1° IMMAGINE DELLA SETTIMANA – GIULIA CAMPAGNA

IMMAGINE:

“Tutti noi incontriamo ostacoli, tutti noi veniamo feriti, è facile lasciare che i frammenti delle nostre aspettative deluse occupino i nostri pensieri e ricoprano fino a sotterrare la nostra felicità e la nostra spensieratezza.
Le sfide che la vita ci lancia spesso ci portano a pensare che il dolore che proviamo non avrà mai una fine. In questi momenti a incidere negativamente sulla nostra infelicità è la tendenza di ognuno a chiudersi nei propri problemi e a scivolare nella solitudine che ci accomuna tutti. Tutti ci sentiamo soli, pensiamo che nessuno possa capirci, ma proprio il fatto che siamo tutti accomunati da questa piaga dovuta al nostro modo di vivere frenetico, alle ansie di tutti giorni, dovrebbe farci capire che non siamo soli, che nessun inverno è interminabile e farci affrontare ogni giorno con innata positività. Personalmente credo in una sorta di giustizia divina: l’intensità del dolore che proviamo e la durata dell’inverno che attraversiamo sono direttamente proporzionali alla gioia che proveremo.
A questo proposito condivido in pieno il testo di una canzone che ormai ho adottato come stile di vita “Beautiful that way” di cui vorrei riportare alcuni versi tradotti in italiano:

“Conserva la risata nei tuoi occhi, presto verrà premiato il tuo aspettare. Non dimenticheremo i nostri dolori e penseremo ad un giorno più allegro perché la vita è bella così.”

D’altro canto è vero, affrontare i problemi con serenità, per quanto complesso possa essere, ci aiuta a superarli con uno spirito differente che ci allontana dalle ansie e dalle insicurezze, nessun ostacolo è insormontabile. Dovremmo considerare ogni sorriso mancato un rimpianto, e ogni dolore un incentivo al nostro carattere che matura con ogni sofferenza.

L’uomo dovrebbe apprendere dalla Natura che trova sempre una strada, supera ogni ostacolo: anche tra le rocce nascono i fiori.”

GIULIA CAMPAGNA LICEO SCIENTIFICO ARCHIMEDE

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China Town – Alessia Mesiti

E così da questa settimana “Il Disinformatore ” decide di dare l’opportunità a noi scrittori-e non- di poter parlare anche in chiave musicale. Per questa settimana ed anche per iniziare “col botto”,abbiamo scelto una traccia del grande Caparezza, “China Town”, dall’album “Museica”. Per fare un accenno a chi sia Caparezza, in caso qualcuno ancora non avesse sentito nulla dei suoi pezzi, è uno dei più grandi rapper e cantautori dal caldo sangue italiano, che probabilmente sarà proprio questo ad influenzare i testi dei suoi pezzi: narrano di verità celate da allusioni metaforiche,sono pungenti, satirici, umoristici, scritti con l’obiettivo di far cantare la realtà dei fatti con più forza possibile,usando basi musicali che dopo essere state assimilate dalla mente dopo un solo ascolto,si aggrappano ad essa senza mollare la presa. Ma “China Town” invece nasce con l’obiettivo di descrivere la bellezza di un’ipotetica città d’inchiostro portatrice dell’amore di un uomo verso la scrittura, a tal punto che, citando,”l’inchiostro scorre al posto del sangue”. Per chi ama scrivere, questa canzone è un cavallo di battaglia dalle magnetiche parole, che riescono ad identificare tutti noi che della penna ne abbiamo fatto un’arma e una salvezza, un veleno ed una medicina. Noi che alle parole ci siamo avvinghiati perché sembravano il giaciglio più caloroso, dopo aver percorso strade impervie, dagli “Appennini alle Ande”, a noi che ci hanno riempito di medicine con il solo scopo di diluire la nostra linfa con la loro squallida melma informe. Caparezza riesce a farci immedesimare fin dalle prime note nell’atmosfera formatasi: iniziano a muoversi lenti i tasti del piano, acquisiscono ritmo, luce, importanza e poi viene lui, la sua voce ritmata. “Non è la fede che ha cambiato la mia vita ma l’inchiostro,che guida le mie dita,le mie mani,il polso”. La fede religiosa messa sullo stesso piano con l’importanza che la scrittura ha saputo acquisire nella sua vita,non riesce a reggere il confronto,che  distanzia le due fazioni in modo abissale. Le parole hanno caratterizzato le azioni di tutti noi,ci hanno guidato, segnato, mostrato verità atroci e dolci bugie,guidato per strade tortuose e semplici vie,ci hanno dato l’opportunità di cambiare e di far cambiare. Loro, le parole che con la loro presenza hanno segnato il corso delle storia, che hanno messo per iscritto vicende senza tempo nel silenzio di chi non poteva comprendere. Le parole che ci hanno svelato i misteri dei secoli precedenti ed i sentimenti perduti di cuori morti, sopraffatti dalla morte terrena, ma non nello spirito,rimasto incastrato tra quelle pagine che non andranno mai bruciate. Quelle parole che ci hanno mostrato le innumerevoli vie spianateci prima del nostro arrivo e che già troviamo preparate,come se sempre fossero state lì ad attendere il nostro arrivo. Quella storia fatta e racchiusa nella città della China dove tutto rimane immutato,dove Mozart prendeva il proprio inchiostro per scrivere le note sul suo pentagramma,dove dal calamaio Dante scriveva i suoi versi che narrano di anime in pena vaganti per mondi surreali, dove Carroll con la sua penna scriveva storie di viaggi per dimensioni stravaganti e matte,al cui interno ci si rispecchiava profondamente. E tutto questo veniva fatto con la potenza delle parole, l’espressività del linguaggio che ignorava i silenzi impercettibili alla parola scritta che invece, nonostante questo, riusciva a custodirli gelosamente, tra una virgola e un lacrima caduta sul foglio, sbavando ciò che si era scritto. E come dice Caparezza, la città della China esisteva da prima che facessero irruzione i social network, che hanno permesso di farci privare di un fluido sguardo sognante ad una fredda schermata luminosa. La città della China esistente al sol scopo di mantenere intatta l’immortale bellezza della carta, del suo odore paragonabile ad un distillato della felicitá: distillato che ci cura, senza limiti di tempo o barriere, medicina universale e immutabile, che non si disperde nelle epoche. Una città d’inchiostro “prodigio che dà voce a chi non parla, a chi balbetta”. Inchiostro che usiamo come regal costume che ci riveste quando la voce non riesce a farsi vedere,quando il mondo attorno a noi inizia a tremare sgretolandosi come se volesse farci cadere giù, sempre più giù. Terra Santa, Gange, La Mecca: luogo sacro d’approdo verso chi ha creduto nel dominio incontrastato delle parole. Felice terra che con il suo tepore ci ha accolti senza parlare, dandoci un foglio bianco da poter riempire: non un modulo d’iscrizione, né un lasciapassare, la città della China accoglie tutti. E se davvero volete curarci, non dateci gocce, pillole o chissà quale altra medicina, dateci un calamo: polverizzate i nostri mali. La città della China, in fondo, è un luogo senza meta, senza tempo, senza fissa residenza, però tutti la cercano nel posto sbagliato: non è lontana. Nascondetevi come “una caccia al calamaro” tra l’inchiostro, perdetevi, mascherate la vostra essenza, divenite qualcun altro che non sia voi, smarrite la strada quando  vi ritrovate davanti un foglio bianco, ma non dimenticate mai da dove venite. Scrivete così tanto da esaurire tutto: fogli, inchiostro, tempo, voglia, parole. Non scordate però che la fonte prima è infinita,il luogo immortale e che “la felicità costa meno di un pound”.

