Women’s March: una speranza nei tempi bui -Elena L. Grussu

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Come tutti sappiamo, volenti o nolenti, questo 20 Gennaio c’è stato il cambio di presidenza alla Casa Bianca di Washington D.C., in America.

Di solito, quando un presidente passa la mano a qualcun altro, la piazza che circonda l’obelisco è piena di gente che esulta, tutti gli elettori e le persone che hanno supportato il nuovo capo del governo si riuniscono in una grande festa. L’altro giorno le persone si sono riunite, sì, ma da tutt’altra parte.

Milioni di uomini, donne, bambini, cani, gatti, criceti (organizzati da tre donne: una latina, una musulmana e una afroamericana) hanno marciato per un obiettivo comune: far capire al neo-presidente Donald J. Trump che l’America, e il mondo intero non transigono sul sessismo e l’odio in generale verso il prossimo.

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Parliamo un po’ di numeri per capire bene l’ampiezza di questo movimento. Soltanto a Washington c’erano più di un milione e mezzo di persone di ogni religione, orientamento sessuale, genere ed etnia; anche se i media dicono che ce n’erano soltanto 500.000, che è comunque un numero impressionate ma non si avvicina nemmeno lontanamente alla realtà. In America quasi ogni città ha aderito, stessa cosa vale per Europa, India, anche a Roma o Islanda: i femministi si sono alzati e hanno cominciato a camminare, uniti verso un unico obiettivo.

Tutto ciò ci fa comprendere che non si tratta soltanto di una mera protesta contro un individuo, ma un desiderio di ottenere dei diritti che dovrebbero essere, oggettivamente, riconosciuti a tutti. Ignorate le proteste del web che dicono che in tutta questo marasma abbiamo perso di vista cose come il maltrattamento delle donne nei paesi del terzo mondo perché anche loro erano in piazza a combattere pacificamente per ciò che si meritano. È stato un movimento collettivo e di dimensioni mastodontiche.

La protesta pacifica più grande della storia.

Ma adesso proviamo un attimo a concentrarci sui motivi che hanno portato metà della popolazione mondiale ad alzarsi dai loro comodi divani e urlare: MY BODY, MY CHOICE a gran voce in tutto il mondo.

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Ho 99 problemi e il patriarcato bianco ed eteronormativo li rappresenta tutti.

 

Nel corso della sua campagna elettorale, Donald Trump ha più volte offeso le donne, le minoranze in generale e in particolare nel suo ordine del giorno si poteva notare che i primi punti erano: negare il diritto all’aborto (e l’Obamacare) e abolire le unioni civili; entrambe leggi introdotte da Obama dopo anni di lotta. Ci si potrebbe chiedere perché Trump si concentri su queste cose invece di pensare ai veri problemi del suo paese, ma la verità è che non c’è una spiegazione. Vuole farlo e basta. È già stata ufficializzata la legge che rende illegale l’aborto, il 20 Gennaio stesso la sezione “LGBT+Q” del sito della Casa Bianca è scomparso per lasciare spazio alla collezione di gioielli di Ivanka Trump.

In sintesi, la Women’s March si concentra sui millenari fattori per cui combatte il femminismo: diritti uguali per tutti; lotta all’omofobia, alla transfobia, alla xenofobia; si è provato a sensibilizzare il popolo del mondo intero su quanto sia sbagliato grabbing girls by their pussy come Trump ha detto di poter fare in più occasioni senza temere nessuna ripercussione.

Anche il web si è mosso giorno 20, tutti quelli che non hanno potuto partecipare attivamente alla marcia hanno contribuito mostrando il loro supporto e pubblicizzando l’evento con tweet, post e video che si sono arricchiti grazie alle immagini pubblicate dalle persone sul posto, immagini che spesso e volentieri ritraevano cartelloni scaltri e satirici con cui molti hanno deciso di marciare. Di seguito un paio di esempi.

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1) Non sante, non troie, solo donne. 2) Abbiamo aggiunto l’inglese così non vi sareste spaventati.

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Stai attento Trump, la mia generazione è la prossima a votare.

 

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“Mai sottovalutare il potere di una checca con un tamburino”

Ci sono centinaia di cartelloni che vorrei farvi vedere, ma non posso occupare tutto l’articolo con immagini per quanto stupende siano.

Ovviamente la marcia delle donne non poteva essere ignorata dai network o dalle celebrità, infatti c’erano molti volti celebri coinvolti nella mischia che urlavano gli slogan insieme al resto delle persone, per citarne qualcuno: Scarlett Johansson (che ha fatto un intervento sul palco allestito al pomeriggio), Emma Watson, Peter Capaldi, Katy Perry, Chris Colfer, Darren Criss, Mark Ruffalo, Chris Evans, Ian McKellen, Courteney Cox, Alicia Keys, Madonna.
L’elenco è interminabile. Tutta questa gente ha favorito la visibilità della protesta che già di per sé era impossibile da ignorare, dato il fiume di gente che ha intralciato tutto il mondo per un giorno costringendolo a fermarsi e riflettere: è davvero questo il messaggio che vogliamo mandare alle giovani generazioni? Vogliamo davvero che crescano in un mondo in cui un uomo che dice che lo stupro è una cosa normale controlla una delle nazioni più potenti del mondo? Oppure vogliamo vedere più bambini convinti che le pari opportunità e l’uguaglianza siano un bene necessario, come quelli che hanno marciato accanto ai loro genitori?

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La protesta si concluse al calare del sole a Washington, quando il milione e mezzo di persone raggiunse i cancelli della Casa Bianca e lasciò lì i suoi cartelli creando uno splendido arcobaleno di speranza.

“Perché se guardiamo la storia della nostra nazione, il cambiamento non viene dai presidenti, ma da grandi gruppi di persone arrabbiate, e giudicando dal primo giorno voi fate parte del più largo gruppo di persone arrabbiate che io abbia mai visto.” – Aziz Ansari, Monologo di apertura del Saturday Night Live (20 Gennaio 2017)

 

Elena Lucia Grussu
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Rape Culture, dall’Antica Roma ai giorni nostri – Natale Miduri

Quando la violenza non ha epoca.

Ci vantiamo di vivere in un’epoca moderna, assoluta, sciolta dagli antichi legami della tradizione, che imponevano leggi assurde e pregiudizi. Ma, in contrasto con l’immaginario comune, l’età dell’oro, la nostra età dell’oro, dove i semi della tolleranza crescono spontaneamente (annaffiati dalla ragione), è solo una vana realtà.

Radici millenarie, che affondano nei secoli più lontani, si intersecano nella storia umana, dove la donna-oggetto e l’uomo-soggetto trovano la loro affermazione ideale. Recenti studi hanno riportato alla luce come la nostra società, tuttora immersa in futili stereotipi e influenzata da un maschilismo sempre più diffuso, essendo macchiata da una violenza di genere, sia non tanto differente dalla Roma dei nostri antichi.

