Una luce sulla crisi – Davide Curcuruto

Questo è l’anno internazionale della luce e ci da lo spunto per confrontarci su un tema tanto attuale quanto drammatico: le energie rinnovabili. La luce solare infatti costituisce una delle principali fonti alternative di energia e le recenti scoperte assieme al miglioramento degli strumenti per produrre energie da essa(pannelli fotovoltaici ndr) dà di che ben sperare. Eppure tali innovazioni e ricerche non vengono incentivate dai governi e dai mercati, perché? Qui spiega l’attivista Naomi Klein, punta di diamante del movimento altermondista No Global che il problema è tanto il sistema in cui viviamo quanto il nostro stile di vita. Il capitalismo infatti, fin dalla fine dell’Ottocento per arrivare all’apice degli anni Venti col suo “sviluppo incontrollato” e l’industrializzazione folle ha prodotto un grande inquinamento, la logica del profitto è stata messa davanti alla stessa sopravvivenza a lungo termine del consumatore e del pianeta stesso.

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Negli anni ’80 le comunità scientifiche hanno lanciato l’allarme: diminuire le emissioni o soccombere. A questo però è corrisposta la flessione dei mercati, la fine del boom economico e l’avvento della crisi economica. A tale crisi si è risposto con l’austerità e la deregolamentazione. La Klein spiega l’impossibilità di agire nel capitalismo tanto meno in questa fase di “capitalismo deregolamentato” : per arginare la crisi ambientale infatti i governi dovrebbero investire la spesa pubblica in energie ecosostenibili (come l’energia solare) e cercare di cambiare radicalmente il modo di produzione, ma come può accadere ciò se i governi neoliberisti continuano a tagliare proprio sulla spesa pubblica? L’attivista pone l’attenzione sul controllo totale della politica da parte delle elites economiche, un regime antidemocratico ed espressione non degli interessi della maggioranza, ma dei privilegi di una minoranza. La globalizzazione e l’espansione del mercato non sono quindi che l’estremo affondo alle classi sociali inferiori e al Pianeta stessa: le grandi imprese si spostano e vendono ovunque sfruttando risorse e popoli dove ci sono “meno regole” e costringendo i paesi “più verdi” e  “rossi” ad abrogare con norme ambientali e diritti. Un conflitto fra lavoro e ambiente proprio della nostra epoca. Il caso dell’Ilva di Taranto ( azienda siderurgica denunciata per la non osservazione delle norme ambientali che ha posto l’aut-aut: o inquiniamo e facciamo lavorare o licenziamo per pagare le strutture a norma) è emblematico. La “crescita” quindi non è il progresso, quanto ci costerà in termini umani e ambientali questo “progresso” ? D’altronde è il nostro stile di vita stesso a renderci schiavi di queste contraddizioni: siamo i figli del consumismo, siamo “oggetti fra gli oggetti” come dissero i franconfortisti ( scuola filosofica che si occupò di studiare proprio l’uomo nell’era del consumismo ). Ed ecco qui che la luce deve essere per noi una metafora di presa di coscienza dell’insostenibilità di questo stato di cose, una realtà su cui creare nuove risorse e una nuova economia autogestita, la luce di una reale progresso, la luce del “sol dell’avvenir”.

-Davide Curcuruto IIIC

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L’ANNO DELLA LUCE – 2015

 

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Il 2015 è l’anno internazionale della luce e per l’occasione, in tutto il mondo sono state organizzate manifestazioni di vario tipo. La scelta è ricaduta sul 2015 in quanto quest’anno si commemorano un grande numero di scoperte scientifiche legate alla luce. Nel 1815, 200 anni fa, venne introdotta da Fresnel la teoria secondo la quale la luce è un’onda e nel 1865, 150 anni fa, Maxwell descrisse la teoria dell’elettromagnetismo. Nel 1915, 100 anni fa, la teoria della relatività mostrò come la luce fosse il centro di tempo e spazio; nel 1965, 50 anni fa, Penzias e Wilson scoprirono la radiazione cosmica di fondo, residuo di energia elettromagnetica sprigionata dal Big Bang. Queste scoperte ebbero grande importanza e continuano ad avere un tremendo impatto sulle attuali tecnologie. Nel 2015 si celebrano anche i 400 anni dal primo motore alimentato da energia solare. L’università di Messina in collaborazione con il comune ha organizzato tre giornate (30 Marzo, 13 Aprile, 20 Aprile) al palacultura aperte a tutta la cittadinanza su tematiche relative alla luce in diversi ambiti: scientifico,  artistico e filosofico. Sono previsti interventi tenuti da studiosi della nostra università e anche di famose università straniere.