ALLARMISMO (GIULIA CAMPAGNA & FRANCESCA CARDILE)

Viviamo in una società in cui ha più influenza il giornalismo delle televisioni rispetto a quello della carta stampata. L’immagine ha un impatto maggiore rispetto a quello degli articoli pubblicati sui giornali; la maggior parte della gente si rifiuta di leggere articoli e testimonianze e apprezza, invece, servizi in tempo reale con notizie spesso amplificate dalla televisione. Questo aspetto della società moderna è stato ampiamente sfruttato dal gruppo armato che nel giugno 2014 ha assunto il nome di stato islamico (Isis).
In alcuni casi i giornalisti europei si sono occupati dell’avanzamento dell’Isis e delle sue azioni di guerra in maniera scorretta creando notevole allarmismo. Si enfatizza la possibile presenza di terroristi sui barconi provenienti dalla Libia e la possibile reintroduzione del servizio di leva obbligatorio in Italia.
I video delle esecuzioni pubblicati in rete, nei quali i combattenti dell’Isis uccidono brutalmente giornalisti e civili suscitano ovviamente terrore e raccapriccio in una società già provata dal continuo arrivo dei migranti. Il più grave errore di comunicazione che si può commettere è quello di sostenere la facile equazione “Mondo Arabo = Terrorismo”. Un aspetto che spesso non viene evidenziato da una parte del giornalismo nazionale è il fatto che anche una parte del mondo arabo condanna le riprovevoli azioni dei combattenti islamici dai quali non si sente affatto rappresentata. In questo contesto fazioni politiche xenofobe possono approfittarne e “soffiare sul fuoco” della paura. Il ministro della difesa si è dichiarato pronto ad un eventuale intervento militare. Per l’anno 2016/2017 è stata anche proposta, in caso di emergenza, il rientro in vigore del servizio militare obbligatorio per tutti i ragazzi e ragazze dai 17 anni in su.
I media dovrebbero occuparsi dell’avanzamento dell’Isis e preoccuparsene in maniera costruttiva evitando di creare inutile allarmismo. I retrogradi dell’Isis non possono avere la meglio su una società democratica come la nostra.

FRANCESCA CARDILE IV A
GIULIA CAMPAGNA LICEO SCIENTIFICO ARCHIMEDE

Isola (DIANA STRANO)

“Ho sempre associato l’idea di isola a quella di pace, serenità, alienazione dai problemi del quotidiano. Sarà che ho quattordici anni e sono quattordici anni che vado a Lipari tutte le estati, e quando mi ci reco per me è una fuga da Messina, da tutto e tutti; sarà che l’ultima volta che ci sono stata stavo leggendo Cent’anni di solitudine di Marquez, e il suo stesso Macondo per me era un’isola, una radura nel bel mezzo di una giungla, l’oasi nel deserto di una torrida estate passata sotto il sole.
Le isole più belle in cui possiamo rifugiarci, però, sono le persone: ognuno di noi, per tirare avanti, per non cadere, ha bisogno di qualcuno su cui naufragare, con cui perdersi e dove trovare riparo dalla perpetua tempesta della propria vita. Un’isola, non tanto un’oasi, perché vorrebbe dire che il proprio animo è deserto, né una radura, perché rappresenterebbe un luogo facilmente attaccabile dalle belve di un sottobosco brulicante di fiere selvatiche (e non augurerei a nessuno di trovarsi in situazioni tanto catastrofiche). Una persona con cui affrontare i problemi, che ti ascolti, ti assista, ti faccia desiderare di tornare alla vita di una confusionaria città con il sorriso sulle labbra. Che ti faccia stancare di essere protetto e ti dia un nuovo pretesto per metterti un gioco. Come quando si è a Lipari, e dopo dieci giorni ci si sente addosso la voglia di tornare a casa quasi come la salsedine che resta sulla pelle appena riemersi da un bagno nel mare, nelle nostre menti è più un “torniare all’inciviltà”, perché nei luoghi dove decidiamo di arenarci e rifugiarci persino i pergolati di fiori, i ruscelli scroscianti, la bellezza e l’esotico diventano la nostra civiltà, nonostante l’assenza di case, macchine, compiti a casa,di amici traditori e cellulari rotti, non ci siano calcinacci di scuole dai muri scrostati e polemiche politiche. Tutto diventa, improvvisamente, non indispensabile, e l’inutile diventa bello e risanatore per le ferite. Le persone-isole popolano il pianeta in modo impercettibile e invisibile , non si fanno notare, non si possono cercare. Trovarle è tutta una questione di forza magnetica: gli individui destinati a trovarsi lo faranno, e saranno l’uno rifugio per l’altra. Se cercate un’oasi, siete fuori strada: sarebbe un ottenere acqua e dolci frutti, ma finire imprigionati in una dipendenza costante da quel luogo.
Per questo dico:
siate le isole, non le oasi, delle persone.
Accoglietele in voi per ridarli alle città,
ma costringetele a tornare, tenetele per sempre.”