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Sono diversi i nomi su antiche lapidi che testimoniano come la cosiddetta “Cultura dello stupro” (rape culture) e del femminicidio siano sempre state presenti.

Rape culture : « (…) un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse. »  – Emilie Buchwald.

  • Una lapide funeraria appartenente alla Roma Imperiale narra la storia di Prima Florienza. Di essa non si sa nulla, ma riecheggiano tuonanti le parole della famiglia, fatte incidere in un’iscrizione funeraria: “figlia carissima, che fu gettata nel Tevere dal marito Orfeo. Il cognato Dicembre pose. Ella visse sedici anni e mezzo”.>>  
  • Dall’oblio dei secoli è riemersa anche la triste storia di Giulia Maiana “Donna onestissima uccisa dalla mano di un marito crudelissimo”, così la definisce la lapide commissionata dal fratello Giulio Maggiore.
  • Lo stesso Tacito negli Annali, riporta la storia di Ponzia Postumina, ammazzata al termine di una notte di passione trascorsa fra “litigi, preghiere, rimproveri, scuse ed effusioni”.
  • Ancora Poppea, moglie di Nerone, morta durante la gravidanza a causa di un calcio in ventre sferratole dallo stesso imperatore o Annia Regilla, brutalmente picchiata, per ordine del marito, da uno schiavo, colpevole ai suoi occhi di chissà quale mancanza. Tuttavia, una legge per perseguire il corteggiamento troppo insistente si chiamava edictum de adtemptata pudicitia e a suo modo può essere considerato l’antenato dello stalking. Un reato meno grave se la vittima vestiva come un prostituita o in modo provante, elementi utili a discolpare l’imputato.

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Sono questi pochi dei tanti tragici episodi documentati che affliggevano quell’arcaica società e che bussano ancora prepotentemente alla nostra porta, alla porta di una realtà che anziché progredire, regredisce miseramente. Un’educazione millenaria errata che non cessa di rinnovarsi, e che vede nella figura femminile un elemento debole atto a sostenere gli impulsi animaleschi di una mentalità sbagliata e fradicia. E la strada da percorrere per spezzare questa catena di violenza e di terrore, a fronte dei fatti di attualità, sembra sempre troppa.

 

Natale Miduri

Ylenia Bonavera, tre volte vittima. – Enrica Stroscio

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Ylenia Grazia Bonavera è la ventiduenne attualmente ricoverata all’ospedale Policlinico di Messina perché riporta ustioni sul 16% del corpo: all’alba di giorno 8 gennaio un uomo con il volto coperto, come testimonia lei stessa, si è presentato alla sua porta, l’ha cosparsa di benzina con l’intento di bruciarla viva ma fortunatamente è riuscita a salvarsi e i danni  fisici non sono particolarmente gravi quanto potevano essere.
Il primo sospettato è stato l’ex fidanzato di 24 anni il quale è stato ricercato per un giorno presentandosi successivamente accompagnato dal proprio avvocato e da un alibi perfetto, Ylenia l’ha subito difeso sostenendo che non sarebbe capace di compiere un atto simile eppure né l’alibi ben studiato dal legale né la testimonianza sembrerebbero sufficienti.
È stato infatti ripreso in un video presso un rifornimento mentre riempie una tanica di benzina, ma nonostante possa sembrare chiara la sua colpevolezza è compito di chi ne ha le competenze accertarne la responsabilità.
Tuttavia, in questa vicenda dovrebbe risultare evidente che la vittima sia Ylenia, eppure da ciò che emerge nei commenti sui social non tutti la pensano così, in molti la accusano di essere colpevole sostenendo da un lato che si sia meritata un simile gesto per un presunto tradimento o perché usciva con le sue amiche per divertirsi in abiti definiti “non consoni”; dall’altro perché la ragazza sostiene non sia l’ex fidanzato il colpevole.
Nulla che non sia già stato letto e sentito riguardo vicende similari le quali vedono protagoniste numerosissime donne violentate, maltrattate ed uccise quasi quotidianamente. Ormai si è talmente influenzati dalla costruzione mediatica che il capro espiatorio di tali vicende non è più il carnefice ma la vittima, si sfrutta la cosiddetta vulnerabilità della donna che ha subito in quanto tale, accusandola di essere causa del suo stesso male.
Ylenia è diventata, giorno dopo giorno, un caso, una donna che in questi giorni è stata ridicolizzata grazie al contributo di alcuni cosiddetti moralisti e maestri di polemica che hanno preferito discostarsi dall’accaduto per concentrare le loro “riflessioni” esclusivamente sulla sua vita privata, in particolar modo dopo l’intervista trasmessa a Pomeriggio cinque condotta da Barbara D’urso.
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È straziante vedere come ha giocato con le fragilità di una donna scossa da un dolore tanto grande, senza nessun rispetto e in linea con l’immagine che ha cercato di darsi di conduttrice “dalla parte dei più deboli” per celare il suo scopo ultimo: la caccia a un numero sempre più alto di telespettatori. Tanto ridicola quanto la trasmissione televisiva sono stati i commenti riguardo l’aspetto ed il linguaggio di Ylenia, commenti del tutto superficiali e di cattivo gusto presenti in particolare sui social network, nei quali si gioca con immensa noncuranza con il dolore e con gli evidenti problemi che le ha causato tale esperienza, al giorno d’oggi si confonde la libertà di opinione con la pretesa di aver abbastanza esperienza e conoscenza in ogni campo e poter mettere bocca su tutto.
Di conseguenza l’ignoranza regna sovrana poiché tutti si ritengono in grado di articolare discorsi e sofismi sulla vita di una persona che è chiaramente il prodotto inconsapevole di una vita degradata, di una carenza educativa fortissima non solo familiare, ma anche scolastica e sociale. Perciò è assolutamente semplice commentare tali avvenimenti alla leggera, evitando volutamente di considerare una serie di fattori imprescindibili: avendo la pretesa di giudicare una persona in base alle proprie sentenze e azioni, senza neppure chiedersi il motivo di tali meccanismi.
Affrontando anche la componente psicologica, che non va trascurata, riguardante l’atteggiamento assolutorio della vittima, ci troviamo improvvisamente davanti a questi maestri di attualità tanto esperti da ignorare gli innumerevoli casi in cui la vittima non riesce a riconoscere il carnefice. Con ogni probabilità, questi sciacalli mediatici sono gli stessi che chiudono gli occhi davanti al fatto che nessuna donna può prevenire uno stupro perché questo non dipende né dagli abiti né dagli atteggiamenti.
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Eppure ognuno di loro è pronto a giudicare una donna senza comprende la paura con la quale una bambina cresce, anche indipendentemente dall’ambiente familiare: è necessario smettere di insegnare a comportarsi in un determinato modo per evitare tali situazioni che non si possono prevenire, per insegnare invece l’amore prima di tutto,  a riconoscere l’affettività genuina, ad accorgersi immediatamente di quel non-amore che disorienta perché se un uomo ama non ferisce e non uccide. E la colpa non è certamente di una donna che ama solo perché è abituata a perdonare e a passare sopra ogni cosa, perché le è stata insegnata la sottomissione, invece di insegnarle che chi la ama la rispetta e la non la ferisce. Perchè l’uomo autoritario che crede di dover controllare tutto non comprende che a tenere uniti i pezzi è proprio lei, che sulle spalle tiene un mondo con l’imposizione di non dimostrare la minima sofferenza pur di non essere etichettata come debole, con il terrore di passare per vittima e poi con la consapevolezza che sia sbagliato essere tale.
Mettiamo un punto allo stereotipo della donna debole, che in realtà ha solo paura che la sua forza possa essere sfruttata per screditarla in questa società che sfrutta il progresso scientifico dimenticando il progresso umano, che sfrutta tragedie pensando di poter tappare bocche arrabbiate che lottano ogni giorno grazie alla loro rabbia e determinazione per cambiare il mondo.
É proprio per questo che Ylenia Grazia Bonavera è vittima tre volte: è vittima del carnefice che l’ha convinta di amarla, è vittima di se stessa in quanto il mondo si mostra cieco davanti a un disagio e a un dolore così grande da renderleimpossibile riconoscere la realtà dei fatti, è vittima dei media, il canale attraverso il quale il patriarcato diffonde il suo verbo velenoso e inaccetabile, biasimandola e deridendola.
È per questo che, invece di accanirci, tutti e specialmente tutte dovremmo riunirci nonostante tutte le difficoltà, per lottare, per insegnare a coloro che verranno il coraggio di essere donna ancor prima della paura.
Enrica Stroscio

