte integrante dei cosiddetti “corsi di preparazione al parto”, ma non solo. Un’altra recente applicazione della tecnica riguarda i trattamenti estetici, soprattutto quelli che si rivolgono alla cura dell’acne nervosa o da stress.

-Giusy Mantarro

EXPO: IL MAGNA MAGNA FLOP ITALIANO – DAVIDE CURCURUTO

Fra vecchie e nuove Resistenze: NO EXPO!

Solo tre giorni fa abbiamo celebrato il 70° anniversario della Liberazione dal Nazifascismo: esattamente 70 fa,  il 25 aprile del 1945, infatti i partigiani liberarono la città di Milano dal dominio della RSI (Repubblica Sociale Italiana, stato fascista instaurato nel 1943 nel Italia del Centro e del Nord dopo la liberazione del Sud Italia da parte degli anglo-americani) e dichiararono l’insurrezione nazionale e dopo pochi giorni l’Italia fu liberata.
Oggi ricordiamo quell’evento come rinascita della democrazia e la fine del più brutale dei regimi ovvero quello nazifascista. Ma cosa deve significare realmente quella data oggi?
Quella data per noi non dev’essere un ricordo passivo, ma deve tramutarsi in monito per una resistenza sempiterna all’oppressione, qualunque essa sia.
Infatti  gli ideali della Resistenza, come disse un grande Presidente della Repubblica partigiano  ovvero Sandro Pertini, furono in parte traditi. Oggi esiste al libertà di pensiero ma non esiste la giustizia sociale, ciò svuota di significato la nostra democrazia rappresentativa oggi sempre più stuprata.

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L’oppressione difatti si fa più sottile e velata: è economica, finanziaria e speculativa.
E proprio la Milano liberata 70 anni fa oggi è teatro di questa forma di oppressione:  espressione perfetta di ciò è la tanto pubblicizzata Expo 2015 che si terrà a Milano dal 1 Maggio (Festa dei lavoratori, molto ironico) e Novembre. La grande Esposizione Universale avrà come  tema “Nutrire il Pianeta, energie per la vita” per cui 145 paesi presenteranno progetti per “lo sviluppo dell’industria alimentare ecosostenibile”. 
Peccato che le sigle che svettano in questa esposizione sono proprio quelle delle multinazionali come Mc Donald’s e Coca Cola che nulla hanno di “sano ed ecosostenibile”  o la Nestlé famosa per la privatizzazione delle sorgenti in cui opera.
Un’esposizione che dovrebbe aiutare a “produrre più cibo e meglio” ma che è schiava del capitalismo che crea fame in una parte del mondo e obesità nell’altra: al Nord la povertà riduce la qualità, al Sud la quantità.

La sussistenza alimentare si raggiunge con l’autodeterminazione dell’agricoltura e la nazionalizzazione delle industrie contro le privatizzazioni in terra “straniera” propria di quelle multinazionali oggi investite di trovare una soluzione ai problemi che loro creano.
In questo sistema ciò è impossibile, in questo sistema le grandi opere pubbliche sono teatro di speculazione finanziaria, come occasione per spostare capitali dal pubblico al privato.
Non è un caso che per l’80% degli appalti si sospettano casi di corruzione, infiltrazioni mafiose e che siano stati edificati 110 ettari di un parco ad uso agricolo: in barba a “nutrire il Pianeta!”
Cosa si farà poi con quelle strutture, pagate con i soldi dei contribuenti e che si tramuteranno in tagli ai servi per finire di pagare, non si è ancora capito. Una corruzione che si riflette anche nella sicurezza sul lavoro: emblematico è il caso del 21 albanese sottopagato, caduto dal ponteggio in quanto i cantieri non sono messi a norma. Lui è stato il primo “morto Expo”.
L’Expo, teatro e palco del libero mercato, è la prova generale del Job’s Act: 18.000 volontari lavoreranno gratuitamente nei cantieri senza rappresentanza sindacale e quindi in una condizione di sfruttamento massimo per la concezione secondo cui è normale venire sfruttati per far “curriculum”. 
Insomma il lavoro in Italia si appresta ad essere sempre più precario o gratuito, quindi senza diritti e soggetto a vessazioni di qualsiasi tipo.
E’ per questo che la chiamata al MayDay, giorno di inaugurazione dell’Expo  e giornata dei lavoratori stuprata è una chiamata alla nuova Resistenza, una resistenza contro la logica del profitto, contro la speculazione, contro le multinazionali e contro il capitalismo.
Per una società più equa e giusta, oggi siamo chiamati ad essere nuovamente partigiani,
partigiani per il nostro futuro, partigiani per la società socialista senza oppressioni.