Diana Strano VC

Manifestazione 14 Febbraio – Diana Strano

Sabato 14 febbraio si è tenuta un corteo che ha visto partecipanti circa tremila dei cittadini messinesi –e non solo-, che hanno manifestato per abrogare il piano di tagli dei treni a lunga percorrenza da e per la Sicilia, in nome di una regione già piegata dalla marginalizzazione che rischia seriamente di essere esclusa dal trasporto pubblico nazionale. La manifestazione è stata lanciata dal Movimento Popolare Quattordici Febbraio, che ha visto firmanti e partecipanti i seguenti partiti, sindacati e sostenitori:

Sindacato OR.S.A. Sicilia, Sindacato Snater, Sindacato Autonomo Precari Messina, Sindacato S.U.L. (Gioia Tauro), Federazione Unitaria Lavoratori, Sicilia Libera, Movimento Cinque Stelle, Meetup “grilli dello Stretto”, C.S.O.A. Cartella (Gallico R.C.), Fronte della Gioventù Comunista, Reggio Calabria, Rifondazione Comunista , Partito Comunista D’Italia, Partito Comunista, Cambiamo Messina Dal Basso, Associazione Ferrovie Siciliane, Comitato Pendolari Siciliani, Comitato Pendolari Messina, La Casa Rossa Messina, Collettivo Sempre in lotta, Pinelli Messina, L’altra Europa Messina (Lista Tspiras).

Tra i partecipanti all’evento si sono annoverati anche alcuni rappresentanti della nostra scuola, i quali, seppur di liste e collettivi diversi, si sono uniti per il raggiungimento di un obiettivo comune: il risanamento delle ferite di una Sicilia che da troppo tempo viene colpita brutalmente da tagli e riforme barbare che non hanno a cuore il benessere dei suoi abitanti.

Le richieste ufficializzate da parte della cittadinanza sono, citando il documento fornito dal Movimento Popolare Quattordici Febbraio:

• immediata sospensione del piano di dismissione presentato da ferrovie;
• garanzia e potenziamento del diritto costituzionale alla continuità territoriale ferroviaria fra la Sicilia e il continente;
• completamento e ammodernamento dell’infrastruttura ferroviaria regionale;
• ammodernamento e potenziamento della flotta navale ferroviaria col fine di dimezzare i tempi di attraversamento con treno a bordo;
• ammodernamento dei convogli ferroviari interni alla regione ed a lunga percorrenza;
• contratto di servizio regionale che garantisca un sistema ferroviario pubblico, fruibile e moderno;
• mantenimento dei livelli occupazionali, stabilizzazione dei lavoratori precari e ricollocazione dei lavoratori dell’indotto rimasti senza reddito
• blocco del processo di privatizzazione della società “Ferrovie dello Stato”
• blocco delle privatizzazioni dei servizi essenziali
• Abbattimento delle barriere architettoniche nelle stazioni

Il corteo è partito da piazza Municipio, in cui i partecipanti si sono riuniti alle ore 9 di sabato mattina, e ha attraversato corso Cavour per poi dirigersi verso la stazione. I manifestanti hanno concluso la marcia alla stazione marittima, dove alcuni esponenti del movimento Giovani Comunisti saliti sul tetto hanno appeso uno striscione recitante “Popolo messinese alla testa”, sventolando la bandiera rossa e accendendo un fumogeno giallo.
La manifestazione si è conclusa con alcuni interventi di pendolari e del sindaco Renato Accorinti, che hanno espresso le loro opinioni in merito alla manifestazione e al piano di tagli ufficializzato. I manifestanti hanno dunque sciolto le file, lasciando la città in mano al loro operato, nella speranza che ciò che avevano fatto fosse servito a qualcosa.

A colpire me, come tutti i partecipanti, è stata la scarsa partecipazione dei ragazzi delle scuole messinesi che erano una minoranza fin troppo esigua nelle fila dei manifestanti.
Voi, che di sabato mattina siete rimasti nei vostri caldi lettini
Che avete fatto colazione al bar
Che siete andati a pranzo dalla nonna
Avete pensato che per una volta la vostra presenza sarebbe stata indispensabile, fondamentale?
Voi, che quando facciamo le manifestazioni ve ne andate sul viale appena si gira a Piazza Cairoli
Che vi improvvisate sessantottini per venti giorni a dicembre
Avete mai pensato che, senza i trasporti, noi in questa martoriata Sicilia avremmo tantissimi problemi a spostarci, a viaggiare, ad andare in gita?
Non venite a dire che la cosa non vi tocca personalmente.
Grazie a coloro che sono scesi in piazza, sabato scorso, la manifestazione ha avuto esito positivo: da Roma è giunta infatti la notizia che i tagli previsti per i treni da e per la Sicilia non saranno attuati.
Questo a perpetuo monito di coloro che, con la loro assenza, hanno dimostrato non solo disinteresse nei confronti della propria cittadinanza, ma anche e soprattutto sfiducia nei confronti dei manifestanti: come potete ben vedere, se si vuole le cose si possono cambiare