Tirando le somme… Occupazione 2016 – Luna Cilia

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il Direttivo

Non è mai troppo tardi per fermarsi a riflettere sugli avvenimenti, specialmente quando ne si è i diretti artefici.

È così, con il documento (di cui ho deciso di citare i punti salienti poco sotto) scritto e ideato da alcuni rappresentanti degli studenti del nostro liceo, che ha avuto inizio l’occupazione del Liceo Classico G. La Farina: era una mattinata gelida dall’aria pungente e carica di promesse, di una promessa più di tutte le altre. Una promessa forse inaspettata, diversa dal semplice sentore di occupazione, banalizzato dalla diffusa falsa idea di baldoria: la promessa di rispettare, nel modo più democratico possibile, la volontà di tutte le componenti dell’istituto. Proprio per tale motivo, dopo settimane di riunioni, di litigi, di organizzazioni matte e disperatissime, il “Direttivo”, ossia il gruppo di studenti dedicatosi a curare gli aspetti e le modalità nelle quali svolgere il tutto, ha varcato le porte della scuola il 14 dicembre 2016, contraddistinto dalla fascetta verde al braccio, e ha condotto la popolazione scolastica in cortile per un’assemblea auto-convocata.

Noi studenti, spesso e volentieri, veniamo trattati come dei bambini capricciosi, dei ragazzini che non sanno ascoltare, che protestano per perdere ore di scuola, che meritavano di essere educati con qualche schiaffo in più. Noi studenti, spesso e volentieri, per questi motivi non veniamo ascoltati, la nostra opinione viene messa da parte perché ritenuta poco rilevante, le nostre proposte non vengono considerate perché ritenute poco mature.
Le nostre manifestazioni, le nostre assemblee, i nostri boicottaggi frequentemente descritti come “momenti di svago”.
Ma chi scende in piazza ogni qualvolta il governo propone una riforma della scuola ingiusta? Chi ha rifiutato gli invalsi? Chi ha proposto una legge di iniziativa popolare per modificare la legge 107? Chi ha evitato a questo paese una riforma costituzionale ingiusta e raffazzonata?
(…) Renzi spesso ha dichiarato che, negli istituti che ha visitato, ha trovato degli studenti felici dell’alternanza scuola-lavoro, e professori felici del bonus riservato ai migliori docenti della scuola, che ha trovato delle scuole all’avanguardia, delle scuole migliori.
Ma la verità è che CHIUNQUE frequenti una qualsiasi scuola d’Italia sa che la realtà è ben diversa da come la descrive il premier.
Gli studenti sono costretti a lavorare gratuitamente per le aziende locali e non, perdendo le consuete lezioni mattutine per recarsi “a lavoro” (e poi siamo noi che non vogliamo andare a scuola) o ancor peggio, l’unico momento di svago reale quale le vacanze estive; sono costretti a lavorare anche e soprattutto in orario extra-scolastico ostacolando le necessità e le tempistiche individuali previste per svolgere i compiti per casa e/o di frequentare qualsivoglia attività pomeridiana.
Ancora oggi gli studenti delle seconde classi ogni anno devono svolgere quei test invalsi che non aiutano nello sviluppo della propria coscienza critica (…)
Il Comitato di Valutazione, avente lo scopo di dare un criterio alla distribuzione del fantomatico bonus per i docenti più meritevoli, spesso utilizza delle griglie di valutazione inappropriate (…) Il bonus ha portato nelle scuole italiane una lotta fra professori, un conflitto di interessi improduttivo e deprimente. Per noi, i professori sono quasi tutti bravi e quindi meritevoli. Sono rari i casi di docenti che svolgono male il loro lavoro e mettono così in cattiva luce l’intera categoria, composta dalla stragrande maggioranza di insegnanti molto preparati, sinceramente appassionati e totalmente dediti al loro compito. I cattivi esempi andrebbero perseguiti seriamente per evitare di danneggiare il processo di formazione degli allievi, mentre il bonus nella sua iniquità serve soltanto a nascondere la triste realtà della quasi totalità degli insegnanti, molto meritevoli ma molto malpagati e molto poco considerati.
Ai problemi portati dalla 107 dobbiamo aggiungere poi quelli irrisolti che si protraggono da secoli, uno fra tutti il problema della sicurezza nelle scuole.
(…) Per quale motivo gli studenti devono avere paura di entrare a scuola, sapendo del rischio che corrono ogni giorno e della noncuranza generale? Perché i soldi spesi per questa, e tante altre problematiche sono fin troppo pochi per risolvere definitivamente questa criticità?
E’ per questo che oggi torniamo con questa forma di protesta, è per questo che oggi torniamo qui a riprenderci ciò che ci spetta di diritto.
Il movimento studentesco messinese, ed il liceo La Farina soprattutto, non potrà mai dimenticare ciò che è accaduto l’anno scorso.
Noi tutti non potremo mai dimenticare come siamo stati trattati dai media locali, come siamo stati trattati dai genitori, come siamo stati trattati dal dirigente.
Non dimenticheremo mai le urla che ci sono state rivolte contro, non dimenticheremo mai tutti quegli insulti, tutte quelle sentenze vomitate da chi dovrebbe dare il buon esempio.
Noi però non ci siamo fermati di fronte a quella repressione (…) abbiamo organizzato sit-in, manifestazioni, convegni, boicottaggi.
Riguardando quelle cicatrici non scendono più lacrime dai nostri volti. Riguardando quelle cicatrici oggi ci fanno solo ribollire di rabbia, ci aiutano a non mollare mai, a non arrenderci mai.
(…) Per questo motivo noi torniamo più furiosi di prima, più maturi e più combattivi.
Abbiamo votato no per riprenderci il paese, adesso cominciamo dalle nostre scuole.
D’ora in poi non vogliamo più che le decisioni vengano prese dall’alto, non vogliamo più che a fare le riforme siano i poteri forti come Confindustria: da ora in poi decidiamo noi.