DAVIDE CURCURUTO

LE NUOVE FRONTIERE DELLA COMUNICAZIONE

DA MESSINA LE ULTIME INNOVAZIONI

Negli ultimi 240 mesi si è assistito ad uno straordinario quanto rapido sviluppo in campo tecnologico, che ha profondamente influenzato i modi e i tempi della comunicazione. Sicché il mondo dell’ informazione ha subito una vera e propria rivoluzione, ed è ad oggi in continuo cambiamento. La città di Messina ha da sempre avuto un ruolo di grande importanza sotto questo aspetto, divenendo, in particolare negli ultimi anni, uno dei maggiori centri, a livello globale, nello sviluppo e nella ricerca di nuove forme e mezzi per la comunicazione. Solo per citare qualche esempio, appartiene ad un gruppo di ricercatori messinesi, della facoltà di Lettere Classiche (dipartimento di Filologia),la paternità dell’ unanimemente noto  “MySpice”, un social network in cui si possono condividere ricette culinarie  e scambiare aromi e spezie di ogni genere, come anche “Face boots”, uno store online in cui è possibile guardare ed acquistare scarpe e stivali di ogni genere.

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Proprio alcuni ricercatori messinesi, sotto la guida dell’insigne giurista ed entomologa Nunziatina Opensorci, sono riusciti nell’intento di superare alcuni dei limiti della comunicazione digitale, con una serie di ritrovati tecnologici che cambieranno radicalmente le nostre vite. Spiega la dott.ssa Opensorci «Il nostro intento principale era di permettere a tutti di comunicare, anche a coloro che si sentono più lontani dalle nuove tecnologie. E’ con questo spirito che abbiamo concepito i nostri nuovi progetti, che presenteremo ufficialmente al prossimo “Salone del Mobile” di Milano, a giugno 2015».  Tra i numerosi progetti, alcuni ancora in corso d’opera, spiccano “Lay Pad”, un divano con touchscreen incorporato, che permette di restare in contatto con amici e parenti anche mentre si è sdraiati a guardare la Tv, e la sofistica tecnologia interattiva “Chi -Fi”, utile per i bambini in tenera eta, in quanto sollecita la loquacità, tramite domande specifiche.

Non mancano tuttavia pareri critici in merito ai recenti progressi tecnologici, come quello dell’autorevole filosofo ed etnomusicologo Salvo Gente, che ha messo in evidenza la possibile ricaduta negativa della digitalizzazione. « Nel valutare il progresso tecnologico – ha affermato in un intervista –  non si può considerare l’ipotizzabile ripercussione negativa che si può presumere comporterebbe  l’omissione di una limpida analisi del lapalissiano disagio socio-culturale che si cela dietro una superficiale serenità, derivante dall’incrinazione dei rapporti interpersonali, che le comunicazioni digitali stanno determinando». Nell’attesa di trovare una corretta interpretazione delle profonde parole del professor Gente, l’opinione pubblica si occuperà di discutere l’incombente pranzo del 25 aprile di Gieson, nella popolare serie Tv “Un pasto al sole”

-Giuseppe Cannata

Il pezzo che mai nessuno scorderà – Nicola Ialacqua

Oggi è sabato 25 Aprile 2015. In questo stesso giorno, nel 1945, i partigiani liberarono Milano e Torino dai tedeschi e dalla Repubblica di Salò. Sandro Pertini quella stessa mattina, tramite una trasmissione radio, pronunciò queste parole:

Lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire

La popolazione si ribellò: le fabbriche vennero occupate, la tipografia del Corriere della Sera fu usata per stampare i primi fogli che dichiaravano la vittoria partigiana. Dopo questa insurrezione popolare, l’esercito tedesco e quello della Repubblica di Salò ritirò le armi, e il 29 aprile di questo stesso anno fu firmato l’atto di resa da parte dell’esercito tedesco in Italia. Anche se non fu quello l’effettivo giorno del termine della guerra, esso la rappresenta simbolicamente.

