L’altra faccia dell’Irlanda – Luna Cilia

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Un altro noioso diario di bordo? Non esattamente… Il mio intento, tramite questo articolo, non è semplicemente quello di raccontarvi minuziosamente ogni sfumatura delle tre settimane che ho trascorso a Dublino dal 5 al 26 luglio, ma un tentativo di cogliere le particolarità e le tradizioni che io, da italiana e siciliana, ho notato.

Dublino, una città metropolitana particolare.

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in prossimità dell Ha’Penny Bridge

Mentre venivo catapultata tra commoventi distese di verde e folletti, una delle prime cose che ho notato mettendo piede al centro di Dublino è che, nonostante sia una città IMMENSA (e posso assicurarvi che muovendosi tramite il Dublin Bus quando siete stati ospitati a circa un’ora dal cuore della città l’ultima cosa che volete, nonostante sia facilissimo, è perfdervi) si distingue per la tranquillità assoluta della vita di tutti i giorni: somiglia parecchio a un immenso formicaio, silenzioso e ordinato. L’unica parte della città nella quale ci si sente pienamente investiti dalla vita e dallo spirito irlandese, non contando i miliardi di Carrol’s a ogni angolo della strada, è Grafton Street, seguita dal famosissimo Temple Bar. Grafton e Temple sono gremite da artisti di strada capaci di tutto: non è considerato affatto strano dedicarsi a una vita di esibizioni in strada, è un modo come tanti di lavorare e guadagnarsi da vivere. Esempio ne è il talentuosissimo CeZar (spero abbiate la fortuna di incontrarlo : https://www.youtube.com/watch?v=RNKxAswrrfA )

 

La mensa dei poveri “HOPE IN THE DARKNESS” (General Post Office)

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Proprio sotto una delle più famose strutture del centro di Dublino viene tenuta, settimanalmente una mensa per gli abitanti meno fortunati della città: homeless, but not hopeless, si può dire. Tantissimi volenterosi aiutanti sfamano e chiacchierano gentilmente con i senzatetto; alcuni giovani parrucchieri, proprio accanto a loro, si preoccupano di tagliare capelli e barba. Una delle scene più toccanti del viaggio, che si commenta da sola per la dignità e la civiltà che esprime.

Cibo a Dublino, why not?

Uno dei difetti, che ammetto a malincuore, di questa meravigliosa città è proprio il cibo, come in molte città anglosassoni. Il problema non risiede tanto nelle pietanze stesse: alcune sono davvero particolari e buone e meritano di essere provate, ma ne parlerò tra poco. Il problema sta nel prezzo: il cibo è particolarmente costoso, e mentre con il nostro piatto di pasta da cinque euro massimo si riesce a tirare senza alcun problema fino alle nove di sera, per sentirsi sazi (ma nemmeno troppo) il budget minimo si aggira intorno ai 10/15 euro quando si pranza, o cena, fuori casa. Non è un gran problema, direte voi: non è un gran problema quando si vive vicino al centro e ci si sposta facilmente, ma quando casa vostra dista parecchio, le lezioni al college finiscono alle 16.00 e l’appuntamento per le attività serali è alle 19:00, il tempo materiale per cenare (mediamente, l’orario per la cena oscilla tra le 17:00 e le 18:00) non prevede il ritorno a casa. Quindi, moltiplicate 10 euro per 21 giorni e capirete quanto realmente incida cenare quasi ogni giorno fuori per tre settimane.

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foto da: google

Tornando al cibo: i piatti che più ho apprezzato, e che consiglio sono: Sheppard’s Pie, Irish Casserole, Scons, Beef Stew ma soprattutto PORRIDGE.  

 

Il Porridge è più un piatto anglosassone in generale, ma siccome ne vado matta e ho appena ordinato da amazon una fornitura da 1kg di fiocchi di avena, meritava di essere inserito nella lista. Consiglio: non lasciatevi spaventare dall’aspetto della pietanza che vi viene servita; la prima volta che ho visto la casseruola aveva l’aspetto di un piatto sul quale qualcuno aveva appena vomitato la cena, ma vi assicuro che è davvero buona. Dimenticavo una cosa particolare: noi italiani siamo abituati a mangiare il primo, il secondo e il dolce in piatti separati; a Dublino (e in tutta la EIRE) mi sono accorta che il pasto viene consumato tutto nello stesso piatto. Alla fine tutto quello che mangiamo va a finire nello stomaco contemporaneamente, quindi non è poi tanto diverso…giusto?

Orari

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Belfast

Avete voglia di rilassarvi, di una birretta con gli amici, di girare per negozi? Ricordatevi che per i negozi avete tempo, MASSIMO, fino alle 21:00. Dalle 19:00 in poi i ristoranti cominciano a chiudere, e rischiate di ridurvi (come ho provato sulla mia stessa pelle) a mangiare porcate da Subway (se siete sfortunati, come me, rischiate di piluccare una patatina fredda e un’aletta di pollo sospetta al massimo) o McDonalds o Burger King. Generalmente, i pasti del giorno sono: la colazione, che varia dalle 6:00 alle 7:00, il pranzo, circa alle 12:00, la cena, dalle 17:00 alle 19:00. Dalle 20:00 in poi vedrete soggetti abbondantemente ubriachi vagare per la città, e non stupitevi se alle 22:30 osservate un uomo di mezza età imprecare, alticcio, davanti alla saracinesca abbassata di Starbucks dicendo “Give me a f***ing milkshake maaan!”

Clima

Ci vorrebbero anni per descrivere con accuratezza “the lovely irish weather”. Mi limiterò a dire che a luglio il clima assomiglia vagamente all’autunno Sicliano. Dico vagamente perchè il tempo è assolutamente folle, in una giornata piove fino a 10 volte (pioggia sottile che dura massimo mezz’ora), seguito da sole, nuvolette, cazzochecaldo, cazzochefreddo, cazzochevento, sole, e mainagioia a pioggia. L’unica soluzione è vestirsi a cipolla e portarsi dietro sempre un raincoat e un ombrellino.

I miei posti preferiti (di dublino)

Mi sembra doverosa una breve lista di posti che vanno ASSOLUTAMENTE VISITATI.

  • Croke Park (uno dei più grandi stadi di europa
  • National Botanic Garden
  • Grafton Street
  • St. Stephen’s Green Park
  • Phoenix Park (uno dei più grandi parchi di Europa)
  • La libreria del Trinity College
  • Guinness Factory
  • I graffiti della zona di Temple Bar
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Dentro il National Botanic Garden

Esterne a Dublino consiglio : Glendalough, Dun Laoghaire, Killiney Hill, Galway.

 

 

I cartelli stradali, le insegne, le persone sono abituate a questa forte presenza bilingue. Il gaelico è una lingua che non assomiglia davvero a nessun’altra lingua – a parte per lo scozzese- quindi è incomprensibile cercare di capirlo a meno che non ci si metta a studiarlo dalle basi. I nomi delle città variano: Dublino si chiama Baile Atha Cliath, ossia città del guado della staccionata; Belfast si chiama Beal Feirste, e via dicendo. Alcune città, addirittura, mantengono il loro antico nome in gaelico, come la piccola Dun Laoghaire ( si legge più o meno Dan Liari). Anche i nomi in gaelico sono particolari: ricordo i nomi di due insegnanti, ossia Gràinne (si legge Gronia) e Deirbhile (si legge Dervla). L’unica frase in gaelico che ho imparato? Eir: Pòg mo thòin (“pogmahon”) Ing: Kiss my ass.

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Dun Laoghaire

Sfatiamo i luoghi comuni

Esattamente per come non è vero che tutti gli Irlandesi hanno i capelli rossi, nonostante sia comune averli, non è vero neppure che tutti gli Irlandesi sono beoni, anche se è abbastanza comune. Lo stereotipo va sempre inquadrato in una giusta via di mezzo: proprio come chi pensa che noi italiani mangiamo solo pasta. La freddezza, che noi italiani in trasferta notiamo spesso, è molto spesso una riservatezza, una timidezza molto diffusa.

Un piccolo accenno lo meritano proprio le persone, native, che ho incontrato in questo viaggio. In linea di massima, il dublinese (o l’irlandese in generale) è una persona gentile, pacata, solare ma molto timida (specialmente davanti alle dimostrazioni di affetto evidente), abbastanza silenzioso rispetto al chiassosissimo italiano, ma con un bel senso dell’umorismo. Nonostante la diffidenza che spesso percepiamo nei confronti di noi italiani, non è affatto difficile trovare qualcuno disponibile a aiutarci quando persi, confusi o desiderosi di informazioni… basta non spaventarli gesticolando e abbassare di poco il nostro tono di voce deciso. Tra i momenti più belli e piacevoli ricordo proprio le discussioni in cui ho avuto l’opportunità di confrontare la mia realtà di tutti i giorni con insegnanti, Activity leaders, autisti dell’autobus. Quando l’approccio al nuovo mondo in cui ci imbattiamo è di gentilezza e curiosità, le differenze possono essere soltanto belle.

Fotografie e articolo di Luna Cilia IID

Messina, Castellaccio: tra bellezza e abbandono – Giulia D’Audino

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Trascuratezza, abbandono, fascino, mistero, avvolgono la storia dell’antico sito messinese Castellaccio (il nome deriva probabilmente dalla zona in cui sorge) che si erge a 145 m sul livello del mare affacciandosi sulla sottostante vallata di Gravitelli. L’antico forte adesso a pianta quadrangolare, fiancheggiato dal forte Gonzaga, può essere considerato uno dei tesori nascosti della città, nonché uno dei più antichi, ma sfortunatamente come spesso accade, la disattenzione e la noncuranza impediscono di far rivivere luoghi ormai consumati dal tempo.