 

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fotografia di Simone Tindiglia

“Chiunque sia interessato a partecipare resti in cortile, chi invece ha deciso di proseguire con la regolare attività didattica vada in classe” ha annunciato il suono metallico del megafono, sul palco di argento e ruggine che da sempre hanno rappresentato le scale affacciate sul cortile. Dopo aver esposto in modo chiaro le motivazioni della campagna di protesta, approvata dagli studenti stessi dopo la votazione (sempre avvenuta durante un’assemblea, pochi giorni prima), con più di 250 voti favorevoli sui 300 votanti presenti, è stato dichiarato lo stato di occupazione. Un’occupazione, come annunciato precedentemente, diversa da ogni altra che l’ha preceduta: per la prima volta, con la piena libertà di consentire ai docenti di svolgere l’attività didattica in modo comodo e pratico, destinando il piano superiore della scuola interamente ad essa. Un’occupazione sicuramente formata da giorni difficili, specialmente dopo l’amarezza dell’anno precedente, ma ricca di buoni propositi e della volontà fortissima di fare tutto nel modo migliore possibile.

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(fotografie scattate durante alcuni corsi, che comprendono: Scrittura Creativa – Elena Grussu, Benedetta Catanoso, Luna Cilia; Russo – Cecilia Moraci; GSM – Ugo Muraca)

Nonostante ciò, non poche sono state le critiche rivolte agli organizzatori, a partire da alcuni docenti, che hanno definito il tutto con frasi reiterate e ben note quali “il solito spreco di tempo”  “una pagliacciata”. Ma noi, studenti, siamo andati avanti giorno dopo giorno, con la consapevolezza di portare avanti una delle occupazioni più corrette, e miglior organizzate, di sempre. Qui si parla di dati di fatto: ogni giorno è stata offerta agli occupanti una vasta gamma di corsi, dibattiti, momenti formativi vissuti in comunione, garantendo a tutti (anche a chi non vi ha partecipato) la libertà di scelta. Perché occupare una scuola significa usufruire del corso di autodifesa, di scrittura creativa, di disegno, di lingua e cultura Russa, significa partecipare al dibattito sulla crisi o al Gruppo di Studio Marxista, tanto quanto abitarla, persino dormire sui banchi freddi che alle tre di notte lo sono ancor di più, per dimostrare che non è vero che un liceale non ha idea di cosa significhi stare al mondo, conoscere i propri coetanei, autogestire interamente un luogo, affrontare da solo problemi piccoli o grandi che siano.

15492517_1372666669451184_502999698709104605_n.jpgPerchè occupare una scuola significa crescita, significa, come lo è stato per noi, esser capaci di rendere la scuola più pulita di quanto lo sia stata mai prima, in vista di un Open Day perfettamente organizzato in sinergia tra alunni e insegnanti, svolto sotto occupazione.

Nonostante gli intoppi, la frustrazione di quando le cose non vanno come devono andare, il risentimento nel constatare sfortunatamente che, giorno dopo giorno, gli studenti occupanti diminuiscono, nonostante la tristezza nell’accorgersi che occupare è in primo luogo una protesta per ben pochi, possiamo dire senza alcun timore che abbiamo fatto – direttivo, rappresentanti, e studenti meritevoli- il massimo per rendere questo ritaglio di democrazia reale e possibile. E per farlo, abbiamo usufruito al massimo dei mezzi possibili per comunicare e discutere: ogni giornata è stata aperta convocando una o più assemblee di istituto nelle quali è stato fatto il punto della situazione, sono state riassunte le attività della giornata e/o si sono discusse le problematiche interne, e condivise tra gli studenti tutte le proposte possibili. Tastando con mano, con un diretto contatto, faccia a faccia.

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Una breve menzione la merita anche lo striscione, spesso frainteso, che è stato appeso in cortile. Striscione che recita “La scuola è degli studenti, non dei dirigenti”. Ci è stato imputato di aver utilizzato un motto demagogico, che ignorava l’importanza delle altre componenti scolastiche cioè i docenti e il personale ATA, ma il motivo di tutto ciò è molto semplice. La scuola è, a tutti gli effetti, di chi la popola: studenti, personale ATA e docenti sono il cuore vivo e pulsante di un istituto, reciprocamente legati, reciprocamente necessari perché la scuola si chiami scuola. Tuttavia, gli unici partecipanti all’occupazione sono studenti: né i professori, né il personale ATA ha preso parte attivamente al percorso intrapreso, per motivi personali e comprensibili, ma, a tutti gli effetti, sono gli studenti gli unici occupanti dei locali scolastici. Per questo motivo, lo striscione adoperato durante l’occupazione non intende escludere soggetti fondamentali nell’ecosistema scolastico, perché va inquadrato nel momento di protesta studentesca che è l’occupazione, e non va decontestualizzato, altrimenti perde il suo senso.

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Tipica serata trascorsa a scuola: stanchezza indicibile e pizze per tutti

Tirare le somme non è mai semplice: l’insieme dei pro e dei contro non si potrà mai calcolare con freddezza matematica. Quando il bilancio di riuscita è umano e soggettivo, è letteralmente impossibile farlo. La speranza è che gli sforzi e i sacrifici dei rappresentanti insieme con il direttivo (che sono e saranno sempre davvero molti) abbiano acceso coscienze. Tali coscienze, che sfortunatamente sono  e saranno sempre parecchio minori numericamente rispetto all’immondo grigiore della massa, hanno però il potere di cambiare, fare la differenza tramandando uno spirito libero e irrequieto, incapace di piegarsi. E noi, con questo gesto del tutto irrilevante agli occhi di molti, eppure talmente grande ai nostri, speriamo di averla fatta, quella differenza.