-Giulia Campagna

The shadow behind the train – Capitolo 2 ALESSIA MESITI ANNA ILACQUA

II

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Aika ride. La sua risata non è mai variata in alcun modo da quando l’ho incontrata: sembra che per lei il tempo non scorra mai. I suoi grandi occhi vividi, le sue guance sorprendentemente rosse proprio come le sottili labbra che s’incarcano in un enorme sorriso ogni qual volta una situazione la diverta. La sua concezione di divertimento potrebbe apparire nella norma,data la tenera età, ma non fatevi ingannare:é ben lontana da essa. L’ho capito fin dal nostro primo incontro, risalente a due settimane fa, rannicchiata in un angolo di una buia via di periferia, immersa nell’oscurità e totalmente sola. Cosa ci potrebbe mai fare lì, nella solitudine, una bambina di tale età? Mi sono avvicinato incuriosito e spaventato, rimanendo poi stupito da quello che sarà il primo ricordo che terrò per sempre con me di lei: rideva, persa nel buio, rideva felice, gioiosa. Non so cosa la facesse ridere così, di gusto, non ne ho la minima idea e non credo di aver voglia di scoprire altro, sul suo conto. Da quel momento però mi ha sempre seguito,senza interruzioni o rispondere alle mie domande, nel più totale disinteresse. Effettivamente all’inizio venivo spaventato dal suo costante riso, contornato anche da un bizzarro abbigliamento, insolito, con qualche nota caratteristica dei personaggi circensi:infantili crocchie legate con elastici di perle rosse che infuocavano i suoi capelli nero corvino, sempre perfettamente ordinati. Le scendeva morbida una salopette di raso rosso che le si gonfiava ai fianchi,arricchita da ghirigori dorati che riprendevano il colore della sua camicetta dalle maniche a sbuffo. Il tutto contornato da delle deliziose calze da scolaretta con annesse ballerine lucide dal colore dell’oro fuso. E da quel momento non è mai cambiata: mi segue saltellando gioiosa, senza scopo, sorridendo. Un altro particolare curioso di lei è una bambola logora di pezza da cui non si separa mai, che guarda con amore e tratta con morbosa gelosia. Proprio per questo non ho provato a toccarla, per paura di una sua probabile reazione. -“Scusi…? Cosa sta dicendo…?” La voce della ragazza sembra provenire da lontano,come fossi dal fondo di un pozzo e lei rappresentasse la sua superficie. La sua voce mi ha riportato alla realtà, ero immerso nei pensiero. Aika sta ancora ridendo. -“Come ha detto…?”sembra che più la ragazza parli,più Aika si diverta. Ma…perché non succede nulla? Noi l’abbiamo portata qui,ma perché le luci non si spengono? Sento ancora il rumore fastidio degli stanchi ed antiquati neon. L’ultima lampada in lontananza ha smesso di funzionare. Sta per succedere. La ragazza ci fissa e…buio. Che il gioco abbia inizio.

Anna Ilacqua e Alessia Mesiti

RIMOSSI I CROCEFISSI DALLE AULE: SI APRE IL DIBATTITO AL LA FARINA.