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Costituito inizialmente da fascine e legname sotto il Vicerè Giovanni De Vega nel 1547, venne con gli anni ridotto in forma quadrata con quattro bastioni agli angoli dal noto architetto italiano Antonio Ferramolino già progettista di Forte Gonzaga e altri ben noti forti di Messina. Utilizzato inoltre come punto di avvistamento, avvisava con una cannonata i cittadini dai maggiori pericoli; accolse anche l’esercito messinese guidato da Giacomo Avarna durante la rivolta antispagnola. Tra i motivi che determinarono la decadenza di Castellaccio vi fu il devastante terremoto che colpì la città nel dicembre del 1908; infatti durante il secondo conflitto mondiale fu ulteriormente manomesso.14317472_1250677488297624_7067119119021171782_n.jpg La struttura nel corso dei secoli ha subito dei rimaneggiamenti prova ne sono i richiami gotici apportati alle finestre e lo stravolgimento generale della natura dei luoghi. Tanti furono anche i tentativi di Padre Nino Trovato, fondatore della Città del ragazzo, di far rifiorire il luogo per destinarlo ad un uso di pubblica utilità. In tempi recenti molti sono stati i tentativi di richiamare l’attenzione su questo luogo destinato al declino; infatti proprio durante l’anno 2012 la Soprintendenza ai beni culturali e ambientali tentò di scuotere l’opinione pubblica per la riqualificazione del luogo, purtroppo senza alcun esito. Come spesso accade però è calato il silenzio. Il tempo è volato via inesorabilmente e la struttura è caduta in uno stato di abbandono senza precedenti.
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A peggiorare il già pessimo stato del forte, sembra che negli ultimi anni alcuni atti vandalici abbiano avuto la meglio su Castellaccio, ricoprendolo di vernice e graffiti che offuscano e spengono tristemente l’antica bellezza del luogo. Purtroppo mancano la volontà politica e i fondi necessari per poter far rivivere una struttura fruibile da giovani, adulti, anziani e che costituirebbe così uno dei pochi polmoni verdi di Messina e punto di attrazione per la cittadinanza. Un luogo che potrebbe essere vissuto appieno dall’intera comunità organizzando eventi culturali, dibattiti, diventando dunque un punto di riferimento per tutti i messinesi. Chiunque si rechi oggi a Castellaccio vivrà certamente una sensazione di estraniamento, come se il tempo si fosse fermato e avesse seppellito negli anni la bellezza custodita in passato, divenuta ormai un eco lontano. Come cittadini dovremmo far sentire la nostra voce poiché se è vero che la politica ha grosse responsabilità, gli individui che formano la città sono i primi artefici del loro presente e del loro futuro. E’ arrivato il momento di risvegliare il forte dormiente dai secoli di oblio in cui è precipitato, di restituirlo finalmente alla sua città, ai suoi abitanti, alla sua storia.

 

Articolo e foto a cura di Giulia D’Audino

12 MAGGIO – L’arroganza del potere | Nicola Ialacqua

 arroganza s. f. [dal lat. arrogantia]L’essere arrogante; insolenza e asprezza di modi di chi, presumendo troppo di sé, vuol far sentire la sua superiorità

 

Messina, 12 Maggio 2016

Così ci hanno definiti, arroganti. Tutti gli studenti che frequentano il secondo anno di liceo e che oggi hanno boicottato gli invalsi sono per loro semplicemente arroganti. I promotori della protesta, anche se non di secondo, lo sono anch’essi. Arroganti perché non portano rispetto al dirigente, al professore, alla scuola e alla legge. Arroganti perché si sentono al di sopra di tutto, perché vanno contro l’autorità a spada tratta. E perché hanno la presunzione di avere ragione mentre, si sa, chi  detiene il potere è l’unico ad avercela. L’autorità ha sempre ragione su qualsiasi cosa, è indiscutibile, in ogni situazione. Se il dirigente invita a fare qualcosa di non obbligatorio, qualcosa che non ritenete giusta, fatela comunque: essendo la massima autorità a scuola dovete obbedire anche se non siete d’accordo, e dimenticare ogni principio democratico che credevate reale. Anche quando ci sono ingiustizie, anche quando non vogliono farvi parlare, voi dovete avere rispetto ed eseguire gli ordini. Questa è la campagna portata avanti in questi giorni: impedire agli alunni di boicottare gli invalsi.

Numerose sono state le minacce e gli attacchi verso chi sosteneva questo sciopero. Sono stati citati articoli della costituzione non ben identificati pur di scoraggiare gli studenti. Hanno dovuto ricorrere alla disinformazione pur di vincere questa battaglia. Hanno dovuto usare tutte le armi a loro disposizione per costringere gli alunni a fare questi insulsi test. Come reagire quando chi dovrebbe educare i ragazzi, chi dovrebbe insegnare valori quali giustizia, libertà di espressione e democrazia adotta metodi repressivi del genere? Nessuno si ferma a pensare che avemmo potuto fare la stessa cosa. Avremmo potuto trascinare i ragazzi fuori da scuola, minacciarli, alienare coloro che volevano entrare. Avremmo potuto emarginare chi aveva deciso di svolgere le prove.

Potevamo, ma non l’abbiamo fatto. A differenza del trattamento ricevuto, noi abbiamo democraticamente ascoltato i ragazzi, esposto le nostre posizioni, distribuito volantini per informarli. Scartata senza neanche pensarci l’idea della disinformazione, noi non ci siamo inventati nulla, abbiamo solo raccontato  e raccolto fatti.

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Flash mob contro gli invalsi nella “Galleria Vittorio Emanuele II” a Messina

Abbiamo organizzato un semplice raduno, e nonostante tutto la partecipazione al boicottaggio è stata molto alta. La giornata temporalesca di oggi non ci ha impedito di svolgere la nostra assemblea pubblica, di parlare con i nostri studenti, di ribadire ancora una volta i motivi di questa protesta, per dire No non solo agli invalsi ma anche e soprattutto a tutto quel sistema che sta proponendo la Buona Scuola,  fatto di privatizzazioni e di organi meritocratici come il Comitato di Valutazione. Abbiamo protestato contro un sistema che non si preoccupa tanto dell’istruzione del singolo alunno, del suo bagaglio culturale, quanto di ciò che è “utile” per poter avere un lavoro. Abbiamo protestato contro l’alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per poter affrontare l’esame di licenza liceale, che sfrutta gli studenti anche fuori dalle ore di lezione.

In un paese come il nostro non possiamo permetterci di andare avanti così, l’istruzione sta alla base di un paese civile e in tal modo non si fa altro che far affossare quest’ultima, non che creare degli automi che un giorno non riusciranno a pensare criticamente, men che meno a capire cos’è giusto e cos’è sbagliato o a comprendere quando un politico è corrotto o meno. Oggi abbiamo dimostrato che la Buona Scuola non va imposta dall’alto, ma deve partire da noi studenti, deve partire dai ragazzi. Noi studenti oggi abbiamo vinto non tramite la violenza, ma grazie alla giusta informazione e alla serietà; instaurando un vero dibattito con i ragazzi, abbiamo capito ogni singola posizione e l’abbiamo rispettata. Abbiamo fatto tutto quello che, chi dovrebbe svolgere un compito talmente importante per proteggere e curare giovani menti, ha invece evitato. Moltissimi sono stati i ragazzi in tutta Italia che hanno manifestato contro questi test a crocette lasciando i fogli in bianco, scrivendo “Siamo studenti, non numeri” sulla prima pagina degli invalsi, non entrando a scuola e partecipando alle manifestazioni. La nostra testimonianza messinese è paradigmatica: non esiste nessun tornaconto personale, noi l’abbiamo fatto per far sentire il nostro dissenso ai docenti, ai dirigenti, ai cittadini e al governo. E tutto senza il bisogno di applicare metodi pietosamente antidemocratici: bastava semplicemente far riflettere i nostri amici e compagni. A questo punto mi sorge spontaneo un dubbio: siamo noi gli arroganti in questa situazione?

-Nicola Ialacqua

TEST INVALSI: Perché boicottarli – Nicola Ialacqua

Cominciamo analizzando per bene la storia di questi test di valutazione.
L’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione (INVALSI) è un istituto di ricerca avente le seguenti funzioni:

  • verifiche sistematiche e periodiche sulle abilità e conoscenze degli studenti, e sulla qualità dell’offerta didattica e formativa delle istituzioni;
  • preparazione annuale dei testi della prova scritta nazionale volta a verificare i livelli di apprendimento conseguiti dagli studenti nell’esame di Stato al terzo anno della scuola secondaria di primo grado (comunemente nota come Test INVALSI)

In tutta Europa esiste questo tipo di test di valutazione con le stesse tipologie di item (ovvero di domande). Secondo il documento dell’EACEA ( Agenzia Esecutiva per l’istruzione, gli audiovisivi e la Cultura) “Le prove nazionali di valutazione degli alunni, ovvero la somministrazione nazionale di test standardizzati ed esami organizzati a livello centrale, sono uno degli strumenti utilizzati per misurare e monitorare sistematicamente il rendimento di singoli alunni, istituti scolastici e sistemi educativi nazionali”. In breve, questi test dovrebbero monitorare il livello d’istruzione in un determinato paese cercando di trovare delle soluzioni per dei possibili deficit.
Gli INVALSI sono stati somministrati agli studenti italiani solo dal 2007.
Dal 2007 sono le seconde e quinte elementari, le terze medie e le seconde liceali a doverli svolgere. Qui abbiamo la prima “falla nel sistema”: infatti dal 2009 gli INVALSI fanno media nella valutazione finale degli esami del primo ciclo di scuola secondaria. Ecco qui che dei test presentanti come valutazione del sistema d’istruzione nazionale diventano valutazione del singolo alunno.