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Partigiani bolognesi sfilano con gli autocarri per festeggiare la Liberazione

Dalla grande lotta partigiana italiana nacque un pezzo. Un pezzo che tutti conoscono, che quasi tutti ricordiamo a memoria e che nessuno dimenticherà mai: Bella Ciao. Questo pezzo altro non è che il simbolo di questa lotta, il simbolo di una guerra passata fra le montagne, il simbolo di un’ideologia portata avanti da uomini volenterosi, un’ideologia che ha portato alla salvezza di questo paese. “Bella ciao” nacque in Emilia, fra l’Appennino Bolognese e l’Appennino Modenese, dove si dice che fu scritta da anonimi partigiani. Essa non si diffuse molto durante la guerra, ma divenne famosa solo nell’immediato dopoguerra. quando i partigiani italiani andarono al Primo festival mondiale della gioventù democratica tenutosi a Praga, e lì diffusero questo canto. Da quel momento in poi fu tradotta in tutte le lingue, e ancora oggi è cantata in tutto il mondo. E’ bene però ricordare che il testo, per quanto sia innovativo ed unico, non è originale, ma si pensi derivi da una ballata popolare francese del Cinquecento, “La daré d’côla môntagna”, tradotta poi in Veneto con il titolo di Stamattina mi sono alzata”, cantata dalle mondine.  Per chi non lo sapesse, le mondine non erano altro che delle mondariso, ovvero delle lavoratrici addette alla pulizia delle erbacce delle piantagioni di riso.Le donne dovevano sopportare giornate intere di lavoro estenuante per una misera paga. Questa ballata, per quanto sia modificata, trova delle somiglianze con “Bella ciao”. I tre aspetti in cui le due canzoni coincidono sono: il ritornello “o bella ciao”, il battito di mani e la melodia. Per darvi un’idea del testo, ecco a voi le due quartine più significative

Il capo in piedi col suo bastone o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar. Ma verrà un giorno che tutte quante o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao ma verrà un giorno che tutte quante lavoreremo in libertà.

Differente qui è l’uso del “bella ciao”, che in questo pezzo indica la giovinezza che si perde a lavoro ogni giorno che passa

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Tipica scena di lavoro delle mondine, con il padrone dietro che le controlla mentre loro faticano

La melodia di “Bella Ciao”, rimasta per diverso tempo senza un autore, sappiamo oggi che è “copiata” dal pezzo “La me nòna l’è vecchierella”, un canto infantile noto in tutto il nord. Il testo e la melodia di questo pezzo si prestano a due diverse interpretazioni: una nostalgica e una movimentata. Bella Ciao non è né l’uno né l’altro, ma entrambe le cose. Bella ciao non è solo un canto popolare, ma qualcosa di più. Bella ciao non è un canto riservato ai partigiani italiani, ma è rivolto a tutti. Non a caso tutto il mondo la conosce e non a caso viene utilizzata dovunque come “manifesto” di qualsiasi ribellione. Il senso parenetico ( dal greco pareinetikòs, a sua volta derivante da parainèsis, ovvero esortazione, viene solitamente utilizzato come aggettivo per descrivere un testo o un’orazione che ha lo scopo di esortare, ad esempio, l’esercito a continuare a lottare ) traspare durante tutto il pezzo. Ad esempio, il battito di mani scandisce ogni quartina come fosse un tamburo, e ascoltandolo si viene catturati da questo ritmo incalzante che trasporta qualsiasi ascoltatore. La melodia è invece sia molto orecchiabile, così da essere facilmente ricordata, che molto nostalgica. Gli accordi minori non fanno altro che aumentare infatti questo aspetto, sottolineando il ricordo di una sporca guerra ormai passata. Questi due aspetti, convergendo, creano un pezzo fenomenale.  Ascoltandolo non possiamo non notare quanto esso ci trasporti indietro nel tempo, ricordandoci quella lotta partigiana combattuta col sangue e col sudore, ricordandoci di non dimenticare mai tutti coloro che sono caduti per donarci la libertà di cui oggi godiamo. Ascoltandolo non possiamo non notare quanto quella lotta sia attuale, quanto esso ci faccia pensare a tutti quei regimi che ancor oggi sottomettono la popolazione, a tutti quei potenti che sfruttano uomini e donne per i propri scopi, e non può non far risvegliare in noi quel senso di ribellione, non può non ravvivare quella fiamma dentro ognuno di noi, quella fiamma che anche se spesso è molto flebile mai si spegnerà, quella fiamma che ci porta in piazza a manifestare contro la “Buona scuola” di Renzi, che ci porta alle fiaccolate per ricordare tutti quei morti in mare che gravano sulle nostre spalle, che ci porta a non stare zitti di fronte alle ingiustizie della polizia, di fronte alla Diaz, di fronte al caso Stefano Cucchi. resistenza Quella fiamma non si spegnerà mai, quella fiamma rimarrà viva per sempre, e anche quando tutto sembrerà perduto continueremo a lottare, a non distruggere quella libertà raggiunta col sangue, e saremmo disposti a tutto pur di tenerla in vita.