 

Luna Cilia

 

 

 

Sorelle Mirabal: storia del 25 novembre – Elena Mazza

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Oggi, nel 2016, sono passati esattamente cinquantasei anni da quel 25 novembre. Quel 25 novembre quattro donne, quattro sorelle, venivano uccise. Perché? Perché erano coraggiose.

Il coraggio non era ben visto dalla dittatura sotto la quale vivevano, se andava contro il regime. E quindi veniva soffocato, le ideologie dei rivoluzionari venivano represse, le loro vite prese a pugni fino alla morte.

Fu questo quello che accadde, fu questa la fine che fecero le loro speranze di un Paese libero, la loro voglia di mettersi in gioco e di lottare, le loro voci che gridavano, fino all’ultimo respiro, ciò in cui credevano. Mentre qui in Italia, più o meno serenamente, i nostri nonni si preparavano al Natale, nella Repubblica Dominicana le sorelle Mirabal stavano andando a trovare i propri mariti in prigione, da cui loro stesse erano state scarcerate in precedenza. Il crimine di cui le coppie erano state accusate era quello di essere andate contro la dittatura che vigeva in quel periodo e quello di aver dato liberamente sfogo ad una protesta. Ci andavano in macchina, come se uscissero per andare in vacanza, come fosse una cosa ordinaria. Il veicolo venne intercettato, i passeggeri fatti scendere ed uccisi. Le quattro donne vennero picchiate fino a che la loro energia la loro forza di continuare a lottare per la libertà non si esaurirono. Con la loro morte era volato via un sogno, un sogno degno di nota. Era la prospettiva di un posto in cui vivere non fosse un problema. Non è una speranza sbagliata, non è una richiesta azzardata, è soltanto un diritto. Un diritto per il quale delle persone facevano la cosa che mai dovrebbe avere motivo di accadere: morire per ottenerlo.

Violenza-donne.jpgE proprio adesso ricordiamo quella data in cui le Mirabal vennero uccise e la ricorrenza ha preso il nome di Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne. Perché quelle donne dimostrarono che non importava essere maschi o femmine per avere quel desiderio di combattere, dimostrarono di saper morire per quel desiderio. Ancora oggi c’è chi non crede a quello che sin dalle scuole elementari si ostinano, giustamente, a ripeterci: che non esistono disuguaglianze. Nell’era moderna non c’è più quel maschilismo o sessismo deliberato che c’era una volta, è vero. È nascosto e s’insidia nei nostri atteggiamenti, nelle frasi che siamo abituati a pronunciare con tanta naturalezza, nelle nostre più normali abitudini. Oppure, si rifugia nelle case. In quelle case in cui si consumano tante morti, dove vivono sofferenze silenziose, che nessuno avrebbe mai detto potessero esistere. Morti e sofferenze di donne che non hanno fatto nulla per meritarsele, morti e sofferenze causate da uomini non degni di questo nome, da loro invece sopravvalutato. Per queste persone essere maschi significa avere potere sul sesso opposto, essere liberi di abusarne in ogni modo. Nel nostro Paese si contano quest’anno centosedici femminicidi ed una donna su tre subisce violenze fisiche o sessuali. Tante, troppe, non denunciano il fatto.

Queste donne sono come le sorelle Mirabal. Vivono contrariamente a come vorrebbero, desidererebbero solo gridare al mondo di cambiare, una volta per tutte, perchè non ci sia nessuno che sia costretto a vivere quegli orrori. Loro hanno combattuto per questo, perché il loro Paese non era fatto per viverci bene.

E quindi, siate come quelle donne, siate libere, finalmente, perchè se perdete la libertà, se almeno non provate a preservarla, allora é proprio vero che è finita per sempre.

 

Elena Mazza

The young pope: un papa come Lenny Belardo – Giulia D’Audino

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“I segni evidenti dell’esistenza di Dio. I segni evidenti dell’assenza di Dio. Come si cerca la fede e come si perde la fede. Quando si combattono le tentazioni e quando non si può fare altro che cedervi. Il duello interiore tra le alte responsabilità del capo della Chiesa Cattolica e le miserie del semplice uomo che il destino ha voluto come Pontefice. Infine, come si gestisce e si manipola quotidianamente il potere in uno stato che ha come dogma e come imperativo morale la rinuncia al potere e l’amore disinteressato per il prossimo. Di tutto questo parla The Young Pope”.

Con queste parole Paolo Sorrentino ci offre un’idea piuttosto chiara della nuova serie mandata in onda su Sky da lui ideata e diretta, la quale pone sotto i riflettori un giovane papa dagli aspetti controversi e contraddittori. Lenny Belardo ( interpretato da Jude Law) infatti, primo pontefice americano della storia, bello, giovane e affascinante, deve svolgere una carica fin troppo importante: rappresentare la Chiesa Cattolica. Sin dalle prime puntate si presenta come papa ortodosso, conservatore, arrogante, contro corrente, cinico e apparentemente troppo sicuro, con le sue scarpe rosse, la sigaretta sempre in bocca, ornato dalla sua veste sfarzosa, e sempre troppo annoiato. Il nuovo papa adesso con il nome di Pio XIII (nome scelto da Lenny stesso) rappresenta una figura potentissima: non ha intenzione di cambiare e si mostra subito innovatore in un’istituzione dominata da uomini corrotti che vedono in lui una pedina per raggiungere i propri scopi. Il giovane papa è infatti salito al soglio pontificio grazie a un gioco di potere architettato dal Segretario di Stato, Angelo Voiello interpretato magnificamente da Silvio Orlando; ma Lenny è un personaggio inizialmente inamovibile, incapace di scendere a compromessi, nemmeno con Dio.

Con questa serie dunque si apre una parentesi su cosa effettivamente significhi essere giovani al giorno d’oggi: vi sono giovani vecchi e vecchi giovani e lo stesso papa al quale viene associato l’aggettivo “giovane” mostrerà comportamenti più saggi di molti cardinali. Sorrentino grazie a strepitosi montaggi, ci permette di dare anche una sbirciata al passato tormentato e, tuttavia, a tratti piacevole del piccolo Lenny: abbandonato in un orfanotrofio dai genitori verrà smosso sin dalla tenera età da un insormontabile desiderio di conoscere il padre e la madre, sostituiti nella sua infanzia da Diane Keaton nei panni di suor Mary e dal Cardinal Michael Spencer uniche figure di cui Lenny sembra fidarsi davvero. Ciò che rende diverso Pio XIII è quindi l’essere costantemente tormentato da un forte sentimento di abbandono da parte di chi lo ha messo al mondo.

15134737_1322622971103075_4229251142792509236_n.jpgEgli infatti si chiede: “come faccio a trovare Dio se non trovo mio padre e mia madre?”. Anche quando Lenny si ritrova davanti alla pietà di Michelangelo con padre Gutierrez esprime un concetto simile: “Io guardo dappertutto, io prego dappertutto. Ma non vedo Dio. Perché non vedo mio padre, non vedo mia madre.”