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La redazione del Disinformatore ha recentemente ricevuto da parte di anonimi una valigetta contenente diverse testimonianze risalenti all’occupazione di quest’anno. L’ignoto possessore dei reperti, firmatosi col misterioso nome di C.D.P.S., sembra aver principalmente raccolto informazioni su un evento: la rimozione dei crocefissi dalle aule messa in pratica, presumibilmente, da parte di alcuni rivoluzionari dell’istituto continuamente in lotta guidati da Palmiro Brancaleone. Ad ogni modo, la maggioranza degli studenti, improvvisamente rivelatasi cattolica praticante e tradizionalista, ha prontamente reagito a questo scandaloso affronto organizzando manifestazioni: per un’intera giornata è stato possibile osservare gruppi di flagellanti e di suore aventi il supporto del Papa davanti al La Farina con cartelli e manifesti che recitavano slogan di protesta come “Il crocefisso ai cristiani”, “Italia cattolica” e “Abbasso la scuola laica”. Il coordinatore dei manifestanti, Francesco Bergaglia della III D, ha dunque aperto un dibattito al quale hanno partecipato diversi studenti, in primis Palmiro Brancaleone, Paolo Scavalcacinghie, suo cugino e anche diversi professori di religione. Ha dunque esposto le sue tesi: “Noi ci troviamo in Italia e l’Italia è uno stato cattolico, chi viene in Italia si adegua alla nostra religione, noi a nostra volta rispettiamo la loro religione, ma noi abbiamo il diritto di “esibire” in classe i simboli che contraddistinguono la nostra fede. Non credo che sia scritto da qualche parte che l’Italia è uno Stato laico, perciò gli emeriti idioti che hanno organizzato un atto così offensivo dovrebbero ricredersi e chiedere il perdono, nostro e divino”. Bergaglia ha infine affermato, ribadendo l’ideologia di pace e fraternità del cattolicesimo: E guai se domani mattina non li ritrovo appesi al muro…”

Presto riveleremo nuove informazioni provenienti dalla valigetta di C.D.P.S.

-Ugo Muraca

Pulp Fiction – Recensione, Diana Strano

Sedetevi sul divano, sdraiatevi sul letto, mettetevi comodi. Assicuratevi di avere la mente sgombra. Accendete la televisione, il computer. Mettete “Pulp fiction” e godetevi una serata all’insegna di gag, situazioni imbarazzanti e spargimenti di sangue fumettistici. Il regista è Quentin Tarantino (chi altro sennò?), che nel 1994 con l’uscita di questo film surreale nelle sale firma il contratto per il suo successo. Un cast perfetto, una sceneggiatura strabiliante e un pizzico di follia: la ricetta perfetta per la creazione di un capolavoro, capolavoro che riceverà, nel 1995, l’oscar per la migliore sceneggiatura originale, solo una tra le tante nomination, tra cui anche quelle di miglior attore per John Travolta e miglior attrice per Uma Thurman, fedele braccio destro di Tarantino in molti dei suoi film. Ma che cos’è “Pulp fiction”? “Pulp fiction” è un film che oscilla tra il fumettistico, il giallo e il noir: organizzato su più livelli narrativi, è costituito da tre trame che si intrecciano inizialmente senza un legame. Non pretendete di capire il nesso logico fin dalle prime scene, i tasselli del puzzle andranno al loro posto solo nelle ultime scene.

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Una rapina a mano armata in una tavola calda ad opera di due teneri amanti (Zucchino e Coniglietta). Due killer si ritroveranno in situazioni ben poco piacevoli a causa di un mandato del loro capo, capo che verrà minacciato e violentato da due sadici nel retrobottega di un anonimo negozio. Un pugile, figlio di un soldato caduto in Vietnam, rischia la sua vita per recuperare l’orologio del padre, cimelio storico di grande valore affettivo. Sparatorie, rapine, pistole, giacche e cravatte, camicie bianche inamidate, macchine anni ’80, locali anni ’50, cocaina, eroina. Sballo, sconsideratezza, colpi di mitra. Ecco le componenti essenziali di questo cult apparentemente senza trama (o meglio, dalla trama difficilmente definibile) che segna una svolta nella storia del cinema, tanto da essere ancora oggi considerato tra i maggiori capolavori cinematografici di sempre. Dialoghi ai limiti dell’assurdo che non possono né essere classificati nel banale né nel filosofico, perché proprio da entrambe le sfere prendono la loro originalità. E il tocco folle di Tarantino (che interviene anche come attore, interpretando un personaggio secondario) è la ciliegina sulla torta. Per una volta, non fatevi domande, non pretendete di trovare una spiegazione al perché dei guai che affliggono i personaggi, non cercate un motivo nelle scelte linguistiche e stilistiche del copione. Siate, semplicemente, capaci di essere travolti dal frenetico susseguirsi degli eventi. E capirete cos’è veramente “Pulp fiction”.