«È questo il fiore del partigiano», o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! «È questo il fiore del partigiano morto per la libertà!» Era rossa la sua bandiera o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao era rossa la sua bandiera e c’era scritto Libertà. Era rossa la sua bandiera e c’era scritto Libertà.

IL DISINFORMATORE SI SCHIERA CON MATTEO SALVINI

Nell’ultimo periodo diversi membri della redazione del Disinformatore hanno espresso il loro disaccordo con le idee notoriamente xenofobe di Matteo Salvini, Segretario della Lega Nord, ma nessuno si sarebbe mai immaginato ciò che è avvenuto: in un estremo tentativo di convertire alla sua “dottrina” il Disinformatore e ottenere così un alleato potente (il quarto potere), Salvini in persona ha partecipato all’ultima riunione della redazione del giornale, argomentando le sue validissime tesi e facendo ricredere diversi redattori. Dopo aver criticato il tipo di (dis)informazione attuato dal giornale, marcatamente di sinistra, a suo parere, ha commentato: “I giovani comunisti d’oggi sono troppo ignoranti, non hanno conoscenza della politica attuale. Dovrebbero smetterla di improvvisarsi giornalisti se poi la loro non è vera informazione. Meglio apolitici che comunisti, per carità… Eppure sto incontrando sempre più persone, soprattutto tanti giovani che non votavano o che prima votavano addirittura a sinistra, che oggi non ne possono più di una immigrazione fuori controllo. Immagino che sarete d’accordo con me su questo punto. Non ne possiamo più di fare l’elemosina a questi immigrati, ormai ho finito gli spiccioli!”.

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Simbolo del partito “Lega Nord” di cui Matteo Salvini ne è il segretario

In sala qualcuno ha ricordato lo “scontro” con l’europarlamentare belga Tarabella, ma il nostro caro Matteo ha prontamente risposto: “Al Parlamento Europeo sono stato accusato di assenteismo, ma andiamo, come faccio a ottenere voti in quella gabbia di matti? A me basta lamentarmi e comparire in Tv per ottenere consenso, loro invece vogliono lavorare per davvero, che assurdità.” Questo punto, decisamente inattaccabile, ha portato tutti i membri del Disinformatore ad ammirare la passione per la politica e soprattutto per la democrazia del Segretario della Lega Nord, divenuto ormai idolo di molti dei redattori. Sul finire della riunione Salvini ha anche proposto ai membri del Disinformatore di indossare come “divisa ufficiale” una splendida maglietta con su scritto “ + RUSPE – ROULOTTE”, che è stata unanimemente ritenuta non solo efficace nello slogan, ma anche comoda! Poi ha concluso la sua orazione con una sorta di sfogo personale: “Va a finire che io che sono italiano devo integrarmi con chi viene a rompere ed elemosinare a casa mia; non solo dovrebbero ringraziarmi perché lo mantengo, ma hanno anche il coraggio di etichettarmi come un razzista!”. Dal momento che siamo tutti d’accordo con Salvini all’interno della redazione è ora di dire BASTA! È ora che il Disinformatore si schieri con chi vuole difendere l’Italia: poniamo fine all’invasione e aiutiamoli a casa loro! L’Italia agli italiani!

NDA: grazie a questo articolo il Disinformatore riceverà una ruspa personalizzata con il logo del giornale e un peluche con il sorrisone di Salvini stampato sopra (che sarà probabilmente regalato a Paolo Scavalcacinghie o a suo cugino, entrambi grandi sostenitori della Lega).