Ed è proprio a causa di questa non appartenenza che egli sviluppa un rapporto turbolento con la fede e con il resto delle sue credenze: ci mostra infatti le sue idee radicali sull’omosessualità e sull’aborto, senza però dare possibilità agli spettatori di capire se questi temi gli stiano davvero a cuore o se queste posizioni siano solo una forte provocazione e poi assistiamo a questo continuo conflitto con Dio che sembra tormentarlo, in alcuni tratti infatti si presenta addirittura come ateo convinto, in altri un fervente cattolico. Alla domanda :“Chi sei tu, Lenny?” egli risponde: “Sono una contraddizione. Come Dio, uno e trino, trino e uno. Come la Madonna, vergine e madre. E come l’uomo, buono e cattivo.” Saranno poi gli avvenimenti all’interno della Chiesa cattolica e il rapporto instaurato con alcuni personaggi a consentire l’evoluzione del protagonista non tanto sotto un aspetto divino bensì umano : egli è un uomo alle prese col divino e in modo particolare col terreno, le due dimensioni perciò si assimilano e confondono. Il suo sguardo di puntata in puntata si addolcisce e lascia spazio al vero Lenny, un personaggio in continuo cambiamento che si lascia guidare inconsciamente dal bene che lo circonda mantenendo comunque il suo sano cinismo e il suo carisma irresistibile.

15220011_1322622757769763_2522231539495317892_n.jpgPerché è questo Lenny Belardo: un papa che nella sigla ci fa l’occhiolino con la chitarra di Jimi Hendrix di sottofondo, che si veste a ritmo di “I’m sexy and I know it”, che si reputa più bello dello stesso Gesù Cristo, un papa sempre pronto a dire la propria senza riuscire a darla vinta a nessuno. Un maestro come Sorrentino è riuscito tramite questo personaggio a catturare l’attenzione dello stesso pubblico che non apprezza battute ridondanti tipiche del suo cinema, come anche a far amare un protagonista complicato e indecifrabile come  Belardo attirandolo con magnetismo fino all’ultima puntata. Ma ciò che rende speciale Lenny è certamente la sua natura sovrumana, egli è un daimon platonico intermediario tra l’iperuranio e la terra capace di fare miracoli. Non deve, dunque, stupire il fatto che il giovane papa incanti gli spettatori. Sorrentino lo ritrae spesso in primi piani abbandonando la visione intera come se si trovasse in uno stato fisico differente, d’altronde la serie si incentra sulla sua identità, su un suo percorso interiore: egli è pur sempre un orfano senza volto.

The Young Pope non è incentrato su delle azioni ma sulle persone, sono i singoli e le loro interazioni a rubare la scena. Eccezionale poi la cura di costumi e scenografie, storiche magioni romane come Palazzo Venezia sono state scelte per riprodurre gli ambienti vaticani e persino volti particolari vengono selezionati per le comparse tra i fedeli; si assiste inoltre ad una cura precisissima della fotografia, tra primi piani, inquadrature oblique e altre componenti tipiche del cinema sorrentiniano. Anche la musica ricopre un ruolo di primo piano a sottolineare le singole scene passando da Shostakovich a Nada e Venditti con grande naturalezza.

Una serie completa a tutti gli effetti e dal cast eccezionale, scelto accuratamente da un regista che sembra stravedere per la bravura di Jude Law: “Un attore che attraverso un movimento del corpo è in grado di dire così tanto su un personaggio è un attore fuori dal comune. È qualcosa di fenomenale. Quell’andatura stanca e inevitabile mi aveva totalmente strabiliato. Ho pensato che si potesse partire da lì, ovvero da un talento sterminato. E solo un talento sterminato poteva caricarsi sulle spalle, senza facili derive agiografiche, un personaggio così difficile come quello di un Papa che non esiste nella realtà“. The young pope è un progetto azzardato ma riuscito, forse troppo trasgressivo e da non molti apprezzato, ma come dice Sorrentino: “The Young Pope non è una serie provocatoria, lo dico perché io so come va a finire: bisogna vedere tutte e dieci le puntate. In realtà basta seguire l’evoluzione del personaggio, di tutti i personaggi, per capire che non c’è nessun intento provocatorie se lo guarderanno con il trasporto che merita un quadro. Quando osservi un dipinto non lo fai per controllare se risponde al catechismo. Piacerà se avranno uno sguardo benevolo, staranno al gioco dei sentimenti umani. Allora si accorgeranno che The Young Pope parla alla loro umanità e prova a togliere dagli occhiali le macchie umide e incrostate del conformismo. Se si aspettano una lettura filologica allora no, non piacerà”.

Giulia D’Audino.

I padri fondatori contro Mike Pence – Elena L. Grussu

L’anno scorso Lin-Manuel Miranda ha portato il suo show Hamilton sui palcoscenici di Broadway, la sua storia con protagonisti i padri fondatori degli Stati Uniti d’America ha conquistato i cuori di tutto il mondo diventando presto un successo mondiale, soprattutto perché gli attori coinvolti sono per il novanta percento parte di minoranze etniche come lo stesso creatore.

Pochi giorni fa il cast ha fatto la sua esibizione come sempre, solo che quella volta c’era un personaggio d’eccezione tra il pubblico: il vice-presidente eletto Mike Pence. Ora, per tutti quelli che non seguono assiduamente la politica estera e non sanno molto di questa figura, è bisognoso specificare che il primo punto all’ordine del giorno per quest’uomo è quello di elettrificare tutte le persone appartenenti alla comunità LGBT+ in modo da poterli curare.

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Già al suo ingresso Mike Pence è stato accolto da una marea di fischi e urla da parte del pubblico che si è successivamente calmato; alla fine dello spettacolo uno dei protagonisti ha preso la palla al balzo e ha approfittato della cosiddetta curtain call per leggere un breve discorso.

Il video è disponibile su twitter, basta cercarlo se volete sentire esattamente le parole che sono state usate, mi sarebbe piaciuto lasciare una trascrizione precisa del discorso con tanto di traduzione ma la folla urlava fin troppo, quindi mi limiterò a riassumerlo brevemente: l’attore ha esordito dicendo che tra il pubblico c’era un ospite speciale, ha specificato il nome del suddetto e l’ha persino indicato alla platea che ha subito cominciato un coro di “boo!”, una volta aver richiamato tutti al silenzio e incoraggiato il pubblico a registrare tutto per poi metterlo sui social, perché pensava che il mondo dovesse sentire, è stato specificato che il cast si sentiva onorato dalla presenza di Mike Pence e che erano davvero felici per la sua elezione, dopodiché il discorso continua dicendo che il cast è consapevole che né la sua politica né quella del suo presidente rappresenteranno mai l’America del cast di Hamilton o i valori americani; concludono ribadendo che sono tutti contenti di averlo tra di loro e che sperano che lo spettacolo sia riuscito a fargli aprire gli occhi in modo che le sue idee possano cambiare e rappresentare tutte le etnie, tutte le religioni, tutti gli orientamenti sessuali.