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Logo dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione

Ma in cosa consistono questi test? 

Vengono analizzate due materie in particolare, ovvero italiano e matematica.
I test consistono in domande a risposta multipla, “vero o falso” e sporadiche domande a risposta aperta.
Le prove di italiano per gli alunni delle seconde classi del liceo consistono in una comprensione di tre testi con circa venti domande e circa cinque domande di grammatica, mentre per quelle di matematica troviamo trenta domande di aritmetica, algebra, geometria, relazioni e funzioni, dati e previsioni.
Spesso vi sono delle difficoltà nella risoluzione dei quesiti per quanto riguarda quest’ultima materia: molti alunni infatti non riescono a risolvere i problemi proposti poiché branche della matematica come la statistica vengono completamente oscurate dai professori.
Chi sostiene le prove INVALSI ritiene infatti che quest’ultime costringono, in un certo senso, i professori a spiegare agli alunni durante la lezione certe discipline quasi fondamentali al giorno d’oggi che possono aiutare per la preparazione all’Università.
Ma in cosa è sfociata in verità questa “costrizione” negli anni? Sarebbe stato positivo infatti se questi test avessero spinto i professori a cambiare radicalmente il proprio metodo di insegnamento, cercando di far comprendere la materia e far capire all’alunno come applicare ciò che gli viene insegnato per risolvere i problemi di tutti i giorni, ma purtroppo così non è stato: i professori infatti, pur di far andare bene questi test, hanno basato il loro programma sul nozionismo, inculcandogli formule atte a risolvere solamente quel tipo di test, decontestualizzando quindi la stessa materia. Ovviamente non tutti gli insegnanti lo fanno, ma il problema esiste ed è sotto gli occhi di tutti.
Per quanto riguarda le prove di italiano, il problema sorto è di diverso tipo.
Per quanto la comprensione del testo sia fondamentale all’individuo per poter comprendere nella vita di tutti i giorni articoli di giornale e qualsiasi tipo di documento, per quanto essa possa contribuire a risolvere quell’analfabetismo funzionale di cui molti oggi soffrono a causa appunto di un sistema d’istruzione di basso livello, essa non può in alcun modo sviluppare nell’alunno il senso critico.
I professori si sono infatti a tal punto omologati a questi test da proporre come compiti in classe prevalentemente comprensioni del testo, uccidendo così la creatività dell’alunno non dandogli la possibilità di spaziare, cosa che invece un saggio breve richiede.

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Le falle quindi non sono state risolte, ma sono aumentate, e non è finita qui.

Questi test, a parte per gli esami di terza media, non dovrebbero intaccare la valutazione dell’alunno, anche perché dovrebbero essere anonimi, ma purtroppo non è così.
Infatti per ogni alunno esiste un codice identificativo stampato sul foglio: questo codice, detto SIDI, viene fornito dal MIUR. I docenti delle materie di italiano e matematica sono spesso incaricati sia della correzione delle prove sia dell’inserimento dei dati nel sistema informatico. Ciò inficia l’anonimato del singolo test e potrebbe indurre il docente non solo a falsificare i risultati, ma (come è già avvenuto) anche da utilizzare il suddetto test come valutazione in più sull’alunno.
Ciò intacca direttamente la privacy dello studente poiché lo stesso codice si trova anche nel terzo foglio proposto all’alunno, una sorta di questionario all’interno del quale si pongono a quest’ultimo domande, ad esempio, sul reddito dei genitori, sul grado di istruzione degli stessi e così via.
Ciò è a dir poco inconcepibile per un test nazionale uguale per tutti che dovrebbe solo fornire dei dati prettamente statistici.
Ma passiamo alle altre criticità.
I test invalsi hanno, ovviamente, un limite di tempo massimo: 90 minuti a prova per quelli delle seconde liceali, 60 minuti per le terze medie, 75 minuti per le quinte elementari e soli 45 minuti per le seconde elementari.
Sorge nuovamente un problema che nel resto d’Europa ed in America ormai esiste da tempo: lo stress da test. Come sostengono giustamente i COBAS nel loro documento “Invalsi: perché no”, “nell’insegnamento della scrittura i bambini usano la matita, affinché l’errore non sia irrimediabile e non diventi un dramma emotivo; invece l’Invalsi obbliga all’uso della penna biro non cancellabile. Ma in qualunque segmento di scuola, lo stress emotivo è fortissimo: le prove sono pensate per risposte in velocità, si tratta di prove a tempo a malapena sufficiente a rispondere a tutti i quiz. Esattamente il contrario di ciò che un buon insegnante non smette mai di raccomandare: “Non bisogna avere fretta nelle risposte, bisogna riflettere bene e a lungo, ecc.”. Nelle scuole inglesi lo “stress da QUIZ” è ormai riconosciuto anche dagli psicopedagogisti.”.
Negli anni esso è diventato un problema serio per i bambini nei paesi sopracitati, e presto lo diventerà anche qui in Italia.
Perché noi in Italia, al posto di imparare dagli errori altrui, li imitiamo.
Cos’è successo infatti negli altri paesi in cui questi test sono ormai diventati parte integrante dell’istruzione?

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In America, il 26 aprile 1983 veniva pubblicata un’analisi sullo stato della scuola chiamata “A Nation at Risk”, la quale affermava che il sistema educativo statunitense aveva fallito in quanto la performance degli studenti era inaccettabilmente bassa. Fu così che negli anni 90 si cercò di porvi rimedio tramite un percorso atto a stabilire degli obiettivi generali. Ciò sfociò in quella riforma approvata nel 2002, la No Child Left Behind (NCLB). Questa riforma non fece altro che costringere ogni stato ad adottare nelle scuole pubbliche una sorta di “linea guida generale” ( la accountability) avente lo scopo di migliorare la qualità dell’istruzione pubblica. Ecco qui che vengono introdotti dei test più o meno uguali in ogni stato da sottoporre a tutti gli alunni appartenenti dalla III all’VIII classe ogni fine anno scolastico. I risultati dovranno poi essere comunicati ai genitori e alla comunità locale per dimostrare il progresso annuale. Tutte le scuole che per almeno due anni consecutivi hanno avuto dei risultati in media bassi dovranno essere aiutati tramite dei finanziamenti per la formazione degli insegnanti. Se anche ciò non bastasse, le suddette scuole dovranno essere completamente riorganizzate. Le critiche a questa NCLB sono state molte: innanzitutto, le scuole che non conseguono sufficientemente questi test rischiano in verità il taglio dei fondi, cosa che porterebbe inevitabilmente alla chiusura. Ciò non ha fatto altro che indurre le scuole a semplificare queste prove pur di sopravvivere. Ad oggi in America sono i più poveri, soprattutto i latinoamericani e gli afroamericani, ad essere i meno alfabetizzati del paese. Ed a seconda dei risultati dei test spesso viene precluso l’ingresso ad una buona scuola superiore, quindi ad una buona università e quindi ad un buon percorso di studi. Le scuole hanno cominciato così ad utilizzare espedienti sempre più subdoli come il cream-skimming, ovvero il cercare di attrarre gli alunni migliori nelle proprie scuole per far si che i test vadano bene, oppure l’assegnazione degli alunni più deboli a delle classi speciali che li esonerano dalla partecipazione a questi test. Inoltre spesso individui normodotati ma con scarsi risultati ai test vengono messi in classi di sostegno nelle quali di solito ci dovrebbero essere gli studenti disabili o con bisogni speciali. Ed ecco qui che aumentano a dismisura gli abbandoni scolastici. Inevitabile poi è stato l’utilizzo dei test da parte dei professori come unico strumento didattico a causa appunto di questo accountability che ha concentrato l’attenzione degli insegnanti solo sulle materie e solo sulle branche oggetto di rilevazione. Gli insegnanti sono purtroppo costretti a fare ciò in quanto il risultato di questi test svolti dai propri studenti intacca direttamente il loro salario. Di boicottaggi in America ce ne sono stati tanti in questi anni, il movimento anti-test è cresciuto a dismisura stato dopo stato, ma purtroppo ciò porta a delle sanzioni dure alle scuole.

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Manifestazione nel New Jersey contro i test PARCC (Partnership for Assessment of Readiness for College in Careers)

L’Italia vuole prendere esempio da un modello di educazione che in America ha solo creato disparità, ha solo creato disagi, un modello che ha solo peggiorato lo stato delle cose.