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Diana Strano, VC

Subliminale – Giovanna Letizia

Subliminale. Non appena sento questa parola, percepisco il suosignificato psicologico, e ovviamente mi riferisco ai messaggi subliminali. Chi, fra noi, non ha mai sentito parlare di pubblicità subliminali o di cartoni animati con messaggi subliminali? La televisione ne fa scandalo, ma io, personalmente, li trovo affascinanti. I messaggi subliminali lasciano il segno nel nostro subconscio, senza farceli avvertire consciamente. Possono essere a sfondo sessuale, satanico o, più precisamente, contengono riferimenti alla misteriosa setta degli Illuminati la quale, si dice, controlli il mondo e ogni essere che ci vive (coincidenza?). Noi non abbiamo grandi notizie di ciò che riguarda satana e delle sette che ne estendono il culto, ma potrebbe esserci stato impresso, in un modo o nell’altro ..con la buffa camminata di Topolino forse? Talvolta i messaggi subliminali sono evidenti, altre volti vengono tratti da arzigogoli, il che non solo li rende poco credibili, ma rende la gente più suscettibile all’argomento. Ma pur di fare scandalo questo e altro, purtroppo.. I messaggi subliminali possono essere visivi, ma anche uditivi. Soprattutto le parole riescono a “persuaderci” , con inni a satana o incitamenti sessuali. Conosciamo tutti i Beatles, una band storica non solo per lo stile musicale ma anche (e oserei dire soprattutto) per l’alone di mistero che la circonda. Il front man di questa band, Paul McCartney, si dice sia morto il nove novembre del 1966, in un incidente stradale, quindi sostituito da un sosia. Da quella notte gli altri membri hanno cominciato a inviare messaggi subliminali (nella canzone I ‘m so tired, scritta dopo la fatidica data del ’66, John Lellon, alla fine della canzone, sembra borbottare ..ma se si ascolta questo borbottio al contrario, è più che evidente la frase ” Paul is a dead man, miss him miss him” .. “Paul è morto, mi manca mi manca) come per dare prova che il cantante fosse morto veramente, laddove si crede sia solo una leggenda metropolitana. I Beatles devo ammettere che sono stati spunti delle mie ricerche per un po’di tempo, dato questo loro alone di mistero e…subliminalità. Ovviamente di ciò che cercano di trasmetterci nulla è certo.. così come non è certo che non sia certo (scusate il gioco di parole) . Per non parlare poi del probabile messaggio subliminale più famoso in assoluto, cioè il “666” nella sigla caratteristica della Disney. Ad ogni modo, credo che il mistero, cosi come ogni cosa che ne concerne, debba essere esplorato con i dovuti atteggiamenti, cioè senza scandalizzarsi o altro. Il buio, per essere esplorato, ha bisogno di essere toccato, sfiorato. Se si usa la torcia elettrica, esso sparisce.

Giovanna letizia, IV F

trethiusa la torcia elettrica, esso sparisce.

Giovanna letizia, IV F

Orizzonti – Alessia Mesiti

[…]Ovviamente non si può generalizzare, ma grossomodo la gente si può dividere in due categorie. Quelli che hanno una visione globale delle cose,e quelli che ne hanno una visione limitata. Io direi che appartengo piuttosto alla seconda. Però non mi sono mai posto il problema se la mia limitatezza sia qualcosa di giusto o meno. Da qualche parte bisogna tracciare una linea,e per me la linea è quella. Ma non tutti la pensano così.”

-H. Murakami,”La fine del mondo ed il Paese delle meraviglie”

Quasi in tutti i miei articoli riesce ad insidiarsi una sua citazione,ma le parole di quest’ultimo non riescono a non darmi l’ispirazione. Grossomodo ciò che dice Murakami corrisponde al vero,anche se entra in conflitto con la frase del nostro Hugo,allegata alla parola della settimana, ovvero “orizzonti”. Ideologicamente parlando,non si può smentire in alcun modo il fatto che i vasti orizzonti generino appunto,le idee complesse,ma ricordiamoci prima di tutto che l’orizzonte di per sé, non esiste. L’orizzonte nasce come presunto luogo in cui il mare ed il cielo riescono ad unirsi:naturalmente però, l’orizzonte non è altro che un gioco di prospettiva,che ci mostra una linea immaginaria formatasi dalla nostra lontananza mentre fissiamo un punto distante quale il mare,illudendoci del fatto che questi due amori platonici dell’uomo si uniscano. Dovunque si rivolga il nostro sguardo,l’orizzonte non scompare,rimane sempre lì,quasi a delimitare il nostro mondo e da questo nasce il parallelo significato metaforico secondo cui i nostri orizzonti, delimitandoci,formino i nostri limiti. Essi esistono per essere oltrepassati,ma gli orizzonti mi piace immaginare che invece nascano per essere ammirati,non sfidati,per essere soggetti della nostra meraviglia,non delle nostre battaglie interiori. Noi abbiamo degli orizzonti lontani dalla nostra persona in cui,nell’immaginario,si uniscono le due metà dell’animo:perché dovrebbero essere sfidati? L’orizzonte più distante si trova,più poetico e pragmatico riesce a porsi nella nostra mente e quindi ci spinge a raggiungerlo, sfiorarlo, sorprenderlo e farlo nostro. I piccoli orizzonti invece generano idee ristrette,ma questa verità non nasce dal presupposto secondo cui gli orizzonti vadano sempre allargati,tutt’altro. Suddividerei l’uomo in altre due categorie:gli uomini che dichiarano guerra al cielo e gli uomini che consci della propria inferiorità,s’accontentano della propria posizione. Gli uomini che non allargano le proprie vedute sono proprio quegli uomini che accettano la presenza di un orizzonte la cui posizione è ottima lì dove si trova. Quella linea immaginaria esiste con lo scopo di non essere mai presa,solo inseguita,ma realisticamente parlando, ciò è giusto solo se il mio pensiero espresso è analogo a quello di chi lo legge: in fondo quale pensiero può ritenersi giusto o sbagliato? Da qui si ritorna a Murakami,ovvero che comunque,in ogni caso, una linea del proprio pensiero, mondo e obiettivi,vada sempre tracciata e paragonandola a quelle altrui potrà apparire più lontana o vicina,ma di per sé è tutto soggettivo. L’orizzonte esiste, c’é, tocca solo a noi decidere se accettarne da lontano l’esistenza o sfidarne la distanza partendone all’inseguimento.