-Ugo Muraca

NOVECENTO, IL PIANISTA MAI VISSUTO – GIUSY MANTARRO

www.inmondadori Novecento. Un numero? Un secolo? Un anno? No, molto di più. È il più grande pianista dei sette mari, protagonista di una storia fatta monologo che, a detta dello stesso autore Alessandro Baricco, “è degna di essere raccontata”. Ancora una volta Baricco ci delizia con uno dei suoi meravigliosi libri, quest’ultimo uscito nel lontano 1994 e che si configura piuttosto come “un testo che sta in bilico tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce.” Da “Novecento” è tratto il film del 1998 “La leggenda del pianista sull’oceano”, diretto da Giuseppe Tornatore, capolavoro cinematografico la cui visione permette di ripercorrere perfettamente tutte le tappe tracciate nel testo attraverso il congiungimento di un elemento essenziale che rende la storia ancora più reale: la musica. Una vicenda che copre un lungo fascio di tempo, svoltasi a bordo del Virginian, un piroscafo che negli anni tra le due guerre faceva da spola tra l’Europa e l’America. Ed è proprio qui, tra le blu acque dell’oceano, che inizia la storia di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento. A narrarla un trombettista, nonché unico amico di Novecento, che per anni ha avuto la fortuna di suonare al suo fianco a bordo di quel piccolo mondo. Mondo in cui Novecento ha sempre vissuto, fin dalla sua nascita. A soli dieci giorni di vita è stata ritrovato da un marinaio di nome Danny Boodmann sul pianoforte della sala da ballo del Virginian, all’interno di una scatola di legno. Ma chi l’avrebbe detto che proprio quella nave e quello strumento sarebbero stati l’essenza della sua stessa vita? Una vita certamente non facile, se si considera che al di fuori di quella nave Novecento non esisteva. Infatti per il mondo non era mai nato, nessuna registrazione all’anagrafe, nessun documento, una identità non ben definita, aspetti che lo rendono un personaggio quasi leggendario. Ma per Danny quel ragazzino era la sua unica fonte di vita finché, quando Novecento aveva otto anni, morì, lasciandolo orfano per la seconda volta

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E forse è proprio qui, dove finisce la storia di Danny, che inizia quella del pianista che si esibiva ogni sera sul Virginian, musicista straordinario, dalla tecnica strabiliante, capace di suonare una musica mai sentita prima, meravigliosa. Ma la sua, come comprende presto il nostro narratore che non manca di vivere divertenti avventure con Novecento, non era semplicemente musica e bastava guardarlo suonare per capirlo: sguardo sempre fisso e dita che con sicurezza gli scivolavano sul piano verso una direzione ben definita. Ma Novecento dove andava con la testa mentre suonava? Era capace di andare ovunque, qualsiasi angolo della terra, viaggiava senza mai essere sceso da quella nave. Come? Perché da anni ormai spiava il mondo, il mondo che passava su quella nave, e da anni gli rubava l’anima. Sì, era in grado di leggere ogni singola persona che saliva sulla nave e, osservandola, di suonare la sua vita. Così Novecento viaggiava: Londra, Parigi, andava dappertutto senza mai staccarsi dai tasti del suo piano. Eppure aveva la possibilità di viaggiare davvero, di diventare un musicista di fama mondiale viste le sue straordinarie qualità. Ma non si sentiva pronto per scendere. Finché un giorno all’improvviso, “fran”, Novecento rivela al suo amico che a breve scenderà dalla nave per ascoltare il mare gridare : “Banda di cornuti, la vita è una cosa immensa, lo volete capire” e per iniziare a vivere. Glielo aveva detto un contadino di nome Baster Lynn Baster che il mare era capace di urlare queste cose, Novecento forse non le aveva mai pensate e adesso aveva voglia di ascoltarle. C’erano soli pochi gradini che lo separavano dal mondo, pochi gradini alla vita, pochi gradini che Novecento non scese mai, ma che si lasciò alle spalle per risalire sul Virginian e per non essere mai più infelice. E sembrava sicuro che non lo sarebbe mai stato, sicuro come quando suonava al pianoforte e sembrava che i tasti aspettassero quelle note da sempre scritte nella sua testa. Solo alla fine, quando la Virginian starà per essere fatta saltare in aria e Novecento insieme a lui, confesserà al trombettista che tentava di salvarlo il perché di quella sua tanto importante quanto sconvolgente scelta. “Io ci sono nato su questa nave. E vedi, anche qui il mondo passava, ma non più di duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano, ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato a vivere in questo modo. La Terra… è una nave troppo grande per me. È una donna troppo bella. È un viaggio troppo lungo. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Non scenderò dalla nave. Al massimo, posso scendere dalla mia vita. In fin dei conti, è come se non fossi mai nato.” Di fronte all’infinità della vita Novecento ha provato un timore troppo grande, che mai è riuscito a sovrastare perché del mondo vedeva tutto tranne la fine. Ma voi la vedete mai la fine? La vedete la fine del mare? E per questo non vi tuffate? La vedete la fine della vita? E per questo non vivete? Novecento non l’ha vista perché forse non c’è e per non scendere dalla nave è sceso dalla sua vita. Ha rinunciato a tutti i suoi desideri, poteva viverli ma non ci è riuscito e allora li ha incantati tutti uno ad uno dietro di sé. E leggendo il libro potreste ritrovarli, tutti, uno per uno incastrati tra loro a segnare la rotta di questo viaggio strano che forse tanto è stato, fuorché vitascendere dalla nave è sceso dalla sua vita. Ha rinunciato a tutti i suoi desideri, poteva viverli ma non ci è riuscito e allora li ha incantati tutti uno ad uno dietro di sé. E leggendo il libro potreste ritrovarli, tutti, uno per uno incastrati tra loro a segnare la rotta di questo viaggio strano che forse tanto è stato, fuorché vita.