Diana Strano

La Malasanità – Giulia Campagna

Numerosi sono purtroppo i casi di malasanità nel nostro paese, inevitabile conseguenza della dilagante corruzione, dei continui tagli al personale e del fatto che sempre più ospedali vengono chiusi o accorpati ad altri rendendo più complesso il raggiungimento delle strutture in caso di emergenza. Sempre più sono infatti coloro che perdono la vita in ambulanza o perché non raggiungono in tempo l’ospedale più vicino o perchéa l’ospedale più vicino non ha posti per accoglierli o ancora perché non trovano nelle ambulanze le strumentazioni di cui necessitano. Negli ultimi giorni ho potuto toccare con mano il risultato delle misure prese nell’ambito sanitario dall’organo governativo; alle 20:00 del 22 Marzo scorso dopo aver sbattuto la testa mi reco al pronto soccorso del policlinico di Messina. Una volta giunta vengo sgarbatamente mandata al pronto soccorso pediatrico dove mi si propone una scena a dir poco allucinante: bambini con virus intestinali, allergie, forte febbre o sintomi vari aspettavano da più di tre quarti d’ora di essere registrati. Mi rivolgo all’organo di vigilanza che chiede informazione ai medici ma tutto quello che ottengo è il solito “non è colpa nostra” con cui tutti si giustificano ancor prima che qualcuno li accusi. Non soddisfatta della risposta parlo con la dottoressa che non mi consente neanche di esporre il mio pensiero e inizia a sbraitarmi contro frasi provocatorie e derisorie.

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Certamente mai avrei pensato di affibbiare alcuna colpa ai medici; questo è uno dei tanti evidenti segni di malasanità nel nostro paese. Noi cittadini e i dipendenti dovremmo essere uniti nell’agire in modo da raggiungere il fine comune di realizzare il sogno, non troppo surreale, di garantire ai cittadini il miglior servizio sanitario possibile. Numerosi sono purtroppo i casi di malasanità nel nostro paese, inevitabile conseguenza della dilagante corruzione, dei continui tagli al personale e del fatto che sempre più ospedali vengono chiusi o accorpati ad altri rendendo più complesso il raggiungimento delle strutture in caso di emergenza. Sempre più sono infatti coloro che perdono la vita in ambulanza o perché non raggiungono in tempo l’ospedale più vicino o perchéa l’ospedale più vicino non ha posti per accoglierli o ancora perché non trovano nelle ambulanze le strumentazioni di cui necessitano. Negli ultimi giorni ho potuto toccare con mano il risultato delle misure prese nell’ambito sanitario dall’organo governativo; alle 20:00 del 22 Marzo scorso dopo aver sbattuto la testa mi reco al pronto soccorso del policlinico di Messina. Una volta giunta vengo sgarbatamente mandata al pronto soccorso pediatrico dove mi si propone una scena a dir poco allucinante: bambini con virus intestinali, allergie, forte febbre o sintomi vari aspettavano da più di tre quarti d’ora di essere registrati. Mi rivolgo all’organo di vigilanza che chiede informazione ai medici ma tutto quello che ottengo è il solito “non è colpa nostra” con cui tutti si giustificano ancor prima che qualcuno li accusi. Non soddisfatta della risposta parlo con la dottoressa che non mi consente neanche di esporre il mio pensiero e inizia a sbraitarmi contro frasi provocatorie e derisorie. Certamente mai avrei pensato di affibbiare alcuna colpa ai medici; questo è uno dei tanti evidenti segni di malasanità nel nostro paese. Noi cittadini e i dipendenti dovremmo essere uniti nell’agire in modo da raggiungere il fine comune di realizzare il sogno, non troppo surreale, di garantire ai cittadini il miglior servizio sanitario possibile.