L’orizzonte, però, è sempre stato alle origini di miti,leggende e credenze popolari. Quella che però mi affascina di più è certamente la credenza degli antichi secondo cui l’orizzonte corrispondesse alla fine del mondo in quanto la Terra fosse piatta: oltre quello vi era il nulla. Se non fosse stato per la rappresentazione grafica nelle puntate di “Asterix e Obelix”, di questa fantastica Terra a forma di pizza,obiettivamente sarebbe stato difficile immaginarsi un orizzonte così inquietante, che delimita il nulla. Nelle fantastiche vignette relative a questi due divertenti personaggi, possiamo vedere quanto fosse tangibile il dualismo dell’orizzonte:una parte di loro lo sfidava,l’altra ne aveva timore,chiedendosi dove i mari arrivati al confine del mondo,sarebbero sprofondati, come le terre dopo l’orizzonte si sarebbero concluse e soprattutto quali fossero i popoli capaci a saper convivere fianco a fianco con esso. Un grande personaggio della storia,a me particolarmente caro che riuscì a fare della ricerca dei confini uno stile di vita, fu proprio Alessandro Magno, che rappresentato in vari fumetti si riesce a darne quasi un’anima. Tutti conosciamo le grandi imprese di quest’uomo,alla ricerca perenne dell’Oceano, alla conquista del mondo,sempre più in là, verso l’orizzonte,morendo giovanissimo nel tentativo di raggiungerlo,il suo oceano. La sfida dei confini lo ha reso avido di conquiste e di sapere, della conoscenza di nuovi popoli,terre ed esperienze. E potremmo continuare a fare tanti altri esempi di vita passata in cui l’orizzonte è anche stato esempio di salvezza,approdo verso terre sconosciute:i pirati. Non so voi,ma fin da piccola vedere l’orizzonte mi faceva immedesimare in corsari alla ricerca di un tesoro,terre misteriose:vite vissute alla ricerca di un confine immaginario,una terra il cui nome possa essere gridato non appena la vista ne fosse stata deliziata.

In qualsiasi era lo si ponga,si riesce a dare una sfaccettatura in più all’orizzonte, un senso metaforico o meno,ma l’importante è che esso continui sempre ad essere osservato,preso di mira dalle fantasie umane o di lui ce ne rimarrà solo il ricordo

La Legge degli Astri – Luna Cilia

La parola astronomia è composta da due parole: αστρον (stella) e νόμος (legge). La legge delle stelle, dunque, è un ramo della scienza che ha sempre affascinato l’uomo, sin dai tempi arcani, nei quali -erroneamente – venivano creati ed inventati diversi miti per dare una spiegazione alle miriadi di domande sullo scopo dei corpi celesti, ed alcuni, per nostra fortuna, sono stati tramandati fino ad oggi tramite antichissimi ritrovamenti. La cosa che mi ha sempre affascinato è la necessita umana della spiegazione di ciò che avviene all’infuori del nostro piccolo grande mondo, formulando ipotesi che, nonostante fossero errate, strappano un grande sorriso per la tendenza antropocentrica di dare a stelle, satelliti e pianeti caratteristiche umane, sentimenti, passioni e dolori: prendiamo ad esempio il mito azteco di Tecciztecatl, uomo che era destinato a diventare il dio del sole ma che per diventarlo aveva l’obbligo di sacrificarsi bruciando e, per paura, venne sostituito da Nanahuatzin che divenne il dio del sole; allora egli, per orgoglio ferito, si sacrificò successivamente e sorsero due soli, poi un dio tirò un coniglio addosso a Tecciztecatl facendolo diventare la luna. Gli esempi che si possono fare sono molteplici quasi quanto il numero degli uomini che ha dedicato la sua vita a questa scienza : Ipparco, Eudosso, Copernico, Galilei, Keplero, Newton e via dicendo , fino a giungere ai giorni nostri portando l’esempio di Stephen Hawking, ma il punto del discorso non è questo. Per qualche strano motivo,abbiamo sempre sentito questa sorta di connessione tra noi, banali, piccoli esserini e quell’infinità di corpi celesti, di dimensioni così colossalmente inconcepibili da essere ancora visibili sotto le sembianze di banali capocchie di spilli a milioni di chilometri di distanza. Per qualche strano motivo, in un momento di sconforto, a prescindere dalla nostra età e\o religione, abbiamo alzato lo sguardo verso il cielo e ci siamo sentiti insignificanti in confronto alla presenza schiacciante delle stelle, e abbiamo sperato di assomigliargli almeno un po’, che restar lì, immobili, guardando la vita scorrere da lontano e tuttavia essere sempre presenti e privi dall’esilio nel dimenticatoio è sempre accattivante. Per qualche strano motivo, in un momento di rabbia, abbiamo guardato in alto e (accennando un sorriso) ci siamo ricordati di quanto effettivamente invece sia bello sapere di essere problematici, stanchi e preoccupati ma vivi quando si sa che tutto prima o poi ci scorrerà tra le nostre dita come quando cerchiamo di afferrare l’acqua, nell’incertezza di vivere un giorno, un mese, un decennio ancora; o proprio questa nostra piccolezza ci ha spinto a dare il meglio, a fare il possibile per meritarci anche noi quel posto d’onore nella memoria delle persone. Non a caso milioni di scrittori, poeti e artisti si sono sentiti ispirati dal freddo struggente di una nottata senza luna, da una meteora, dalle luci soffuse dell’alba: è la nostra natura. Per aspera ad Astra.

Luna Cilia VD

L’IGNAVIA – OMERO

Manifestazioni e tumulti in tutte le piazze d’Italia
Studenti, lavoratori e otorinolaringoiatri insieme al grido di “Free ignavo, ora non più”

Da Roma a Milano, da Napoli a Palermo, da Bologna a Sant’Ambrogio sul Garigliano, oggi 15 febbraio, tutte le maggiori piazze italiane si sono riempite di striscioni, bandiere e cori di cittadini indignati, decisi a manifestare il proprio dissenso.