Ovviamente l’avvenimento ha fatto furore nei social, a tal punto che lo stesso Donald J. Trump ha twittato dicendo: “Il cast e il produttore di Hamilton, che mi dicono essere terribilmente sopravvalutato, dovrebbero immediatamente scusarsi per il loro comportamento scorretto.” E ancora: “Il nostro stupendo futuro vice presidente è stato molestato ieri sera al teatro dal cast di Hamilton, con tanto di telecamere accese. Questo non dovrebbe succedere!” (a questo tweet, Mike Pence aveva risposto direttamente dicendo: “A dire la verità sono stati molto gentili.”) E per finire: “Il teatro dovrebbe sempre essere un posto sicuro e speciale. Il cast di Hamilton è stato molto maleducato nei confronti di un uomo molto buono, Mike Pence. Scusatevi!”

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ecco i tweet del presidente, prima che decida di cancellarli.

A tutto ciò ovviamente sono seguite le reazioni del popolo, in particolare un ragazzo ha fatto una serie di tweet dove diceva: “Pence vuole elettrizzarmi per togliere il gay dal mio corpo, posso fargli boo quanto voglio. Gli farò boo a casa sua, gli farò boo in ufficio, gli farò boo sul letto di morte, gli farò boo anche all’inferno!”

Articolo di: Elena M. Grussu

Stand by me – Natale Miduri

Sono i mitici anni 80, e nell’Oregon a Castle Rock l’estate arriva puntuale, con quel tipico clima caloroso e onirico, che stravolgerà ben presto gli animi di quattro giovani dodicenni, ancora legati alle realtà fragili e timorose della loro età. Gordon, Chris, Teddy e Vern sono i protagonisti del film ” Stand By Me” ispirato dall’omonimo romanzo di Stephen King.

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La vita di ognuno di loro è resa difficile da mancanze affettive, da vuoti perenni che costituiranno il motivo fondamentale della loro unione e della loro solida amicizia: Gordon è un ragazzo introverso e sensibile, con un notevole talento nello scrivere storie, ma alla prematura morte del fratello, verrà totalmente ignorato dai genitori, soprattutto dal padre che gli farà credere di avere sempre preferito la sua morte a quella del fratello. Chris è il leader del gruppo, e la cattiva reputazione dei suoi genitori lo etichetterà come un piccolo delinquente. Teddy, dai grossi occhiali e dal temperamento vivace, sebbene il padre, che poi verrà rinchiuso in una clinica psichiatrica, gli avesse bruciato un orecchio poggiandolo su un’ardente stufa, continuerà a nutrire per lui un’ammirazione ed un profondo affetto. Verne, infine, è il membro più insicuro del gruppo, spesso dileggiato per il suo sovrappeso.

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Quando i giovani apprendono causalmente la notizia che a pochi chilometri dalla cittadina giace il corpo di un loro coetaneo, scomparso giorni prima, decidono audacemente di andare a vedere il cadavere per poi denunciare l’accaduto e divenire cosi famosi grazie ai giornali. Ma il viaggio che intraprenderanno spinti dalla lori ingenua puerilità, si trasformerà in un cammino di crescita psicologica, per mezzo del quale ogni membro si confronterà con se stesso mettendo a nudo e sconfiggendo le proprie debolezze. Dalle parole della celebre canzone degli anni 60′ di Ben E. King, che fa da colonna sonora al film, emergono i sentimenti e le emozioni di innocenti vittime delle circostanze, le quali troveranno nell’aiuto reciproco la forza per sconfiggere il ricordo del passato, ed abbattere la tragicità del presente.

“When the night has come

And the land is dark

And the moon is the only light we’ll see

No I won’t be afraid,

no I won’t be afraid”

Uniti, si faranno coraggio nella notte tenebrosa e incombente, rivolgendo il loro sguardo alla luna dei loro sogni, resisteranno al gelo della foresta tramite il calore reciproco suscitato dai loro focosi cuori, e grideranno finalmente di non essere soli.

“If the sky that we look upon

Should tumble and fall

And the mountains should crumble to the sea

I won’t cry,

I won’t cry,

no I won’t shed a tear

Just as long as you stand, stand by me”

Raggiungono la meta, osservano tremanti il cadavere delle loro fragilità, lo coprono con la loro determinazione e si allontanano per continuare, il cammino della loro vita, contraddistinto da una nuova visione della realtà, e dalla maturità pienamente raggiunta.

” Darling, stand by me”

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– Natale Miduri

Cosa rende lo Stretto così importante? -E. Mazza & G.Franchina

Lo Stretto di Messina è forse il più grande patrimonio della nostra città, che ha visto rovinosamente cadere a pezzi nella tragica distruzione dal 1908. Possiamo definirlo come un “nonno”, incapace di raccontare e che al tempo stesso ne ha viste tante, tantissime: dalle antiche dominazioni sino ad oggi. È uno dei simboli più rappresentativi di Messina; grazie alla sua bellezza paesaggistica ineguagliabile, che lo rende la punta di diamante della Sicilia, è motivo di vanto per tutti i cittadini locali.
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Questo stesso veniva anticamente chiamato “Stretto di Scilla e Cariddi”, dai nomi dei due mostri, rispettivamente di Calabria e Sicilia, che secondo la credenza popolare abitavano i suoi fondali. La mitologia voleva anche che i litigi tra i due causassero uno spostamento d’acqua, naturalmente provocato, in realtà, dalla differenza di temperatura del Mar Tirreno con lo Ionio. Queste correnti sono state impiegate a fini energetici: nel 2002 è stata posizionata una piattaforma sul Lago di Ganzirri. Una grande infrastruttura molto discussa, e non ancora messa in atto (e meno male…) è il ponte di collegamento tra la nostra isola e la Calabria e, più in generale, con l’intero Paese. La trovata del ponte ha origini millenarie: già gli antichi Romani avevano avuto l’idea di un elemento connettivo, con finalità commerciali e di comunicazione e probabilmente realizzato usando delle barche. Lo Stretto ospita un’enorme e varia ricchezza di biodiversità marina, vegetale ed animale, purtroppo gravemente minacciata dal costante riversamento delle sostanze nocive che fuoriescono dagli scarichi delle imbarcazioni, le quali attraversano lo Stretto quotidianamente.
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Inoltre, l’inciviltà dell’uomo incombe ancora una volta anche sull’aspetto puramente estetico dello Stretto: basti guardare i rifiuti di ogni genere abbandonati dai passanti, che ne ricoprono la riva. Insomma, per quanto possa essere deturpato il nostro Stretto, esso rimarrà sempre un monumento imponente nella nostra memoria. È sempre buffo osservare i turisti meravigliarsi guardando lo spettacolo che offre lo scorcio di Cristo Re, perché noi ormai siamo talmente abituati a vederlo che spesso ci dimentichiamo quanto sia unico e meraviglioso.
Elena Mazza e Gaia Franchina

il Nobel a Bob Dylan, che se ne frega – Franz Moraci

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Il premio Nobèl è un’onorificenza consegnata dalla Accademia Svedese a chi si è distinto nell’anno in una delle seguenti categorie: letteratura, economia, pace, medicina, chimica, fisica; e giorno 14 ottobre 2016, a Stoccolma il Comitato dei Nobel ha annunciato l’assegnazione del premio per la letteratura 2016 a Bob Dylan con motivazione

“Ha creato una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana.”