Giusy Mantarro VC

TENACIA – FRANCESCA CARDILE

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TENACIA: Essere fermo e costante nelle proprie idee.  Deciso a proseguire i propri intenti. Credo che un po’ di tenacia faccia bene a tutti. L’avere idee e seguirle, forse una delle poche soluzioni per i problemi. Tutti ci siamo trovati, almeno una volta, davanti ad un bivio, costretti a prendere una decisione, noi, solo noi e la nostra mente ed i nostri pensieri contro il mondo. Prendere decisioni, personalmente, mi viene particolarmente difficile. La paura che ciò che sto per fare possa essere sbagliato si impossessa di me, non facendomi capire più nulla. E spesso mi trovo a seguire la massa, l’idea più “gettonata” anche se all’inizio non credevo fosse la migliore. Pur non essendo ferma nelle mie decisioni, in altri ambiti la mia tenacia è stata molto importante nel conseguimento dei miei obbiettivi. L’unico modo per raggiungere i nostri traguardi è non arrenderci davanti a nessun ostacolo neanche a quelli che sembrano insormontabili. La vera tenacia sta proprio in questo, nel non mollare mai, qualunque cosa ci venga messo davanti. Essere tenaci consiste nel affrontare ogni cosa, anche quella peggiore, a testa alta, dando sempre il massimo. L’avere un’idea propria ed essere intenzionati nel portarla avanti forse è l’esempio più calzante per descrivere la tenacia. Portando degli esempi pratici si potrebbe parlare di Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King…tutti dei grandi che hanno lottato per i loro sogni e per le loro idee fino a quando non hanno raggiunto un traguardo ed hanno ottenuto un grande risultato, nonostante tutte le difficoltà. E’ vero che va anche guardata l’altra faccia della medaglia: la tenacia non è per forza una cosa positiva se viene analizzata il senso letterale. Come già detto all’inizio, l’uomo tenace sarebbe “colui che è fermo”. Esaminando questa definizione la tenacia rappresenterebbe sia il ‘non mollare mai’ che il ‘non cambiare mai’. Quest’ultimo non è del tutto corretto. Bisogna essere tenaci, si, per i propri sogni fino a quando non verranno raggiunti, ma non troppo ostinati nelle proprie idee che è giusto che vengano confrontate e, se è il caso, anche variate e soprattutto evolute. E, come dice Murakami, “Qualsiasi cosa, se rimane a lungo uguale a se stessa, finisce per esaurire a poco a poco la propria energia.”

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MEDICINA SHOCK, STRANO MA VERO – Luna Cilia