Giulia Campagna, Liceo Scientifico Archimede

MANX, IL FELINO MUTATO GENETICAMENTE – LUNA CILIA

Il gatto Manx e l’isola di Man

Se vi dicessi esiste una piccola isola, un ex avamposto vichingo, situata nel mar d’Irlanda possedente lo stesso stemma emblematico della nostra beneamata Sicilia, la Triscele, probabilmente rimarreste stupiti. E se vi dicessi ancora che all’interno di questa stessa isola sopracitata, la medesima che vi ha almeno un minimo stupito, durante il corso del XVIII secolo ebbe origine una strana razza di gatti privi di coda e con le zampe anteriori più corte delle posteriori, mi credereste? Probabilmente ridendo rispondereste di no, attribuendo questa storia a una fantasia popolare, magari strutturata sulla stessa falsariga di un mito greco.

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Ebbene eccomi qui per informarvi che, per quanto sembri strano, tutto ciò è vero. Il gatto dell’isola di Man (gatto Manx) nel corso dei lustri ha sviluppato queste strane caratteristiche e una mutazione della colonna vertebrale, le quali vengono attribuite ad una mutazione casuale che,a causa del piccolo ecosistema isolato dell’isola, si è diffuso fino a popolarla totalmente di questi strani felini tramite quello che viene chiamato ‘effetto del fondatore’:una determinata specie in seguito ad un prolungato periodo di isolamento determina lo sviluppo di una nuova popolazione a partire da un piccolo numero di individui che portano con sé solo una parte della variabilità genetica della popolazione originale. Come è ovvio che sia attorno a questa specie nacquero diverse leggende per giustificare questo strano evento: tra le più celebri una afferma che il Manx sia stato salvato da Noè durante il diluvio universale e che, alla chiusura dell’arca, la sua coda fosse stata recisa; altre vogliono che questa invece fosse stata strappata dalle fauci di Cerbero, altre ancora che i guerrieri barbari abitanti dell’isola avessero l’abitudine di tagliare la coda ai propri gatti ogni volta che vincevano una battaglia per decorare i loro elmi (quest’ultima leggermente autocelebrativa e patriottica). 

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nb: per evitare ogni tipo di fraintendimento, a differenza dei nostri amici Palmiro Brancaleone, Paolo Scavalcacinghie e il Suo Illustrissimo Cugino, il gatto di Manx è realmente esistente. Forse, chissà, schiacciati nella porta dell’arca di Noè, insieme alla coda del nostro micio, sono deceduti i nostri due (tre) eroi, alle quali figure potrebbero essere attribuite le figure dei due leocorni. L’illustrissimo Cugino di Paolo, come sempre, si aggrega.

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Luna Cilia, VD

La variabile che diventa costante – Davide Curcuruto

LA MERITOCRAZIA NELLA CONTRORIVOLUZIONE NEOLIBERALE

Lo sentiamo ogni giorno, è quasi un mantra: bisogna premiare i meritevoli, bisogna ripartire dalla meritocrazia.

In piena controrivoluzione neoliberista quando si contraggono le risorse e i diritti diventano un privilegio bisogna inventare nuovi criteri per “distribuirli” e qui subentra la meritocrazia.
Con la meritocrazia si valutano le scuole (pubbliche) “meritevoli” a cui andranno più fondi e quelle “meno meritevoli”, i lavoratori “più esperti” e quelli meno esperti. Insomma, si deciderà chi avrà accesso ai diritti essenziali e chi rimarrà ai margini della società. Eppure cosa importa se le scuole “non meritevoli” sono quelle che hanno bisogno di maggiori incentivi per ingranare? Che importa se il lavoratore meno esperto è semplicemente quello che non aveva i soldi per prendere il trentesimo attestato? Nulla, siamo in “crisi”. Questo è l’ennesimo mantra.
Ormai siamo così narcotizzati dai mass media, dalla politica e dal sistema stesso che siamo propensi a pensare che ciò sia anche giusto.
Questo è ciò che Antonio Gramsci (storico leader del Partito Comunista d’Italia, ndr) chiamerebbe “egemonia culturale”: Gramsci riteneva che i modi di pensare fossero espressione dei sistemi vigenti ma che allo stesso tempo influenzassero le stesse persone facendole conformare al sistema e non facendo notare loro le sue contraddizioni.
La meritocrazia in un sistema capitalista è quindi lo strumento delle classi dominanti per mantenere il proprio status quo e scatenare una “guerra fra poveri” utile a ciò.
Quando il diritto diventa privilegio, la corruzione poi è dietro l’angolo, da sempre.