Ecco che succede una cosa simile in Olanda, dove i test ti accompagnano sin dall’infanzia. Una mamma italiana trasferitasi lì infatti racconta che “ogni anno tra aprile e maggio tutte le scuole elementari vengono sottoposte al test CITO che ha lo scopo di misurare gli obiettivi di apprendimento riferendoli a una media nazionale. A è il risultato massimo, B è buono C è sufficiente, D è insufficiente. il punteggio finale del CITO in ottava classe diventa anche uno spartiacque per il tipo di scuola superiore, visto che alcuni dei licei più ambiti pongono un punteggio minimo al CITO come prerequisito per l’ammissione. Al termine degli 8 anni di scuola elementare viene anche dato un consiglio più o meno vincolante per le scuole superiori”.
E’ questo che il governo vuole? Creare disparità fra gli alunni tramite dei test?
I risultati degli INVALSI in Italia sono uguali dal 2007: vi sono enormi disparità fra il Nord ed il Sud, in quanto quest’ultimo presenta i peggior risultati di tutta Italia mentre regioni come Veneto e Lombardia presentano dei risultati ottimi.
Sono passati nove anni dall’introduzione di questi test, e cosa si è fatto per migliorare tutto questo?
Assolutamente niente. I risultati sono sempre gli stessi, il cheating aumenta a dismisura e le disparità fra Nord e Sud non fanno che inasprirsi sempre più.
E ci sono ancora docenti, dirigenti e genitori che sostengono questi test invalsi, che spingono i propri ragazzi a farli, che denigrano tutti coloro che non li svolgono, che prendono dure sanzioni su chi li boicotta (sanzioni che intaccano inevitabilmente la valutazione del singolo studente).
Ecco qui che dei semplici test prettamente statistici diventano un obbligo, diventano un “dovere”, diventano una costrizione. Arrivano poi i giornalisti che cavalcano l’onda di questi sostenitori dei test uccidendo il movimento studentesco e deridendo gli studenti che manifestano con affermazioni a dir poco sconcertanti. A conferma di ciò, il quotidiano “Il Sussidiario” ha pubblicato l’anno scorso un resoconto degli invalsi sottolineando il fatto che “in prima fila nel sabotaggio vi sono le scuole con i peggiori risultati”, come Sicilia e Sardegna, e che “più che della battaglia di coscienze critiche, affinate dalle elevate competenze, contro i danni della globalizzazione standardizzante, forse più semplicemente si tratta della pulsione a celare la propria sostanziale ignoranza”.
Chi ha scritto il suddetto articolo sicuramente non si sarà mai chiesto se questi test invalsi siano veramente di aiuto per i ragazzi, probabilmente non entra in una scuola da decenni, probabilmente non parla con i giovani da tempo, probabilmente non capisce che questi invalsi non sono mai serviti a niente, che questi invalsi hanno solo fatto sprecare milioni di euro (l’anno scorso sono stati spesi quattordici milioni di euro) inutilmente. La Buona Scuola non fa altro che continuare a fornire fondi all’istituto INVALSI, non fa altro che pensare a “tecnologizzare” le scuole, non tenendo conto del fatto che ci sono scuole che cadono letteralmente a pezzi, scuole vecchie che ormai hanno i giorni contati.

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Manifestazione a Genova contro gli Invalsi

Il 12 maggio le scuole di tutta Italia dovranno svolgere i suddetti test, ed alla luce di tutti questi fatti, di tutti questi dati, invitiamo tutti gli studenti, i professori ed i dirigenti a boicottarli.

Poniamo fine a questo tipo di insegnamento meramente nozionistico basato non tanto sulla comprensione del quesito quanto sul “teaching to test”, sulla mera risoluzione dei test.
Poniamo fine a questo sistema preoccupantemente volto ad imitare modelli americani ed europei che hanno fallito, che hanno creato solo disparità, che hanno distrutto il sistema scolastico.
Poniamo fine a questa Buona Scuola che crea dei ragazzi-macchine tramite l’alternanza scuola-lavoro, che fornisce agli studenti solo gli strumenti per poter in futuro avere un lavoro piuttosto che incentivarli a studiare per avere un bagaglio culturale degno di nota, per sviluppare quel senso critico che oggi manca a buona parte della classe dirigente.
Il Governo crede che in tempo di crisi tutto sia giustificato, tutto sia permesso.
Ma come ben scrive il professore Nuccio Ordine nell’introduzione del suo libro “L’utilità dell’inutile”, “la logica del profitto mina alle basi quelle istituzioni (scuole, università, centri di ricerca, laboratori, musei, librerie) e quelle discipline (umanistiche e scientifiche) il cui valore dovrebbe coincidere con il sapere in sé, indipendentemente dalla capacità di produrre guadagni immediati o benefici pratici.”
E’ per questo, per avere un’istruzione decente, per ridare vita alle materie umanistiche e scientifiche ormai oscurate, per il valore del diritto allo studio che noi tutti, il 12 aprile, boicotteremo questi test invalsi.

-Nicola Ialacqua

“LA FOLLIA È UNA CONDIZIONE UMANA”: LA STORIA DI FRANCO BASAGLIA

«Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla

Lo affermava nel 1979 Franco Basaglia, il più noto psichiatra del secolo scorso, conscio del persistente e secolare affermarsi di quell’ideale secondo il quale è naturale considerare i malati psichici uomini privi di dignità, oggetti da debellare, esseri da evitare e da rinchiudere all’interno di edifici isolati al fine di occultare tali irrecuperabili casi incapaci di adattarsi alla normale vita sociale.

Concezione che inizia ad affermarsi già durante la Rivoluzione industriale quando, a seguito della medievale caccia alle streghe e degli internamenti in ospedali e prigioni, assistiamo alla nascita dei manicomi, luoghi situati in estrema periferia in cui i principi di umanità, rispetto e dignità venivano soppressi a favore della totale sfiducia dell’individuo. Nel 1904 tale pianificata atrocità venne regolamentata dalla prima legge italiana “sui manicomi e sugli alienati”: la legge Giolitti, che non solo ufficializzò la funzione pubblica della psichiatria, ma propagandò l’individuazione tra malattia mentale e pericolosità. Alla totale distruzione degli esseri umani in quanto tali contribuirono le terapie convulsivanti, incrementate nel periodo fascista, quali malarioterapia, insulinoterapia, elettroshock. Alla base di tali sistemi vi è certamente il ripudio del diverso, considerato non più nella propria dignità di essere umano, dotato degli imprescindibili diritti alla libertà e all’uguaglianza, ma concepito come un ammasso informe di errori e infermità da compensare e curare. Non comprendere il valore della diversità, assioma dell’uomo, significa privarlo delle qualità immanenti che lo rendono tale e intaccarne negativamente la qualità di vita. Per tale motivo nell’ambito civile e comunitario la società ha il compito di educare alla bellezza della diversità, anche in campo psichiatrico, e, sebbene i primi passi in  avanti siano già stati fatti negli anni 50’ con la sensibilizzazione dell’opinione pubblica all’assistenza psichiatrica, la vera e proprio lotta sarà intrapresa nel 1978 proprio da Franco Basaglia.

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Egli, ispirandosi alle idee dell’ungherese Thomas Szas e rifacendosi alla cosiddetta  “Antipsichiatria”(orientamento che si sviluppa in contrapposizione alla psichiatria tradizionale mettendone in discussione metodologie quali uso di psicofarmaci e ricovero dei malati in ospedali psichiatrici) fu artefice del travagliato percorso volto a riformare l’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale.

«Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita

(Franco Basaglia, Conferenze brasiliane 1979)

Lo scopo principale fu quello di trasformare i manicomi in comunità terapeutiche, centri in cui il malato avrebbe potuto instaurare rapporti umani rinnovati con il personale e la società, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti.

“Un malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e curata (…) Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone”.

Franco Basaglia.

Inoltre a detta del noto psichiatra  per fare ciò è  necessario riformare le “istituzioni della violenza”, ovvero forme di potere perpetrate nei riguardi del suddito da parte di famiglia, scuola, carcere, manicomio. Ne consegue che bisogna soggettivare il paziente tramite la psicoterapia individuale e di gruppo perché ‹‹ il problema non è la malattia in sé, ma quale sia il tipo di rapporto che viene ad instaurarsi con il malato, in quanto la malattia gioca un ruolo puramente accessorio››.

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Non tutti sono però d’accordo con quest’ultimo punto e accusano Basaglia di aver negato la malattia mentale, ma sostiene il professor Tommaso Losavio (direttore del centro studi “Franco Basaglia”):

 «La messa tra parentesi della malattia mentale è servita per riscoprire la persona malata. Il sintomo della malattia non è ciò che devo curare, ma ciò che devo capire. Il linguaggio incomprensibile di un delirio, di un’allucinazione o di una depressione non è soltanto un’espressione malata ma un’espressione di senso.  Mettere tra parentesi la malattia restituisce senso alla sofferenza di una persona, che appare incomprensibile perché io non la capisco e non perché appartenga ad un mondo alieno. Il che non significa negare la malattia. Altrimenti la semplificazione è che tu soffri e io ti do le pillole per eliminare la tua sofferenza, che è quello che avviene oggi in una psichiatria che tende a riproporre modelli biologici e organicistici, evidentemente con grande interesse dell’industria farmaceutica.»