PLACEBO E NOCEBO

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Per quanto più volte capiti di sentire queste due parole, associate al termine “effetto” (effetto placebo\effetto nocebo) lo scetticismo e una coltre di nebbia mentale avvolgono le menti della maggior parte della popolazione riguardo questo argomento. Partendo dalle basi : Cosa sono l’effetto placebo e nocebo? Sono leggende metropolitane oppure hanno un riscontro reale nella medicina odierna? La parola placebo e quella nocebo derivano dal tempo futuro dei verbi placere e nocere, letteralmente piacerò e nuocerò, tuttavia il loro significato in campo medico è diverso: per placebo si intende la somministrazione al paziente di un medicinale privo di principio attivo, dal quale può trarre beneficio poiché favorevolmente condizionato dal fatto che crede che la terapia funzioni indipendentemente dalla sua reale efficacia. In sostanza, il nostro corpo, predisposto psichicamente alla guarigione, trae realmente beneficio fisico dalla terapia.images L’effetto placebo influisce particolarmente sul risultato di una terapia: vi è mai capitato di stare fisicamente male e contemporaneamente trovarvi in una situazione di sconforto psicologico a tal punto da notare un peggioramento persino nell’acutizzarsi della patologia? E’ tutto causato da un meccanismo psicosomatico: il sistema nervoso invia impulsi che, in parole povere, induce modificazioni neurovegetative e ormoni mediatori come le endorfine, capaci di modificare la percezione della sofferenza e l’attività immunitaria e cardiovascolare. Potrebbe essere considerato il processo auto-immunitario degli ottimisti che, tanto screditati, grazie ad esso riescono realmente ad affrontare diversamente persino la malattia. Ovviamente anche il riscontro dell’effetto placebo varia di persona in persona (si sono presentati diversi casi di ‘non responders’), nonostante alcune ricerche provenienti dall’università di Harvard hanno stabilito che più persone che hanno avuto riscontri positivi al caso hanno tratti caratteriali comuni. Secondo delle curiose ricerche, inoltre, i credenti guariscono più velocemente degli atei e degli agnostici; che sia per merito del placebo o di una forza a noi sconosciuta, l’interpretazione è più che personale. “È dimostrato che qualunque terapia medica, comprese quelle complementari alternative, se attuata in un clima di fiducia reciproca tra paziente e terapeuta, anche grazie all’effetto placebo, può apportare benefici al paziente stesso. Tuttavia, poiché la consapevolezza dell’effetto placebo da parte del paziente determinerebbe un annullamento dell’effetto stesso, non è possibile alcuna terapia “alternativa” che dichiari espressamente di utilizzare il placebo come proprio metodo di cura. L’effetto placebo non è circoscritto solo ad alcune patologie ma si può manifestare nel corso di terapie sia di malattie mentali che di psicosomatiche e somatiche, potendo coinvolgere quindi ogni sistema o organo del paziente.” Recita wikipedia. 220px-VariabiliPlacebici Ad opporsi alla reazione chiamata placebo, si presenta invece l’effetto nocebo: un farmaco totalmente innocuo, somministrato al paziente, provoca in li effetti insperati e peggioramenti riconducibili ad un comportamento ansiogeno e diffidente per delle aspettative negative riguardo al medicinale : in breve, l’applicazione concreta della rinomata legge di Murphy ha in realtà basi appurate scientificamente, poiché l’idea dell’aver subito la diagnosi sbagliata di una malattia può portare l’organismo a sentirne i sintomi. A questo punto una questione etica ben più ampia trova il suo campo : qualora i suddetti responders placebo fossero a conoscenza della loro capacità auto-immunitaria, l’effetto placebo continuerebbe a funzionare? Se invece i possibili responders nocebo dovessero esser messi a conoscenza di questa loro possibilità, il nocebo si arresterebbe (escludendo la possibilità di placebo) o renderebbero blandi entrambi? La scienza ci sorprende giorno dopo giorno continuando a insegnarci che ignoriamo fin troppe cose e che altrettante non ci sono ancora totalmente chiare.

Luna Cilia VC

SCOPPIA LA GUERRA TRA POVERI – Davide Curcuruto

Ed ecco ancora l’ennesima strage nel mediterraneo: fra i 700 e i 900 morti, 28 superstiti e il mare “in mezzo alle terre” è diventato un cimitero. Ancora e ancora parole ma la volontà di fermare queste stragi non esiste.
Ed ecco ancora le grida e le frasi fatte da talk show che arrivano dalle destre nazionaliste: fermare gli sbarchi e chiudere le frontiere. Cavalcano populisticamente l’onda delle stragi per creare consenso e un capro espiatorio: 80 anni fa la colpa della crisi economica era degli ebrei, oggi la colpa è dei migranti.salvini2-1024x849
Dopo la svolta “lepenista” (da “Le Pen”, il progetto politico di Salvini difatti è sempre più simile a quello del Front National di Marine Le Pen , ndr) di Salvini e della sua Lega Nord che adesso vuole uscire dai confini della “Padania” ed estendere il suo radicamento in tutto il territorio, il capro espiatorio non è più il “Sud Italia parassita” o “Roma Ladrona” ma lo straniero. Qual è migliore escamotage per unire l’Italia da nord a sud se non lo “straniero rom, sinto o negro che ruba il lavoro e viene mantenuto dallo Stato”

Ed è così che inizia la guerra fra poveri: da un lato c’è il nuovo proletariato italiano vessato da politiche neoliberiste e dall’altro c’è il proletariato straniero che scappa da fame e morte create dalle nostre politiche imperialiste e neocoloniali che scatenano in quei paesi guerre terribili.