La protesta che ha preso piede ultimamente sui social network, e che si è concretizzata nella formazione di un vero e proprio movimento politico, il M.A.I. (Movimento Accidiosi e Indolenti), rappresenta – la piena espressione della volontà popolare di ribellarsi alla sistematica coercizione imposta dai media e dai governi a prendere posizione circa fatti e accadimenti quotidiani, sia al livello locale che globale – come afferma ai microfoni del Disinformatore il portavoce del movimento, Maurizio Infingardo. La protesta fin adesso rimasta quiescente è esplosa dopo gli incresciosi avvenimenti di ieri, che hanno fortemente turbato l’opinione pubblica internazionale. E’ stata proprio la vittoria del terzetto lirico “Il Voto” al Festival di Sanremo, che dopo alcune iniziali polemiche si è trasformata in una autentica rivolta, che ha invaso rapidamente tutte le piazze.

“Il M.A.I. rivendica diritto inalienabile all’apatia – ha poi affermato Maurizio Infingardo – alla libertà di non scegliere! Non è ammissibile che si venga sempre costretti a decidere da che parte stare. È un continuo attacco da parte del governo, che richiede costantemente il consenso popolare, è un attacco da parte della televisione, tra pubblicitá e messaggi subliminali siamo costantemente incitati ad essere assertivi. Ma ciò che più ci indigna è il fatto che una così esperta giuria abbia regalato al “Voto” la vittoria di un Festival, così importante e rappresentativo per l’Italia e gli italiani. Io, e il Movimento tutto proponiamo l’annullamento del verdetto, e una riassegnazione del premio al reale vincitore, Franca Chissenefrega!

La cittá Messina, in particolare, ha attraversato momenti di grande tensione. Proprio ieri infatti si era svolta una manifestazione (organizzata questa dal ASSCC, l’ “Associazione Siciliana per la Salvaguardia dei Cittadini Coscenziosi), contro la soppressione dei trasporti sullo stretto, in favore di una maggiore attenzione e potenziamento alla mobilitá e viabilitá, chiaro esempio di partecipazione civile. La dimostrazione ha infervorato ancor più gli animi dei militanti del M.A.I. che dopo una prima fase pacifica del corteo si sono scagliati contro le forze di polizia dispiegate per l’occasione.

Inaspettatamente i manifestanti si sono resi conto dell’incoerenza delle proprie azioni giusto un attimo prima dello scontro, che avrebbe comportato una decisa presa di posizione in favore dell’ignavia. L’inaspettata presa di coscienza ha determinato quindi una situazione paradossale di stallo. Le forze dell’ordine sono dovuti intervenire per “spostare” i militanti del M.A.I. rimasti letteralmente paralizzati dalla contraddizione in cui sono caduti. Un’ altra tragedia sfiorata per Messina, fortunatamente conclusasi in bene.

Omero.

MASCHERA ( GIUSY MANTARRO-GIOVANNA LETIZIA-GIULIA CAMPAGNA-ALESSIA MESITI)

A volte è difficile esprimere a pieno le nostre idee e per paura di affrontare le conseguenze delle nostre affermazioni si preferisce nasconderle e lasciare che siano le opinioni degli altri a sovrastarci. Tutti infondo abbiamo diversi modi di comportarci e tutti cambiamo “maschera” a secondo del contesto in cui ci troviamo. È difficile essere sé stessi, soprattutto se si attraversa questo tremendo periodo chiamato adolescenza durante il quale ancora non si ha piena consapevolezza di chi si è veramente e si rischia di scegliere come modelli ragazzi con personalità molto diverse dalla propria che magari hanno le caratteristiche che vorremmo trovare in noi ma molti più difetti di quelli per cui ci angosciamo.
La multipolaritá, cioè la tendenza a cambiare comportamento e nascondere la propria personalità, è indice di insicurezza e conflitti interiori.
Accettarsi diventa un obiettivo irraggiungibile se la propria indole ci porta a sentirci spesso a disagio nelle situazioni che viviamo ed esternare i nostri pensieri è impensabile quando questi si discostano troppo dalla massa e la paura del giudizio altrui incombe costantemente su di noi. La paura del giudizio e del confronto è giustificata in una società come la nostra dalla dilagante piaga del bullismo che sfrutta anche i social network come canali di diffusione. Penso che crescere significhi anche imparare a non aver paura di mostrare la propria identità senza frapporre maschere di convenienza tra sé e gli altri

Giulia Campagna, liceo scientifico Archimede

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Spesso ci si nasconde dietro una maschera per non mostrare al mondo il nostro essere piccoli, il nostro essere nulla, il nostro non essere” “Imparerai a tue spese che lungo il tuo cammino incontrerai ogni giorno milioni di maschere e pochissimi volti” Quando ci parlano di “maschera” , ci viene spontaneo pensare prima a quella di Carnevale, quella buffa, quella che desta allegria sia a chi la osserva sia a chi la indossa, una maschera colorata, piena di dettagli, ognuna ben distinguibile dall’altra. Se una persona indossa una maschera non si vede l’ora di scoprire chi c’è dietro. La maschera di cui parlerò in questo articolo desta un’effimera serenità, con tutti i suoi fronzoli, e solo a chi la osserva. Questo perché si è convinti di avere a che fare con la realtà. Colui che indossa la maschera.. può provare di tutto, pensare di tutto, progettare di tutto. L’importante è coprire tutto quanto, nascondere al meglio. Io ho paura, paura delle maschere. Non di quelle che si limitano a nascondere, ma di quelle che danno un’immagine opposta a quella reale, una realtà distorta. Un’immagine che ci illude, che ci fa fidare di quello che reputavamo importante per noi. Individuo del quale non sapremo mai se ha progettato questa farsa per farci soffrire o semplicemente per avvicinarsi a noi senza essere respinto. Tutti hanno paura di soffrire, sia “vittime” che “maschere”. Devono essere entrambi disposti a compiere diversi passi l’uno verso l’altro, ma il primo passo deve farlo la “vittima” . Perché è anche vero che la vera anima fragile giace nascosta dietro una copertura, tremante, oscura, intimorita dal mondo di cui è vittima. Tutto può essere scaturito dalle motivazioni per cui un individuo decide di costruirsi una maschera, dalla sofferenza più totale, al disagio in mezzo alla società e paura di non essere accettati. Una maschera. Dopo tanto tempo che la si indossa, non si riesce più a rimuovere. Farà parte del nostro volto, per sempre. I nostri veri sentimenti saranno sovrastati da quelli che volevamo andare a dimostrare, diventando ciò che abbiamo sempre desiderato. Ma saremo davvero sereni, così? Le persone che hanno avuto modo di conoscere il nostro volto, potranno mai riconoscerci? Viceversa, se ci si affeziona ad un individuo mascherato, convinti di avere a che fare con il suo volto, quale sarà la nostra reazione quando scopriremo il suo vero essere? Dobbiamo tutti essere in grado di rimuovere la copertura, pezzo per pezzo, lentamente, per evitare di fare male, a noi stessi e al volto che andremo a scoprire. Si tratta di avere pazienza e di dominare la paura di poter soffrire. Si tratta di essere disposti a non vivere in un mondo falso con se stesso. Si tratta di essere, perché la vittima della maschera, diventa maschera.