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L’assurda teoria è supportata da una presunta “scientificità” che porta alla concezione di meritocrazia=valore assoluto come se fosse economia o matematica, non considerando affatto le variabili di base che lo scrittore Carmelo Albanese nel suo libro “Il feticcio della meritocrazia” identifica in: spazio, tempo e comunità di riferimento. Difatti una persona può essere “meritevole” in una momento, in un determinato luogo e in riferimento a quella comunità e non possono esistere criteri assoluti e immutabili per questo, nessuno può dare certezza dello stesso merito  in situazione diversa. Le variabili sono infinite e quindi il merito è un valore relativo. Chi giudica sul merito imposta delle regole e dei criteri ma chi giudica il merito dei giudicatori? Un’ altra commissione? Così a risalire fino all’infinito ottenere un valore assoluto. Sappiamo anche con quali criteri spesso vengono valutati , ad esempio, gli studenti: puro nozionismo avulso da ogni capacità critica, proprio come vuole il nostro sistema, sudditi non cittadini, sottomessi non uomini liberi. La meritocrazia, nella sua freddezza e presunta scientificità non considera ovviamente le situazioni contingenti lasciando indietro “gli ultimi” e quasi sembra basata su un terribile “darwinismo sociale” che sa sempre più di Ottocento (Charles Darwin fu uno scienziato teorico dell’ “evoluzionismo” e riteneva nell’evoluzione e nella lotta per la sopravvivenza sopravvivessero solo le specie più forti, ed il “Darwinismo sociale” fu quella dottrina filosofica affermatasi a fine ‘800 nei sistemi liberali che voleva trasportare questo concetto nella società umana, ovvero che nella lotta per la sopravvivenza solo le classi sociali, le più sarebbero sopravvissute e ciò era scientificamente giusto, ndr). I comunisti e la gente di sinistra non fanno distinzioni! Sono falsi buonisti! Questo è il mantra per chi si oppone a questa logica. Io credo che oltre la mera retorica il merito per una determinata cosa, possa essere premiato in una società egualitaria dove tutti hanno le stesse possibilità di riuscire, dove il diritto sia diritto e dove il privilegio non esista.D’altronde lo stesso Karl Marx diceva: “Da ognuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni” questo vuol dire proprio dare a ogni uomo la possibilità di esprimersi secondo le sue propensioni che sono molteplici e diverse in ogni uomo.

Insomma il merito è merito solo in una società socialista in un determinato campo di azione

-Davide Curcuruto

Cos’è la libertà? – Recensione: Il Gabbiano Jonathan Livingston ( Giusy Mantarro )

“Il gabbiano Jonathan Livingston”: un invito alla libertà

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“Jonathan è quel vivido piccolo fuoco che arde in tutti noi, che vive solo per quei momenti in cui raggiungiamo la perfezione”