E’ quello che ha sempre fatto il nazionalismo in fondo: dividi et impera, se gli oppressi e gli sfruttati si fanno la guerra fra loro, non si scaglieranno mai contro il vero problema ovvero un sistema economico selvaggio. E’ la rabbia di una classe media che si sta sgretolando sotto le sferzate dell’austerity ad alimentare il fuoco del razzismo ma la storia deve essere nostra maestra: nel XX secolo ciò ha portato all’avvento del Fascismo e del Nazismo.

Per questo è utile smontare un po’ di luoghi comuni che alimentano il populismo di destra:

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– Gli immigrati clandestini non sono la maggioranza ma anzi sono la minoranza. Essi hanno un   impatto minimo sulla società e anzi rallentano il calo demografico in atto nel nostro Paese. Ricordiamo anche che solo un decimo degli immigrati rimane in Italia.

– Gli immigrati non rubano il lavoro poiché essi svolgono regolarmente professioni “non qualificate” come i lavori domestici che altrimenti verrebbero svolti dai familiari stessi “in nero”. Insomma gli immigrati aiutano a far girare la disastrata economia capitalista versando tasse e   accedendo a servizi che pagano coi loro salari. Non è colpa dei proletari stranieri se i proletari italiani non trovano lavoro, ma è colpa degli imprenditori italiani che delocalizzano le aziende in paesi sottosviluppati e con meno regole costringendo il lavoratore italiano a un aut-aut: disoccupazione o lavoro sottopagato. Spesso gli immigrati lavorano in condizioni veramente raccapricianti se non in regola: picchiati dai caporali o con stipendi da fame.

– Fra gli immigrati non si nascondono i “terroristi”. Ricordiamo che il terrorismo islamico è stato ben finanziato da Paesi e imprese occidentali per impadronirsi dei pozzi petroliferi nordafricani e mediorientali. I terroristi si laureano nelle nostre università, figuriamoci se rischierebbero la vita su un barcone! Il vero terrorismo è quello mediatico che crea la paura dello straniero.

– Le operazioni come Mare Nostrum sono del tutto compatibili con le economie a capitalismo avanzato come quelle europee, considerando anche che essi si alimentano anche con le guerre imperialiste fatte in quei Paesi da cui scappano gli immigrati clandestini.

– Il fenomeno dello “scafismo” ( i viaggi organizzati illegalmente su barconi di fortuna da organizzazioni criminali che lucrano sulla disperazione dei clandestini) sicuramente non verrà fermato bloccando le frontiere e quindi alimentando un traffico umano illegale. Esso potrà essere fermato solo creando un corridoio umanitario e “andando a prendere” queste persone con mezzi efficienti. Ciò avrebbe due conseguenze: distruggerebbe i profitti il traffico illegale di uomini e avrebbe un minore impatto sulle nostre economie di una militarizzazione del mediterraneo ( la spesa militare nel nostro Paese è immensa) funzionale a scatenare altre guerre nel mediterraneo, altra miseria in quei paesi quindi un’immigrazione maggiore.

Premesso che cercare di abbassare i flussi migratori semplicemente facendo affogare i clandestini è assurdamente disumano considerando anche che la miseria in quei Paesi l’ha portata l’Occidente con le sue guerre, si rende necessaria l’apertura di un canale umanitario per l’asilo europeo per i motivi di sopra.
Basta alla guerra fra poveri.
– Insieme a loro per fermare la delocalizzazione delle imprese che crea la vera miseria nei nostri paesi. Per la nazionalizzazione delle grandi imprese.
– Insieme a loro per fermare la politica imperialista che crea guerra e fame nei loro paesi e spese insostenibili. Per l’uscita e lo scioglimento della NATO
– Insieme a loro per fermare i trattati europei che strangolano le nostre economie e per la creazione di un vero programma di salvataggio europeo. Per lo scioglimento dell’Europa del Capitale e tecnocratica e la nascita di un’ Europa democratica dei popoli, sociale e socialista.

La nostra forza sta nell’unione degli sfruttati e nell’internazionalismo: per gli oppressi di ogni nazionalità non esistono interessi nazionali contrapposti ma solo obiettivi condivisi.

DAVIDE CURCURUTO IIIC