Al di là delle critiche, dopo più di 30 anni dall’approvazione della Legge Basaglia lo stesso Losavio ritiene, però, di essere insoddisfatto in quanto essa è applicata nelle regioni da un punto di vista prettamente organizzativo, “Il problema non è cambiare o non cambiare la legge, il problema è fare politiche corrette di salute mentale non solo destinando fondi, ma anche progettando servizi e determinando competenze, il che chiama in causa gli amministratori, Regioni in primis.” Purtroppo esiste ancora il rischio di riproporre un modello di intervento che tende a curare la malattia senza prendersi cura della persona e del contesto in cui vive, non a caso Franco Basaglia non smantellò i manicomi semplicemente con la propria legge, ma lavorando dall’ interno e fu soddisfatto di questo piccolo grande passo dal momento che affermò:

«L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. Dieci, quindici, venti anni addietro era impensabile che il manicomio potesse essere distrutto. D’altronde, potrà accadere che i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi ancora di prima, io non lo so! Ma, in tutti i modi, abbiamo dimostrato che si può assistere il folle in altra maniera, e questa testimonianza è fondamentale. Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L’importante è un’altra cosa, è sapere ciò che si può fare. E’ quello che ho già detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. E’ il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare.»

Giusy Mantarro.

REFERENDUM 17 APRILE, Unica speranza per il nostro paese -Nicola Ialacqua

In Italia la democrazia sta pian piano svanendo.

Tutti ce ne siamo accorti, ma nessuno fa qualcosa per cambiare le cose.

Tutti se ne lamentano, tutti ne parlano, ma nessuno agisce.

E quando finalmente arriva l’occasione per riscattarsi, per fare di questo paese qualcosa di più, nessuno si muove.

Oggi abbiamo la possibilità di non farci sfruttare ancora, di realizzare qualcosa per un futuro migliore, ma c’è chi cerca in tutti i modi di fermare questo cambiamento.

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Simbolo coordinamento nazionale “No Triv”

Il 17 Aprile si terrà il referendum denominato “NoTriv”. Con questo referendum abrogativo “si richiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo”. Oggi infatti non esiste più alcun limite per le società petrolifere, in quanto quest’ultime possono essere sfruttate FINO A QUANDO LO DESIDERANO, cioè fino all’esaurimento del giacimento stesso.

Ma perché fermare tutto questo? Perché non lasciar fare alle società petrolifere il loro lavoro? Perché non far usare a queste ultime i giacimenti, visto che vi sono ancora idrocarburi lì sotto?

Cominciamo con il concetto chiave di questo articolo: fermare le trivellazioni porterebbe solo vantaggi per il nostro paese, ed ora vi spiego il perché.

*** Innanzitutto, L’ITALIA NON HA BISOGNO DI QUEL PETROLIO

Tramite una ricerca del Ministero dello Sviluppo Economico siamo infatti venuti a sapere che il petrolio ed il gas che vi sono nel sottosuolo marino sono del tutto insufficienti per coprire il fabbisogno italiano (considerando il petrolio sottomarino, esso basterebbe solo per 7 settimane, mentre le riserve di gas per 6 mesi). La produzione italiana di petrolio corrisponde solo al 7% del nostro consumo totale, mentre il rimanente 93% è importato dall’estero.

Con questi dati abbiamo smontato una delle argomentazioni avanzate da quei gruppi che portano avanti l’astensione dal referendum.

Bisogna anche ricordare loro che le società private SONO PROPRIETARIE DI TUTTO CIO’ CHE ESTRAGGONO, e versano allo stato solo il 7% di petrolio ed il 10% di gas estratti. Le royalty inoltre, nell’ultimo anno, hanno versato nelle casse dello stato SOLO 340 MILIONI DI EURO da tutti gli idrocarburi estratti.

Insomma, tutto questo sblocco dell’economia italiana grazie alle trivelle che millantano tanto questi comitati per il “No” non esiste.

Parliamo adesso di un argomento che sta particolarmente a cuore a tutti i comitati per il “No” o per l’astensione al referendum:

I POSTI DI LAVORO.

In Italia c’è crisi, risulta palese che molti negozianti stanno pian piano chiudendo i battenti, che la disoccupazione oggi ha raggiunto livelli esorbitanti (si parla di un tasso di disoccupazione giovanile pari al 37,9%, mentre nell’Eurozona il tasso disoccupazione giovanile è del 23%), sappiamo tutti che oggi avere un posto di lavoro significa essere un “eletto”, ma non è questa un’argomentazione valida per sostenere le trivellazioni: c’è chi sostiene infatti che il referendum “può produrre esiti che ricadranno sui nostri lavoratori, sulla loro occupazione” (dichiarazione di Emilio Miceli, segretario generale della Filctem Cgil). C’è chi parla di addirittura 10.000 posti di lavoro che andranno perduti.

Innanzitutto, con la vittoria del Sì è ovvio che non si interromperanno immediatamente tutte le trivellazioni, ma essa sancirà un limite alle società petrolifere, ovvero il termine di scadenza delle loro concessioni.
Inoltre, secondo il Governo le trivelle porteranno a 25.000 nuovi posti di lavoro.

Solita balla del PD: l’industria del petrolio NON E’ AD ALTA INTENSITA’ DI LAVORO.

Si pensi, per esempio, che la Saudi Aramco, il gigante di stato saudita che controlla le intere riserve e produzioni di petrolio e gas dell’Arabia Saudita, impiega circa 50 mila persone (molte delle quali solo per motivi sociali) per gestire una capacità produttiva che, nel petrolio, è oltre sette volte il consumo italiano, mentre nel gas è superiore del 40% al fabbisogno nazionale” (dichiarazione di Leonardo Maugeri, uno dei massimi esperti al mondo del settore petrolifero).

Cos’è che invece porta molti più posti di lavoro? Le energie rinnovabili. Come? Secondo un recente studio dello UK Energy Research Centre (UKERC) le energie rinnovabili sono capaci di creare 10 VOLTE I POSTI DI LAVORO PRODOTTI DALLE ENERGIE FOSSILI.

Quindi mi dispiace, cari sostenitori del No, ma le vostre care trivelle non saranno mai capaci di procurare il fabbisogno lavorativo promesso.

Parliamo invece di un argomento che questi “Ottimisti e Razionalisti” (si, il fronte del No è rappresentato principalmente da un comitato con questo nome, dimostrando di non aver ben compreso nessuno dei due termini) molto spesso tralasciano ritenendolo di poco conto:

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Esempio di trivella off-shore

L’INQUINAMENTO

A loro avviso è infatti futile parlare di inquinamento in quanto le trivelle di cui si parla nel referendum si trovano a 12 miglia dalle coste, e quindi non vengono considerate capaci di causare disastri ambientali come quello del Golfo del Messico del 2010.

E’ vero, un disastro ambientale di quella portata non potrebbe mai accadere qui in Italia.

Ma qualcuno si è chiesto che impatto ambientale hanno giornalmente le trivelle off-shore (ovvero quelle sul mare)? Ovviamente a questa domanda non è il Governo a rispondere, ma Greenpeace, che ha richiesto lo scorso luglio al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) di prendere visione dei dati relativi ai monitoraggi ambientali effettuati in prossimità di queste piattaforme.

Purtroppo il Ministero ha fornito solo i dati relativi alle piattaforme che si trovano nell’Adriatico, ovvero solo 34 rispetto alle oltre 130 piattaforme operanti in Italia. I dati, forniti dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), si basano su analisi chimico-fisiche su campioni di acqua, sedimenti marini e mitili (le cozze, per intenderci).

Per comprendere i dati è necessario innanzitutto spiegare cosa sono le acque di produzione. Durante la fase di coltivazione di idrocarburi, vengono estratti grandi quantitativi di acqua che si trovano nel pozzo, la cosiddetta “acqua di formazione”. Queste sono ricche di numerose sostanze inquinanti, visto che sono state a contatto con i giacimenti di idrocarburi per migliaia di anni. Durante la fase di estrazione viene inoltre usato un ingente quantitativo di acqua per permettere la risalita in superficie del combustibile, chiamata “acqua di processo” (ovviamente anche questa presenta un elevata quantità di sostanze inquinanti). Queste formano insieme le acqua di produzione. Da queste vengono recuperati gran parte degli idrocarburi tramite vari processi, ed in seguito esse possono essere immesse in mare.

Ovviamente prima delle re-iniezione in mare però queste acque devono essere opportunamente trattate e devono essere controllate tramite un Piano di Monitoraggio redatto dalle compagnie che hanno la concessione per lo sfruttamento del giacimento. I risultati di tutte le analisi effettuate vengono prima trasmesse al MATTM, per poi essere sottoposto ad una valutazione tecnico scientifica dell’ISPRA. Ed è proprio qui che troviamo il primo problema: l’Eni, nel 2014, ha messo in atto un bando di gara per effettuare i monitoraggi ambientali delle proprie piattaforme off-shore, ed indovinate chi lo ha vinto?Proprio l’ISPRA.

L’ISPRA dovrebbe essere un organo super-partes, ed invece qui la ritroviamo incastrata in un paradosso: essa VALUTA I PIANI DI MONITORAGGIO DELL’ENI  CHE ESSA STESSA REDIGE ED ESEGUE! Ciò in verità non sarebbe illegale, ma mi sembra spontaneo farsi un minimo esame di coscienza su questi Piani di Monitoraggio…

In qualunque caso, passiamo ai dati ben più allarmanti.

Il limite che le piattaforme off-shore devono rispettare è l’SQA, lo Standard di Qualità Ambientale. 

Prendiamo in esame queste piattaforme e il consequenziale rispetto verso questo SQA secondo i tre parametri dell’analisi: 

Per quanto riguarda l’acqua, i dati dimostrano che le attività collegate all’estrazione di idrocarburi immettono direttamente nell’ambiente un’ingente quantità di sostanze inquinanti e dannose per l’ambiente. Ma facciamo qualche esempio pratico.