Cos’è la libertà? Libertà è essere se stessi, libertà è amare, libertà è riempirsi il cuore di gioia e il volto di luce, libertà è essere felici, libertà è volare valicando ogni giorno i propri orizzonti. Di questo e di tanto altro si parla nel celeberrimo libro “Il gabbiano Jonathan Livingstone”, romanzo del 1970 scritto dall’aviatore americano Richard Bach. Esperto conoscitore del cielo e dei suoi segreti, da sempre affascinato dal volo, egli sceglie come protagonista del suo romanzo un uccello particolare: il gabbiano Jonathan Livingston. Fin dalle prime pagine è evidente che non si tratta di un gabbiano come tutti gli altri: “Il piccolo e anticonformista Gabbiano Jonathan riesce ad intravedere una nuova via da poter seguire, una via che allontana dalla banalità e dal vuoto del suo precedente stile di vita, e comprende che oltre che del cibo un gabbiano vive della luce e del calore del sole, vive del soffio del vento, delle onde spumeggianti del mare e della freschezza dell’aria.” A differenza degli altri uccelli della sua specie, interessati esclusivamente a procacciarsi il cibo, Jonathan ha un altro scopo nella vita: imparare l’arte del volo e raggiungere la perfezione. Con questa scelta vuole riscattare tutta la sua specie: “Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo d’essere creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a volare!” dice Jonath, che vuole invitarci a scommettere su noi stessi, a dare sempre il massimo e ad inseguire i nostri sogni. Il suo è un appello contro il conformismo, contro la staticità, contro l’apatia. Quello di Jonathan è un invito a vivere. Non compreso dalla famiglia e dagli amici, incapace di abbandonare i propri sogni e di comportarsi come tutti gli altri, viene bollato come reietto ed esiliato dal Consiglio degli Anziani. Fuori dal gruppo, Jonathan non può fare altro che continuare nella sua impresa e trascorre tutto il tempo che ha ad esercitarsi. Ed è proprio durante una delle sue esercitazioni che incontra due gabbiani dalle piume splendenti, che lo convincono ad andare con loro in un mondo nuovo. 

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“Il gabbiano Jonathan Livingston, ormai diventato bestseller, ha venduto più di due milioni di copie in tutto il mondo”

Ormai anziano, Jonathan termina un corso per iniziarne un altro, per volare ancora più in alto, per trovare la felicità piena. Nel mondo in cui approda tutti amano volare, proprio come lui, è un posto astratto ma quasi perfetto, certamente migliore del mondo precedente. Innovazioni che non riguardano solo l’ambiente, ma correlate all’animo stesso di Jonathan, alla sua crescita interiore perché “scegliamo il nostro mondo successivo in base a ciò che noi apprendiamo in questo.” Le grandi doti di Jonathan vengono riconosciute dall’abile gabbiano Sullivan, che diviene suo mentore e amico. Divenuto discepolo del saggio gabbiano Ciang, si allena a lungo per imparare a volare alla velocità del pensiero, per superare la soglia del “qui e ora” e per valicare confini interminabili al di fuori dello spazio e del tempo. Acquisisce tanta sicurezza e impara ad amare se stesso, a credere nelle sue capacità, a fidarsi dei suoi pensieri. Capisce di essere un gabbiano perfetto senza limiti né limitazioni e impara ad arrivare in qualsiasi luogo desidera, semplicemente credendoci. Il volo, però, è solo un passo avanti verso l’espressione della nostra più vera natura. Adesso arriva per Jonathan la parte più difficile e importante: capire il senso della bontà e dell’amore. Non basta essere liberi per raggiungere la perfezione, bisogna essere capaci di amare. Jonathan riflette a lungo sull’amore e cresce in lui il desiderio di tornare sulla Terra, in quel luogo da cui era stato cacciato, presso coloro che lo avevano disprezzato e rifiutato. Desidera mettersi a loro servizio con grande umiltà e donare una parte di sé. Perché amare è donare, donare se stessi. Quando decide di tornare finalmente a casa, tutti apprezzano le doti “divine” di Jonathan, ne restano affascinati e lui capisce di essere nato per fare l’insegnante, trova la sua strada. Questo libro è per ogni lettore fonte di apprendimento vero e, paradossalmente, ci insegna che siamo proprio noi i più grandi maestri di noi stessi: dobbiamo esercitarci ad essere noi stessi. Per riuscirci, seguiamo gli insegnamenti di Jonathan e impariamo anche noi a volare e ad amare: “Non dar retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola.”