Giovanna Letizia IV F

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“Essere o non essere?”, celeberrima frase dell’Amleto di Shakespeare che oggi potremmo mutare in “essere o apparire?”. Siamo sempre più spesso colpiti da messaggi che mostrano come l’APPARENZA sia molto più importante dell’ESSERE e proprio a causa di tale modello, che la società ci propina ripetutamente, siamo costretti a mostrarci come ciò che non siamo realmente, a nascondere la nostra vera personalità dietro tante maschere, proprio come gli attori. “Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne sono solo attori!” sosteneva già nel XVI secolo William Shakespeare. Ovviamente da allora molto è cambiato, ma questa tesi diventa ancora più insistente e ricorrente nel XXI secolo. Infatti, a causa della tecnologia, la linea già impercettibile che separa verità e verosimiglianza viene ancor più assottigliata: prendiamo la TV, che ci propina mere verità che in realtà sono solamente illusioni, oppure internet, grazie al quale ci si nasconde dietro nickname e false identità. Più andiamo avanti, più l’insicurezza e la relatività aumentano anche a causa della fragilità dell’essere umano. Inoltre l’apparire di “qualcosa” dipende non solo dalle sue caratteristiche ma anche da quelle del soggetto a cui questa si mostra; perciò ognuno di noi avrà una determinata percezione della realtà che si trova davanti, a seconda dei propri sentimenti e delle proprie considerazioni, una percezione necessariamente diversa da quelle altrui. E aveva ragione il grande Luigi Pirandello quando scriveva: “Imparerai a tue spese che lungo il tuo cammino incontrerai ogni giorno milioni di maschere e pochissimi volti”. Le maschere che indossiamo sono oggetti di difesa, di sicurezza, di rancore, motivi di scontro, ma soprattutto ci vengono rifilate dagli altri e sono inevitabilmente connesse al contesto in cui viviamo. “L’inferno sono gli altri” frase tratta dal dramma “A porte chiuse” di Jean Paul Sartre, da intendersi come l’amara constatazione che esistiamo solo attraverso e grazie agli altri, e sono i loro giudizi, la loro percezione di noi a definirci. È questo che ci tocca: essere relegati al giudizio altrui, consapevoli che nonostante ciò che noi facciamo per alterarlo ed apparire migliori, l’ultima parola spetterà sempre agli altri, e il mondo continuerà comunque, con o senza di noi. Spesso il giudizio altrui è talmente penetrante che si insinua in ogni membra del nostro corpo e ne resta inevitabilmente intrappolato come fosse in un enorme labirinto. L’uscita è piccola, lontana, irrintracciabile. Si resta inesorabilmente intrappolati in questa ragnatela di pregiudizi, ombre e costumi. Si diviene vittime della società che impone degli ideali da seguire, delle regole gerarchiche da rispettare, dei progetti da portare a compimento anche svogliatamente. Vittime di una vita che non si vuole vivere, di scelte imposte, di rimorsi e spaventosi fantasmi del passato, di prepotenze, ingiustizie e prevaricazioni, di lotte mai vinte e drammi mai superati. Preferiamo rifugiarci nel vuoto mondo dell’apparenza, sebbene essa sia povera: povera di idee, povera di conoscenza, povera di profondità, povera di tolleranza, povera di speranza, povera di verità. È quello che vogliamo vedere, è la cosa più semplice che ci salta agli occhi e spesso è anche la cosa più comoda o facile per noi da comprendere. La realtà invece è sempre più complessa, a volte è troppo dura da accettare, a volte non la vogliamo proprio vedere. Purtroppo ci soffermiamo spesso alle apparenze senza andare più a fondo per poter conoscere la realtà, ci mostriamo superficiali e incapaci di comprendere ciò che realmente ci circonda. Ma alla fine quella con cui ci ritroviamo a combattere ogni giorno è proprio la realtà e non importa quante illusioni noi ci siamo fatti, lei verrà a galla, prima o poi. Sta a noi scegliere se vivere l’illusione o la vita.