  • Si è calcolato che, ad esempio, la piattaforma Brenda ha immesso nell’ambiente 47.292 metri cubi di acque di produzione, riversando in mare circa 335 kg di ferro.
  • La piattaforma Annabella ha scaricato in mare 19.043 metri cubi  di acque di produzione, riversando in mare 635 kg di ferro, 42 kg di oli minerali e 1 kg di arsenico.

Questi pochi dati sono sufficienti per un’idea di insieme.

Per quanto riguarda i sedimenti, i dati non sono meno preoccupanti: delle 33 piattaforme prese in esame circa il 76% vanno ben oltre i limiti dell’SQA per un parametro, mentre il 67% per due. I composti che superavano i limiti imposti dalla legge sono metalli pesanti come il piombo, il nichel, il cromo e diversi idrocarburi come il fluorantene. Il più delle volte esiste quindi un impatto ambientale elevato in diverse piattaforme off-shore.

Per quanto riguarda i mitili, i dati si mantengono allarmanti: l’86% dei mitili analizzati superavano la concentrazione di mercurio massima identificata dagli SQA. Per non parlare degli altri metalli pesanti: prendendo come modello dei mitili raccolti nell’area non inquinata di Portonovo, i risultati mostrano che l’82% dei campioni di mitili raccolti nei pressi delle piattaforme presentano valori molto più alti di cadmio, di selenio e di zinco, bario, cromo ed arsenico.

Ora vi starete chiedendo: se i dati sono così catastrofici, perché non sono mai stati presi dei provvedimenti? È proprio per questo che abbiamo precedentemente spiegato chi dovrebbe prendere i provvedimenti. E ricordate chi fa i piani di monitoraggio per l’Eni? Tutto semplice come una banale addizione.

La seconda domanda che sicuramente vi sarete posti è: come fanno quelle sostanze inquinanti ad arrivare fino a me? Semplice: tramite la catena alimentare. I mitili, ad esempio, accumulano nei loro tessuti tutti quei metalli pesanti, così da risalire la catena alimentare fino all’uomo in modo diretto.  Per quanto riguarda i sedimenti invece, essi possono avere un forte impatto sugli ecosistemi marini, e di conseguenza queste sostanze inquinanti possono trasferirsi negli organismi viventi che noi mangiamo solitamente. A scanso di equivoci vi invito a leggere e ad analizzare voi stessi il report di GreenPeace dal quale sono state attinte tutte le informazioni, ovvero “Trivelle fuorilegge-Uno studio sull’inquinamento provocato dalle attività estrattive in Adriatico”, così che voi possiate constatare con i vostri occhi questi dati.

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Esempio di inquinamento dovuto al petrolio

Prendiamo in esame un’altra argomentazione atta a svilire il referendum:

Voi siete tanto per le energie rinnovabili, ma intanto il vostro cellulare, il vostro computer, i vostri vestiti e tutto quello che utilizzate è tutto derivato dal petrolio”.

Quest’affermazione che ho sentito spesso ripetere sui social NON HA ALCUN SENSO e UCCIDE L’UMANA RAGIONE.

Innanzitutto, la maggior parte delle piattaforme che vengono toccate dal referendum NON ESTRAGGONO PETROLIO, MA SOLO GAS.

Lo sappiamo, oggi utilizziamo il petrolio per qualsiasi cosa: plastica, asfalto, gasolio, oli combustibili, benzina e così via.

Il petrolio ha effettivamente delle qualità per le quali oggi utilizziamo così tanto petrolio: alto potere calorifico, facilità di trasporto, flessibilità.

Ma per chi è veramente comodo il petrolio? Per quei pochi che ci speculano sopra.

La politica energetica del nostro paese è totalmente governata dalle multinazionali, quest’oro nero ha negli anni corrotto l’uomo, ha condizionato il parlamento e le leggi, ha cambiato le sorti della geopolitica mondiale, ha scatenato guerre, ha spesso giustificato atti disumani come l’utilizzo di forze militari in determinati paesi solo per detenere i pozzi petroliferi che vi sono in determinati territori.

Insomma, l’oro nero ha creato solo distruzione, in tutti i campi.

Ma continuano a dire che sia “indispensabile”, che “non possiamo farne a meno”.

Forse in questo preciso istante no, ma sapete quanti materiali potremmo utilizzare al posto di questo combustibile fossile?

Ve ne do un semplice esempio: la canapa.

La canapa è una pianta dal fusto alto e sottile, che può superare i 4 metri d’altezza. Troviamo al suo interno una parte fibrosa (detta tiglio) ed una parte legnosa (detta canapolo).

Cosa possiamo fare con questa pianta? Di tutto.

Ma passiamo a degli esempi concreti.

In molti sono a favore del petrolio perché solo tramite questo possiamo produrre il carburante per le nostre macchine, la benzina.

Ecco, la canapa può tranquillamente sostituirla tramite una lavorazione di quest’ultima detta “pirolisi”. Questa tecnica consiste nell’applicare un forte calore alla materia organica così da produrre carbonella, liquidi organici condensabili, gas non condensabili, acido acetico, acetone e metanolo. Tramite quest’ultimo possiamo realizzare un ottimo carburante per le automobili ad impatto praticamente zero sull’ambiente.

Volete un altro esempio del suo utilizzo?

I tessuti. Tramite la tessitura della canapa si possono creare moltissimi tessuti da utilizzare per qualsiasi cosa: tappeti, asciugamani, mantelli, camice, pantaloni, maglie, zaini, valigie, poltrone.

La stoffa della canapa è completamente naturale e vegetale, è ottenuta con processi naturali ed è praticamente eterna.

Con la canapa possiamo anche produrre carta, semi ed olii, materie plastiche.

Ma se la canapa ha tutti questi utilizzi, perché oggi non la sfruttiamo?

Prima in Italia vi erano piantagioni vastissime di canapa: nel 1910 solo in Emilia-Romagna vi erano 45.000 ettari di terreno coltivati a canapa, ed in tutta Italia erano complessivamente 80.000 ettari.

Veniva sfruttata soprattutto per realizzare corde e tessuti vari.

La coltivazione ha però subito una crisi in quanto la concorrenza (come il cotone e le fibre sintetiche) era molto più conveniente.

Ma una delle difficoltà più grandi fu il restringimento della normativa contro gli stupefacenti, che portò al divieto totale della coltivazione della canapa indiana. Ovviamente le due specie di cannabis saranno pur simili morfologicamente, ma contengono una profonda diversità a livello di THC, il principio attivo che ha effetti stupefacenti. Con una ci crei tutto ciò di cui abbiamo bisogno, con l’altra ti “svaghi”.

Insomma, le soluzioni ci sono e sono molteplici, ma non le adottiamo perché il petrolio, si sa, è più conveniente per le tasche dei vari politici corrotti e multinazionali del petrolio e, soprattutto, è il combustibile del capitalismo.

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Esempio di piantagione di Canapa

Se ciò non bastasse a convincervi, vi invito a riflettere sui RECENTI FATTI DI CRONACA.

Prima di tutto, parliamo del PD. Il Partito Democratico non si è schierato né per il Sì, né per il No, ha scelto una politica tutta sua: l’astensione al voto. Rendiamoci conto: il partito DEMOCRATICO invita i suoi elettori a NON ANDARE A VOTARE, negando un gesto importante e ottenuto con fatica come il Referendum.  Dove sta la democrazia in tutto questo? Dove stanno tutti gli ideali di cui ci si riempie la bocca? Il Referendum è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che sono rimasti a questo paese, ed è il partito che si definisce DEMOCRATICO a volerne svilire l’importanza così? Certo, è ovvio che non tutto il PD ha appoggiato questa decisione, ma stiamo sempre parlando di una minoranza che, a quanto pare, andrà a votare.

È emblematico anche il caso della Basilicata: la procura di Potenza ha infatti portato avanti delle indagini sul Centro oli dell’Eni a Vigiano, sull’impianto Total di Tempa Rossa e sul porto di Augusta che hanno fatto tremare il governo Renzi.

Sono state sei le persone arrestate, fra qui l’ex sindaco del Partito Democratico, con l’accusa di “presunti illeciti nella gestione dei reflui petroliferi”.

L’Eni ha infatti falsato i dati relativi ai rifiuti provocati dalla lavorazione del petrolio, riversati in un centro detto “Tecnoparco” di Pisticci, un luogo per niente adatto allo smaltimento dei rifiuti particolari e che ha creato un ingente danno ambientale.

La Procura di Potenza sta inoltre portando avanti un’indagine sulla diffusione dei tumori in Basilicata, poiché  «Una recente indagine dell’Ufficio statistica dell’Istituto superiore di sanità, trasmessa alla regione Basilicata, segnala sul territorio regionale, e in particolare in Val d’Agri, un eccesso di mortalità per tumori allo stomaco e per leucemie» ed è «assolutamente verosimile un nesso tra l’aumentata mortalità per alcune patologie sul territorio e l’inquinamento ambientale». (dichiarazione di Roberto Romizi, presidente dell’Associazione medici per l’ambiente).

Uno dei filoni delle indagini rifletteva inoltre su un emendamento che sarebbe servito a potenziare il giacimento Tempa Rossa della Total, emendamento che era stato bocciato nello Sblocca Italia ma che è magicamente risorto nella Legge di Stabilità. Questo emendamento era stato propagandato dal ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi per un motivo ben preciso: la Guidi infatti è presente più e più volte nelle carte dell’inchiesta sugli impianti petroliferi Eni in Basilicata soprattutto per delle telefonate intercettate con il compagno Gianluca Gemelli nelle quali parlavano proprio di quell’emendamento voluto fortemente da quest’ultimo poiché avrebbe favorito la Total con cui è in rapporti di affari.  La Guidi non ha tardato quindi a rassegnare le sue dimissioni dal governo Renzi, il quale le ha tempestivamente accettate.