-Giusy Mantarro

The shadow behind the train (racconto a puntate) ALESSIA MESITI E ANNA ILACQUA

CAPITOLO UNO

10726449_1630905920454164_753488209_n-“Grazie ancora e scusa per il lavoro extra. Le tue ore in più svolte oggi verranno aggiunte alla busta paga. Stai attenta nel tornare a casa,é molto buio. Queste vie sono parecchio isolate di notte,dovrebbero migliorare l’illuminazione”. -“Grazie a lei. Non si preoccupi,starò attenta,come sempre. Buonanotte,a domani”. Osserviamo questa strada:é buia,silenziosa,non si distingue nulla oltre l’oscurità. Questa notte odora d’umido, l’aria è secca, immobile. La stiamo aspettando, s’incammina verso di noi, ma lei non lo sa. Vi descriveremo questa notte in modo neutrale per il sol gusto di farlo. Perché dite? Chi siamo? Non risponderemo né alla prima né alla seconda domanda. Non è ancora il momento. La ragazza sembra molto preoccupata, cammina lentamente con ritmo affaticato, è stanca fisicamente: dal suo respiro trapela ansia. Capiamo il suo avanzare dal rumore dei passi sull’asfalto bagnato: dai lampioni cadono gocce d’acqua. Tic,tic,tic,tic. Il giallo scolorito della lampadine si accende ad intermittenza delineando i contorni dell’ambiente circostante. Effettivamente è proprio una brutta strada… Il nome della ragazza ancora non lo sappiamo ,ma sappiamo del suo facile coinvolgimento alla paura:il buio la opprime, stasera più delle altre. I suoi occhi vagano alla ricerca di un qualcosa che non esiste se non nella sua mente. Qualcosa? Qualcuno? Lasciamo scegliere a voi. Si avvicina al lampione bramando la luce, come fosse un appiglio illusorio che non le è dato trovare. Ruotiamo la visuale, focalizziamo la nostra attenzione sul lampione: tic,tic..tic..tic. Ai nostri occhi sembra quasi sparire nella notte. Tramite dati a noi forniti conosciamo già il tragitto da lei compiuto giornalmente: ora si dirige verso la stazione. Questa notte sembra fare al caso nostro:l’unico treno che porta ritardo è quello che dovrà prendere lei. Si addentra all’interno della stazione e scruta gli elementi circostanti: i binari desolati, il silenzio livido contornato dai fastidiosi rumori del neon sopra di lei, dalla chiara luce. Non è un ambiente nuovo, ma oggi non sembra tale: non trova nessuno ad aspettare l’arrivo di alcun treno, seduto sulle panchine, che invece sembrano soffrano la loro improvvisa solitudine. Non c’é nessuno ad inserire monete all’interno dei distribuiti automatici, proprio come alle inesistente file alla biglietteria. Tutto tace, solo il suo cuore emette dei flebili ma assordanti battiti. Alza lo sguardo verso il tabellone degli orari che stasera segna l’arrivo solo del treno da lei aspettato,ma stranamente porta per la prima volta un ritardo notevole. Il cestino della spazzatura è vuoto,il tabellone deserto,le mattonelle bagnate senza alcuna traccia di passi se non quelli lasciati da lei. Perché questo ritardo? Si avvia verso la biglietteria per chiedere informazioni, ma è vuota. “Torno presto!”,é scritto in un pezzo di carta attaccato al vetro. Sente improvvisamente uno strano stridore, si gira, cerca qualcosa con lo sguardo. La panchina in fondo a destra non è più vuota, intravede la sagoma di qualcuno. Bhe, ci siamo noi due. Tenere a bada il riso di Aika è davvero impossibile per me, fa troppo baccano. Il colorito della ragazza cambia, ci fissa, si avvicina. -“Scusate..l’unico treno che stasera dovrebbe fare tappa qui porta un insolito ritardo. Aspettate anche voi il suo arrivo?” -“Aspettiamo anche noi,è vero. Non ciò che che credi tu,però”. Aika ride.

Alessia Mesiti e Anna Ilacqua