GIUSY MANTARRO VC

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Si è parlato e straparlato di maschere, ne abbiamo sentite nominare in tutte le salse, sono state ripetute tutte le battute possibili ed immaginabili ma -per carità- intendiamoci, alcune delle frasi sfornate dalle menti più geniali dei secoli passati,come il nostro grande Pirandello, rimarranno impresse nella storia.
Già sono state poste alcune citazioni come introduzione alle parole di questa settimana e con l’autore sopracitato,ne è stata utilizzata una delle più belle. Ebbene si,nella nostra vita incontreremo più maschere che visi effettivi. Inutile soffermarsi troppo su cosa sia una maschera, credo che tutti sappiano cosa significhi averne una davanti,la riconosceremmo lontana chilometri. Eppure però, per quanto “problematico” possa essere avere a che fare con una brutta copia o semplicemente con una doppia faccia, noi siamo quasi maniacalmente attratti dall’analisi psicologica di questo individuo. Magari non riusciremo ad approdare in affermazioni del calibro di Pirandello, ma nel nostro piccolo ci piace immaginare che chi si trovi dietro una maschera,sia un individuo complesso o perlomeno sia lo stadio finale dell’insieme degli eventi manifestati nel corso della propria vita. Se la nostra personalità si forma proprio in quest’ultimo modo,quanto ci discostiamo da una maschera? Le varie caratteristiche che la compongono possono sembrare apparentemente stupide, ma in realtà hanno un qualcosa di complesso che tutti noi sentiamo avere dentro e che nessuno riesce a spiegare per bene. Quando ci sentiamo a disagio,non stiamo bene con noi stessi o semplicemente dobbiamo salvarci da una brutta situazione,indossiamo una maschera e via:mettiamo su un grande sorriso e crediamo di poter ingannare tutti sfoggiando enorme sicurezza. Dato che non riusciamo a capire cosa davvero ci spinga a fingerci felici o cerchiamo di dare un senso nobile ad esso, iniziamo ad avvicinarci all’ipotetico soggetto in crisi con la pretesa di poterne vedere il vero aspetto. In realtà tramite esso vorremo analizzare le nostre sofferenze e tenteremo di far riflettere nel suo caso la nostra maschera, come per consolarci del fatto che infondo abbiamo tutti problemi in comune. Ma di maschere ne abbiamo di tutti i tipi, portatrci di molteplici significati! Ci metteremo ore ed ore a poterne elencare ogni più piccola sfaccettatura,ma in generale quella della maschera è un’arte:che sia per uno scopo nobile o per uno più meschino, tracciamo un solco tra noi e il nostro attore,ne diventiamo la copia acquisendone però irrimediabilmente una piccola parte. Tutti abbiamo una maschera,quindi quanto e da cosa vi sentite legati da essa? La maschera dell’attore è certamente uno degli oggetti più regali al mondo, tramite cui si può fare sfoggio non solo della propria abilità artistica, ma anche condizionare i sentimenti altrui con i propri gesti,le proprie frasi. In genere però la maschera la si usa per non farsi riconoscere,per apparire chi non siamo di proposito e di certo non per fare sfoggio delle nostre abilità. Per essere franchi, credo che il mondo intero sia una maschera,dove uno non capisce l’altro,ma finge invece di riuscirci solo per non avere troppi problemi: non dimentichiamo però che per quanto possiamo prenderci in giro a vicenda,dovremo sempre fare i conti con la nostra coscienza,che alla fine non sa nemmeno il motivo per il quale esiste.
“Il mondo…questa parola mi fa sempre pensare ad una tavola rotonda tenuta su con sforzo da elefanti e tartarughe. Gli elefanti non capiscono il ruolo delle tartarughe, le tartarughe non capiscono il ruolo degli elefanfi,e sia gli uni che le altre non capiscono a cosa serva il mondo.”
-H.Murakami
Messo in chiave metaforica, il mondo credo si possa davvero spaccare tra esseri voluminosi e potenti ed esserini più piccoli ma longevi. Il grande mascherone del conformismo ci ha conquistati tutti e per vivere in questo secolo tutti abbiamo almeno una volta finto d’aver capito ogni cosa solo per non rischiare troppi problemi. Però,quando dico che della maschera ne si è fatta un’arte,dico che essa riesce a manifestarsi in ogni campo,per esempio,in quello cinematografico. Spesso,il più delle volte,c’innamoriamo così tanto del personaggio che una determinata persona interpreta che non riusciamo nemmeno più a scindere la maschera dall’effettivo attore,finendo per amare di più la prima che quest’ultimo. Molto probabilmente chi sta dietro ad essa sarà il classico attore strapagato di Hollywood,ma la sua maschera è riuscita a conquistarci così tanto da convincerci del contrario. Per reggere in piedi una maschera di tale calibro però,di norma si cercano punti d’affinità con la falsa identità che si va acquisendo ed anche qui troviamo punti in comune con la vita reale. E cosa dire del fumetto? La Marvel ha creato una concezione a sé della maschera,da cui dipende l’identità del nostro supereroe. Avreste mai potuto immaginare uno di questi senza la propria maschera? Tramite quella il supereroe riesce a farsi amare dalle masse per una sua specifica abilità e quindi anche questa volta la maschera è motivo di piacevole mistero indispensabile per la magia d’essa. Naturalmente stiamo osservando tutto ciò che di positivo ci è rimasto della maschera, ricordando che non sia solo la trappola del XXI secolo che si limita all’apparire al posto dell’essere,ma anche una maschera indispensabile per la continuità dell’arte. Gli stessi pseudonimi degli scrittori tramite essi intendono velarsi di un filo d’oscurità e riescono con successo nel loro intento:la loro figura acquisisce interesse,mistero,fascino e carisma. L’avatar formatosi fornisce anche informazioni in più su chi si trova dietro esso,ne da una sfumatura caratteriale che il nome originale non avrebbe mai potuto trasmettere senza riferimenti espliciti alla propria vita. Anche nel caso dello scrittore,la maschera è strettamente collegata al suo proprietario ed è proprio per questo che rubare maschere altrui è un pessimo passo da eseguire. Pirandello a modo suo ce lo ha fatto intendere,ma par naturale sottolineare che per essere se stessi ci vuol coraggio, anche se a dirlo così sembra un’esagerazione e per costruirsi una maschera bisogna essere altrettanto coscienti di ciò che si sta facendo. Il duplice senso portatore della maschera purtroppo il più delle volte si tende a vederlo unicamente nero quando sarebbe meglio che l’ago della bilancia pendesse di più verso ciò che di luminoso ne è rimasto in tutto al marcio del secolo. Paragoniamolo all’eterno dilemma di prospettiva: il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Il bicchiere, quindi la maschera, indipendentemente da cosa la riempiremo rimarrà tale e dopo averla riempita per metà toccherà a noi se vederla mezza piena(in questo caso portatrice di significati positivi),o mezza vuota.

ALESSIA MESITI VC