Che dire, grazie per averci dato una mano per sensibilizzare la popolazione e farla votare per il Sì il 17 Aprile.

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Uno dei pozzi petroliferi di Val d’Agri

E’ anche contro questo infatti che il 17 si andrà a votare, per bloccare gli interessi dei petrolieri che, come vediamo, vengono favoriti dal governo stesso.

Concludo dicendovi che non sono un esperto in questo settore, ma proprio per l’importanza di questo referendum ho trovato essenziale informarsi, ho letto le più disparate notizie ed informazioni sul settore petrolifero, sull’impatto ambientale che hanno le trivelle sui nostri mari, sul rivoltante business che sta alla base delle trivellazioni, ho letto anche moltissime opinioni di giornalisti ed esperti che stanno dalla parte del “No”. Ho fatto ciò che un individuo, prima di andare a votare, dovrebbe fare.

E anche se non ho ancora l’età per votare, sono arrivato a questa conclusione: il referendum è l’unica alternativa che abbiamo per provare a sbloccare l’Italia, per spostarci verso delle energie rinnovabili, per spingere il governo ad investire su quest’ultime, per abbandonare piano piano del tutto i combustibili fossili, per fermare questo traffico di quattrini che gira attorno alle trivelle, per non distruggere ancor di più il nostro territorio.

Per un’Italia migliore, per un paese più pulito, VOTATE SI’.

Nicola Ialacqua, Messina, Liceo G.La Farina IIB

SPOTLIGHT: ROMPI IL SILENZIO – Diana Strano

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È il 2001 quando per la prima volta gli occhi del mondo sono finalmente costretti ad aprirsi di fronte a una piaga che, più della corruzione, del nepotismo, della simonia, affligge da secoli il mondo della Chiesa: la testata The Boston Globe, diretta dal nuovo arrivato Marty Baron sguinzaglia la sua squadra d’assalto, “Spotlight”, sulle orme di uno dei peccati più gravi commessi dagli ecclesiastici, dimostrando non solo la portata di questo fenomeno tra le mura della città, ma anche come i più alti ranghi della Chiesa abbiano, per anni, insabbiato ogni cosa. Il caso nasce da un’accusa di pedofilia comminata a un prete, ma la squadra scopre presto che il fenomeno è molto più esteso di quanto sembri: districandosi tra l’omertà di una città conservatrice e affetta da morbosa pudicizia, ascoltando le testimonianze di molteplici vittime che, in un primo momento restie, riusciranno infine ad aprirsi e a denunciare peccati e peccatori, il team Spotlight, dopo mesi di indagini, pressioni su governo, Chiesa e avvocati, querele, testimonianze sempre più approfondite e tragiche, riuscirà a dare alla luce una storia che non sarebbe stata dimenticata con facilità, il cui eco riecheggia ancora in tutto il mondo.

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È il regista Tom McCarthy che nel 2015 decide di dare nuova voce all’operato della squadra bostoniana, dando alla luce la pellicola Il caso Spotlight, ripercorrendo le fasi salienti delle loro indagini avvalendosi di un cast straordinario: un’agguerrita Rachel McAdams nel ruolo della giornalista Sacha Pfeiffer, uno scanzonato e impertinente Mark Ruffalo (candidato a migliore attore non protagonista) nei panni del portoghese Mike Rezendes, un enigmatico Liev Schreiber interprete del freddo direttore Marty Baron, il caposquadra Micheal Keaton e l’avvocato ferreo e ligio alle regole Mitchell Garabedian interpretato magistralmente da Stanley Tucci. E dal momento che, almeno in questo caso, è il cast a fare il film, si può dire che il destino ridente di questa pellicola, vincitrice di due statuette per miglior film e migliore sceneggiatura originale nel 2016, era segnato. E se il film è sorretto da un cast di grande valenza interpretativa, da interpreti aderenti al ruolo in maniera strabiliante, la storia in sé è sorretta dalla sua paradossale ovvietà, da un amaro che resta in bocca a lungo.  

E se gli eroi di questa impresa sono a noi pressoché ignoti (hanno avuto il loro momento di gloria, poi sono spariti dalla scena) i cattivi li conosciamo bene, sono ovunque, e ovunque sono protetti da un nome, un titolo, una veste, convinti di essere immuni da accuse e pene. E sono ancora i cattivi di questa fiaba che chiamiamo mondo, che agiscono indisturbati perché ad aiutarli sono proprio coloro che dovrebbero combatterli.

 

Diana Strano Ic

Libertà per Nick e Bart – Giuseppe Cannata

E’ un tempo, il nostro, nel quale parole come emigrazione o immigrazione hanno assunto – tra le pagine dei giornali e le affermazioni superficiali e artefatte di molti – un aspetto tanto spaventoso di incombente e distruttiva minaccia. Un tempo in cui i diritti e le libertà civili, dopo decenni di lunghe lotte e ardue conquiste, appaiono lentamente disgregarsi nella nostra indifferenza, in nome di una ingannevole sicurezza e dell’individualismo. Un tempo in cui ho pensato fosse utile ricordare una storia, da molti dimenticata e a tanti sconosciuta, quella di Sacco e Vanzetti. 

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È la storia di due uomini, italiani ed anarchici, due vittime dell’ingiustizia e della discriminazione, due eroi e loro malgrado martiri. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, l’uno pugliese e l’atro piemontese, entrambi giunti in America, la terra promessa di tanti italiani come loro, chi in fuga dalla povertà chi in cerca di qualcosa di migliore, insomma quelli che oggi qualcuno chiamerebbe <<migranti economici>>. Arrivarono tutt’e due a Plymouth, in Massachusetts nel 1908, convinti come tanti in quegli anni, di trovare fortuna negli States e disillusi come tanti, subito dopo lo sbarco, quando videro calpestata la propria dignità, trattati come animali. Nick trovò lavoro in un calzaturificio, Bart come pescivendolo, dopo aver tentato le più diverse occupazioni, e si conobbero nel 1916, quando frequentavano entrambi un circolo anarchico.
Era quello un periodo pericoloso per essere anarchici, gli anni della red scare, dell’isteria del procuratore generale Palmer e dei Palmer Raids, arresti indiscriminati, processi sommari e condizionati, espulsioni e, talvolta esecuzioni. Proprio nel maggio del 1920 era morto “cadendo” dal quattordicesimo piano del palazzo, dove veniva interrogato dal Fbi, l’anarchico di origini siciliane Andrea Salsedo. Ed era anche un periodo difficile per essere immigrati italiani, «wops» come venivano chiamati con spregio, bistrattati e disprezzati dalla società americana. Sacco e Vanzetti erano italiani ed anarchici quando vennero arrestati, il 5 maggio 1920, mentre stavano organizzando un’assemblea sulle strane dinamiche della morte di Salsedo e solo dopo accusati di una rapina al calzaturificio “Slater and Morrill”, in cui avevano perso la vita due uomini.

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Sin dall’inizio Sacco e Vanzetti si dichiararono innocenti e sin dall’inizio fu palese che il loro processo aveva una decisa connotazione politica, in quanto la condanna di due anarchici, per di più italiani, significava allora una conferma per la violenta linea conservatrice adottata da Palmer e condivisa dal governatore del Massachusetts così anche dal giudice che presiedette il processo, W. Thayer, il quale non esitò a rivolgersi a Sacco e Vanzetti definendoli bastardi anarchici. Per sette anni Nick e Bart vissero nell’angosciosa consapevolezza di essere puniti per colpe non loro, tra false testimonianze dell’accusa e ricorsi negati, fino alla conclusione del processo con la condanna alla sedia elettrica per i due imputati, eseguita il 23 agosto 1927. A nulla valsero le testimonianze discordanti, di fronte all’ostilità della difesa stessa che si dimostrò inetta e a di fronte alla corruzione dell’accusa. Neppure le numerose manifestazioni che si tennero a Boston, ma anche a New York e persino in Europa invocando giustizia per Nick e Bart. Neppure l’intervento di personalità di spicco della cultura americana, tra cui G.B. Shaw, Dorothy Parker e anche Albert Einstein, che si interessarono al caso sostenendo l’innocenza dei due italiani valsero un ricorso della sentenza, nonostante uno dei detenuti nel carcere di Charlestown, il portoghese Celestino Madeiro nel 1925,confessò di essere, insieme ad altri quattro criminali, responsabile della rapina e degli omicidi. 

Nick e Bart non furono mai imputati. Furono sempre, dall’inizio del processo, colpevoli. Per questo Vanzetti, quando gli fu chiesto nel 1927, dopo sette lunghi anni di processo, se avesse qualcosa da dire prima che la sentenza di morte non fosse resa esecutiva, rispose drammaticamente, ma mostrando tutta la sua dignità e fermezza:

«Non augurerei a un cane o a un serpente, alla piú miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un radicale, e in effetti io sono un radicale; ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto di piú per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora.»