 

L’annuncio è stato accolto dal boato dei presenti della sala. Non a caso Bob Dylan è un cantautore, anzi Il Cantautore, che ha cantato, per i nati del baby-boom del secondo dopoguerra, quegli anni: la guerra in Vietnam, l’omicidio di Kennedy, Martin Luther King, Malcom X e altri avvenimenti degli anni ’60 negli Stati Uniti. 

Vittorio Zucconi, noto giornalista, interpreta questo riconoscimento a Dylan come un segnale d’allerta per la nobiltà americana e la storia popolare minacciata oggi dalla corsa alla Casa Bianca di Donald Trump e dal populismo di una nuova generazione. Sui social si è aperto nell’immediato il dibattito.  

“Che un drammaturgo vinca un premio alla letteratura ci sta, anche se in modo un po’ sghembo. Ma premiare Bob Dylan con il Nobel per la Letteratura è come se dessero un Grammy Awards a Javier Marias perché c’è una bella musicalità nella sua narrativa”

Baricco interpreta così il riconoscimento alla pop star americana e chiama in causa anche scrittori che aspettano da tempo l’assegnazione del Nobel come Adonis, il poeta arabo del ventesimo secolo, Murakami, scrittore giapponese e il keniota Ngugi wa Thiong. Anche Valerio Mangrelli, poeta e accademico romano, sostenendo la tesi contro Bob Dylan e in generale contro la stessa Accademia, ha elaborato tre punti: 

  1.  il premio dovrebbe essere conferito da giornali, editori, e università e ritiene che i membri della commissione non siano i diretti “addetti ai lavori”.
  2.  gli Usa sono stati esclusi da Nobel per vent’anni ed assegnarlo ad un cantante comune è una cosa impensabile. Infatti altri scrittori e poeti americani sono stati trascurati quali John Ashebery, o romanzieri Don DeLillo e Thomas Pynchon.
  3. : Mangrelli non riesce a paragonare la poesia alla musica, poiché quest’ultima è moltiplicatrice di emozioni.

C’è da dire che, nonostante tutto, anche altri personaggi di rilievo hanno accolto con gioia la notizia proveniente da Stoccolma: il primo il Presidente Obama che si è congratulato con Bob Dylan. Insieme a lui il “grande” cantautorato italiano: Mogol, De Gregori e Guccini che vedono in questo conferimento la rivalutazione dei loro testi come poesie.

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Ho chiesto un parere su questo argomento a Lorenzo Sidoti, leader e chitarrista dei So Does Your Mother, un gruppo romano Progressive Dance Rock che si ispira alle armonie di Frank Zappa

  • Lorenzo, secondo te è stata una scelta giusta assegnare il premio Nobel a Bob Dylan?

A mio avviso, aver dato il Premio Nobel a Bob Dylan, è stata una scelta più che giusta. La sua poetica è stata d’ispirazione per molteplici generazioni, e le sue canzoni hanno accompagnato le lotte politiche degli anni ’60 in tutto il globo.

  •   Le Accademie hanno voluto dare un segno progressista consegnando questo premio ad un musicista?

Con questo prestigioso riconoscimento conferito ad un musicista e non ad un letterato, secondo me si è voluta dare una giusta dignità e un corretto valore a quello che per molti è stato il nuovo modo di fare poesia. Più che progressismo, direi che è ci si è voluti aggiornare rispetto al mondo che sta cambiando.

  • Secondo te i testi delle canzoni possono far parte della letteratura?

I testi delle canzoni, come ho detto prima, sono il nuovo modo di fare poesia. La letteratura ha da sempre intrattenuto, istruito e risvegliato le menti dei suoi fruitori. Le parole in musica, da sempre hanno assolto allo stesso compito, dal canto gregoriano, alle canzoni di 2Pac (cantante rapper americano): parole che scandiscono i tempi liturgici, raccontano storie vere, inventate, alimentano la rabbia e il risentimento delle persone, le fanno avvicinare e sperare in un mondo migliore. Ci si ritrova in un libro, come in una canzone, e quindi da sempre i testi applicati alla musica sono letteratura, solo adesso le accademie hanno voluto dargli il giusto riconoscimento.

  •  Hai un ricordo legato a qualche sua canzone?

Bob Dylan, mi ha fatto riflettere maggiormente sull’utilizzo delle parole in una canzone e mi ha aiutato come tanti grandi parolieri della musica occidentale a pensare al testo delle canzoni come una piccola opera: ogni parola va messa su carta di getto, con spontanea emozione, ma dopo va cesellata, perchè alcuni termini sono più o meno musicali, altri vanno a toccare maggiormente l’animo di chi ti ascolta. Calibrare note e parole è come manovrare il vento: hanno una fisicità intangibile e Dylan in questo ne è stato e ne è maestro. Ma se penso al menestrello, il disco che più mi ha coinvolto ed entusiasmato è stata la colonna sonora di Pat Garrett & Billy the Kid.

Da sempre il dibattito che interessa e coinvolge poesia e musica, e musica come poesia (e vice versa) è aperto. Ogni ‘fazione’ porta avanti le sue idee, in modo più o meno giusto, ma ritengo che in ogni caso sia la musica che la poesia possano essere definite in modo assolutamente soggettivo: entrambe suscitano reazioni personali, perciò questo modo di fare rigoroso e chirurgico (e spocchioso) toglie solo bellezza e semplicità ai brani.

A mio parere il premio Nobel alla letteratura di Bob Dylan è il vero inizio alla visione dei testi delle canzoni come opere della letteratura e, perché no, come classici. “ classici sono testi che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.” Così diceva l’eterno Italo Calvino in un articolo de L’Espresso del 1981.

E in tutto ciò, il nostro caro Bob, ignora l’assegnazione di questo importante premio, e come se non lo toccasse continua imperterrito con i suoi concerti, senza dare segni di vita. Insomma, mentre noi ci scervelliamo, lui se ne frega.

FRANZ MORACI