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La storia di Sacco e Vanzetti ha avuto un’eco straordinaria, in tutto il mondo – vi furono manifestazioni e rivolte a Parigi come a Londra, in Argentina come in Australia, così anche in Italia, nonostante la repressione fascista – e ha segnato una svolta nella lotta per i diritti civili e l’emancipazione dei lavoratori. Il perseverare del sistema giudiziario americano di fronte alla evidente e conclamata innocenza di Sacco e Vanzetti ha marcato indelebilmente il dissidio tra la legalità (intesa come l’insieme di norme e leggi, e chi ne garantisce il rispetto) e la giustizia reale, che come Vanzetti stesso affermò durante il processo «non fa parte di un sistema di potere».

Tuttavia Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano uomini prima che simboli, uomini prima che martiri e come tali dovettero affrontare le paure e il peso dell’ingiustizia, per sette anni, dovendo scegliere tra l’abbandonarsi allo sconforto e il difendere strenuamente, fino alla fine la loro dignità e identità. Ed è questo che fecero nei loro ultimi giorni, accettando consapevolmente un’iniqua condanna, perché questa fosse un baluardo nella lotta per i diritti civili, la loro lotta.

Così scrisse Sacco nella sua ultima lettera al figlio, trovando il senso più drammatico e profondo della propria vicenda:

“Dante mio, essi potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni:
ma essi non potranno mai distruggere le nostre Idee che rimarranno
ancora più belle per le future generazioni a venire.”  

Giuseppe Cannata, Liceo Scentifico Archimede

Saffo, profeta di un amore attuale – Giovanna Letizia

Saffo, poetessa greca del V secolo a.C., la si può considerare come una chiave per accedere al mondo raffinato ma romantico di tradizioni e passioni che tanto caratterizzano la Grecia antica e la sua poesia. Si tratta di un mondo singolare, ma non troppo, in cui ciò che ora fatichiamo a non considerare come “tabù” allora era quotidianità (nel bene e nel male). Ebbene, Saffo nasce nell’isola di Lesbo, presso la cittadina di Mitilene, in una famiglia aristocratica. In realtà questi particolari non contano troppo; vita e produzione poetica della celebre poetessa greca erano incentrate sul tiaso.

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Il tiaso era una comunità femminile (allora gestita dalla stessa Saffo) basata sul culto di Afrodite, dea della bellezza, dell’amore e della fertilità (protagonista, insieme con l’amore, di diversi versi-preghiere della poetessa). Questo educando era frequentato dalle fanciulle prossime al matrimonio; che venivano educate all’arte di essere perfette future mogli, con arte, alla musica, alla poesia e, ovviamente, all‘amore carnale e ideale. Dal ruolo di istruttrice a 360° della poetessa è semplice comprendere la grande ispirazione e il trasporto emotivo della poesia di Saffo. Proprio perchè dedicato ad Afrodite, il tiaso aveva come peculiarità l’abbandono totale all’eros: era assolutamente consueto che le giovani allieve avessero rapporti omoerotici tra di loro, o con le loro insegnanti. Ciò non veniva visto con sdegno, bensì  lo si riteneva propedeutico e che, piuttosto, favorisse un perfetto e felice matrimonio eterosessuale. Tornando alla nostra Saffo, anch’essa partecipante a questi “riti preparatori”, non teme di dimostrare ampio interesse per alcune sue allieve, ossia Anattoria, Attis ecc.. alle quali dedica numerose poesie. In particolare, ricordiamo il frammento 31, in cui ella esterna tutto il suo amore, tramutatosi in una gelosia quasi folle nei confronti del futuro marito della sua allieva. Tale carme (che potete leggere qui),

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che è caratterizzato da un’intensissima emotività sofferta e che tutt’oggi rappresenta un rudimentale elenco dei “sintomi dell’amore“, ha ispirato molti poeti greci e latini, in particolare Catullo, grande suo seguace, che all’epoca era considerato il più “scandaloso” della civiltà romana, date le tematiche trattate e la modalità con cui erano descritte, talvolta. Purtroppo sulla vita di Saffo abbiamo molte notizie incerte. Gli stessi carmi sono stati ritrovati in maniera disordinata, spezzati in molti versi o, altrimenti, incompleti. Le rime esprimono, spesso e volentieri, una malinconia romantica, talvolta angoscia.

Perchè la concezione dell’amore stesso, che al giorno d’oggi consideriamo così spontaneamente importante, proviene essenzialmente da Saffo che per la prima volta ammette : “Quale la cosa più bella
sopra la terra bruna? Uno dice una torma
di cavalieri, uno di fanti, uno di navi.
Io, ciò che s’ama.”

Questo sentimento non era mai stato descritto in quel modo. Nessuno, fino ad allora, aveva mai avuto il coraggio di ammettere la trasformazione che impone l’eros, trasformazione che ti fa sentire affogato “in questo limbo d’astrazione, con un piede nel fango e le dita nel sole” (Astrazione, saffo). E’ una realtà viscida come il fango che ci appesantisce le gambe. E’ una realtà che ci impone il suo concetto di giusto e sbagliato a seconda del pensiero maggiormente condiviso. Ma si tratta soltanto della realtà, d’altronde. E’ soltanto superficialità, un mondo in cui tutto è limitato dalla concretezza e dal pregiudizio. La nostra Saffo, narra una leggenda, sembra essersi gettata dalla rupe del Leucade, in conseguenza a un amore non corrisposto. Tale leggenda sarà forse un forte simbolo delle concrete conseguenze (descritte dalla poetessa) che può avere un sentimento così coinvolgente sulle nostre vite?

 

Giovanna Letizia, VB

Nuovo Cinema Paradiso, recensione di un film che non tramonta mai – Francesco Aligata

Nuovo Cinema Paradiso, 1988, Giuseppe Tornatore.

Il film per più di tre quarti della storia è un flashback di Totò ( protagonista principale dell’opera ) , che ripercorre  un po’ con gioia un po’ con malinconia la sua vita dall’infanzia fino a quel momento, a partire da quando gli viene data l’ amara notizia della morte del suo caro amico Alfredo. Amico con il quale sono stati condivisi tanti momenti e passioni, e che  ha aiutato questo bambino  a trovare  e percorrere la sua strada –  poichè in fondo ha fatto la stessa cosa anche con quel vecchio, che non era altro che la sua persona . Nel flashback sembra quasi che l’infanzia di Totò sarebbe durata in eterno, ed invece i tempi cambiano, le persone ed anche i luoghi. Il percorso di un individuo è spesso delineato da questi cambiamenti e da quello che si trova attorno. Nel suo caso quello che si trovava attorno al suo paesino. Persone, come Alfredo suo maestro di vita e punto fermo, che imparerà a vedere veramente solo quando perderà la vista, perchè prima dava per scontato tutto quello che gli stava attorno, senza avere la curiosità di domandarsi nulla non avendo un muro che gli impedisse la visione  o  edifici , come lo stesso CINEMA PARADISO, dove Totò imparerà a conoscere se stesso , confrontandosi  con i personaggi delle pellicole là rappresentate . Il cinema come le altre arti è per l’ uomo una rampa verso la crescita  , perchè gli permette di avere più auto-consapevolezza. Consapevolezza che lo aiuta ad affrontare i cambiamenti che si presentano lungo la sua strada, perchè tutto è destinato a cambiare e prima o poi bisogna proseguire, anche se con la nostalgia di quello che fu una volta alle spalle . Un giorno probabilmente si tornerà sui propri passi, avendo qualche pensiero rivolto verso il passato e pensando ai cambiamenti che si sono presentati dinnanzi all’arco di una vita. Per ripetersi quello che c’è e quello che fu . Nuovi eventi nascono e nuovi si ricreano in un ciclo infinito. Proprio come l’ abbandono del NUOVO CINEMA PARADISO, del paesino dove si è cresciuti  e delle persone con le quali si è cresciuti e che si è sempre stati abituati ad avere intorno.

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La demolizione del cinema paradiso alla fine del film è stata come la distruzione dei vecchi sogni e desideri per farne posto ad altri di nuovi, in quella che sarà una nuova vita .  Parlando dei personaggi, ovviamente il più approfondito è Totò, contando che il film ripercorre tutta la sua vita con un flashback . Riparlando di Alfredo, suo maestro di vita, l’opera  mostra come lentamente si sia evoluto il rapporto con quell’individuo che inizialmente non era altro che un bambino, destinato nel corso del tempo nella sua crescita a diventare il suo più grande amico, preso fin da piccolo in simpatia, perchè dentro se racchiudeva quella curiosità verso il cinema, i suoi personaggi e persino il suo funzionamento che gli ricordava in parte se stesso .

paradiso02.jpgInteressanti anche alcuni personaggi secondari , che anche essendo delle semplici macchiette sono interessanti nel posto che viene loro attribuito nella società . Per citarne qualcuno, il prete che tende a condannare quasi tutto e che si ritrova a censurare i film (riflesso della realtà ) prima che escano in programmazione o il pazzo che si ritrova a vivere alla fine del film , col desiderio di riappropriarsi di ciò che riteneva suo ( la piazza ) non accettando i cambiamenti che pone talvolta la vita . Tutti questi personaggi nonostante i loro difetti, sono descritti dall’autore con simpatia. Sanno catturare anche i modi con i quali vengono posti gli elementi di metà-cinema , che permettono allo spettatore di comprendere quale fu il rapporto iniziale per l ‘uomo meridionale di quei tempi quando entrò per la prima volta in contatto con quella settima arte e le emozioni che ne sono scaturite, per poi mandarlo  avanti fino ai giorni moderni .

Francesco Aligata IID